JOHNNY MARR
JOHNNY MARR
Christian Zingales

Sta per uscire “The Messenger”, il primo bell’album solista di JOHNNY MARR. Viene spontaneo ricordare che tra il fulgore dell’epica smithsiana e la fin troppo generosa avventura brit pop degli ultimi anni il chitarrista ha vissuto, tra fine ’80 e primi ’90, una fase davvero magica.


SE “THE MESSENGER”, il primo album solista di Johnny Marr (recensione nel prox numero), ci parla di una risoluzione positiva di un periodo, gli ultimi 15 anni, in cui l’ex chitarrista degli Smiths ha supportato un’idea di brit-pop a cui si è accostato con fin troppa generosità, e se invece il suo gesto smithsiano è uno dei momenti sonici e di scrittura più alti di sempre, c’è uno scintillante buco nero nella epopea marriana. Buco nero non perché i momenti musicali che contraddistinguono questa fase siano particolarmente oscuri, essendo cose mainstream o potenzialmente emerse, né perché legati a un periodo di sofferenza personale, da che questo che coincide con l’immediato post Smiths racconta presumibilmente uno dei momenti più euforici della vita di Johnny, perché solo un uomo scortato dalle sfere può suonare così, e cercare un repertorio così. Certo, cos’era il Marr degli Smiths se non un uomo scortato dalle sfere? Qui il cielo continua a sospingere quel cammino, illuminando però nuovi angoli di strada, schiudendo nuovi scorci, regalando ampi margini di celebrazione. Perché se poi il Nostro deciderà di sviscerare i suoi fantasmi rock in modo encomiabilmente militante ma tra gli alti e bassi dei coinvolgimenti con band come Modest Mouse, Cribs e Marion, del suo primo progetto solista Healers e di numerosi featuring chitarristici che negli ultimi anni lo hanno accreditato a fianco a John Frusciante, Robyn Hitchcock, Neil Finn, Beth Orton, Lisa Germano, Jane Birkin, Crowded House e tanti altri, ecco che tra fine ’80 e primi ’90 la vita artistica di Johnny va in parallelo con quella stagione euforica che fu il post ’88 inglese, la scena dopo la seconda summer of love, quando l’avvento dell’acid-house e dell’ecstasy cambiarono i connotati di tanto pop. Quello di Marr non fu un coinvolgimento diretto nelle faccende dance o nel mondo dei club, però senz’altro improvvisamente il suo registro diventava funky ed estatico. Se fino allora le influenze più forti del suo fraseggio smithsiano erano un geniale e personalissimo mix di jingle-jangle byrdsiano e luminosità folk, avventure alla Bo Diddley e epica da rocker anni ‘50, luminescenti punte glam e stranianti modernismi, ecco farsi strada una suggestione che solo i più attenti avevano notato, quella per Nile Rodgers degli Chic. “La prima volta che ho sentito Good Times pensavo di essere morto ed essere arrivato in paradiso” commenterà in quel periodo. La cosa in realtà era chiara fin dall’inizio, già nell’81 con il bassista degli Smiths Andy Rourke metteva su una band forgiata sul Chic-ismo chiamata Freak Party che finirà con l’incidere un paio di demo, e negli anni il suo amore sarà sempre più manifesto, tanto da chiamare suo figlio Nile, e riuscire finalmente ad esibirsi sul palco l’anno scorso con Rodgers spalleggiandolo nel repertorio degli Chic. Ribadendo poi come dal primo giorno degli Smiths abbia coltivato una venerazione per il musicista, e di quanto pezzi come The Boy With The Thorn In His Side (per non dire di cose più ostentatamente Chic come Barbarism Begins At Home aggiungiamo noi) poggiassero su strutture di puro Rodgers. C’è quindi su questa linea, che come vedremo trascende comunque questa mera influenza, un Marr che arriva a siglare un sound inconfondibile, il suo tocco quello di una divinità che finalizza un corpo d’opera differente ma subito complementare rispetto a quello smithsiano. E avvicinandoci al cuore del discorso, vediamo come questa branchia della filologia del chitarrista abbia radici lontane. […]

…segue per 4 pagine nel numero 177 di Blow Up, in edicola nel mese di Febbraio 2013 al costo di 6 euro.

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