LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Florence Shaw / Dry Cleaning e Albarn-Talbot / Gorillaz, foto di Andrea Amadasi]“INMusic” Festival
Zagabria, 22-24 giugno 2026
Pur lontanissimo dai riflettori puntati sui grandi festival europei, in particolare sui mega contenitori di concerti a ciclo continuo come non ci fosse un domani, l’INMusic di Zagabria si rivela essere una grande comunità temporanea che si raccoglie esprimendosi in tante lingue diverse, con un unico comune denominatore che è la condivisione di un’esperienza sicuramente diversa, parecchio immersiva e molto meno vincolante rispetto alla media dei grandi festival open air continentali. Perché si può ancora vivere la musica senza frenesia all’ombra degli alberi dell’Isola della Gioventù, la location naturale al centro del lago Jarun che è un po’ il mare di Zagabria, ci si può persino rilassare nella cornice naturale in cui la fauna lacustre (e le rane in particolare) riesce a farsi sentire nonostante le musica e il vociare perpetuo che evidentemente non incide sul bioritmo quotidiano. Inoltre, udite udite, si può ancora acquistare cibo e bevande senza fare la coda insieme alle decine di migliaia di persone presenti per ogni singolo giorno, addirittura si può pagare senza ricorrere giocoforza ai cervellotici token e sembra tutto talmente idilliaco che… sembra quasi di sognare. Poi ci sono i due palchi a poche decine di metri uno dall’altro: uno, il main stage, è persino troppo grande ad esempio per Jack White o gli Idles, che lo sfruttano solo in parte a svantaggio di una parte di pubblico che si ritrova a dover incollare lo sguardo sugli schermi per vedere quel che succede lassù e l’altro, il world stage, decisamente più a misura di band e spettatori.
Il giorno di apertura, che tra l’altro è festa nazionale poiché il 22 giugno in Croazia si celebra la giornata della lotta antifascista, un forte temporale alle cinque del pomeriggio non incide sul programma quanto piuttosto sull’umidità percepita. Sembra di stare a Saigon quando sul main stage è il turno dei londinesi Fat Dog, la cui propensione al caos rumoroso non è tuttavia così dirompente da far passare in secondo piano l’indesiderata ostilità climatica. Dall’altra parte e subito dopo sembra andare un pochino meglio con i Nusantara Beat, band olandese con un solo album all’attivo nel quale mescolano psichedelia, rock e influenze della tradizione indonesiana, miscela che dal vivo è subito affascinante ma poi si sterilizza a poco a poco fino arrivando a stancare abbastanza velocemente. Non essendo previsti "tempi morti" e, viva il cielo, nemmeno sovrapposizioni (quantomeno sui due palchi principali), nel pieno rispetto del programma al calar della sera arriva il momento dei Manic Street Preachers, che senza effetti particolarmente speciali ma con il pubblico che accompagna in coro le loro canzoni più conosciute, dimostra ancora una volta quanto il proprio repertorio sia trasversale alle generazioni. KT Tunstall privilegia un'esibizione essenziale ma divertente, costruita in larga parte sulla sua estrosità nell’interagire col pubblico – il siparietto all’inizio in cui mostra la sua scaletta scritta in croato, cercando di leggere i titoli senza strafalcioni, è stato molto esilarante – ma la sua è anche l’ultima concessione melodica prima della parte più elettrica della serata, ovvero il concerto di Jack White.
Reduce dal suo primo, unico ed eclatante concerto in Italia e dopo che i suoi stilosissimi roadies in giacca e cravatta gli hanno levigato anche la più piccola asperità sotto i piedi – per dire che molto raramente si è vista tanta cura nella preparazione di un palco – con puntualità svizzera l’ex White Stripes imbraccia la prima delle sue tante chitarre (una delle quali in particolare anche parecchio malandata) e senza perdersi in inutili chiacchiere mette subito in mostra tutte le sue capacità di performer di altissimo livello. Nulla di ciò che suona appare scontato o meccanico perchè la tensione che riesce a creare è così intensa da sembrare una prima volta per tutti compreso lui. Eppure in due ore esibisce un repertorio che, dai suoi album solisti scalando a ritroso sui classici del periodo insieme all’ex moglie Meg, chiunque al suo posto sarebbe andato più banalmente sul velluto mentre lui ci ha improvvisato sopra con cambi dinamici e lunghi passaggi solo strumentali… che forse solo con “Seven Nation Army” alla fine del concerto è rimasto fedele alla scrittura originale. L’unico neo, come si diceva sopra, il fatto che abbia circoscritto lui e la band in uno spazio ridotto del palco e leggermente spostato sul lato sinistro, per cui per una buona fetta di pubblico le alternative erano quelle di guardare di sbieco con gli amplificatori a coprire gran parte del palco oppure affidarsi allo schermo fin già dalle prime file. Malgrado questa discutibile scelta la sensazione è che oggi Jack White rappresenti la faccia più pura e ruggente del rock perché vederlo dal vivo è puro godimento.
Il giorno seguente temporali solo annunciati e fortunatamente non pervenuti quindi, solo grande caldo ma umidità sotto controllo nel verde dominante dell’isolotto al Jarun. La serata prevede il gran finale con i Gorillaz ma all’inizio, cioè nella fascia dei nomi internazionali che parte alle 18.30, sono gli irlandesi Sprints guidati dalla carismatica Carla Chubb ad agitare le folle, ancora visibilmente “rintronate” dalla sera precedente. L’orario non li penalizza in quanto erano tra quelli più attesi e infatti si trovano davanti un pubblico numeroso e ben disposto, che loro assecondano suonando quasi tutti pezzi dei due album fin qui pubblicati con il giusto vigore e senza scendere mai di ritmo. Dopo di loro è il turno degli australiani Any Young Mechanic, una band che imbastardisce il folk tradizionale con basi ritmiche in cassa dritta che fa subito presa nella parte più fricchettona del pubblico, lasciando però qualche dubbio sul fatto che qualcuno si ricorderà di loro già a partire da chi verrà dopo e cioè, signore e signori i Flaming Lips! Scongiurata solo qualche giorno prima l’ipotesi che il loro concerto potesse saltare, dopo quelli di Vienna e Milano annullati per la polmonite accusata da Wayne Coyne al suo arrivo in Europa, si inizia ad assaporare la loro intrinseca bellezza già durante la preparazione del palco, quando con tutto ciò che viene predisposto si può solo immaginare come andrà a finire. E va a finire che Coyne è tutto sommato in buona forma e col suo solito, contagioso sorriso stampato sulla faccia dall’inizio alla fine, che i suoi sono i soliti cialtroni si bohémiens ma sempre sul pezzo e che Yoshimi, i pink robot gonfiabili, le bolle galleggianti, i fiumi di coriandoli, la psichedelia, il pop, la celebrazione collettiva e il “Fuck Yeah…” finale dedicato alla città sono sempre li, nei tempi e nei modi previsti. Quanto è bello però, ogni singola volta, tutto questo cazzeggio giocoso ed irrazionale? Dopo di loro si potrebbe già salutare la ciurma e pensare al domani ma arriva il momento di Jenny Beth sul palco “minore” e l’ex voce delle Savages dimostra di essere cresciuta parecchio in personalità, ampliando il proprio linguaggio artistico senza perdere l'intensità che l'aveva resa una delle figure più carismatiche del post-punk europeo. Non è esattamente quello che t’aspetti prima dei Gorillaz però, perché infatti durante il suo set il pubblico inizia ad avvicinarsi quanto più possibile al main stage, che probabilmente la gran parte è venuta qui solo per loro. Che a loro volta ovviamente non deludono se t’aspetti quel tipo di spettacolo: con le animazioni dei personaggi di 2-D, Murdoc, Noodle e Russel che dialogano con i musicisti sul palco, creando quella doppia dimensione reale e immaginaria che costituisce da sempre il loro marchio di fabbrica, con ospiti in presenza (come Joe Talbot degli Idles) e altri solo virtuali (come gli Sparks) ma perfettamente inseriti e sincronizzati nei meccanismi dello show, con Damon Albarn che rimane il centro emotivo dello spettacolo dirigendo tutta la colossale baracca e dialogando molto con il pubblico. L’impatto visivo è davvero notevole ma la sensazione che arriva è quella di un luna park con molta tecnologia e poco sentimento (sebbene l’ultimo disco trabocchi di spiritualità), ossia l’esatto contrario del concerto di Jack White la sera prima. Per cui sui cori finali di Clint Eastwood ci si proietta prima all’uscita e poi ai concerti dell’ultimo giorno, con un giudizio complessivo fin qui comunque ancora molto positivo.
