LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Drew Gress, Fred Hersch e Peter Erskine, foto di Elena Carminati]Umbria Jazz 2026
Perugia, vari luoghi, 3-12 luglio 2026
La cinquantatreesima edizione di Umbria Jazz si chiude con un bilancio estremamente lusinghiero sia di pubblico che di incassi, confermando il festival come una ben oliata ed efficientissima macchina culturale ed economica. Smaltita la marea di turisti che si sono riversati in città, l'acropoli è tornata al suo silenzio, lasciando istituzioni, politici e organizzatori a festeggiare numeri da record. Una sola nota negativa: l’impennata dei prezzi dei biglietti che ha scontentato i cosiddetti “puristi”, soprattutto quelli che hanno scelto di passare più giornate a Perugia, a cui importa poco dell'ampia offerta di concerti gratuiti nelle piazze, pensata più per i giovani e il pubblico generalista.
Ci è impossibile parlare in modo dettagliato di ogni singolo concerto dei numerosissimi presentati (in tre luoghi principali: l’Arena Santa Giuliana, il Teatro Morlacchi e la Sala Podiani), così ci concentriamo sulle proposte strettamente jazzistiche, pur sempre molte, dicendo solo che i vari Sting, Zucchero, il gruppo Beat che ha suonato i King Crimson, Elvis Costello, Gilberto Gil, Hamilton De Hollanda e il bluesman Christone “Kingfish” Ingram hanno onorato, ognuno con le proprie caratteristiche, la loro fama (nota dolente per Jon Batiste, in eccessiva rocambolesca esuberanza). Il Festival è anche stato ufficialmente dedicato ai centenari delle nascite di Miles Davis, John Coltrane e (inusualmente, sia perché siamo in un contesto jazzistico, sia perché in Italia se lo sono dimenticati un po’ tutti) di Dario Fo. Quest’ultimo è stato ricordato al meglio al Teatro del Pavone in un incontro che ha mediato il rigore jazzistico/improvvisativo del pianista Enrico Intra, che fu grande amico dell’attore, e la narrazione teatrale ironica, irriverente e intima del figlio Jacopo. Miles Davis è stato invece ricordato da Paolo Fresu con il riuscito spettacolo “Kind Of Miles”, dove il trombettista sardo diventa anche voce recitante di un accattivante testo che racconta di Miles e del legame che ha avuto con la sua musica, accompagnato da due gruppi eccellenti, uno acustico, l’altro elettrico. Coltrane invece è stato commemorato da Ethan Iverson, pianista ex Bad Plus, che ha diviso la sua esibizione agile e puntigliosa fra celebri brani moderni del sassofonista di Hamlet e altri in stile stride del pianista James P. Johnson. Coltrane è stato omaggiato anche dal The House Quintet guidato dai bravissimi sassofonisti hard bop Piero Odorici e Daniele Scannapieco, resident group che ha fatto da chioccia ai numerosi giovani partecipanti alle jam session notturne. Entrambi, Miles e Trane, sono stati poi omaggiati anche dal trombettista Terence Blanchard e dal tenor sassofonista Ravi Coltrane, il figlio, con una musica non adeguatamente delineata, se non per un paio di brani di repertorio e le elettroniche sovrapposte in modo ridondante con i suoni elettrici per ricordare, appunto, il Miles elettrico. Tutti, dal punto di vista tecnico ed espressivo, superlativi, ma il sax di Ravi, ortodossamente elaborato, non ha quagliato del tutto con la tromba di Terence, fissata ormai senza scampo sull’uso alla lunga stancante di multiphonics e dell’harmonizer, che conferiscono allo strumento una piatta sonorità aliena, da organo.
Partiamo basandoci su una nostra personalissima classifica di merito. Se fossimo a un concorso, daremmo la Palma d'Oro a Fred Hersch, non solo per il suo pianismo che si conferma un trattato d’estetica jazzistica contemporanea, ma anche per l’apporto dato dai suoi due magnifici compagni, il contrabbassista Drew Grass, sodale da tempo immemore, e il batterista Peter Erskine che si sono adeguati vicendevolmente ad ogni sollecitazione cromatica del pianista, ad ogni cambiamento d’intensità, ad ogni fluttuazione agogica, tutti e tre dialogando alla pari tra le dinamiche più sussurrate e i momenti di improvvisa spinta vigorosa. Hersch esplora le risonanze interne del pianoforte con un rigore contrappuntistico di chiara matrice colta ed europea (il debito verso Bach è sempre evidente), senza mai perdere l'anima del blues, andando “oltre” Bill Evans, per ricongiungersi, all’indietro, con John Lewis. Una performance impeccabile percorsa da una fortissima, calda e autentica tensione emotiva.
Dopo Hersh, secondi a pari merito metteremmo tre giganti del jazz contemporaneo: Charles Lloyd, Bill Frisell e Steve Coleman, che pur non avendo proposto eclatanti novità rispetto alle loro produzioni passate, hanno suonato in modo mirabile.
Il tenor sassofonista e flautista Charles Lloyd, che s’è presentato con Gerald Clayton al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso e Kweku Sumbry alla batteria, vecchio ma sempre più in forma, governa la dinamica del gruppo con un soffio caldo, aspro e spirituale nel profondo, mostrando il suo fraseggio personalissimo, contorto e lineare insieme.
Bill Frisell, con Greg Tardy al sax tenore e clarinetto, Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria, ha mantenuto il suo approccio placido, rilassato e al contempo mordace e incisivo, evitando le progressioni accordali convenzionali ma procedendo per cellule motiviche e micro-intervalli, con uso calibrato del delay. Durante le sue improvvisazioni, la chitarra lavora su inversioni simmetriche in cui gli accordi salgono e scendono a specchio, generando un moto contrario continuo rispetto alle linee di basso di Morgan, così creando uno straniante effetto di sospensione tonale. In questo impianto cameristico, l'inserimento del sax tenore e del clarinetto di Tardy ha aggiunto un contrappunto timbrico in perfetta sintonia, inserendosi con maestria negli spazi lasciati vuoti dai cluster della chitarra.
L’alto sassofonista Steve Coleman con i Five Elements, in questa occasione in quattro, con Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico e, inaspettatamente, Jaylen Petinaud alla batteria che ha preso il posto all’ultimo momento del titolare Sean Rickman, ha presentato la sua solita musica basata su strutture geometriche molto complesse e fondata su cicli ritmici e sovrapposizioni modali: il suo è un jazz rigoroso, quasi scientifico, dove l'improvvisazione è incastro millimetrico dentro cellule ritmiche composite. L'inserimento imprevisto di Petinaud (preso in prestito dal gruppo di Terence Blanchard) ha scompaginato un po’ questa perfezione formale, il batterista venendosi a trovare a volte in difficoltà con i metri lunghissimi divisi asimmetricamente e i complicati tempi composti voluti da Coleman, non provati in modo adeguato, conferendo un’inedita (per i Five Elements) viscerale dinamicità che ha tolto freddezza all'esecuzione matematica conferendovi così maggiore calore e passionalità.
Continuando questo gioco della classifica, metteremmo al terzo posto due pianisti ex aequo: Jason Moran e Kris Davis, fra i più attivi e propositivi del cosiddetto avant-jazz newyorkese.
Moran ha interpretato Duke Ellington e Billy Strayhorn attraverso alcuni brani più o meno celebri, a volte adottando lo stile essenziale, quasi minimalista, delle registrazioni soliste di Duke, poi sovvertendo questa originaria moderazione per arrivare gradualmente a momenti di ebbrezza concitata, alternando quindi momenti di rispetto filologico (con annessi recuperi dello stride) con altri di libero sfogo alle invenzioni personali, ricche di sincopi e scale ondulate, frastorni atonali, dissonanze moderniste, il tutto con elegante virtuosismo mai invadente.
