John Carpenter
John Carpenter
di Roberto Curti e Christian Zingales

A ORMAI CINQUE anni da The Ward – passato in sordina qui da noi, uscito in patria direttamente in home video –, è estremamente improbabile che John Carpenter si metta nuovamente dietro la cinepresa per un altro lungometraggio. Chi glielo fa fare? Perché rovinarsi il fegato a sviluppare progetti che non vedranno la luce, combattere con produttori idioti o piegarsi alle leggi di mercato, quando i remake dei suoi film (a breve sarà la volta di 1997 - Fuga da New York: una prece), per quanto in massima parte brutti e/o inutili, gli portano in cassa un flusso costante di denaro? Meglio allora togliersi qualche sfizio, in un’età che non ne consente ormai più tanti. Un po’ come Lynch, reinventatosi modern bluesman (sui generis, ovvio), passati i sessanta (“60 is the new 30”, no?) anche Carpenter si dà alla musica. Anche se “Lost Themes” è un esordio di nome ma non di fatto, ché tutto il suo cinema è imbevuto della musica del suo artefice. In questo, Carpenter – uno che si è sempre ispirato al grande artigianato hollywoodiano, ma ha sempre sfoggiato con orgoglio il proprio nome sopra il titolo – è autore a tutto tondo. […]

EVOCANDO il suo mitico antieroe possiamo dire che John Carpenter è un serpente, in cinema come in musica, dispensatore di ciniche, velenose pulsazioni, uno che ha rivoluzionato la storia del soundtrackismo con una serie di opere classiche per ritmi e atmosfere a basso costo. Mettersi davanti a un sintetizzatore, sempre ben coperto da adeguati ingegneri del suono, è stato un fare di necessità virtù, anche se a ben guardare dietro la scelta del regista esordiente nei ’70 è facile rintracciare una istanza creativa più o meno dissimulata, il padre violinista, il retroterra rock, la conoscenza dei grandi compositori di colonne sonore, tra i quali gli piace citare soprattutto Bernard Herrmann, Ennio Morricone, Dimitri Tiomkin e Hans Zimmer. Ed emergeva subito una capacità fisica di riprodurre in musica il suo cinema, una perfetta sonorizzazione di quella discesa slo-motion nel buio, con tutto il bagaglio da low life americana, con un residuo di vita rintracciabile in margini di geometrie sensoriali, la sensibilità ridotta a corpo morto. Ora che il primo album “autorale” “Lost Themes” (recensione nel numero scorso) fa pensare a un futuro dove probabilmente Carpenter si divertirà a giocare con quel carpenteriano che è stato un faro per molti epigoni elettronici (anche se con il figlio Cody starebbe lavorando a un “dark blues album”), ripercorriamo la sua discografia, che copre, con l’eccezione di quattro titoli, tra cui “The Thing” affidato a Morricone, tutti i suoi film, compresi un paio di sequel non diretti da lui e un paio di chicche laterali. […]

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