La parte davvero interessante dell’ultimo giorno inizia direttamente con gli Idles sul main stage alle 20.30: visti anni fa all’indomani della uscita del loro primo disco, in un contesto totalmente differente, erano apparsi brutalmente senza compromessi; ora invece i bristoliani “giocano” un altro sport, sono una band totalmente e smaccatamente mainstream con tutto ciò che ne deriva soprattutto nell’impostazione (ridicole ad esempio le limitazioni imposte ai fotografi, che di fatto ne hanno impedito il poter svolgere il loro lavoro). Poi rimangono sempre molto energici e intensi ma la brutalità di cui erano capaci s’è smarrita in larga parte mentre ora emerge quella piaggeria tristemente fastidiosa da band incanalata verso il proprio capolinea mentre, per sottrazione e non è un paradosso, sono stati assai più convincenti i Dry Cleaning subito dopo sul World Stage. Il quartetto londinese conferma la propria identità fatta di tensione controllata, chitarre asciutte e costruzioni ritmiche minimali con al centro la voce parlata di Florence Shaw, un flusso narrativo ipnotico che rappresenta il contrappunto più riuscito non fosse che il vociare del pubblico sotto il palco, evidentemente appagato dagli Idles e quindi poco o per nulla interessato a loro, per larghi tratti del concerto l’ha sovrastata sui volumi. A chiusura della serata e dell’intera kermesse i “cavalli di ritorno” Kings Of Leon, già headliner di questo stesso festival nel 2017. Non è una chiusura col botto come lo è stata nelle due sere precedenti bensì una chiusura tranquilla ed elegante, con la band della famiglia Followill dedita a privilegiare il materiale più classico e rappresentativo del loro repertorio più che ventennale e con il pubblico entusiasta del Jarun ad accompagnarli all’unisono in un prolungato coro collettivo. Andrea Amadasi
Pet Shop Boys
Medimex, Taranto 20 giugno 2026
Ricordo perfettamente quando i Pet Shop Boys entrarono nel mio universo musicale. Erano i primi anni 90, Nick l'amico fidato con cui suonavo al liceo mi prestò una cassettina (Discography) che dovevo "ascoltare assolutamente". Alla prime note di West End Girls rimasi folgorato. Il basso analogico, i pad vellutati, la voce incisiva alternata al parlato. C'era qualcosa di impalpabile ma profondo in quelle melodie: lo spirito degli anni '80, una malinconia permeata di ottimismo tecnologico che descriveva un mondo in evoluzione come si pensava sarebbe diventato. Sono passati più di trent’anni da allora e per la prima volta assisto ad un concerto dei Pet Shop Boys.
Sono al Medimex, uno dei miglior festival in circolazione. Qui la musica, anche il pop mainstream, è intesa come cultura e non intrattenimento (un plauso a Regione Puglia e Puglia Culture che lo promuovono). Il concerto è una tappa di Dreamworld, un grande tour mondiale che porta in scena le Greatest Hits del duo britannico. Con queste premesse mi aspettavo una grande festa revival degli anni che furono, come vanno di moda oggi, o una delle tante reunion dove i gruppi storici coverizzano se stessi con grande gioia del pubblico anta. Il palco è all'apparenza semplice ma efficace: uno schermo panoramico lungo l'intero stage, due postazioni, tastiera e microfono e ai lati due asettici lampioni da periferia contemporanea.
Prima dell'inizio il grande schermo assume i colori della bandiera ucraina (Neil Tennant e Chris Low hanno sempre mostrato un impegno civile nella loro carriera). Poi si parte. Con un intro epico. Fasci di luce che si rincorrono lungo il palco e i due che salgono indossando delle maschere scultoree a forma di diapason (che avrei ben visto addosso ai Coil) e degli impermeabili bianchi. Si parte subito con una hit, Suburbia, direttamente dal 1986, seguita da Can You Forgive Her? Per ogni pezzo i video cambiano interpretando simbolicamente i brani. Luci, skylines, fasci di linee che scappano, sagome in movimento stile Marey. Ad un certo punto lo schermo si alza rivelando come il palco abbia un secondo piano su cui suona la band che li segue in questo tour. Composta da Clare Uchima, tastierista e corista che duetterà con Tennant in What Have I Done to Deserve This?, Simon Tellier, polistrumentista e Bubba Mc Carthy alle percussioni.
Per due ore Neil e Chris eseguono i loro successi più importanti, in maniera impeccabile attingendo fino alle realizzazioni più recenti, in uno spettacolo ben congegnato (ci saranno cambi d'abito, i due lampioni saranno più volte spostati da una squadra di finti operai e trasformati in palchetti per cantare, si salirà e scenderà dal secondo piano del palco, il tutto senza mai risultare eccessivo o ridondante). Mentre il pubblico si infiamma con Domino Dancing, Paninaro, Go West, It's a Sin mi rendo conto che quello a cui sto assistendo non è un revival. Non c'è nessuna concessione alla nostalgia. Piuttosto ho avuto l’impressione di vivere in un’ucronia. Come se il concerto fosse un’ipotesi di come il mondo sarebbe stato se le promesse degli anni 80 fossero state mantenute.
