Jim Pepper
Jim Pepper
di Enrico Bettinello

Attraverso il prisma rovescio della globalizzazione siamo ormai da decenni abituati a considerare “naturale” che il linguaggio jazz si nutra progressivamente di (e sappia includere in modo felicemente sintetico) una grandissima varietà di culture e tradizioni musicali che originariamente erano a minor o maggior livello “estranee” alle dinamiche che hanno portato alla nascita e allo sviluppo di questa musica. Sia gli elementi di tipo popular che quelli di matrice euro-colta hanno in realtà compiuto percorsi tortuosi quando non accidentati per “flirtare” prima e fondersi poi con il nucleo afroamericano del jazz, scontando esclusioni e ambiguità, la frizione tra irrigidimenti identitari e spinte produttive commerciali, prima di farsi travolgere sempre più dall’energia inarrestabile della condivisione culturale e stilistica. Le cose, ovviamente, accadono all’interno di precise coordinate storiche e culturali e non è certo un caso che a partire dagli anni Sessanta il jazz abbia intersecato le urgenze internazionaliste del periodo e la riscoperta – innervata da dense tensioni politiche – del portato culturale delle radici.
Sono gli anni in cui India e Spagna, America Latina e ovviamente Africa, Estremo Oriente e Vecchia Europa compaiono sempre più spesso nel tessuto del jazz, sono anni in cui emergono da un lato la tendenza world a sintetizzare un linguaggio in cui le singole specificità sacrificano una parte della loro integrità a favore di un messaggio artistico più globale, dall’altro la tendenza a “etnicizzare” in modo molto forte lo stesso processo creativo. […]

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