Kaleidoscope UK
Kaleidoscope UK
di Eddy Cilža

“Strumento inventato da D. Brewster che consiste in due specchi piani disposti ad angolo (…), chiusi entro un cilindro e paralleli al suo asse. In una delle basi è praticato un foro cui si applica l’occhio dell’osservatore, l’altra è costituita da due dischi di vetro (il primo trasparente, il secondo opaco) entro i quali si trovano pezzetti di vetro, o piccoli oggetti colorati. In base al principio della riflessione delle immagini, si formano contro luce graziosi disegni simmetrici, che la rotazione del tubo permette di variare a piacere. L’impiego di tre specchi e l’aggiunta di una lente di breve profondità focale permettono di moltiplicare le riflessioni o di applicare il processo a qualsiasi oggetto. (…) Il caleidoscopio è usato anche praticamente allo scopo di trarne motivi ornamentali per tappezzerie, carte da parati, e così via.” (Enciclopedia Treccani)

“I Kaleidoscope sono più dolci dei Pink Floyd, non così amari come i Beatles e hanno più talento.”
(da una lettera pubblicata sul “New Musical Express” nel numero del 2 dicembre 1967)

Ancora oggi? Con il profluvio di ristampe che hanno seguito le prime (probabilmente italiane, certamente illegali) di metà anni ’80 (ma andate a verificare a quanto vengono vendute alcune, attualmente; provate a procurarvi senza svenarvi una qualunque edizione dei Fairfield Parlour), dopo una mezza dozzina di antologie tutte migliori o più interessanti di “Sky Children”, dopo che ogni cassetto è stato ripulito e ogni fondo di barile raschiato, i Kaleidoscope (sarà stato il nome? ai loro coevi e omonimi americani non è che sia andata granché meglio) continuano a essere prezioso segreto per “happy few”. Ovviamente infinitamente meno epocale di “Sgt. Pepper’s” e meno influente di “The Piper At The Gates Of Dawn”, il loro esordio “Tangerine Dream” resta tuttavia, con quelli, la gemma più abbagliante prodotta dalla psichedelia britannica. Eppure: fra le tante, troppe, troppissime scomparse che hanno funestato il 2020 degli appassionati di musica quella sopravvenuta il 21 settembre di Eddy Pumer ─ il piccolo genio cui dobbiamo tutti gli spartiti del quartetto londinese (laddove siamo debitori a Peter Daltrey non solo dei testi ma di essersi incaricato di mantenerne viva, con prodigiosa precisione che si spinge ai dettagli, la memoria) ─ è fra quelle di cui meno si è parlato. Un’eco appena sui social, trafiletti o poco più o niente del tutto sulla stampa specializzata. Un dovere provare a rimediare, nel nostro piccolo. […]

…segue per 8 pagine nel numero 280 di Blow Up, in edicola a settembre 2021

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