Per i bis sul palco rimangono solo Neil e Chris. È il momento di West end Girls e dall'esultanza del pubblico capisco di non essere l'unico ad aspettarla. Il live finisce con Being Boring e l'approvazione di un pubblico entusiasta di tutte le età, soprattutto di una nonna danzante che portava il nipotino al suo primo live. C’è ancora speranza. Massimo Lovisco
Jack White / The Hives
“La Prima Eastate”, Lido di Camaiore (LU), 19 giugno 2026
Le preoccupazioni principali sono due: la convergenza della prima ondata di caldo africano col periodo di maggior luce solare, e le derive clownesche che questo paese offre quando si tratta di festival musicali. Specialmente se tocca al “ruoooock”, a cui è stata dedicata la giornata inaugurale della Prima Estate, festival ospitato dal 2022 al Lido di Camaiore. Due ospiti di eccellenza: prima gli Hives e poi Jack White, rilanciato dal successo dell’ultimo, ottimo, “No Name” (2024), con un’apparizione che segna il ritorno in Italia dopo quasi vent’anni (I-Days 2007 coi White Stripes). Alle due preoccupazioni, più o meno condivise, troviamo risposta nel pomeriggio inoltrato del Lido, pronto ad accogliere il pubblico nel Parco BussolaDomani, a due passi dal mare. Il clima marittimo fornisce una piacevole brezza che scongiura il pericolo di una cappa di calore; purtroppo, sulle derive del gotha rock italiano non si può dire lo stesso. La Prima Estate non è stata esente da critiche nel corso della sua breve vita, ma si deve riconoscere che anche quest’anno il catalogo di artisti portati nella piccola cittadina lucchese è impressionante: da pesi massimi come Nick Cave, Richard Ashcroft, Damon Albarn (coi Gorillaz) e Libertines fino a rockstar di ultima generazione come i Twenty One Pilots, più una serie di nomi dell’indie stardom (Wet Leg, Wolf Alice, Nation of Language). Una delle serate è perfino dedicata esclusivamente al rock nostrano, con Casinò Royale, Ministri e Marlene Kuntz. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, ma è chiaro che il pubblico di riferimento oscilla tra gli strati generalisti e gli apparati indie/alternativi più affini. La sensazione è quindi di assistere a una specie di Coachellino versiliese, “powered” da American Express, Pepsi e Aperol, e l’obiettivo è quello di vendere una “experience”, con tanto di biglietto che permette un finesettimana tra varie attività (surf, yoga, il cooking show sul mare) per fare finta di essere in California e non in provincia di Lucca. Nessuno si stupisce più, in una regione che ospita eventi come i concerti segreti di Rick Rubin: lo sgomento è poco e lo svaccamento tanto, c’è voglia di divertirsi, per questa serata così “rockettara”. In effetti, viene da chiedersi cosa c’entrino tutti questi lustrini con gente come Hives e Jack White, che hanno fatto di una certa filosofia “integralista” la loro protezione dalle inside dello show-biz. E il contrasto è ancora più evidente quando, dopo le band emergenti più o meno di zona (sempre benvolute), compare Lissy Taylor, cantautrice senza alcun carisma, che non suona una nota una che Miley Cyrus non abbia già suonato quando era sotto contratto con la Disney. La questione è archiviata in fretta, Taylor suona appena mezz’ora, ma è per far spazio al dj set di DJ Ringo e di Andrea Rock di Virgin Radio, che consacrano l’anima peracottara del circo rock mainstream italiano. Le solite quattro canzoni di Nirvana, Motörhead, Blink-182 e simili per uno spettacolo da villaggio turistico che desta solo profondo imbarazzo per la percezione della musica rock in Italia. Bando alle ciance, non è tempo di fare i criticoni: tra una promozione per le birre e le prelazioni per chi fuma l’iqos e ha la american express, arriva finalmente il tempo degli Hives.
La band di Fagersta capitanata da Pelle Almqvist sale in ritardo per colpa del furto della strumentazione. “Do we look like we care???” chiede Almqvist al microfono, in rigorosa uniforme bianconera (ahimé) come il resto della band, officiando un concerto in cui tiene costantemente l’attenzione con il suo incedere buffonesco e coinvolgente, da frontman nato. Gli Hives si godono la seconda giovinezza, testimoniata dall’ultima coppia di dischi, da cui vengono comunque estratti alcuni pezzi (Hooray Hooray Hooray, Paint a Picture, Legalize Living) anche se lo spazio è lasciato perlopiù alle hit più famose (Enough Is Enough, Tick Tick Boom¸I Hate To Say I Told You So, Walk Idiot Walk, Main Offender). La band è comunque in gran salute, con un Pelle esplosivo che salta ovunque, si agita e scalpita, urla e canta senza posa, anche alla soglia dei cinquant’anni.
All’ora occupata dagli Hives segue un’ulteriore mezz’ora di preparativi per l’apparizione di Jack White. In accordo con le sue disposizioni cromatiche, il palco si fa blu, viene montato un terrificante totem con un teschio tutto blu (opera dello stesso White, credo, in collaborazione con Damien Hirst, in copertina nel prossimo album in uscita il 10 luglio, “Frozen Charlotte”) e l’atmosfera caciarona degli Hives lascia il posto a una vibrazione più seria e più tesa, ma non meno promettente. Quando White appare la sensazione è quella che gli ultimi venti anni del rock, in quasi tutte le sue forme, ti passino davanti. L’inizio è affidato al singolo That’s How I’m Feeling, ma il pubblico si esalta appena parte la successiva Black Math e la sensazione di incredulità è rinforzata da una inaspettata Hardest Button To Button subito dopo. Chiaramente le accoglienze più calorose sono riservate ai pezzi dei White Stripes (Hotel Yorba, Fell In Love With A Girl, Cannon, una devastante Icky Thump), ma in generale la scaletta è incentrata sulle canzoni della produzione solista, in cui si distinguono proprio quelle di “No Name” (Archibishop Harold Holmes, Old Scratch Blues) e del prossimo “Frozen Charlotte” (Derecho Demonico, Dollar Bill). Alla produzione più “soft” sono comunque dedicati alcuni pezzi, così come ai Raconteurs (Broken Boy Soldier e una Steady As She Goes che fa saltare tutto il parco sul finale). Il concerto di White non tiene la stessa linea dritta degli Hives, ma affronta momenti differenti: hit veloci, intermezzi acustici, sbrodolate blues, riff hard, che nell’insieme rappresentano più o meno la cifra stilistica di un artista che non smette per un attimo di urlare nel microfono e servire assolo, accompagnato da un trio di musicisti eccezionali (una menzione speciale per Patrick Keeler, già batterista dei Greenhornes e dei Raconteurs). Come dicevo, è davvero la storia del rock degli ultimi venti anni andata in scena al Prima Estate. In White risiede tutto lo spirito musicale americano: l’indolenza e la paraculaggine, l’opulenza e il lerciume, il mainstream e l’underground, il rispetto per la tradizione e lo slancio verso l’innovazione. White ne esce come vincitore indiscusso, rockstar come non se ne fanno più, l’ultimo grande figlio del rock a stelle e strisce, un uomo in grado di dare ancora senso all’espressione “guitar hero”. E di fronte a serate come questa si possono accantonare le accuse e le critiche per lo stato della musica in questo paese di buoi, e realizzare di essere stati testimoni di un concerto semplicemente storico. Ruben Gavilli
Jon Spencer
The Dome, Londra, 5 giugno 2026
