JG Ballard
JG Ballard
di Maurizio Bianchini

James Ballard e Philip Dick si stagliano come divinità maggiori della vera ‘età dell’oro’ della fantascienza, non quella rutilante delle origini, ma la pronipote che all’inizio degli anni ’60 sposta il centro di gravità della narrazione – l’apocalisse, rappresentata in ogni sua forma possibile – dai laboratori di scienziati pazzi e dalle invasioni di alieni misteriosi al nostro ‘spazio interiore’ che percepisce la fine possibile del pianeta, e lo stato d’assedio perenne, come opera dell’uomo; diretta – per le mire di potenza; le illusioni tecnologiche e le follie assortite, o indiretta – per la pressione sempre più forte ed estesa sull’ambiente che determina cambiamenti catastrofici e irreversibili dell’ecosistema. Non è un caso che siano tra i pochi, se non i soli, ad essere stati accettati nel ristretto club degli Scrittori tout court, non ghettizzati dal genere. Tanto più oggi che, trasferita armi e bagagli nel cinema, la SF sembra tornata, grazie al digitale e agli effetti speciali, alle avventure bombastiche delle origini, in cui la ‘prefigurazione del futuro’ è solo space fantasy e disaster movie da cui il ‘pensiero di sé’, come singoli e come specie, è espunto in gran clangor di immagini e di suoni, e proprio mentre nella realtà crescono le incertezze e le paure, la sensazione di inadeguatezza strutturale e di trappola metafisica che sono alla base della produzione di quelle due pietre miliari. Philip Dick è la versione novecentesca di Poe (li unisce un’immaginazione che forza i limiti della realtà, e anche uno stile mai fluente); James Ballard quella di un Dickens che ha letto Joyce e rinunciato ad imitarlo.
È all’abbrivio degli anni ’60 che la sensazione di vuoto, di empasse della storia, maturata nella cultura del Vecchio Mondo nel passaggio dall’Otto al Novecento, si fa strada contagiando un genere minore, profondamente americano, ottimista e aperto al mito del progresso, come la SF. Dietro l’ottimismo di facciata degli anni ’50, la guerra fredda e la bomba atomica risvegliano il sentimento di alea universale che incombe delle nostre vite, la cui precarietà ontologica, messa già a nudo da Leopardi due secoli prima, manifesta ora in alcuni giovani scrittori, spinti da una sorta di contrappasso dantesco (il che pone anche il Sommo Poeta tra i precursori della Crisi come ‘parametro della condizione umana’), a raccontare la distopia, oscurata dalla pubblicità e dal ‘discorso pubblico’, che si è insediata nel tran tran quotidiano. Così si risveglia dal sonno letargico del consumismo la consapevolezza di non appartenere a nulla, non essere destinati a nulla e non potere nulla contro la forza cieca del caso o il delirio dell’autoaccecamento che riempie una condizione di vuoto ‘stabilendo’ di appartenere a qualcosa (una razza superiore; un dio antropomorfo; un’onnipotenza occasionale) che dia almeno l’illusione di essere ‘padroni’ di sé stessi; altri invece ‘accettando’ l’inevitabile fluire nella vertigine cosmica, spogliati d’ogni pretesa di durata, essenza e identità – il ‘naufragar dolce’ de L’infinito di Leopardi. Il pensiero del quale è, per ormai consolidata tradizione, accostato a quello di Nietzsche – o annesso, come sarebbe più appropriato dire: in nome di un nichilismo che però li divide più di quanto non li unisca. Seppure condividono l’idea di un mondo in cui tutto è nulla, ‘puro fatto’ e accadimento, senza nessuna realtà ontologica, a dividerli radicalmente è quanto segue la ‘morte di dio’: per Leopardi, la resa alla Natura, ‘non renitente né codarda’, rivendicata nella chiusa de La ginestra; per Nietzsche, la ‘volontà di potenza’ spinta ‘oltre’ l’uomo, fino a reintrodurre con lo übermensch, una sorta di finalismo nella storia, che poggia sul ‘forsennato orgoglio’ del quale proprio La ginestra potrebbe essere una risposta, non fosse stata scritta decenni prima. […]

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