John Hiatt
John Hiatt
di Maurizio Bianchini

PRIMA D’ESSERE ridotto, sotto gli occhi del nuovo millennio, a un’esistenza postuma in cui l’emozione è delegata quasi del tutto alla nostalgia, il Rock ha conosciuto uno dei suoi momenti di maggiore vitalità ed espresso, in quella che appare come una seconda giovinezza senza alcun futuro, alcuni dei suoi talenti migliori. Penso a Willy DeVille, John Hiatt, Warren Zevon, Steve Earle, solo per restare in America. Anche se il messaggio dirompente di Like a Rolling Stone o la capacità di metabolizzare ogni altro suono di “Sgt. Pepper’s” appaiono cose lontane ormai anni luce, ciò che matura, in quel sofferto trapasso, in quella Repubblica di Weimar della musica pop, non sono (solo) proliferazioni di generi e sottogeneri o pulsioni autodistruttive ma capacità di analisi ed introspezione sorrette da mestieri solidi e abilità senza pari, e consapevolezze raramente toccate anche in un passato assurto troppo in fretta a mitologia. Che questo accada ora, si può spiegare magari col fatto che non ci sono più, se non nel repertorio di Bruce Springsteen, il Victor Hugo del Rock, Terre Promesse da inseguire – ma chi si sentirebbe di metterci la mano sul fuoco? Eppure, la fine di un’epoca, o anche solo di una stagione, ha sempre in sé qualcosa di autodistruttivamente profetico, si pensi soltanto a Céline. […]

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