Jonathan Coe
Jonathan Coe
di Maurizio Bianchini

1.
Molti fra i recensori dell’ultima fatica narrativa di Jonathan Coe hanno fatto proprie le grida promozionali che la descrivevano come un sequel della Famiglia Winshaw. Se ne capisce il perché. A 21 anni dalla sua uscita, What a Carve Up! (titolo originale, ripreso da un comedy thriller del ’61, alcune immagini del quale ritornano ossessivamente nella fantasie del narratore) rimane ancora il libro più conosciuto dell’autore. Si dà il caso però che egli stesso si sia speso, per interposto personaggio, per mettere in guardia il lettore da una simile eventualità, facendo dire a Roger Harvey, lo scienziato pop esperto in ‘narrativa paranoide’, eco non lontana del professore di studi hitleriani protagonista di Rumore bianco di De Lillo, che non bastano un paio di caratteri in comune per fare di un film (o di un libro) il sequel di un altro: specie se il rapporto del secondo col primo “è pretestuoso e sfuggente”. Evidenza vuole in effetti che Numero 11, l’ultimo romanzo di questo scrittore talentuoso, british fino al midollo ma in modo tutto suo, innovativo e però radicato nella tradizione, di buona polpa narrativa e in grado di spaziare entro un ampio spettro di scelte formali, segni piuttosto il ritorno dell’assassino, un ventennio dopo, sul luogo del delitto della Famiglia Winshaw, che non è il fatiscente maniero avito dello Yorkshire teatro del dumasiano dramma finale, e per la verità anche di quello iniziale, del suoi debordanti membri (“il più abietto, ingordo, crudele branco di avidi bastardi voltagabbana che abbiano mai strisciato sulla faccia della terra”), ma l’Inghilterra stessa, luogo reale e iconico al tempo stesso in cui si ‘conserva’ la democrazia più longeva nella storia, colta da Coe nel passaggio storico cruciale in cui l’esperienza più avanzata di convivenza delle classi dai tempi di Menenio Agrippa – quel welfare state in cui le componenti della società collaborano come organi di uno stesso corpo – implode sotto il peso della crisi economica, della burocrazia assistenziale, del revanscismo di classe, dell’austerity, dell’aumento vertiginoso delle diseguaglianze, lasciando intravvedere sullo sfondo un ritorno all’hobbesiano homo homini lupus. Il titolo stesso, Numero 11, undicesimo romanzo dell’autore, per inciso, allude alla penosa attualità, risultando essere a) il numero del bus che circumnaviga Birmingham, la città da Coe struggentemente raccontato nella Banda dei brocchi (2001), in due ore e mezza, consentendo ad uno dei personaggi del romanzo, che non ha i soldi per il riscaldamento domestico, di trovarvi un po’ di tepore; b) il piano seminterrato -11 che una coppia di straricchi fa scavare nella sua dimora faraonica di Chelsea, pur non avendo alcuna idea di come utilizzare un buco simile o delle conseguenze che può avere spingersi fino a quel punto nella viscere della città tentacolare, solo perché ‘regolamenti edilizi assurdi’ le impediscono di sopraelevare; c) il civico della residenza ufficiale dell’inquilino di Downing Street, e cioè il primo ministro inglese laburista che ha mentito sulle armi dello sterminio di massa di Saddam Hussein per ingolfarsi nella Guerra in Iraq. […]

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