Kris Davis si è invece presentata in trio, con i magnifici Robert Hurst al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria (a pensarci, in questa edizione del festival, è passato il fior fiore dei contrabbassisti e, soprattutto, dei batteristi), e ha eseguito brani propri (non solo è pianista sopraffina, ma compositrice, arrangiatrice e band-leader di alto livello). La performance s’è andata configurando come uno sviluppo polifonico a tre voci paritarie, la pianista facendo emergere una conduzione formale radicata sulla frantumazione del metro e sull'espansione dei registri della tastiera con cluster simmetrici e moduli seriali non reiterati. La Davis s’è mossa in un ambito di atonalità controllata, evitando i centri tonali tradizionali, lavorando per contrasti dinamici estremi e usando tecniche estese sul pianoforte preparato, che modifica il timbro naturale dello strumento.
Finito il gioco delle classifiche, sono rimasti ancora fuori musicisti importantissimi, che pure avrebbero meritato un posto sul podio. Ci sono stati tre spettacoli toccati ognuno per il suo verso dai crismi dell’eccezionalità: lo “storico” ultimo concerto dei Perigeo, quello imponente di Snarky Puppy & Metropole Orkest e la performance multimediale di Laurie Anderson con i Sexmob.
Per il "Last Concert" dei Perigeo (che fu, fra l’altro, uno dei gruppi presenti alla prima edizione del 1973 di Umbria Jazz), il leader contrabbassista Giovanni Tommaso è riuscito nell'impresa di riunire tutti i membri originari degli anni Settanta (il sassofonista Claudio Fasoli, il chitarrista Tony Sidney, il batterista Bruno Biriaco e il pianista Franco D'Andrea, che ha suonato solo qualche brano nella parte finale del live), integrando la line-up con pertinenti innesti di più giovani musicisti (il tastierista Claudio Filippini, il batterista Alessandro Paternesi e il percussionista Giovanni Imparato). Proponendo i brani più celebri del loro vecchio repertorio di jazz-rock e fusion “mediterranea”, meno dilatati rispetto alle lunghe suite virate alla psichedelia degli anni d’oro, hanno proposto musica solida, asciutta e moderna attraverso la compattezza degli arrangiamenti e dei singoli assoli energici e multiformi.
Gli Snarky Puppy, condotti dal bassista e compositore Michael League, assieme alla Metropole Orkest, una formazione olandese di cinquantaquattro elementi d'impostazione “eclettica” (né classica, né jazz) diretta da Jules Buckley, hanno dato un concerto d’immane proporzione, instaurando un dialogo timbrico preciso fra solisti e orchestra, quest’ultima utilizzata dalla scrittura di League come un gigantesco sintetizzatore acustico, superando i confini del jazz, del rock e della musica classica per collocarsi in un terzo genere ibrido, fluido non chiuso in gabbie di genere.
Il concerto “Republic of Love” di Laurie Anderson accompagnata dai Sexmob (Steven Bernstein alla tromba e alla tromba a coulisse, Briggan Krauss al sax alto, Tony Scherr al basso e alla chitarra, Kenny Wollesen alla batteria) ha trasformato il palco in un laboratorio d’avanguardia che ha mescolato differenti linguaggi: l’artista ha intrecciato il violino elettrico e lo spoken word, la tecnologia e la memoria culturale, mentre i Sexmob hanno agito creando un ambiente jazzistico elastico, capace di oscillare tra vamp rarefatti, groove obliqui e improvvisazioni che hanno aperto varchi narrativi per temi politici e intimi, inclusa una rilettura di Bob Dylan e un omaggio a Lou Reed. La serata ha assunto la forma di un racconto filosofico in musica, un’indagine sul rapporto tra fragilità, potere, amore e percezione contemporanea, una specie di racconto riflessivo sulla società d’oggi, l’arte e le sue strutture.
C’è stata ancora una congerie di altri gruppi di prim’ordine che non hanno deluso le aspettative. Intanto una sfilza di nomi fra i più rappresentativi del post-bop che si sta suonando oggidì a New York: il quartetto di Peter Bernstein, chitarrista che incarna la quintessenza del jazz mainstream, solista caratterizzato da un timbro caldo, un impeccabile fraseggio bluesy che imbastisce un fitto dialogo con la ritmica dove ha spiccato il batterista Billy Drummond per la sobria eleganza formale; il gruppo formato pariteticamente da Gonzalo Rubalcaba al piano, Chris Potter al sax tenore, John Grenadier al contrabbasso ed Eric Harland alla batteria, che hanno attivato un’esplosione di poliritmie complesse e fiammate solistiche hard-bop e latin; il trio di un’icona del pianismo bop, Kenny Barron, che ha espresso una sintesi perfetta di eleganza, swing impeccabile e una profonda conoscenza della tradizione; il quartetto del vibrafonista Joel Ross, con un approccio geometrico “metropolitano” ma fortemente emotivo (“spirituale”) sullo strumento, contraddistinto dalla frammentazione delle melodie in linee veloci, fresche e ricche di groove; il gruppo dell’alto sassofonista Immanuel Wilkins (comprendente un altro giovane talentuoso, il pianista Micah Thomas dal magistrale controllo della tecnica) che ha proposto un jazz viscerale, intimamente legato alla tradizione liturgica afroamericana e caratterizzato da un suono tagliente, urgente e ricco di pathos; il trio dell'arpista Brandee Younger che, inserendo con estrema fluidità uno strumento tradizionalmente classico in contesti spiritual-jazz e neo-soul, ha avvolto il pubblico in un'atmosfera eterea e ipnotica attraverso un sound moderno e groovy; il trio del pianista Aaron Parks, che ha esplorato un jazz cameristico e cinematico, dove le melodie di matrice indie-rock si sono fuse con l'improvvisazione acustica più fluida, dipingendo paesaggi sonori delicati e suggestivi; la cantante Cécile McLorin Salvant, che s’è confermata la voce più colta, ironica e innovativa della sua generazione offrendo una performance d’intensità teatrale, fondendo l’humus del blues arcaico e con il canto moderno di Sarah Vaughan attraverso un'estensione vocale straordinaria e una dote narrativa magnetica; poi tre esibizioni in solitaria, rispettivamente del tenor sassofonista Mark Turner (un timbro etereo e linee contrappuntistiche che evocano la linearità del cool jazz e la complessità coltraniana), il chitarrista Kurt Rosenwinkel (un flusso continuo di suoni ricercati e fluidi che espandono i confini fisici dello strumento con straordinaria naturalezza poetica) e il contrabbassista Thomas Morgan (quello che fa parte del quartetto di Frisell, che ha ridotto il suono e il fraseggio all’essenziale puntando sull'uso magistrale delle pause e una tensione armonica di matrice cameristica).