La confraternita dei fedeli devoti al potere salvifico del rock'n'roll si è radunata al Dome di Tufnell Park per assistere all’atteso cerimoniale del venerdì sera. La funzione liturgica si apre con l’arrivo di sette suore dai trascorsi indie 90 (membri dei Mambo Taxi, Thee Headcoatees ed Echobelly) che con cadenza biennale miracolosamente si materializzano su disparati palchi per omaggiare i proto krautrock garage punk Monks, il mitologico gruppo formato da soldati americani di stanza in Germania negli anni Sessanta. Chitarre abrasive e caustiche, tastiere taglienti e penetranti, sezione ritmica ossessiva e incalzante, banjo lacerante e dilaniato e tutte sette a sbraitare tra svolazzi di tuniche, scapolari e cordoni. Spiccano Oh, How To Do Now e I Hate You, entrambe coverizzate da Mark E Smith, pasionario praticante del culto dei monaci, per mezz’oretta abbondante di chiassosa turbolenza. E poi arriva lui, il fervente predicatore evangelico e sommo sacerdote sacrificato al sacro fuoco del rock’n’roll Jon Spencer, accompagnato da due tostissimi discepoli, i chierichetti Kendall Wind al basso e Spider Bowman alla batteria (sezione ritmica dei Bobby Lees) per 90 minuti di pura viscerale energia primordiale per una serata che predilige composizioni di recente fattura tratte dal nuovo sermone “Songs Of Personal Loss and Protest”, di cui ricordiamo l'esilarante tripletta Knock ‘Em Out, Orange Slice Blues e Give It Up 4 For The Devil in tutta la loro genetica rispettivamente garage, rockabilly e funk. Dal precedente mini Sick of Being Sick! vengono proposte tra le altre Come Along, Fancy Pants e la sensazionale Disconnect, che ci riporta all’indimenticabile glorioso passato che per la gioia degli astanti resuscita con classici quali Wail, Full Grown, Blues X Man e Sweat, che per una volta, forse a causa dell’altezza del palco, viene presentata senza il rituale del battesimo del sudore dispensato dal cerimoniere Jon vagante tra i proseliti. Set tiratissimo senza un attimo di tregua con le canzoni che si susseguono ininterrottamente, alcune delle quali appaiono brevemente (Train #3 e la cover dei Big Black The Power of Independent Trucking) per scomparire tra la spessa coltre di fuzz e l’indomabile furia percussiva dei due prodigiosi giovani adepti. Il magistrale caos del groovy punk-blues anthem Bell Bottom con i suoi incontenibili straripanti riff e l’incalzante spavalderia ritmica riafferma l’evangelica convinzione dei presenti che Brother Jon è il possessore del verbo. Ferruccio Guglia
“Angelica Festival”, 36° anno
Bologna, Teatro San Leonardo, Basilica di Santa Maria dei Servi, 5-30 maggio 2026
“Acquaforte” come la tecnica, nonché mezzo espressivo di artisti antichi e moderni, è il nome che si è dato per il 36° anno il cocciuto e ostinato (a dispetto di ogni cosa) Festival Internazionale di Angelica, anche quest’anno nella consueta sede del Teatro San Leonardo, non senza la sua appendice “speciale” alla Basilica di Santa Maria dei Servi. E così Bologna si accende nel suo momento maggio-angelicale. Come al solito entrarci dentro è ritrovare confidenza con un luogo che ha fatto la storia della musica contemporanea nel senso più lato immaginabile, e dunque con le persone che ogni anno fanno sì che il possibile diventi reale, dall’inossidabile direttore artistico Massimo Simonini ai suoi preziosi collaboratori: Walter Rovere, Massimo Golfieri (per l’immagine e la fotografia) e molti altri che ogni anno saltuariamente si aggiungono, non ultimo Massimo Pupillo (Zu), che ha curato la serata di apertura con una timida eppur bravissima Brìghde Chaimbeul, originaria dell’isola di Skye in Scozia e di madre lingua gaelica, il cui “Sunwise”, uscito sul finire del 2025, ha suscitato non poca meraviglia con il suo intreccio di folk celtico e suoni dall’andamento ipnotico e ancestrale ricavati da una piccola cornamusa suonata premendo il mantice con l’avambraccio. Agli indubitabili tecnica e virtuosismo Brìghde predilige il flusso continuo del suono, muovendosi su un’estensione di sole nove note per il suo strumento costruito dagli artigiani Hamish e Finn Moore, e da cui con un minimo aiuto elettronico ricava sonorità trance inducing di sicuro fascino.
Parte bene dunque il 36° anno e i giorni seguenti saranno prodighi di altre delizie, mettendo in conto qualcosa che mi sono perso, compresi ahimè gli imprescindibili Horse Lords, che hanno chiuso - mi dicono - all’altezza di ogni aspettativa. Dunque è tempo di dire di Howard Skempton, una prima italiana che di per sé è già un evento, chi ha in mente i giorni lontani e felici della Scratch Orchestra con Michael Parsons e Cornelius Cardew sa di cosa parlo. L’ormai quasi ottantenne di Chester non solo affida alcune sue celebri composizioni come Reflections o 24 Preludes and Fugues alle mani di un impeccabile William Howard, ma si cimenta personalmente con una fisarmonica in una serie di brevi e commoventi vignette di disarmante purezza. Kristia Michael invece si confronta con una delle pièce più impegnative di Morton Feldman, Three Voices, 25 anni dopo quella memorabile di Joan La Barbara ad Angelica 2001.
Da quel palpitar di voce e silenzi si passa ai ruvidi e fragorosi Everloving di un ineffabile batterista come Jonathan Kane, già visto in azione con Rhys Chatham e con la gloriosa Forever Blues Band di La Monte Young. Qui con il suo gruppo di autentici pranksters prova a rileggere a modo suo il leggendario Henry Flynt, nel verso di un deciso rock’n’roll più che nel proverbiale hillbilly del maestro, che chissà quanto si sarebbe divertito. Deludono invece Werner Dafeldecker e Burkhard Stangl, più il primo che il secondo, con un’impro risaputa, senza spessore e fuori tempo massimo per due nomi che un tempo sono stati assai rilevanti, basti pensare a un disco come “Schnee”. Passo falso ampiamente ripagato due giorni seguenti dal trio di Tristan Perich & Ensemble 0, che presenta due composizioni: Open Simmetry, uno splendore per tre vibrafoni accompagnati da una diffusione elettronica a 1 bit (la cifra stilistica del compositore newyorkese) su venti altoparlanti, che se da un lato richiama il primo minimalismo di Steve Reich e Philip Glass, la componente elettronica altrettanto minima ne esalta la straniante bellezza. Alcuni suoi rari cd che all’interno della custodia contengono nient’altro che un circuito integrato, una pila a bottone e un’uscita mini jack per cuffie sono andati a ruba in pochi secondi… Al centro della sala lo stesso trio composto da Alexandre Babel, Julien Garin e Stéphane Garin apre con un New Piece, prima assoluta per tamburi tom tom e diffusione elettronica a 1 bit su 2 canali egualmente spettacolare. Ma non finisce qui: la sera dopo si replica alla Basilica dei Servi con Infinity Gradient, una composizione scritta da Perich nel 2021 su proposta dell’organista James McVinnie, che la esegue affiancato dal solito bit elettronico diffuso su ben 100 canali, come una vera e propria installazione per uno stupefacente connubio binario “acceso-spento” che ne fa un’opera potente e ambiziosa per un ascolto immersivo da godere con tutto il corpo oltre che con lo sguardo. Assoluto highlight di Angelica 2026.
Altre buone cose, per chiudere, sono arrivate dal settetto per archi, ottoni e armonio dei Blutwurst, che per l’occasione eseguono due composizioni, Fluctuating Streams di Marja Ahti e Pir di Marco Baldini. Infine, prima del gran finale dei già citati Horse Lords, il Piccolo Coro Angelico con la ineludibile direzione di Silvia Tarozzi, e non da ultimo l’Ensemble Nist-Nah guidato da Will Guthrie con altri sette percussionisti, un vero tripudio di gamelan, gong di grandi e piccole dimensioni, tibetan singing bowls, batteria e altre percussioni metalliche disseminate ovunque nel palco, uno spettacolo anche per gli occhi, mentre tutt’intorno si materializzano poliritmie e ritualità indonesiane riattualizzate senza esotismi ma con l’arte dell’invenzione che è nel DNA dei musicisti. Gino Dal Soler
“Vicenza Jazz”
Vari luoghi, 15-25 maggio 2026
Il festival Vicenza Jazz ha festeggiato la trentesima edizione con un programma molto ricco, “Dalle trombe di Gerico al divino Miles”, dedicato al centenario dalla nascita di Miles Davis. Tra gli omaggi a Davis quello del Paolo Fresu Quintet, imperniato sulla colonna sonora che il trombettista realizzò per il film di Louis Malle, Ascenseur pour l’echefaud, improvvisandola tutta in una notte tra il 4 e il 5 dicembre 1957. E poi i Fearless Five di Enrico Rava, il quartetto di Fabrizio Bosso con Geraldine Laurent, il quartetto di Joshua Redman, la Billy Cobham band e moltissimi altri. Tante anche le serate caratterizzate da un doppio appuntamento con un unico biglietto, come quella che ha visto protagonisti al Teatro Olimpico il Mary Halvorson Quartet e il pianoforte di Uri Caine (17 maggio).
