Lawrence Osborne & Graham Greene
Lawrence Osborne & Graham Greene
di Maurizio Bianchini

[nell'immagine: Lawrence Osborne]

1.
Un’involontaria coincidenza di tempi mi ha portato a leggere insieme il nuovo romanzo di Lawrence Osborne L’estate dei fantasmi e la ristampa, da tempo attesa, del Fattore umano di Graham Greene (il suo libro migliore, col Console onorario). Poi ho scoperto anche l’accostamento tra i rispettivi autori fatto da troppi recensori per essere casuale. Ho gran rispetto del caso, sceneggiatore spesso sorprendente oltre che sagace. E anche stavolta il caso ha fatto giustizia della sommarietà del paragone (come anche della pletora di luoghi comuni e ripetizioni dei risvolti di copertina a cui si è ridotta in larga parte la ricezione delle nuove uscite). Lawrence Osborne non è il nuovo Graham Greene, cosa che immagino non sia mai stata nelle sue aspirazioni. E Graham Greene resta lo scrittore di primo piano del Novecento inglese consegnato alla storia, che ha cominciato a deporre anche su di lui il suo velo di polvere, nonostante si legga ancora meglio di Virginia Woolf, tenuta a galla dall’onda del rinato orgoglio femminista in tutti i campi. Che alcuni tratti della scrittura di Osborne richiamino alla mente Greene è fatale: è lo scrittore che più di ogni altro ha influenzato la scena inglese a partire dal secondo dopoguerra, con la sua prosa asciutta ed essenziale; il mix unico di ritmo e precisione; il disincanto e la passione, l’acume di giudizio e la pietà e la comprensione del divino e dell’umano. Forse il solo Martin Amis, più a suo agio con il realismo espressionista di Roth e con quello iperrealista, quasi pop, di Updike, è fuori dal suo raggio di azione. Non McEwan, il migliore del lotto, che solo dopo Lettera a Berlino, del 1989, quasi un omaggio diretto a Greene, ha aperto alla scuola, diciamo così, americana. (E appare piuttosto strano, in questa ottica, che sia stato Sellerio a proporre la riedizione parziale delle opere di Greene e non Adelphi quella completa, o almeno più estesa, come accaduto già con Simenon, Maugham, Ambler e Fleming, riconoscendo con ciò stesso status di classici ad autori ‘di genere’. Come anche strano appare che la stessa Adelphi pubblichi Lawrence Osborne quasi ad attribuirgli, prematuramente, patente di classicità: cosa che Osborne, autore rispettabile, non è, se non in Bankgog. Viviamo una stagione che non si presta ai classici, se non in forma sghemba, scempia, distonica e precaria. Il tempo dei classici-non classici, come Il sussurro del mondo e Ohio, primi nomi a venire in mente. Ma forse le case editrici hanno problemi più seri di cui occuparsi del loro profilo culturale.) […]

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