Chiudiamo il resoconto di una edizione quantitativamente e qualitativamente ricchissima con altri illustri italiani. Gli All Stars del pianista Stefano Bollani, che ha concepito un evento multimediale “integrato”: prima è stato proiettato il docu-film “Tutta Vita” scritto e diretto da Valentina Cenni, subito dopo gli stessi musicisti apparsi nel film (Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto e altri) sono saliti sul palco per suonare dal vivo, guidati dall’estro di Bollani e dal puro istinto dell’improvvisazione estemporanea e collettiva. Giovanni Guidi e Francesco Bearzatti da canto loro hanno costituito un binomio perfetto che che ha unito il lirismo profondo e cameristico del pianoforte di Guidi alla fiammata espressiva e post-bop del sax tenore di Bearzatti in un dialogo intimo e ad altissima tensione emotiva. Il decano della fisarmonica (classe 1931) Gianni Coscia che, sul palco da solo con il suo strumento, ha raccontato storie e aneddoti d’altri tempi ricchi di saggezza e ironia che hanno introdotto brani legati alla memoria popolare mischiando il sapore del tango e l'eleganza del jazz in un suono squisitamente poetico che profuma di grande cinema. Il clarinettista Gabriele Mirabassi ha fatto sposare il suo strumento con la chitarra classica e un quartetto d’archi unendo la melodia mediterranea alla saudade brasiliana con un impatto narrativo caldo, avvolgente e colto. Per finire il super trio “pianoless” DJP formato dal tenor sassofonista Pietro Tonolo, dal contrabbassista Dario Deidda e dal batterista Jorge Rossy, tre maestri devoti a una rilettura acrobatica e aperta degli standard che hanno mostrato una limpida interazione collettiva, dove il fraseggio swing di Tonolo e le linee propulsive di Deidda hanno librato in aria grazie al timing perfetto di Rossy. Aldo Gianolio
C’mon Tigre
Teatro sociale - Gualtieri (RE), 19 luglio 2026
Di quella poderosa e multiforme rappresentazione di “Lumina” che i C’mon Tigre avevano eseguito in tre date tra Bologna e Milano lo scorso autunno rimane giusto l’essenziale. Via le proiezioni e l’effetto straniante delle cuffie wireless in dotazione al pubblico lasciato libero di navigare la scena a piacimento; via le sgargianti cerate da ravernauti e quell’oscurità interrotta che portava un vago senso di smarrimento; anche i C'mon Tigre sembrano voler sparire. Nei loro abiti decontestualizzati appaiono quasi anonimi ma coerenti con il rigoroso cambio di registro andato in scena sull’atipico palco del teatro di Gualtieri, inventato dove un tempo stazionava la platea che a sua volta ora è dislocata dove prima stavano il palco e le quinte. In tutta questa sottrazione non si avverte però il senso di un passo indietro, piuttosto pare un tentativo di verificare quanto di quell'esperienza possa sopravvivere quando si elimina tutto ciò che, appunto, non è strettamente essenziale. A sostenerlo ci sono la musica e le loro composizioni, da sempre costruite come organismi complessi che mantengono una tridimensionalità sorprendente, e non è una semplice questione di altissima fedeltà. Dal dettaglio appena percettibile fino all'esplosione ritmica, ogni singolo suono sembra muoversi nello spazio con una precisione quasi chirurgica, mentre il pubblico vorrebbe quasi trattenere il respiro per non intromettersi nel delicato equilibrio. E se la componente visiva resta importante in generale e ancor più in virtù di questo luogo dal calore antico, ora è un dettaglio secondario anche al conclamato silenzio tra un brano e l'altro, perché è qui che il nuovo corso dei C'mon Tigre trova il suo senso sia estetico che concettuale: mantenere la musica al centro, liberandola del rumore che inevitabilmente le si deposita intorno. Andrea Amadasi
“Festival Beat”
Parco delle colonie padane - Cremona 26/27 giugno 2026
È stata l’edizione numero 32 e verrà ricordata a lungo anche perché si è trattato di un ennesimo nuovo inizio, dopo diciannove anni di Salsomaggiore: dopo l’edizione sacrificata e rattoppata dello scorso anno si è deciso che a quelle condizioni non si poteva più andare avanti, quindi sul finire dello scorso novembre l’annuncio: le date dell’edizione 2026 nella nuova location di Cremona. Le due serate del 26 e 27 giugno 2026 hanno quindi rappresentato il clou del Festival Beat nella sua nuova casa con ricchissimo corollario di eventi (dj’s set, presentazioni di libri, pool parties pomeridiani e il redivivo mercatino di dischi, abbigliamento vintage e ulteriori stravaganze a tema). I primi a salire sul palco alle otto del venerdì sera sono i belgi Tuff Guac, dall’improbabile look modello spiaggia “don Camillo” ma non troppo: allegri e sorridenti come chi ha scoperto il paradiso sulla terra, scodellano tre quarti d’ora di garage rock onesto e senza fronzoli. Poi è il turno dello svizzero Reverend Beat-Man, una presenza che sa di residenza, stavolta accompagnato dal giovanissimo Milan Slick, con cui nel 2025 ha pubblicato “Death Crossed The Street”: essenziali ma due sere di seguito (!) sarebbero troppo anche se fossero i Fuzztones. Quindi arrivano gli Allah Las ed è subito un altro sport: vanno giù che è una meraviglia prima del finale del venerdì, affidato a Jon Spencer & The HITmakers (cioè Kendal Wind e Macky “Spider” Bowman) e il cambio di ritmo, ovviamente, è netto. La sua reputazione, costruita in decenni di carriera con quei riff taglienti di un blues deformato misto garage punk, è confermata in pieno, con in più un batterista che è un piacere per gli occhi e lo spirito. I brasiliani Os Estilhaços inaugurano invece il programma del sabato con il loro garage rock di matrice sudamericana, emblematicamente scolastico nella scelta come nell’esecuzione di Satisfaction Guaranteed a chiusura del concerto. Detto della trasversalità di Reverend Beat-Man, sulle assi del palco delle Colonie padane, il primo dei due momenti più attesi della serata si concretizza con l’arrivo di “Wild” Billy Childish & CTMF, figura fondamentale del garage revival europeo: il suo concerto assume il valore di un incontro con una vera icona: istrionico, carismatico e persino atletico, è godimento allo stato puro. I Mummies, che già si erano visti sul palco di Salsomaggiore qualche anno fa, di quel concerto hanno replicato anche le virgole del copione: l’impatto è come sempre altissimo e la temperatura anche, non può bastare un barile pieno di ghiaccio dove immergere le meningi di tanto in tanto ad alleviare la sofferenza di quelle bende addosso che fanno caldo solo a guardarle, ragion per cui dopo nemmeno un’ora i quattro californiani si ritirano annunciando una pausa di dieci minuti, che magari qualcuno c’ha pure creduto ed è ancora là ad aspettare che tornino a suonare… Andrea Amadasi
IOSONOUNCANE
“Arti Vive Festival”, Soliera (MO), 5 luglio 2026
Il gran chiacchiericcio sullo stato delle cose in ambito di concerti, peraltro solo via social e quindi nulla che possa avere un degno seguito una volta superata la scontata e momentanea “viralità”, sembra distante anni luce al cospetto di un IOSONOUNCANE solo voce e chitarra, quando anche una pausa di silenzio tra una canzone e l’altra non è un vuoto a perdere ma una parte della musica stessa. Sul palco di Soliera non c’è nulla che ricordi anche solo vagamente le architetture sonore travolgenti dei tour di “IRA”: un enorme vuoto intorno che riflette l’importanza della materia musicale riportata allo stato originario in tutta la sua innocente e sempre sorprendente sacralità. Chi lo conosce solo attraverso le stratificazioni elettroniche, le poliritmie e le strutture imponenti dei suoi dischi potrebbe storcere il naso, e invece accade il contrario. Mentre le canzoni si espandono smascherate dagli orpelli il pubblico rimane col naso all’insù e l’espressione di chi si lascia ipnotizzare fidandosi ciecamente. Della sua poderosa estensione vocale, che su disco viene fuori in modo molto meno evidente; della scrittura dei suoi testi, così poetici nel trasfigurare un presente evocato come un passato che sembra mai esistito; della sua morigerata fisicità, che sembra quasi volersi nascondere per interferire il meno possibile con la voce e la chitarra. Buon per lui, non palesa nemmeno quell’ansia da prestazione di chi deve convincere qualcuno della bontà delle proprie scelte, ché raramente introduce i brani, evitando con cura ogni possibile eccesso di confidenza. Riesce comunque a essere totalizzante proponendo una scaletta che attraversa tutta la sua produzione e, dato che le canzoni sono spolpate rispetto alle originarie complessità, è come se le avesse scritte solo la sera prima. Può davvero fare quello che vuole, questo ragazzo che si fa chiamare IOSONOUNCANE, anche non tornare sul palco per un bis dopo aver dato la buonanotte. Che dimostra un senso della misura anche più raffinato del suo genio per la musica. Andrea Amadasi
