Leonardo Sciascia 1
Leonardo Sciascia 1
di Carlo Babando

Non è sbagliato parlare di tante isole dentro quella più grande, più complicata, che per comodità ci limiteremo a chiamare “Sicilia”. Per comodità: perché anche i nomi, le definizioni geografiche, sono spesso solo questioni di congiunture storiche, di una dominazione al posto di un’altra, di un accidente del fato. Se Leonardo Sciascia fosse nato e vissuto a Palermo, o in una qualsiasi altra città vicino al litorale, difficilmente sarebbe stato lo stesso uomo che abbiamo imparato a conoscere attraverso le sue pagine; soprattutto sarebbe forse venuta meno quella naturale introversione – mai vera timidezza – che ne ha spesso contraddistinto le apparizioni dietro un microfono, fosse anche quello di un’aula parlamentare. Il fumo si sarebbe dissolto con altri anelli se Sciascia non fosse stato un uomo di Racalmuto e lì, nelle campagne racalmutesi di contrada Noce, avesse poi deciso di ritornare a trascorrere la vecchiaia. Al fine di comprendere meglio le espressioni di una personalità così sfaccettata basti pensare che fu un funerale cattolico – la cerimonia nella chiesa del paese, la bara portata a spalla e il profumo di incenso forte fino a nauseare – quello che volle dopo l’ultimo respiro, pur senza mai riscoprirsi credente o, peggio ancora, semplicemente fingere di esserlo. “No, non era cambiato niente neanche sul letto di morte”, mi disse sorridendo malinconicamente un sacerdote che gli era stato vicino in quegli ultimi giorni, quando anni fa gli domandai se lo scrittore avesse ad un certo punto rivisto alcune sue idee. In quella decisione di far defluire tutti i colori nel bianco e nero della tradizione mortuaria della sua terra, delle strade d’asfalto punteggiate di erba verde rame che ne contarono i passi infiniti da una parte all’altra del corso: ecco, è lì che è possibile individuare cosa rende Sciascia l’isola dentro l’isola. E per scoprire cosa ciò significhi non si può che analizzare con estrema attenzione in particolar modo la prima parte della sua produzione letteraria, quella che dagli esordi arriva al 1971, anno in cui uscirà per Einaudi “Il contesto”. Dopo quella data, complice anche la maggior libertà concessa dalla pensione, lo scrittore si ritrovava sempre più partecipe alla vita politica di un’Italia troppo affilata da governare, virando in parte anche il proprio ruolo di intellettuale e accondiscendendo non senza remore a muoversi in prima persona nelle fila di partiti e coalizioni da cui, presto o tardi, deciderà inevitabilmente di prendere le distanze. Per tale ragione si è deciso, in questa prima parte, di concentrarsi sui suoi primi cinquant’anni, nella convinzione che è in particolar modo attraverso questi che assume precise coordinate quell’idea di narrativa etnografica e civile, antropologica e sommessamente favolistica di cui è stato indiscutibile maestro. E della quale oggi sentiamo ancora fortissima la mancanza. […]


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