Il progetto “Canis Major” della chitarrista Mary Halvorson prevede un quartetto con Dave Adewumi alla tromba, Henry Fraser al contrabbasso e il batterista Tomas Fujiwara, questi ultimi davvero fenomenali. Un ritorno della chitarrista alla dimensione del quartetto dopo esperienze più articolate e orchestrali. Otto composizioni originali di Halvorson (tra cui spiccano Bell Jar e Canis Major) eseguite con precisione e brillantezza, che la confermano come una delle chitarriste più innovative della propria generazione. “È una bandleader forte e stimolante, una solista brillante con un approccio unico, spesso eccentrico, e un bellissimo suono di chitarra che affonda le radici nella tradizione” ha detto di lei John Zorn.
Ė arrivato poi il momento del pianoforte di Uri Caine, che negli anni è stato più volte ospite del Festival vicentino. Quasi due ore di concerto in cui Caine ha tessuto un’unica suite partendo dalle Danze in ritmo bulgaro di Bartók e arrivando fino a uno dei suoi cavalli di battaglia, la Rapsodia in Blu di Gershwin, passando da Schönberg (Sei Piccoli Pezzi per pianoforte, op. 19) e Mahler (l’adagietto dalla Quinta Sinfonia) e una lunga sezione dedicata all’Uccello di Fuoco di Stravinsky. Gli spartiti gettati a terra uno dopo l’altro, il piano talvolta percosso con foga a piene mani e perfino coi gomiti, ma senza trascurare di dare spazio a spunti cantabili blues e gospel, soprattutto nella seconda parte in cui i temi del balletto di Stravinsky e soprattutto della Rapsodia vengono continuamente riproposti e rielaborati. Unico rammarico, forse, per aver unito in un’unica serata da quasi tre ore due performance, ognuna delle quali avrebbe meritato una serata a sé stante.
Nella programmazione spiccavano anche due concerti “fuori orario”: uno notturno al Cimitero Maggiore con la cantante Savina Yannatou e uno all’alba nel Parco di Villa Capra “La Rotonda” (24 maggio). Qui il sassofono solista di Dimitri Grechi Espinoza ha reso un omaggio commovente al capolavoro di John Coltrane, A Love Supreme, attraversandone i quattro movimenti (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm) con grazia, di fronte a un pubblico folto e ammaliato dal connubio tra le note spirituali di Coltrane e le prime luci del mattino. Moltissimi anche i concerti in città durante il Festival: tra i tanti che meritano una menzione da segnalare in particolare l’originalità dell’Impossibile Banda d’Ottoni e la loro riproposta dei brani di Charles Mingus. Massimiano Bucchi
Lucrecia Dalt
Monk, Roma, 27 maggio 2026
I 32 gradi del maggio romano di certo non aiutano, ma soprattutto non aiuta il fatto che il fonico di Lucrecia abbia chiesto ai gestori del Monk di spegnere l’aria condizionata: richiesta dettata dal fatto che un live di questo tipo germoglia più nei vuoti (intesi come silenzi, bassi decibel e interspazi tra i suoni) che nei pieni, esigendo un certo rigore anche ‘spaziale’. Bravo quindi il disciplinato pubblico del Monk nel rispettarlo, quel silenzio, nonostante l’asfissiante calura, ma brava soprattutto Lucrecia Dalt ad agevolare lo sforzo, cancellandoci dalla mente i pensieri non strettamente musicali: in un’atmosfera al neon d'inizio anni ‘80, Dalt, impomatata e statuaria (impacciata solo quando prende la parola tra una canzone e l’altra), ci presenta l’ultimo successo “A Danger to Ourselves”, suonato per intero o quasi, coadiuvata da un bassista retrofuturista (si alternerà tra un basso elettrico e il suo contrabbasso) e da un percussionista/batterista/rumorista che col suo marchingegno a percussione cyberpunk, pieno di viti-bulloni-e-rotelle (che sembra uscito da un cartone di Otomo), e con il proprio charleston posto più in alto del piatto dei Battles, risulterà essere l’altro grande protagonista della serata con il suo tambureggiare minimale. Se avete visto l’ultima stagione di Twin Peaks, l’esibizione sembra uscire direttamente da quelle filmate nel “Bang Bang Bar” da Lynch alla fine delle puntate: il tono generale è (letteralmente) fumoso e si colloca tra il sensuale e il perturbante, soprattutto grazie alla voce algida ma caliente di Lucrecia, sempre posta in penombra; tra mille filtri, droni, raddoppi vocali e loop lanciati dalla cantautrice tramite i pippoli del proprio mixerino, tra un basso che si muove in mezzo al trip-hop, al dub e al jazz e zigzagando in quei mille rumori che fuoriescono dai giocattoli del percussionista, veniamo piombati in un mondo ipnotico agevolato dalle dilatazioni della durata delle canzoni, nelle quali i nostri si prendono tutto il tempo necessario per sperimentare e improvvisare. Il(/lo psych-)pop melodiato da Dalt rimane comunque sempre predominante e la chitarra elettrica ultra-distorta della stessa cilena (che ama vino e polpette romane come ci tiene a farci sapere, NDA) ogni tanto rompe l’incantesimo e ci rimette con i piedi ben piantati per terra. Che dire? Il live ce lo saremmo goduto sicuramente di più stretti in un piccolo locale quando fuori nevica, belli al calduccio, ma la classe di Dalt e la bontà tecnica della sua band hanno fatto sì che la nostra liquefazione (perchè di quello stiamo parlando) non sia avvenuta del tutto invano. Marco Giappichini
The Ex
100Club, 20 maggio 2026
“Expect Fireworks” recitava il messaggio promozionale del tour di The Ex & Brass Unbound ovvero il leggendario quartetto olandese accompagnato dai fiati di Mats Gustafsson, Ken Vandermark, Wolter Wierbos e il nostro Roy Paci. E fuochi pirotecnici furono! A quindici anni di distanza da quella esplosiva e strepitosa serata londinese al Dome di Tufnell Park ritrovo Terrie, Andy, Katherina e Arnold al 100 Club per il tour di “If Your Mirror Breaks”, l’ottimo nuovo lavoro uscito l’anno passato. Pur essendo in giro dal 1979 e avendo alle spalle un catalogo ricco di canzoni straordinarie disseminate tra i venti album finora pubblicati (inclusi due da isola deserta, quelli col mai troppo compianto violoncellista Tom Cora pubblicati nei primi anni Novanta), gli Ex non si sono mai cullati sugli allori del passato per cui la serata è tutta incentrata sul nuovo lavoro che viene presentato nella sua totalità. Si parte quindi con la ritmica di Beat Beat Drums, che personifica perfettamente la chiamata alle armi all’alba della guerra civile americana della poesia di Walt Whitman del 1861 su cui il testo è basato, sorretto dalla Bodiddleyiana forza motrice percussiva di Katherina da titolo programmatico con un declamatorio Arnold e la straordinaria interazione delle tre chitarre che nella loro graffiante incisività per tutta la serata saranno impegnate a scalfire, scrostare, scorticare, grattugiare, raschiare, lacerare, trapanare i padiglioni auricolari degli astanti in modo encomiabile ed impeccabile con gloriosi picchi di ferocia imponente e maestosa solennità. La scaletta della serata rispetta quella del disco e tutti i brani suonano meglio dal vivo grazie all’incredibile energia sprigionata dai nostri, che modificano, arricchiscono e alterano il suono delle corde rimpiazzando i classici pedali con oggettistica varia (si legga: cacciavite, tazza e righello metallico). Menzione particolare per l’emozionante invocazione di Wheel, con Katherina al microfono e l’inarrestabile gioiosità infettiva del trittico finale con l’enfatica turbolenza di In the Rain, la critica alla gentrificazione della reiterazione elettrica The Apartment Block e il ritmo della sculettante Great! con irresistibile passaggio congotronico, ovviamente tutte condite dalla triade di chitarra abrasive e dal drumming di Katherina perfettamente descritto dalla rivista inglese The Wire come “an exercise in bringing form to musical tumult”. Bis per l’estasiata platea con la doppietta dal precedente lavoro “27 Passports” con la memorabile The Heart Conductor, che miracolosamente trasporta i Fall in Africa, e Soon All Cities, che conclude una serata che rinfranca l’animo e riappacifica con la razza umana spazzando via, se anche solo per qualche ora, tutte le brutture e storture quotidiane, il dilagante cinismo, l’indifferenza generale causata dall'individualismo esasperato, lo squallore e tutta la merda che ci circonda attualmente grazie a quattro meravigliosi individui che non hanno perso un solo briciolo di quella energia, passione e onestà che li accompagna da mezzo secolo tra impegno sociale, senso civico e attivismo collettivo. Unici, essenziali, necessari, indispensabili. Ferruccio Guglia
Salone Internazionale del Libro di Torino
Lingotto, Torino, 14-18 maggio 2026
Nel caso vi foste persi il Salone Internazionale del Libro di Torino, eccovi, per la terza volta consecutiva, alcune personalissime riflessioni sull’edizione di quest’anno. Si tratta di un threepeat anche per Annalena Benini alla direzione del Salone, che potrà dirsi contenta per un appuntamento che, com’è sempre accaduto finora, supera nel numero di partecipanti quello del 2025: il nuovo totale, che sarà di certo aggiornato nel 2027, è di 254mila visitatori. Anche il meteo è stato clemente. Escludendo il pomeriggio della giornata inaugurale, in cui un forte vento ha costretto i vigli del fuoco a chiudere la tendopoli dell’area Bookstock (che la scaramuccia tra Massimo Cacciari e il ministro Giuli abbia solleticato anche Zefiro?), il caldo non ha insidiato – troppo – i visitatori, che hanno potuto pascolare contenti tra i banchetti dei libri.
