La condizione post-digitale
La condizione post-digitale
di Leandro Pisano

[nell’immagine: installazione di Ryoji Ikeda]

“La rivoluzione digitale è finita”
Già quasi tre lustri fa Nicholas Negroponte, fondatore del MIT Media Laboratory di Cambridge, Massachusetts, dichiarava esaurito l’effetto detonante di radicale trasformazione innescato dalle culture digitali nella contemporaneità, analizzando gli sviluppi futuri di uno scenario globale in cui l'assuefazione alle tecnologie digitali le avrebbe rese sempre più invisibili, fino al punto di decretarne in pratica la scomparsa: "nella sua forma letterale, la tecnologia comincia già ad essere data per scontata, e la sua connotazione diventerà domani concime commerciale e culturale per nuove idee. Come l'aria e l'acqua da bere, ci si accorgerà del digitale solo per la sua assenza, non per la sua presenza".Considerazioni che esprimevano a loro modo già una sorta di distacco dall'hype e dal fluire inarrestabile delle culture digitali, e sarebbero diventate di lì a qualche anno il punto di riferimento per una serie di istanze e di fermenti che andavano manifestandosi soprattutto in ambito estetico (suono, arti, design), con specifico riferimento ad alcune forme di resistenza all'uso incondizionato ed acritico del digitale. Tendenze, queste ultime, che affondano le radici in una visione critica delle nuove tecnologie che si sviluppa su diversi livelli (culturale, economico, sociale), come suggerisce già nei primi anni dello scorso decennio l'analisi di Kim Cascone: "con il commercio elettronico, una parte consistente della fabbrica di affari del mondo occidentale ed Hollywood stanno sfornando gigabyte di fuffa digitale, ed il medium della tecnologia digitale perde sempre più fascino per gli artisti, dentro e fuori di sé". […]

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