Sprints / The Underground Youth
Arti Vive Festival - Soliera (MO), 2 luglio 2026
Ad inaugurare l'edizione 2026 di quella piccola oasi di buone intenzioni e perseveranza che è “Arti Vive” sono gli Underground Youth di Craig Dyer, band non più giovanissima ed eternamente avvolta in un’estetica noir cinematografica e in un mood introverso, concentrico e ipnotico, con Olya Dyer a scandire tempi à la Jesus And Mary Chain (suona in piedi con solo tom, timpano e un paio di piatti) su cui le due chitarre si rincorrono in lunghe code di riverbero. Il loro è un concerto in chiaroscuro sia dal punto di vista delle atmosfere che della resa effettiva, poiché talvolta capita di subire il climax sotto forma di una velata ripetitività che non trasmette granché di rassicurante. Molto diversamente, gli Sprints trascinano il pubblico dentro il loro mondo con l’energia cinetica della rossocrinita frontwoman Karla Chubb. Rivisti a distanza di una settimana, prima davanti a 10.000 persone e adesso davanti a 500 (o meno), per loro non cambia assolutamente nulla. Anzi, a un certo punto Karla ammetterà di trovarsi più a proprio agio in contesti intimi perché il sostegno tra band e pubblico è più diretto e sincero. Vero è che il loro modo di suonare è ormai consolidato e coinvolgente, con le canzoni di “Letter To Self” e “All That Is Over” che si avvicendano con respiro naturale tra accelerazioni e cambi dinamici per un suono che rimane sempre saturo senza però deragliare nel rumore. La componente politica dei testi si capisce già dal modo in cui il gruppo occupa il palco (l’immancabile vessillo palestinese disteso sull’ampli e una dedica davvero poco ortodossa all’attuale presidente americano) ma la cosa davvero meravigliosa è constatare quanta personalità e quanta genuina irruenza mettono in campo questi quattro ragazzi di Dublino: in un'epoca in cui la musica è spesso ridotta a effimera estetica fanno vedere che la stessa presenza può ancora essere un atto di resistenza. Andrea Amadasi
“INMusic” Festival
Zagabria, 22-24 giugno 2026
Pur lontanissimo dai riflettori puntati sui grandi festival europei, in particolare sui mega contenitori di concerti a ciclo continuo come non ci fosse un domani, l’INMusic di Zagabria si rivela essere una grande comunità temporanea che si raccoglie esprimendosi in tante lingue diverse, con un unico comune denominatore che è la condivisione di un’esperienza sicuramente diversa, parecchio immersiva e molto meno vincolante rispetto alla media dei grandi festival open air continentali. Perché si può ancora vivere la musica senza frenesia all’ombra degli alberi dell’Isola della Gioventù, la location naturale al centro del lago Jarun che è un po’ il mare di Zagabria, ci si può persino rilassare nella cornice naturale in cui la fauna lacustre (e le rane in particolare) riesce a farsi sentire nonostante le musica e il vociare perpetuo che evidentemente non incide sul bioritmo quotidiano. Inoltre, udite udite, si può ancora acquistare cibo e bevande senza fare la coda insieme alle decine di migliaia di persone presenti per ogni singolo giorno, addirittura si può pagare senza ricorrere giocoforza ai cervellotici token e sembra tutto talmente idilliaco che… sembra quasi di sognare. Poi ci sono i due palchi a poche decine di metri uno dall’altro: uno, il main stage, è persino troppo grande ad esempio per Jack White o gli Idles, che lo sfruttano solo in parte a svantaggio di una parte di pubblico che si ritrova a dover incollare lo sguardo sugli schermi per vedere quel che succede lassù e l’altro, il world stage, decisamente più a misura di band e spettatori.
Il giorno di apertura, che tra l’altro è festa nazionale poiché il 22 giugno in Croazia si celebra la giornata della lotta antifascista, un forte temporale alle cinque del pomeriggio non incide sul programma quanto piuttosto sull’umidità percepita. Sembra di stare a Saigon quando sul main stage è il turno dei londinesi Fat Dog, la cui propensione al caos rumoroso non è tuttavia così dirompente da far passare in secondo piano l’indesiderata ostilità climatica. Dall’altra parte e subito dopo sembra andare un pochino meglio con i Nusantara Beat, band olandese con un solo album all’attivo nel quale mescolano psichedelia, rock e influenze della tradizione indonesiana, miscela che dal vivo è subito affascinante ma poi si sterilizza a poco a poco fino arrivando a stancare abbastanza velocemente. Non essendo previsti "tempi morti" e, viva il cielo, nemmeno sovrapposizioni (quantomeno sui due palchi principali), nel pieno rispetto del programma al calar della sera arriva il momento dei Manic Street Preachers, che senza effetti particolarmente speciali ma con il pubblico che accompagna in coro le loro canzoni più conosciute, dimostra ancora una volta quanto il proprio repertorio sia trasversale alle generazioni. KT Tunstall privilegia un'esibizione essenziale ma divertente, costruita in larga parte sulla sua estrosità nell’interagire col pubblico – il siparietto all’inizio in cui mostra la sua scaletta scritta in croato, cercando di leggere i titoli senza strafalcioni, è stato molto esilarante – ma la sua è anche l’ultima concessione melodica prima della parte più elettrica della serata, ovvero il concerto di Jack White.
Reduce dal suo primo, unico ed eclatante concerto in Italia e dopo che i suoi stilosissimi roadies in giacca e cravatta gli hanno levigato anche la più piccola asperità sotto i piedi – per dire che molto raramente si è vista tanta cura nella preparazione di un palco – con puntualità svizzera l’ex White Stripes imbraccia la prima delle sue tante chitarre (una delle quali in particolare anche parecchio malandata) e senza perdersi in inutili chiacchiere mette subito in mostra tutte le sue capacità di performer di altissimo livello. Nulla di ciò che suona appare scontato o meccanico perchè la tensione che riesce a creare è così intensa da sembrare una prima volta per tutti compreso lui. Eppure in due ore esibisce un repertorio che, dai suoi album solisti scalando a ritroso sui classici del periodo insieme all’ex moglie Meg, chiunque al suo posto sarebbe andato più banalmente sul velluto mentre lui ci ha improvvisato sopra con cambi dinamici e lunghi passaggi solo strumentali… che forse solo con “Seven Nation Army” alla fine del concerto è rimasto fedele alla scrittura originale. L’unico neo, come si diceva sopra, il fatto che abbia circoscritto lui e la band in uno spazio ridotto del palco e leggermente spostato sul lato sinistro, per cui per una buona fetta di pubblico le alternative erano quelle di guardare di sbieco con gli amplificatori a coprire gran parte del palco oppure affidarsi allo schermo fin già dalle prime file. Malgrado questa discutibile scelta la sensazione è che oggi Jack White rappresenti la faccia più pura e ruggente del rock perché vederlo dal vivo è puro godimento.