Molte delle cose che potrei dire sulla kermesse libraria torinese sono ormai un leitmotiv; perciò, le riepilogo velocemente così da dedicarci poi alle cose importanti: il prezzo del biglietto aumenta di un euro (16 se acquistato online, 23 se malauguratamente non si fosse pratici di smartphone e si fosse costretti a comprarlo in cassa) e a lievitare sono anche i costi delle vivande (non poche le lamentele degli affamati in coda); non c’è un singolo operatore telefonico che garantisca una copertura di rete decente, trasformando il Salone in un triangolo delle Bermuda che fagocita messaggi e email, cosicché diventi impossibile darsi appuntamento nella ressa e, fatto ancor più importante, consultare il programma online: mentre attendete che la pagina si carichi, lentamente, il vostro autore preferito potrebbe già essere in albergo, e i vecchi programmi cartacei – poco green ma assai pratici – fanno capolino dai ricordi come la madeleine di proustiana memoria, obbligandovi a trattenere una lacrimuccia; due terzi dei visitatori paiono essere lì per caso, sbuffando con aria annoiata, lamentandosi per la calca, senza acquistare nemmeno un libro ma, una volta tornati a casa, soddisfatti di aver dedicato una giornata alla Cultura, con la stessa flemma di chi ha fatto la coda per il Louvre, si è sorbito gli spintoni per guardare la Gioconda, ma avrebbe di gran lunga preferito dormicchiare sulle seggioline del Jardin des Tuileries.
Sorprendentemente, la giornata di domenica è stata assai meno affollata del sabato, ma è talmente chiaro, ormai, che la visita al Salone sia diventata – anche – una prova di resistenza, che sull’internet (cercate, è tutto vero) una manciata di blog hanno già stilato liste di consigli per vivere la giornata con meno stress: cosa portare, dove parcheggiare, in quali bagni c’è meno coda, quali posti evitare e quali no, et cetera.
Pare insomma che il Salone Internazionale del Libro di Torino stia completando la trasformazione messa in atto da una decina d’anni, diventando cioè Grande Evento Cittadino (nell’accezione meno nobile di questa espressione): successo di pubblico per gli organizzatori, senso di Partecipazione Culturale per i pascolanti (pardon, i visitatori), unica vera vetrina per gli scrittori prima di tornare in letargo fino al prossimo anno e una scusa, per i pochi che ancora comprano e leggono libri, per vedere esposti i cataloghi dei loro editori preferiti e dirsi “toh, che belle robine che pubblicano questi”.
E i libri? Gli autori? Gli incontri?
La maggior parte dei nomi sono sempre i soliti, e anche qui tocca mio malgrado rimandare all’articoletto dello scorso anno: l’Italia è rappresentata dallo spettro che comprende Zerocalcare e Barbero, infilateci in mezzo Carofiglio, Baricco, Saviano, Litizzetto, Sio, Lagioia, Nori, Gamberale, Baggio, Jovanotti e Francesco Costa e avrete fatto. Nella lista degli ospiti internazionali, va detto, ci sono personaggi di rilievo: László Krasznahorkai (scrittore ungherese fresco di Nobel), Zadie Smith (sua la lezione inaugurale sull’adolescenza – tema del salone quest’anno: Il mondo salvato dai ragazzini, titolo dell’omonima e misconosciuta raccolta di poesia di Elsa Morante che Einaudi ha ristampato in tutta fretta, vedendone un numero spropositato di copie), Irvine Welsh (che presentava il suo nuovo romanzo, Men in love), Bernie Sanders, David Grossman, Peter Cameron, Lea Ypi (filosofa e saggista albanese docente di teoria politica alla London School of Economics – recuperate il suo memoir, Dignità) e l’habitué Emmanuel Carrère, in uscita con Kolchoz e illustre sponsor della gargantuesca operazione di ritraduzione e ristampa dell’opera omnia di Philip Roth (non è questa la sede per lamentarsi, ma per averla nuovamente disponibile in libreria – senza dissanguarsi su EBay o confidare che nessuno nella vostra biblioteca di quartiere ami Roth così da non soffiarvi l’unica copia di Pastorale americana – ci vorranno quindici anni; armatevi di pazienza).
Per arginare la ressa di persone intenzionate ad assistere a questi importanti incontri, all’interno di sale ormai insufficienti ad accogliere l’affluenza raggiunta dai visitatori, il sistema delle prenotazioni pare essere l’unica soluzione – oltre quella più ovvia di mettersi in coda un’ora prima, appena aprono le porte dell’evento precedente, quello che NON vi interessa (questo non c’è nel vademecum di sopravvivenza del Salone, io ce lo metterei). Sennonché, in proporzione, il numero di coloro che avrebbero voluto prenotare online era pari a coloro che l’anno scorso hanno tentato di comprare i biglietti per la reunion degli Oasis a Wembley, con meno probabilità di farcela.
Sarcasmo a parte, una domanda sorge spontanea: non c’è il rischio che offrire a così poche persone la possibilità di ascoltare ospiti tanto illustri, sia come non portarli affatto? Il Grande Evento Cittadino ne beneficia, certo, ma altrettanto non si può dire di coloro a cui sarebbe in teoria rivolto un evento culturale che sta diventando struscio instagrammabile.
