Italian Free '70: Guido Mazzon
Italian Free '70: Guido Mazzon
Michele Coralli

Il jazz italiano d’avanguardia nel racconto di alcuni suoi protagonisti
1:  GUIDO MAZZON

IL DOUBLE QUARTET di Ornette Coleman aveva pubblicato “Free Jazz: A Collective Improvisation” già nel 1961. Da lì a poco inizia a schiudersi un mondo musicale che colleziona diversi battesimi, un’infinità di matrimoni, seguiti a breve distanza da un altissimo numero di divorzi e da qualche funerale. In pochi anni “free” diventa una parola che si lega al jazz d’avanguardia e contemporaneo, al jazz politico e all’improvvisazione radicale, offrendo un facile appiglio a tutti quei movimenti che negli anni ’60 e ’70 hanno cercato in ogni espressione (artistica e non) la via per la rivoluzione.
Anche in Italia – sulla spinta di una serie di musicisti che arrivano dagli Stati Uniti con notevoli dosi di energia incendiaria come Archie Shepp, Don Cherry o l’Art Ensemble of Chicago – inizia a dire la sua chi insegue un percorso di rinnovamento del linguaggio, analogamente a quanto impresso con radicalità da collettivi come gli americani AACM, i tedeschi di FMP, gli olandesi di ICP. Sono figure probabilmente più isolate rispetto ai loro omologhi europei e statunitensi quelle come Mario Schiano e Guido Mazzon. L’humus deve ancora radicarsi e paradossalmente, trattandosi di materia “politica”, prima ancora che musicale, è necessario trovare subito un rapporto dialettico con il movimento studentesco in tutte le sue articolazioni. Sì, perché se ai giovani piace la nuova musica rivoluzionaria afro-americana, se vuoi guadagnarti il patentino di jazzista impegnato e sei bianco, quel patentino te lo devi guadagnare. E se suoni dal vivo davanti al focoso pubblico dell’Università Statale di Milano, devi essere pronto a trovare la quadratura rispetto a proposte imbarazzanti come quelle della linea ufficiale dettata da una commissione cultura che, secondo dogmi ereditati da lontano, privilegia l’elemento popolare infilato in ogni anfratto.
Fare free non è dunque una cosa facile negli anni ’70. Il pubblico è certamente molto ricettivo, specie in una fase iniziale, salvo poi tirarsi indietro al dilagare della canzonetta prodotta per il nazional-intrattenimento. Quel linguaggio non è facile e richiede approfondimenti che all’epoca non sono possibili, se non attraverso un faticoso lavoro storico ed estetico su fonti scarne.
Forse nemmeno l’incontro con uno di quei personaggi storici per il nostro jazz come Mazzon riesce a dipanare la confusione musicale di quegli anni, ma certamente può segnare il primo passo per avvicinarsi al free jazz italiano, un movimento periferico rispetto a scene molto più organizzate e celebrate, ma interessantissimo sotto il profilo degli orientamenti artistici e nella relazione con quel mondo variegato che animava la realtà degli anni ‘70. […]


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