Il giorno seguente temporali solo annunciati e fortunatamente non pervenuti quindi, solo grande caldo ma umidità sotto controllo nel verde dominante dell’isolotto al Jarun. La serata prevede il gran finale con i Gorillaz ma all’inizio, cioè nella fascia dei nomi internazionali che parte alle 18.30, sono gli irlandesi Sprints guidati dalla carismatica Carla Chubb ad agitare le folle, ancora visibilmente “rintronate” dalla sera precedente. L’orario non li penalizza in quanto erano tra quelli più attesi e infatti si trovano davanti un pubblico numeroso e ben disposto, che loro assecondano suonando quasi tutti pezzi dei due album fin qui pubblicati con il giusto vigore e senza scendere mai di ritmo. Dopo di loro è il turno degli australiani Any Young Mechanic, una band che imbastardisce il folk tradizionale con basi ritmiche in cassa dritta che fa subito presa nella parte più fricchettona del pubblico, lasciando però qualche dubbio sul fatto che qualcuno si ricorderà di loro già a partire da chi verrà dopo e cioè, signore e signori i Flaming Lips! Scongiurata solo qualche giorno prima l’ipotesi che il loro concerto potesse saltare, dopo quelli di Vienna e Milano annullati per la polmonite accusata da Wayne Coyne al suo arrivo in Europa, si inizia ad assaporare la loro intrinseca bellezza già durante la preparazione del palco, quando con tutto ciò che viene predisposto si può solo immaginare come andrà a finire. E va a finire che Coyne è tutto sommato in buona forma e col suo solito, contagioso sorriso stampato sulla faccia dall’inizio alla fine, che i suoi sono i soliti cialtroni si bohémiens ma sempre sul pezzo e che Yoshimi, i pink robot gonfiabili, le bolle galleggianti, i fiumi di coriandoli, la psichedelia, il pop, la celebrazione collettiva e il “Fuck Yeah…” finale dedicato alla città sono sempre li, nei tempi e nei modi previsti. Quanto è bello però, ogni singola volta, tutto questo cazzeggio giocoso ed irrazionale? Dopo di loro si potrebbe già salutare la ciurma e pensare al domani ma arriva il momento di Jenny Beth sul palco “minore” e l’ex voce delle Savages dimostra di essere cresciuta parecchio in personalità, ampliando il proprio linguaggio artistico senza perdere l'intensità che l'aveva resa una delle figure più carismatiche del post-punk europeo. Non è esattamente quello che t’aspetti prima dei Gorillaz però, perché infatti durante il suo set il pubblico inizia ad avvicinarsi quanto più possibile al main stage, che probabilmente la gran parte è venuta qui solo per loro. Che a loro volta ovviamente non deludono se t’aspetti quel tipo di spettacolo: con le animazioni dei personaggi di 2-D, Murdoc, Noodle e Russel che dialogano con i musicisti sul palco, creando quella doppia dimensione reale e immaginaria che costituisce da sempre il loro marchio di fabbrica, con ospiti in presenza (come Joe Talbot degli Idles) e altri solo virtuali (come gli Sparks) ma perfettamente inseriti e sincronizzati nei meccanismi dello show, con Damon Albarn che rimane il centro emotivo dello spettacolo dirigendo tutta la colossale baracca e dialogando molto con il pubblico. L’impatto visivo è davvero notevole ma la sensazione che arriva è quella di un luna park con molta tecnologia e poco sentimento (sebbene l’ultimo disco trabocchi di spiritualità), ossia l’esatto contrario del concerto di Jack White la sera prima. Per cui sui cori finali di Clint Eastwood ci si proietta prima all’uscita e poi ai concerti dell’ultimo giorno, con un giudizio complessivo fin qui comunque ancora molto positivo.
La parte davvero interessante dell’ultimo giorno inizia direttamente con gli Idles sul main stage alle 20.30: visti anni fa all’indomani della uscita del loro primo disco, in un contesto totalmente differente, erano apparsi brutalmente senza compromessi; ora invece i bristoliani “giocano” un altro sport, sono una band totalmente e smaccatamente mainstream con tutto ciò che ne deriva soprattutto nell’impostazione (ridicole ad esempio le limitazioni imposte ai fotografi, che di fatto ne hanno impedito il poter svolgere il loro lavoro). Poi rimangono sempre molto energici e intensi ma la brutalità di cui erano capaci s’è smarrita in larga parte mentre ora emerge quella piaggeria tristemente fastidiosa da band incanalata verso il proprio capolinea mentre, per sottrazione e non è un paradosso, sono stati assai più convincenti i Dry Cleaning subito dopo sul World Stage. Il quartetto londinese conferma la propria identità fatta di tensione controllata, chitarre asciutte e costruzioni ritmiche minimali con al centro la voce parlata di Florence Shaw, un flusso narrativo ipnotico che rappresenta il contrappunto più riuscito non fosse che il vociare del pubblico sotto il palco, evidentemente appagato dagli Idles e quindi poco o per nulla interessato a loro, per larghi tratti del concerto l’ha sovrastata sui volumi. A chiusura della serata e dell’intera kermesse i “cavalli di ritorno” Kings Of Leon, già headliner di questo stesso festival nel 2017. Non è una chiusura col botto come lo è stata nelle due sere precedenti bensì una chiusura tranquilla ed elegante, con la band della famiglia Followill dedita a privilegiare il materiale più classico e rappresentativo del loro repertorio più che ventennale e con il pubblico entusiasta del Jarun ad accompagnarli all’unisono in un prolungato coro collettivo. Andrea Amadasi
Pet Shop Boys
Medimex, Taranto 20 giugno 2026
Ricordo perfettamente quando i Pet Shop Boys entrarono nel mio universo musicale. Erano i primi anni 90, Nick l'amico fidato con cui suonavo al liceo mi prestò una cassettina (Discography) che dovevo "ascoltare assolutamente". Alla prime note di West End Girls rimasi folgorato. Il basso analogico, i pad vellutati, la voce incisiva alternata al parlato. C'era qualcosa di impalpabile ma profondo in quelle melodie: lo spirito degli anni '80, una malinconia permeata di ottimismo tecnologico che descriveva un mondo in evoluzione come si pensava sarebbe diventato. Sono passati più di trent’anni da allora e per la prima volta assisto ad un concerto dei Pet Shop Boys.
Sono al Medimex, uno dei miglior festival in circolazione. Qui la musica, anche il pop mainstream, è intesa come cultura e non intrattenimento (un plauso a Regione Puglia e Puglia Culture che lo promuovono). Il concerto è una tappa di Dreamworld, un grande tour mondiale che porta in scena le Greatest Hits del duo britannico. Con queste premesse mi aspettavo una grande festa revival degli anni che furono, come vanno di moda oggi, o una delle tante reunion dove i gruppi storici coverizzano se stessi con grande gioia del pubblico anta. Il palco è all'apparenza semplice ma efficace: uno schermo panoramico lungo l'intero stage, due postazioni, tastiera e microfono e ai lati due asettici lampioni da periferia contemporanea.
Prima dell'inizio il grande schermo assume i colori della bandiera ucraina (Neil Tennant e Chris Low hanno sempre mostrato un impegno civile nella loro carriera). Poi si parte. Con un intro epico. Fasci di luce che si rincorrono lungo il palco e i due che salgono indossando delle maschere scultoree a forma di diapason (che avrei ben visto addosso ai Coil) e degli impermeabili bianchi. Si parte subito con una hit, Suburbia, direttamente dal 1986, seguita da Can You Forgive Her? Per ogni pezzo i video cambiano interpretando simbolicamente i brani. Luci, skylines, fasci di linee che scappano, sagome in movimento stile Marey. Ad un certo punto lo schermo si alza rivelando come il palco abbia un secondo piano su cui suona la band che li segue in questo tour. Composta da Clare Uchima, tastierista e corista che duetterà con Tennant in What Have I Done to Deserve This?, Simon Tellier, polistrumentista e Bubba Mc Carthy alle percussioni.
Per due ore Neil e Chris eseguono i loro successi più importanti, in maniera impeccabile attingendo fino alle realizzazioni più recenti, in uno spettacolo ben congegnato (ci saranno cambi d'abito, i due lampioni saranno più volte spostati da una squadra di finti operai e trasformati in palchetti per cantare, si salirà e scenderà dal secondo piano del palco, il tutto senza mai risultare eccessivo o ridondante). Mentre il pubblico si infiamma con Domino Dancing, Paninaro, Go West, It's a Sin mi rendo conto che quello a cui sto assistendo non è un revival. Non c'è nessuna concessione alla nostalgia. Piuttosto ho avuto l’impressione di vivere in un’ucronia. Come se il concerto fosse un’ipotesi di come il mondo sarebbe stato se le promesse degli anni 80 fossero state mantenute.