Armati di pazienza abbiamo ascoltato Welsh (avrebbe tanto voluto parlare del nuovo romanzo, ma l’impressione era che il pubblico volesse soltanto ascoltare ancora una volta il monologo di Trainspotting – “Scegliete il lavoro, scegliete la vita”) e Krasznahorkai (in dialogo con Vanni Santoni, che si è dimostrato come sempre un interlocutore acuto e sensibile). Carrère, ormai figura totemica per il Salone, era inavvicinabile, ma la nostra buona stella ci ha consentito di incontrarlo all’esclusivissimo party della scuola Holden nella notte di sabato – non diremo come ci siamo entrati – e farci due parole di circostanza mentre fumavamo una sigaretta. Pareva stanco, come svuotato dopo l’uscita di Kolchoz.
Insomma, bisogna prendere atto che ormai, il Salone Internazionale del Libro di Torino sia diventata questa cosa qua, un’ibridazione tra ciò che era e ciò che pare essere diventato. Tuttavia, non disperate. Alcune perle vi attendono se saprete dove cercarle, solo che dovrete farlo alla vecchia maniera: strizzando gli occhi sul programma online, mettetevi alla ricerca di nomi meno grandi, meno noti, tenendovi alla larga dai fari accesi sui Soliti Stronzi e sui Venerabili Maestri (italiani o stranieri che siano).
È stato così che ci siamo imbattuti nel dialogo tra Elisa Del Mese, Igiaba Scego (scrittrice e giornalista italiana di origine somala) e Cecilia Rita, giovane autrice al suo esordio con Mantide, per i tipi di NN Editore. Lì, nella raccolta e silenziosa Sala Avorio, ascoltandola parlare del suo romanzo, il Salone è parso proprio come dovrebbe essere. Ian Poggio
Oneida
Circolo Dong, Piediripa di Macerata 15 maggio 2026
Se è vero che “oneida” è un termine pellerossa che sta per “atteso lungamente, con ansia”, quella del pubblico accorso al Dong di Macerata in una piovosa serata di maggio per la gloriosa band di Fat Bobby, Hanoi Jane e Kid Millions è stata di certo ripagata oltre ogni legittima aspettativa. Incorniciati dai classiconi ultrakraut dell’inarrivabile “Each One Teach One”, i 90 minuti densissimi, macinati da cinque nerd ancora in stato di grazia saccheggiando soprattutto gli ultimi “Success” e “Expensive Air”, hanno alternato cavalcate folli e “carezze” pop disturbate e anfetaminiche. Gli Oneida guadagnano il palco come se dovessero occuparlo un metro dopo l’altro, come un organismo collettivo che muta e si espande grazie alla reiterazione, alla stratificazione e alla trance ritmica orchestrata da un Kid Millions zuppo come un calimero e da un Barry London che martella tutto il tempo il suo Moog come uno stenografo zen. Il motorik la fa spesso da padrone, le chitarre ronzano e i synth entrano come interferenze aliene in modalità Chrome. La perversione dei newyorchesi lavora per accumulo: ogni passaggio aggiunge tensione a tensione senza mai offrire un momento realmente liberatorio.
Each One Teach One apre le danze dilatandosi in durata ed effetto, emergendo dal rumore come un relitto, a seguire Beat Me To The Punch scatta con veemenza punk per farsi poi sfregiare dall’acido muriatico, e la medesima sorte tocca sia al recente inno Reason To Hide, sia ai nuovi brani che la band sta rodando dal vivo, come il bel singolo in uscita I Can’t Stand You. L’immancabile Cedars confluisce poi in una Opportunities deformata dalle tastiere e assemblata tra garage rock decomposto e hard krauto alla Amon Düül II. I refrain dei brani anni ‘20 come I Wanna Hold Your Electric Hand guizzano per poco prima di essere risucchiati da ulteriori derive chitarristiche dal sempre più pelato Hanoi Jane e da un impassibile Shahin Motia che incrociano per tutto il set i Can con i Boredoms e “Metal Machine Music” coi Neu!. È infatti il loro lato krautrock a dominare il live: ripetizione ossessiva, variazioni microscopiche, ipnosi forzata dopo una notte senza sonno. Quello che impressiona di più degli Oneida è che il caos è solo apparente. Anche nei passaggi più rumoristi il gruppo mantiene una disciplina interna ferrea e un interplay a cui è sufficiente un rapido scambio di occhiate: si ascoltano, si inseguono, si interrompono, ripartono. Quando accelerano davvero con gli input di un esagitato Fat Bobby, il concerto assume una qualità quasi fisica: il volume non serve a schiacciare il pubblico ma ad assorbirlo nel flusso. Una leggera parvenza di “normalità” sembra avvolge il finale del set con Stranger e Ghost In The Room, che è il loro modo di spianare la strada alla temibile chiusura di Sheets Of Easter, uno dei pochi mantra al mondo in grado di ergersi al livello di Sister Ray, L.A. Blues o Death Valley ’69, che porta l’omoteleuto light/night/sight/right all’estremo polmonare in cui musicisti e pubblico si elevano all’unisono verso l’assoluto sonico.
Sarebbe criminale fare le pulci a un set generoso e implacabile, estenuante per i musicisti e per chi magari è poco avvezzo a siffatte esperienze, giusto l’amarezza di non averci assediato e cannoneggiato oltre con la cover di Gunboats degli Swell Maps che chiudeva il loro ultimo long playing. Che a quanto pare non sarà l’ultimo. Gli Oneida non suonano canzoni, ma scavano un tunnel ansiogeno costringendo gli spettatori a passarci dentro fino a perdere il senso del tempo. Per chi non teme le bordate electropsych noise, è un godimento assistere a quella inveterata capacità d’allungare e deformare il rock fino a farlo diventare qualcosa di prossimo alla trance, qualità che li portò nell’olimpo infernale ormai un quarto di secolo fa. Quando gli Oneida smettono di suonare non resta il ricordo dei singoli brani, ma la sensazione di essere stati trascinati dentro un motore lasciato acceso, un flusso di ritmo, volume e ripetizione che invece di esplodere continua ostinatamente ad avanzare, finché il concerto smette di sembrare musica e diventa una condizione fisica. Panfilo D’Ercole
The Undertones
Zakk, Düsseldorf, 16 maggio 2026
Ha senso nel 2026 andare a vedere una punk band di quasi settantenni che celebrano il loro cinquantennale come gruppo? In teoria no, specie dopo aver assistito a un loro concerto una decina d’anni fa ed esserne rimasto piuttosto deluso. Per una serie di circostanze fortuite, mi convinco a dare una seconda chance agli Undertones, il cui omonimo album di debutto è uno dei capolavori assoluti del genere. La storica formazione di Derry si presenta sul palco con quattro quinti della line-up originale, vale a dire i fratelli John e Damian O'Neill alle chitarre, Michael Bradley, basso e voce, Billy Doherty alla batteria e Paul McLoone, che dal 1999 ha sostituito l’indimenticabile Feargal Sharkey alla voce. L’attacco è con una triade al fulmicotone: “Jimmy Jimmy”, “Male Model”, “You’ve Got My Number”. Il pubblico, composto anche da una discreta presenza di venti-trentenni (cosa piuttosto inusuale quando si tratta di gruppi storici) sembra gradire, a giudicare dai cori e dagli applausi scoscianti al termine di ogni pezzo. McLoone non fa rimpiangere Sharkey, Bradley presenta spesso le canzoni e lancia frecciatine divertite a Damian O’Neill quando questi cambia le chitarre. Ma non ci sono lungaggini o tempi morti: gli Undertones sono affiatati e affondano le mani nei loro primi due album e nei singoli d’antan con una scaletta “all killers no fillers”. In un’ora e venti McLoone e compagni piazzano una trentina di brani, tra cui “Jump Boys”, “I Gotta Getta” e “Girls Don't Like It” che accendono il singalong. Quando arriva “Teenage Kicks” a cantare è praticamente tutta la sala. Dopo la chiusura con “Get Over You”, gli Undertones escono brevemente di scena per tornare dopo qualche minuto per i bis che includono “Here Comes The Summer”, “Emergency Exit” e “My Perfect Cousin”, immancabili in una scaletta pressoché perfetta. Roberto Calabrò
