Italian Hauntology
Italian Hauntology
di Antonio Ciarletta
Era il 2004 quando Jim Jupp e Julian House fondarono la Ghost Box. Ed era la coda degli anni Zero o giù di lì quando Simon Reynolds e il compianto Mark Fisher cominciarono ad approfondire l'analisi della filosofia che innervava l'hauntology, conferendole così un'indubbia robustezza teorica. In quel medesimo frangente i due approntavano una prima sistematizzazione delle musiche che da quel sostrato concettuale così oscuro e affascinante stavano scaturendo. Sospinto dal vento dell'hype che ne seguì di lì a poco, il fenomeno hauntologico si propagò piuttosto a lungo prima di abbattersi sulla battigia del “già sentito”. Fondamentale per la sua relativa longevità l'impulso di una serie di situazioni che lo ravvivarono con interpretazioni interessanti e visionarie, anche musicalmente distanti dal punto di osservazione originario della label inglese. Emblematici i casi della Folklore Tapes, etichetta del Devonshire nata con l'idea di recuperare l'aspetto folclorico, magico, misterico del passato britannico, e dell'Italian Occult Psychedelia, una nebulosa di suoni “sperimentali” e immaginari retro-moderni che qui nel nostro paese funse da motore di riattivazione di una memoria collettiva parzialmente dimenticata.
Considerata l'accelerazione esperienziale a cui è sottoposto l'Occidente da almeno un paio di decenni a questa parte, sembra essere trascorso davvero un secolo dalle singolari teorizzazioni dell'hauntology, eppure bastano un ritmo sincopato, una sghemba, psichedelica, linea di synth e qualche stramba chincaglieria space age pop a innescare una sensazione di incontrovertibile hic et nunc. Le nebbie dell'eterno presente sembrano infatti permeare l'essenza più profonda di queste musiche, che ci paiono sempre attuali pur nella loro ostentata inattualità. Le ragioni di un'impressione del genere hanno a che fare con la percezione di “fine della storia” che ancora grava sulle moderne società post-industriali. L'hauntology è il sintomo di un tempo che appare in perenne transizione. E probabilmente lo è per davvero. Avendo colonizzato tutti gli spazi del reale e del simbolico, il capitalismo rende a oggi impraticabile immaginare un’ipotesi di futuro che non preveda una prosecuzione valoriale dell'odierno presente. “There is no alternative”, affermava Margaret Thatcher o, come sosteneva Mark Fisher in “Realismo capitalista”, “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. A meno che il secondo quadriennio trumpiano e la guerra in Ucraina non inneschino un terremoto sistemico che rivolti le zolle. […]
…segue per 12 pagine nel numero 341 di Blow Up, ottobre 2026
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Ogni mese Blow Up propone monografie, interviste, articoli, indagini e riflessioni su dischi, libri, film, musicisti, autori letterari e cinematografici scritti dalle migliori penne della critica italiana.
Era il 2004 quando Jim Jupp e Julian House fondarono la Ghost Box. Ed era la coda degli anni Zero o giù di lì quando Simon Reynolds e il compianto Mark Fisher cominciarono ad approfondire l'analisi della filosofia che innervava l'hauntology, conferendole così un'indubbia robustezza teorica. In quel medesimo frangente i due approntavano una prima sistematizzazione delle musiche che da quel sostrato concettuale così oscuro e affascinante stavano scaturendo. Sospinto dal vento dell'hype che ne seguì di lì a poco, il fenomeno hauntologico si propagò piuttosto a lungo prima di abbattersi sulla battigia del “già sentito”. Fondamentale per la sua relativa longevità l'impulso di una serie di situazioni che lo ravvivarono con interpretazioni interessanti e visionarie, anche musicalmente distanti dal punto di osservazione originario della label inglese. Emblematici i casi della Folklore Tapes, etichetta del Devonshire nata con l'idea di recuperare l'aspetto folclorico, magico, misterico del passato britannico, e dell'Italian Occult Psychedelia, una nebulosa di suoni “sperimentali” e immaginari retro-moderni che qui nel nostro paese funse da motore di riattivazione di una memoria collettiva parzialmente dimenticata.Considerata l'accelerazione esperienziale a cui è sottoposto l'Occidente da almeno un paio di decenni a questa parte, sembra essere trascorso davvero un secolo dalle singolari teorizzazioni dell'hauntology, eppure bastano un ritmo sincopato, una sghemba, psichedelica, linea di synth e qualche stramba chincaglieria space age pop a innescare una sensazione di incontrovertibile hic et nunc. Le nebbie dell'eterno presente sembrano infatti permeare l'essenza più profonda di queste musiche, che ci paiono sempre attuali pur nella loro ostentata inattualità. Le ragioni di un'impressione del genere hanno a che fare con la percezione di “fine della storia” che ancora grava sulle moderne società post-industriali. L'hauntology è il sintomo di un tempo che appare in perenne transizione. E probabilmente lo è per davvero. Avendo colonizzato tutti gli spazi del reale e del simbolico, il capitalismo rende a oggi impraticabile immaginare un’ipotesi di futuro che non preveda una prosecuzione valoriale dell'odierno presente. “There is no alternative”, affermava Margaret Thatcher o, come sosteneva Mark Fisher in “Realismo capitalista”, “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”. A meno che il secondo quadriennio trumpiano e la guerra in Ucraina non inneschino un terremoto sistemico che rivolti le zolle. […]
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TUTTLE Edizioni - P.iva 01637420512 - iscrizione rea n. 127533 del 14 Gennaio 2000








