Jethro Tull
Jethro Tull
di Dario De Marco

[nell’immagine Ian Anderson]

THIS WAS. Questo era. Era un ragazzino che stava scoprendo la musica, stava scoprendo il mondo; e scopriva che il mondo esisteva da molto prima di lui, e la musica anche. E che, guarda caso, le cose più belle sembrava che fossero non quelle che stavano succedendo all’epoca – erano appena finiti gli anni ‘80, capite – ma quelle che erano successe vent’anni prima. Il ragazzino era a casa di un amico, di quelli più grandi, di quelli che la sanno sempre giusta, e l’amico a un certo punto tirò fuori questo LP enorme, bellissimo: la copertina anticata verdognola con questo barbone non meno affascinante che inquietante; le scritte gotiche all’interno, che però non erano i testi ma una specie di decalogo, che però non erano i comandamenti ma la Genesi, che però era una Genesi po’ rivisitata (“In the beginning Man created God; and in the image of Man created he him”); le frasi sbilenche di chitarra distorta, intervallate da ancor più assurdi e interminati silenzi; le parole che seguivano, pressoché incomprensibili per un masticatore di basic English da canzone pop. Tutto questo, tutto insieme, produsse una forte impressione su quel ragazzino: sembravano cose venute da un altro universo, più che da un semplice passato remoto.
(Qualche anno e qualche centinaio di album dopo, quel ragazzino con altri amici si arrampicò fino a un’afosa periferia romana, per constatare che il barbuto barbone biondastro fissato nel suo – e non solo suo, avrebbe scoperto – immaginario, era in realtà un signore pulito e pelato con un pizzetto nero e ben curato. Capace però di zompare qua e là per il palco come un pazzo, e di suonare ancora meglio). […]

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