Julius Eastman
Julius Eastman
di Daniele Rosa

Ero persa in una valle di piacere
Ero persa nel mare infinito
Ero persa, e non mi importava del prezzo
Ero persa, e il prezzo
era essere fuori dalla società
Jimi Hendrix era un negro
Gesù Cristo e la nonna erano negri
Jackson Pollock era un negro
Negro negro negro negro negro negro negro
(Patti Smith)


Prologo. Rouen, Francia, marzo 1431.
Le chiedemmo se qualcuno le avesse ordinato di indossare abiti maschili, ed ella rispose “i vestiti sono un dettaglio secondario, anzi, il meno importante”; aggiunse che non aveva obbedito all’ordine di nessuno, e che in effetti non avesse fatto nulla che non gli fosse stato ordinato da Dio e dagli angeli. Le chiedemmo se trovasse questi abiti appropriati, ci disse: “Fintanto che Dio non mi ordinerà diversamente.” … Le chiedemmo se quando la voce le dava degli ordini fosse accompagnata da luci. Rispose: “Sì, ce n’è di luce, e molta.” Le chiedemmo se vedesse un angelo ogni volta che parlava con il re, ed ella risposte: “Ma che domanda è?” … “La regina ti ha mai chiesto di cambiarti d’abito?”, chiedemmo; “Non ricordo”, rispose. “E cosa facesti quando la signora di Beaurevoir ti offrì dei vestiti da donna?”, chiedemmo. “Dissi che non avevo il permesso”, rispose. Chiedemmo se fosse stato San Michele o Santa Caterina a dirle di vestirsi da uomo. “Vi ho già detto tutto quello che so”, ci disse. (Dall’interrogatorio pubblico di Giovanna D’Arco)


Mad King
“Julius Eastman ha il pensiero fisso della sua omosessualità perché, molto semplicemente, non ha nessun’altra idea” (John Cage)

Trent’anni fa Kyle Gann, un compositore allora trentacinquenne, pubblicò il necrologio di un musicista che egli aveva conosciuto e ammirato al punto – fatto per noi decisivo – da registrarne diverse esibizioni. “Julius Eastman è morto solo, il 28 maggio 1990”, si leggeva sul Village Voice del 22 gennaio 1991. “Aveva quarantanove anni. Il decesso è stato causato, a seconda di chi esprimeva il parere, da arresto cardiaco, provocato da insonnia, forse tubercolosi, disidratazione, inedia, esaurimento o immunodepressione – ma non AIDS, apparentemente.”
Oscura e caotica, la fine di Eastman, scoperta da uno dei suoi pochi amici solo otto mesi più tardi, somigliò in tutto e per tutto all’esistenza di questo misconosciuto, radicale compositore, pianista e cantante dallo sconfinato talento che esplorò territori tanto diversi come la classica, la disco music e l’avanguardia, mostrando quanto i generi, spesso, non fossero che costruzioni finalizzate a separare un presunto “alto” dalla musica popolare; anticipò le intuizioni del postminimalismo, riempiendo tuttavia la sua musica di emozione e calorosa esaltazione, in modo non dissimile dal John Coltrane della fase matura (ascoltato molto più volentieri da Eastman, si direbbe, rispetto a Tristano, Davis, Konitz e gli altri artisti cool dal registro emotivo più distaccato, spesso ripreso dai minimalisti); immerso in un contesto prevalentemente bianco, affrontò pubblicamente la questione della propria identità – quella di uomo afroamericano e omosessuale – sfidando apertamente l’accademia e addirittura John Cage, figura dominante della scena musicale “colta” e non solo, in quella che solo a chi è abbastanza fortunato da nascere in un corpo “giusto” ai suoi stessi occhi e a quelli della società può sembrare una sprovveduta forma di autosacrificio. Nel 1973 aveva interpretato, da baritono, il monodramma Eight Songs for a Mad King, considerato tra i lavori più audaci e complessi del Ventesimo secolo, che Peter Maxwell Davis aveva scritto per un cantante capace di padroneggiare la tecnica vocale estesa e di coprire oltre cinque ottave. Verso la fine, il testo dell’opera, scritta attorno alla figura di Giorgio III d’Inghilterra, il “re matto”, recita: “Parlava, parlava, parlava, nessuno riusciva a chiudergli la bocca. A volte urlava! Poveraccio. Morirà urlando, morirà urlando…”
Questa è la storia di Julius Eastman. […]

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