Per i bis sul palco rimangono solo Neil e Chris. È il momento di West end Girls e dall'esultanza del pubblico capisco di non essere l'unico ad aspettarla. Il live finisce con Being Boring e l'approvazione di un pubblico entusiasta di tutte le età, soprattutto di una nonna danzante che portava il nipotino al suo primo live. C’è ancora speranza. Massimo Lovisco
Jack White / The Hives
“La Prima Eastate”, Lido di Camaiore (LU), 19 giugno 2026
Le preoccupazioni principali sono due: la convergenza della prima ondata di caldo africano col periodo di maggior luce solare, e le derive clownesche che questo paese offre quando si tratta di festival musicali. Specialmente se tocca al “ruoooock”, a cui è stata dedicata la giornata inaugurale della Prima Estate, festival ospitato dal 2022 al Lido di Camaiore. Due ospiti di eccellenza: prima gli Hives e poi Jack White, rilanciato dal successo dell’ultimo, ottimo, “No Name” (2024), con un’apparizione che segna il ritorno in Italia dopo quasi vent’anni (I-Days 2007 coi White Stripes). Alle due preoccupazioni, più o meno condivise, troviamo risposta nel pomeriggio inoltrato del Lido, pronto ad accogliere il pubblico nel Parco BussolaDomani, a due passi dal mare. Il clima marittimo fornisce una piacevole brezza che scongiura il pericolo di una cappa di calore; purtroppo, sulle derive del gotha rock italiano non si può dire lo stesso. La Prima Estate non è stata esente da critiche nel corso della sua breve vita, ma si deve riconoscere che anche quest’anno il catalogo di artisti portati nella piccola cittadina lucchese è impressionante: da pesi massimi come Nick Cave, Richard Ashcroft, Damon Albarn (coi Gorillaz) e Libertines fino a rockstar di ultima generazione come i Twenty One Pilots, più una serie di nomi dell’indie stardom (Wet Leg, Wolf Alice, Nation of Language). Una delle serate è perfino dedicata esclusivamente al rock nostrano, con Casinò Royale, Ministri e Marlene Kuntz. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, ma è chiaro che il pubblico di riferimento oscilla tra gli strati generalisti e gli apparati indie/alternativi più affini. La sensazione è quindi di assistere a una specie di Coachellino versiliese, “powered” da American Express, Pepsi e Aperol, e l’obiettivo è quello di vendere una “experience”, con tanto di biglietto che permette un finesettimana tra varie attività (surf, yoga, il cooking show sul mare) per fare finta di essere in California e non in provincia di Lucca. Nessuno si stupisce più, in una regione che ospita eventi come i concerti segreti di Rick Rubin: lo sgomento è poco e lo svaccamento tanto, c’è voglia di divertirsi, per questa serata così “rockettara”. In effetti, viene da chiedersi cosa c’entrino tutti questi lustrini con gente come Hives e Jack White, che hanno fatto di una certa filosofia “integralista” la loro protezione dalle inside dello show-biz. E il contrasto è ancora più evidente quando, dopo le band emergenti più o meno di zona (sempre benvolute), compare Lissy Taylor, cantautrice senza alcun carisma, che non suona una nota una che Miley Cyrus non abbia già suonato quando era sotto contratto con la Disney. La questione è archiviata in fretta, Taylor suona appena mezz’ora, ma è per far spazio al dj set di DJ Ringo e di Andrea Rock di Virgin Radio, che consacrano l’anima peracottara del circo rock mainstream italiano. Le solite quattro canzoni di Nirvana, Motörhead, Blink-182 e simili per uno spettacolo da villaggio turistico che desta solo profondo imbarazzo per la percezione della musica rock in Italia. Bando alle ciance, non è tempo di fare i criticoni: tra una promozione per le birre e le prelazioni per chi fuma l’iqos e ha la american express, arriva finalmente il tempo degli Hives.
La band di Fagersta capitanata da Pelle Almqvist sale in ritardo per colpa del furto della strumentazione. “Do we look like we care???” chiede Almqvist al microfono, in rigorosa uniforme bianconera (ahimé) come il resto della band, officiando un concerto in cui tiene costantemente l’attenzione con il suo incedere buffonesco e coinvolgente, da frontman nato. Gli Hives si godono la seconda giovinezza, testimoniata dall’ultima coppia di dischi, da cui vengono comunque estratti alcuni pezzi (Hooray Hooray Hooray, Paint a Picture, Legalize Living) anche se lo spazio è lasciato perlopiù alle hit più famose (Enough Is Enough, Tick Tick Boom¸I Hate To Say I Told You So, Walk Idiot Walk, Main Offender). La band è comunque in gran salute, con un Pelle esplosivo che salta ovunque, si agita e scalpita, urla e canta senza posa, anche alla soglia dei cinquant’anni.
All’ora occupata dagli Hives segue un’ulteriore mezz’ora di preparativi per l’apparizione di Jack White. In accordo con le sue disposizioni cromatiche, il palco si fa blu, viene montato un terrificante totem con un teschio tutto blu (opera dello stesso White, credo, in collaborazione con Damien Hirst, in copertina nel prossimo album in uscita il 10 luglio, “Frozen Charlotte”) e l’atmosfera caciarona degli Hives lascia il posto a una vibrazione più seria e più tesa, ma non meno promettente. Quando White appare la sensazione è quella che gli ultimi venti anni del rock, in quasi tutte le sue forme, ti passino davanti. L’inizio è affidato al singolo That’s How I’m Feeling, ma il pubblico si esalta appena parte la successiva Black Math e la sensazione di incredulità è rinforzata da una inaspettata Hardest Button To Button subito dopo. Chiaramente le accoglienze più calorose sono riservate ai pezzi dei White Stripes (Hotel Yorba, Fell In Love With A Girl, Cannon, una devastante Icky Thump), ma in generale la scaletta è incentrata sulle canzoni della produzione solista, in cui si distinguono proprio quelle di “No Name” (Archibishop Harold Holmes, Old Scratch Blues) e del prossimo “Frozen Charlotte” (Derecho Demonico, Dollar Bill). Alla produzione più “soft” sono comunque dedicati alcuni pezzi, così come ai Raconteurs (Broken Boy Soldier e una Steady As She Goes che fa saltare tutto il parco sul finale). Il concerto di White non tiene la stessa linea dritta degli Hives, ma affronta momenti differenti: hit veloci, intermezzi acustici, sbrodolate blues, riff hard, che nell’insieme rappresentano più o meno la cifra stilistica di un artista che non smette per un attimo di urlare nel microfono e servire assolo, accompagnato da un trio di musicisti eccezionali (una menzione speciale per Patrick Keeler, già batterista dei Greenhornes e dei Raconteurs). Come dicevo, è davvero la storia del rock degli ultimi venti anni andata in scena al Prima Estate. In White risiede tutto lo spirito musicale americano: l’indolenza e la paraculaggine, l’opulenza e il lerciume, il mainstream e l’underground, il rispetto per la tradizione e lo slancio verso l’innovazione. White ne esce come vincitore indiscusso, rockstar come non se ne fanno più, l’ultimo grande figlio del rock a stelle e strisce, un uomo in grado di dare ancora senso all’espressione “guitar hero”. E di fronte a serate come questa si possono accantonare le accuse e le critiche per lo stato della musica in questo paese di buoi, e realizzare di essere stati testimoni di un concerto semplicemente storico. Ruben Gavilli
Jon Spencer
