HOUSE OF LOVE
HOUSE OF LOVE
Eddy Cilža

Le case dell’amore

1. C’è un nuovo album degli House Of Love in giro e chissà se se ne accorgerà qualcuno. Magari sì, visto che è faccenda di qualche mese fa una riedizione financo esagerata (tre CD, quadruplicato il programma d’antan) di quello che fu il primo di adesso sei (antologie escluse) e se n’è parlato abbastanza. Magari avrà buona stampa, “She Paints Words In Red”, come non accadde otto anni fa con “Days Run Away”, che non sarà stato una pietra miliare ma malaccio non era. Ma a parte che è ormai lontanissima l’epoca in cui la buona stampa contava qualcosa (la cattiva stampa pure e fu allora, metà anni ’90, che il genio di Guy Chadwick in ogni senso si eclissò) l’eventuale attenzione mediatica potrebbe essere al più un decimo di quella che saluterebbe un secondo disco, che aspettiamo dal ’90, dei La’s. Anche meno, molto meno rispetto a quella che ha attirato il terzo dei My Bloody Valentine, atteso dal ’91. Hanno insomma sbagliato tutto questi giovanotti attempatelli (il leader già nei suoi trenta quando l’avventura iniziò). Avrebbero potuto sciogliersi dopo la pubblicazione del secondo album, il primo su Fontana, all’apice di un successo che fu anche ragguardevole (quattrocentomila le copie vendute nel solo Regno Unito), riformarsi adesso e la rimpatriata sarebbe stata salutata come un Secondo Avvento. Oppure ben prima, dopo l’uscita del quarto singolo, quell’ipotesi di Byrds post-punk chiamata Destroy The Heart, e senza dunque nemmeno arrivare a darlo alle presse un debutto adulto vero. Per gli amanti del pop con le chitarre sarebbero stati comunque Leggenda. Che diamine! Per diventarlo potevano bastare loro due-canzoni-due. La prima pubblicata: Shine On. La prima scritta da Chadwick: Christine. Fra la seduzione crepuscolare di questa e il tripudio di tenera innodia jingle-jangle di quella si rinviene all’incirca l’intero canone House Of Love e dopo averne composto due così ci va coraggio a mettere mano ad altre. Sapendo da subito che non si potrà mai fare meglio. C’è da essere grati al nostro uomo per averlo avuto questo coraggio.

2. Di tante cose c’è da essere grati anche ai Jesus And Mary Chain e una è la seguente: era dopo averli visti in azione nell’86 all’Electric Ballroom di Londra che il trentenne Guy Chadwick decideva di dismettere quei Kingdoms con i quali pure si era conquistato un contratto nientemeno che con la RCA (li dirà sempre “tremendi”) e dedicarsi a un progetto nuovo. Suoni, stile e immagine mutuati dagli stessi da cui li avevano presi in prestito i fratelli Reid: tali Velvet Underground. Pareva combinazione beneaugurante, faustissimo presagio che alle audizioni convocate dal Nostro e da un amico di lunga data, il batterista Pete Evans, per tramite del solito annuncio sul “Melody Maker” si presentasse una chitarrista di passaporto tedesco, Andrea Heukamp. […]


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