Everloving plays the music of Henry Flynt/Eugene Chadbourne
“Flaming Creatures” @ Chiesa Evangelica Metodista, Roma, 11 Maggio 2026
Giubilo, liberazione. Vidi Henry Flynt a Bruxelles nel 2009 all’interno del mai troppo elogiato “Kraak Festival”. Performance sopra le righe, spiazzante, chitarra in fuga e hillbilly lunare. Oggi un manipolo di sobillatori della gentrificata downtown newyorkese ha deciso di rinverdirne i fasti. Flynt è vivo e vegeto ma si guarda bene dal mostrarsi in pubblico, il testimone passa a quello che un tempo fu il motore ritmico di Circus Mort/Swans, Jonathan Kane, che già ci aveva deliziati con le sue pubblicazioni di rock’n’roll massimalista su Table Of The Elements. Con membri – tra gli altri – di Sunwatchers e il violinista David Soldier (polistrumentista newyorkese di estrazione avant/contemporanea) inscena un tributo per nulla calligrafico all’interno delle volte della Chiesa Metodista. È musica profondamente newyorkese che sintetizza no wave e Fluxus, minimalismo e bluegrass. L’intensità delle trasposizioni tradisce un solido background post-punk e l’impressione è quella di trovarsi di fronte a degli anfetaminici Faust (con Tony Conrad ovviamente) o ai primi Velvet intrappolati in una tempesta noise. Si fa fatica a restare immobili tra i banchi dell’atipica location, sentiremo parlare a lungo di questa compagine e – consentitemi – sulle ali dell’entusiasmo a Kane vorrei affibbiare il nomignolo di Keith Moon dell’avant-rock!... In questo favoloso double bill l’apertura è toccata a chi della corrosiva ironia ha fatto una bandiera, il dottor Eugene Chadbourne. Banjo o elettrica (non distorta) a seconda delle occasioni, tra brani di suo concepimento e cover debitamente contestualizzate: Compassion e Dear Lord (John Coltrane), Sacrifice (Motörhead), Midnight Rider (Allman Brothers) e Old Violin (Johnny Paycheck). Un sopravvissuto, un’altra figura cui portare il massimo rispetto. Luca Collepiccolo
Memorials
The Lexington, Londra, 20 aprile 2026
Pearl Charles
100 Club, Londra, 1 maggio 2026
L'arrivo dell'attesa primavera ha portato con sé ammassi di vapori dalle svariate tinte seventies in forma di due serate che hanno spazzato via il grigiore dai cieli di Londra. Gli iniziali benefici effetti sono stati percepiti già mercoledì sera grazie a Verity Susman (ex Electralane) e Matthew Simms (ex It Hugs Back e attuale collaboratore con i pionieri Wire), per la prima data a supporto dell'ottimo nuovo lavoro siglato Memorials, che, attingendo da stilemi e costrutti ben consolidati, operano un gran lavorio di rimodellamento degli stessi con audace e personale inventiva. Tra l'niziale Cut Glass Hammer, con il suo pompante electro groove circolare dall’ossessiva e metronomica ripetitività percussiva, e la conclusiva bipolare Life Could Be A Cloud, che alterna folk cosmico pastorale ed esplosioni kraut con Verity algida chanteuse declamante alla Nico, trovano spazio una dozzina di brani tratti dai due album finora realizzati (escludendo il trittico di “Music For Films”), che si muovono sulle coordinate sopra citate, impreziosite ora dagli sporadici e azzeccati inserti del sax di Verity ora dalla chitarra di Matthew, tra travolgenti folate di farfisa e diavolerie di feedback. Saranno in Italia a breve, per cui se passano dalle vostre parti non perdetevi gli assemblaggi sonori di questa coppia di esploratori che partendo dai nonni putativi kraut, fre(e)ak folk e avant psych percorrono i sentieri tracciati da Stereolab e Broadcast.
I luccichii delle lucine natalizie poste sul palco del Lexington lasciano il posto a quelli degli strass e paillettes della desert queen Pearl Charles, che al mitico 100 Club, in piena Oxford Street, ci illumina con la sua solare versione di soft rock seventies, tra numeri yacht rock, country rock dalle venature funky e soul, classici radio friendly AOM e spudorato edonismo disco. Accompagnata dal bravo compagno Michael Rault, Pearl delizia la platea per novanta minuti alternandosi tra chitarra acustica e tastiere tra atmosfere Laurel Canyon ed echi di Dusty Springfield, Carpenters, Fleetwood Mac, Carole King and Abba. Tra melodie raffinate (What I Need) e accattivanti ritornelli (Middle of the Night, giusto per citarne uno, pezzo che potrebbe ben figurare in “Rumours”) c'è posto pure per la disarmante dolcezza dell'acustica Smoke in the Limousine, l'eleganza del sognante psych pop di Step Too Far, il momento d'intropezione di Take Your Time, la disco country funk di City Light, con micidiale linea di basso da Studio 54, e la disco da guilty pleasure di Only for Tonight. Considerando l'alto potenziale commerciale, la bravura compositiva e la presenza scenica è un vero inspiegabile mistero come Pearl non sia (ancora) una mega star. Ferruccio Guglia
Brian Eno: My Light Years/Seed
Ospedale Vecchio e Giardini di San Paolo - Parma, 30 aprile 2026
Brian Eno rifugge le banalità in punta di piedi raccontando le sue idee con voce felpata mentre durante la presentazione della sua prima mostra europea dedicata all’esplorazione della luce come mezzo artistico. Siamo all’interno dei Giardini di San Paolo, nel centro storico di Parma, dove sorge l'installazione site-specific “Seed”, creata insieme alla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran (presente al suo fianco), un progetto artistico che poi troverà la sua definitiva collocazione fisica come field recording impresso in un vinile stampato in un’unica copia e integrato nella collezione permanente della Casa del Suono, a testimonianza della collaborazione tra l'artista inglese e la città di Parma. Rilassato e sorridente, Eno raggiunge l’adunata dei giornalisti esibendo il vessillo palestinese appuntato al petto come una ferita lacerata e lacerante che ci ricorda di un intero popolo sempre costretto a soffrire pene inverosimili ma di nuovo nel silenzio mediatico per il sovrapporsi di eventi che spostano l’attualità su altri fronti. Ne parla subito e non sono parole di circostanza, le sue come peraltro quelle della Temelkuran subito dopo, ché solo il prendere posizione è un atto di valore incommensurabile, ma, come si diceva all’inizio, la banalità e Brian Eno viaggiano in direzione ostinatamente contraria. Poi il discorso si sposta sull’altra attualità, ovvero l’intelligenza artificiale, che “di per sé non è la fonte di preoccupazione quanto piuttosto chi ne è proprietario, o chi ne ha la titolarità, che sono le stesse teste che hanno creato e sono proprietarie dei social media, che hanno un atteggiamento divisivo e non collaborativo. Ciò che importa è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, tesi a trovare un modo successivo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”. Infatti no, e la conferma arriva subito dopo, quando la conversazione si sposta sulla musica. “Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici preponderanti sui quali le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne, o sapere di cosa parlare. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone. Però continua ad avere un ruolo importante all’interno di un’ecologia culturale, perché in mezzo ce n’è anche di ottima. Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì…’, beh, non è vero, c’era un sacco di merda anche allora… Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate in assoluto beh… 17 erano cose che non avremmo mai voluto ascoltare. Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita, per cui penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di
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