The Dome, Londra, 5 giugno 2026
La confraternita dei fedeli devoti al potere salvifico del rock'n'roll si è radunata al Dome di Tufnell Park per assistere all’atteso cerimoniale del venerdì sera. La funzione liturgica si apre con l’arrivo di sette suore dai trascorsi indie 90 (membri dei Mambo Taxi, Thee Headcoatees ed Echobelly) che con cadenza biennale miracolosamente si materializzano su disparati palchi per omaggiare i proto krautrock garage punk Monks, il mitologico gruppo formato da soldati americani di stanza in Germania negli anni Sessanta. Chitarre abrasive e caustiche, tastiere taglienti e penetranti, sezione ritmica ossessiva e incalzante, banjo lacerante e dilaniato e tutte sette a sbraitare tra svolazzi di tuniche, scapolari e cordoni. Spiccano Oh, How To Do Now e I Hate You, entrambe coverizzate da Mark E Smith, pasionario praticante del culto dei monaci, per mezz’oretta abbondante di chiassosa turbolenza. E poi arriva lui, il fervente predicatore evangelico e sommo sacerdote sacrificato al sacro fuoco del rock’n’roll Jon Spencer, accompagnato da due tostissimi discepoli, i chierichetti Kendall Wind al basso e Spider Bowman alla batteria (sezione ritmica dei Bobby Lees) per 90 minuti di pura viscerale energia primordiale per una serata che predilige composizioni di recente fattura tratte dal nuovo sermone “Songs Of Personal Loss and Protest”, di cui ricordiamo l'esilarante tripletta Knock ‘Em Out, Orange Slice Blues e Give It Up 4 For The Devil in tutta la loro genetica rispettivamente garage, rockabilly e funk. Dal precedente mini Sick of Being Sick! vengono proposte tra le altre Come Along, Fancy Pants e la sensazionale Disconnect, che ci riporta all’indimenticabile glorioso passato che per la gioia degli astanti resuscita con classici quali Wail, Full Grown, Blues X Man e Sweat, che per una volta, forse a causa dell’altezza del palco, viene presentata senza il rituale del battesimo del sudore dispensato dal cerimoniere Jon vagante tra i proseliti. Set tiratissimo senza un attimo di tregua con le canzoni che si susseguono ininterrottamente, alcune delle quali appaiono brevemente (Train #3 e la cover dei Big Black The Power of Independent Trucking) per scomparire tra la spessa coltre di fuzz e l’indomabile furia percussiva dei due prodigiosi giovani adepti. Il magistrale caos del groovy punk-blues anthem Bell Bottom con i suoi incontenibili straripanti riff e l’incalzante spavalderia ritmica riafferma l’evangelica convinzione dei presenti che Brother Jon è il possessore del verbo. Ferruccio Guglia
“Angelica Festival”, 36° anno
Bologna, Teatro San Leonardo, Basilica di Santa Maria dei Servi, 5-30 maggio 2026
“Acquaforte” come la tecnica, nonché mezzo espressivo di artisti antichi e moderni, è il nome che si è dato per il 36° anno il cocciuto e ostinato (a dispetto di ogni cosa) Festival Internazionale di Angelica, anche quest’anno nella consueta sede del Teatro San Leonardo, non senza la sua appendice “speciale” alla Basilica di Santa Maria dei Servi. E così Bologna si accende nel suo momento maggio-angelicale. Come al solito entrarci dentro è ritrovare confidenza con un luogo che ha fatto la storia della musica contemporanea nel senso più lato immaginabile, e dunque con le persone che ogni anno fanno sì che il possibile diventi reale, dall’inossidabile direttore artistico Massimo Simonini ai suoi preziosi collaboratori: Walter Rovere, Massimo Golfieri (per l’immagine e la fotografia) e molti altri che ogni anno saltuariamente si aggiungono, non ultimo Massimo Pupillo (Zu), che ha curato la serata di apertura con una timida eppur bravissima Brìghde Chaimbeul, originaria dell’isola di Skye in Scozia e di madre lingua gaelica, il cui “Sunwise”, uscito sul finire del 2025, ha suscitato non poca meraviglia con il suo intreccio di folk celtico e suoni dall’andamento ipnotico e ancestrale ricavati da una piccola cornamusa suonata premendo il mantice con l’avambraccio. Agli indubitabili tecnica e virtuosismo Brìghde predilige il flusso continuo del suono, muovendosi su un’estensione di sole nove note per il suo strumento costruito dagli artigiani Hamish e Finn Moore, e da cui con un minimo aiuto elettronico ricava sonorità trance inducing di sicuro fascino.
Parte bene dunque il 36° anno e i giorni seguenti saranno prodighi di altre delizie, mettendo in conto qualcosa che mi sono perso, compresi ahimè gli imprescindibili Horse Lords, che hanno chiuso - mi dicono - all’altezza di ogni aspettativa. Dunque è tempo di dire di Howard Skempton, una prima italiana che di per sé è già un evento, chi ha in mente i giorni lontani e felici della Scratch Orchestra con Michael Parsons e Cornelius Cardew sa di cosa parlo. L’ormai quasi ottantenne di Chester non solo affida alcune sue celebri composizioni come Reflections o 24 Preludes and Fugues alle mani di un impeccabile William Howard, ma si cimenta personalmente con una fisarmonica in una serie di brevi e commoventi vignette di disarmante purezza. Kristia Michael invece si confronta con una delle pièce più impegnative di Morton Feldman, Three Voices, 25 anni dopo quella memorabile di Joan La Barbara ad Angelica 2001.
Da quel palpitar di voce e silenzi si passa ai ruvidi e fragorosi Everloving di un ineffabile batterista come Jonathan Kane, già visto in azione con Rhys Chatham e con la gloriosa Forever Blues Band di La Monte Young. Qui con il suo gruppo di autentici pranksters prova a rileggere a modo suo il leggendario Henry Flynt, nel verso di un deciso rock’n’roll più che nel proverbiale hillbilly del maestro, che chissà quanto si sarebbe divertito. Deludono invece Werner Dafeldecker e Burkhard Stangl, più il primo che il secondo, con un’impro risaputa, senza spessore e fuori tempo massimo per due nomi che un tempo sono stati assai rilevanti, basti pensare a un disco come “Schnee”. Passo falso ampiamente ripagato due giorni seguenti dal trio di Tristan Perich & Ensemble 0, che presenta due composizioni: Open Simmetry, uno splendore per tre vibrafoni accompagnati da una diffusione elettronica a 1 bit (la cifra stilistica del compositore newyorkese) su venti altoparlanti, che se da un lato richiama il primo minimalismo di Steve Reich e Philip Glass, la componente elettronica altrettanto minima ne esalta la straniante bellezza. Alcuni suoi rari cd che all’interno della custodia contengono nient’altro che un circuito integrato, una pila a bottone e un’uscita mini jack per cuffie sono andati a ruba in pochi secondi… Al centro della sala lo stesso trio composto da Alexandre Babel, Julien Garin e Stéphane Garin apre con un New Piece, prima assoluta per tamburi tom tom e diffusione elettronica a 1 bit su 2 canali egualmente spettacolare. Ma non finisce qui: la sera dopo si replica alla Basilica dei Servi con Infinity Gradient, una composizione scritta da Perich nel 2021 su proposta dell’organista James McVinnie, che la esegue affiancato dal solito bit elettronico diffuso su ben 100 canali, come una vera e propria installazione per uno stupefacente connubio binario “acceso-spento” che ne fa un’opera potente e ambiziosa per un ascolto immersivo da godere con tutto il corpo oltre che con lo sguardo. Assoluto highlight di Angelica 2026.
Altre buone cose, per chiudere, sono arrivate dal settetto per archi, ottoni e armonio dei Blutwurst, che per l’occasione eseguono due composizioni, Fluctuating Streams di Marja Ahti e Pir di Marco Baldini. Infine, prima del gran finale dei già citati Horse Lords, il Piccolo Coro Angelico con la ineludibile direzione di Silvia Tarozzi, e non da ultimo l’Ensemble Nist-Nah guidato da Will Guthrie con altri sette percussionisti, un vero tripudio di gamelan, gong di grandi e piccole dimensioni, tibetan singing bowls, batteria e altre percussioni metalliche disseminate ovunque nel palco, uno spettacolo anche per gli occhi, mentre tutt’intorno si materializzano poliritmie e ritualità indonesiane riattualizzate senza esotismi ma con l’arte dell’invenzione che è nel DNA dei musicisti. Gino Dal Soler
“Vicenza Jazz”
Vari luoghi, 15-25 maggio 2026
Il festival Vicenza Jazz ha festeggiato la trentesima edizione con un programma molto ricco, “Dalle trombe di Gerico al divino Miles”, dedicato al centenario dalla nascita di Miles Davis. Tra gli omaggi a Davis quello del Paolo Fresu Quintet, imperniato sulla colonna sonora che il trombettista realizzò per il film di Louis Malle, Ascenseur pour l’echefaud, improvvisandola tutta in una notte tra il 4 e il 5 dicembre 1957. E poi i Fearless Five di Enrico Rava, il quartetto di Fabrizio Bosso con Geraldine Laurent, il quartetto di Joshua Redman, la Billy Cobham band e moltissimi altri. Tante anche le serate caratterizzate da un doppio appuntamento con un unico biglietto, come quella che ha visto protagonisti al Teatro Olimpico il Mary Halvorson Quartet e il pianoforte di Uri Caine (17 maggio).
Il progetto “Canis Major” della chitarrista Mary Halvorson prevede un quartetto con Dave Adewumi alla tromba, Henry Fraser al contrabbasso e il batterista Tomas Fujiwara, questi ultimi davvero fenomenali. Un ritorno della chitarrista alla dimensione del quartetto dopo esperienze più articolate e orchestrali. Otto composizioni originali di Halvorson (tra cui spiccano Bell Jar e Canis Major) eseguite con precisione e brillantezza, che la confermano come una delle chitarriste più innovative della propria generazione. “È una bandleader forte e stimolante, una solista brillante con un approccio unico, spesso eccentrico, e un bellissimo suono di chitarra che affonda le radici nella tradizione” ha detto di lei John Zorn.
Ė arrivato poi il momento del pianoforte di Uri Caine, che negli anni è stato più volte ospite del Festival vicentino. Quasi due ore di concerto in cui Caine ha tessuto un’unica suite partendo dalle Danze in ritmo bulgaro di Bartók e arrivando fino a uno dei suoi cavalli di battaglia, la Rapsodia in Blu di Gershwin, passando da Schönberg (Sei Piccoli Pezzi per pianoforte, op. 19) e Mahler (l’adagietto dalla Quinta Sinfonia) e una lunga sezione dedicata all’Uccello di Fuoco di Stravinsky. Gli spartiti gettati a terra uno dopo l’altro, il piano talvolta percosso con foga a piene mani e perfino coi gomiti, ma senza trascurare di dare spazio a spunti cantabili blues e gospel, soprattutto nella seconda parte in cui i temi del balletto di Stravinsky e soprattutto della Rapsodia vengono continuamente riproposti e rielaborati. Unico rammarico, forse, per aver unito in un’unica serata da quasi tre ore due performance, ognuna delle quali avrebbe meritato una serata a sé stante.
Nella programmazione spiccavano anche due concerti “fuori orario”: uno notturno al Cimitero Maggiore con la cantante Savina Yannatou e uno all’alba nel Parco di Villa Capra “La Rotonda” (24 maggio). Qui il sassofono solista di Dimitri Grechi Espinoza ha reso un omaggio commovente al capolavoro di John Coltrane, A Love Supreme, attraversandone i quattro movimenti (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm) con grazia, di fronte a un pubblico folto e ammaliato dal connubio tra le note spirituali di Coltrane e le prime luci del mattino. Moltissimi anche i concerti in città durante il Festival: tra i tanti che meritano una menzione da segnalare in particolare l’originalità dell’Impossibile Banda d’Ottoni e la loro riproposta dei brani di Charles Mingus. Massimiano Bucchi
Lucrecia Dalt
Monk, Roma, 27 maggio 2026
I 32 gradi del maggio romano di certo non aiutano, ma soprattutto non aiuta il fatto che il fonico di Lucrecia abbia chiesto ai gestori del Monk di spegnere l’aria condizionata: richiesta dettata dal fatto che un live di questo tipo germoglia più nei vuoti (intesi come silenzi, bassi decibel e interspazi tra i suoni) che nei pieni, esigendo un certo rigore anche ‘spaziale’. Bravo quindi il disciplinato pubblico del Monk nel rispettarlo, quel silenzio, nonostante l’asfissiante calura, ma brava soprattutto Lucrecia Dalt ad agevolare lo sforzo, cancellandoci dalla mente i pensieri non strettamente musicali: in un’atmosfera al neon d'inizio anni ‘80, Dalt, impomatata e statuaria (impacciata solo quando prende la parola tra una canzone e l’altra), ci presenta l’ultimo successo “A Danger to Ourselves”, suonato per intero o quasi, coadiuvata da un bassista retrofuturista (si alternerà tra un basso elettrico e il suo contrabbasso) e da un percussionista/batterista/rumorista che col suo marchingegno a percussione cyberpunk, pieno di viti-bulloni-e-rotelle (che sembra uscito da un cartone di Otomo), e con il proprio charleston posto più in alto del piatto dei Battles, risulterà essere l’altro grande protagonista della serata con il suo tambureggiare minimale. Se avete visto l’ultima stagione di Twin Peaks, l’esibizione sembra uscire direttamente da quelle filmate nel “Bang Bang Bar” da Lynch alla fine delle puntate: il tono generale è (letteralmente) fumoso e si colloca tra il sensuale e il perturbante, soprattutto grazie alla voce algida ma caliente di Lucrecia, sempre posta in penombra; tra mille filtri, droni, raddoppi vocali e loop lanciati dalla cantautrice tramite i pippoli del proprio mixerino, tra un basso che si muove in mezzo al trip-hop, al dub e al jazz e zigzagando in quei mille rumori che fuoriescono dai giocattoli del percussionista, veniamo piombati in un mondo ipnotico agevolato dalle dilatazioni della durata delle canzoni, nelle quali i nostri si prendono tutto il tempo necessario per sperimentare e improvvisare. Il(/lo psych-)pop melodiato da Dalt rimane comunque sempre predominante e la chitarra elettrica ultra-distorta della stessa cilena (che ama vino e polpette romane come ci tiene a farci sapere, NDA) ogni tanto rompe l’incantesimo e ci rimette con i piedi ben piantati per terra. Che dire? Il live ce lo saremmo goduto sicuramente di più stretti in un piccolo locale quando fuori nevica, belli al calduccio, ma la classe di Dalt e la bontà tecnica della sua band hanno fatto sì che la nostra liquefazione (perchè di quello stiamo parlando) non sia avvenuta del tutto invano. Marco Giappichini
The Ex
100Club, 20 maggio 2026
“Expect Fireworks” recitava il messaggio promozionale del tour di The Ex & Brass Unbound ovvero il leggendario quartetto olandese accompagnato dai fiati di Mats Gustafsson, Ken Vandermark, Wolter Wierbos e il nostro Roy Paci. E fuochi pirotecnici furono! A quindici anni di distanza da quella esplosiva e strepitosa serata londinese al Dome di Tufnell Park ritrovo Terrie, Andy, Katherina e Arnold al 100 Club per il tour di “If Your Mirror Breaks”, l’ot
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