LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Memorials (sopra) e Pearl Charles (sotto), foto di Ferruccio Guglia]

Memorials
The Lexington, Londra, 20 aprile 2026
Pearl Charles
100 Club, Londra, 1 maggio 2026
L'arrivo dell'attesa primavera ha portato con sé ammassi di vapori dalle svariate tinte seventies in forma di due serate che hanno spazzato via il grigiore dai cieli di Londra. Gli iniziali benefici effetti sono stati percepiti già mercoledì sera grazie a Verity Susman (ex Electralane) e Matthew Simms (ex It Hugs Back e attuale collaboratore con i pionieri Wire), per la prima data a supporto dell'ottimo nuovo lavoro siglato Memorials, che, attingendo da stilemi e costrutti ben consolidati, operano un gran lavorio di rimodellamento degli stessi con audace e personale inventiva. Tra l'niziale Cut Glass Hammer, con il suo pompante electro groove circolare dall’ossessiva e metronomica ripetitività percussiva, e la conclusiva bipolare Life Could Be A Cloud, che alterna folk cosmico pastorale ed esplosioni kraut con Verity algida chanteuse declamante alla Nico, trovano spazio una dozzina di brani tratti dai due album finora realizzati (escludendo il trittico di “Music For Films”), che si muovono sulle coordinate sopra citate, impreziosite ora dagli sporadici e azzeccati inserti del sax di Verity ora dalla chitarra di Matthew, tra travolgenti folate di farfisa e diavolerie di feedback. Saranno in Italia a breve, per cui se passano dalle vostre parti non perdetevi gli assemblaggi sonori di questa coppia di esploratori che partendo dai nonni putativi kraut, fre(e)ak folk e avant psych percorrono i sentieri tracciati da Stereolab e Broadcast.
I luccichii delle lucine natalizie poste sul palco del Lexington lasciano il posto a quelli degli strass e paillettes della desert queen Pearl Charles, che al mitico 100 Club, in piena Oxford Street, ci illumina con la sua solare versione di soft rock seventies, tra numeri yacht rock, country rock dalle venature funky e soul, classici radio friendly AOM e spudorato edonismo disco. Accompagnata dal bravo compagno Michael Rault, Pearl delizia la platea per novanta minuti alternandosi tra chitarra acustica e tastiere tra atmosfere Laurel Canyon ed echi di Dusty Springfield, Carpenters, Fleetwood Mac, Carole King and Abba. Tra melodie raffinate (What I Need) e accattivanti ritornelli (Middle of the Night, giusto per citarne uno, pezzo che potrebbe ben figurare in “Rumours”) c'è posto pure per la disarmante dolcezza dell'acustica Smoke in the Limousine, l'eleganza del sognante psych pop di Step Too Far, il momento d'intropezione di Take Your Time, la disco country funk di City Light, con micidiale linea di basso da Studio 54, e la disco da guilty pleasure di Only for Tonight. Considerando l'alto potenziale commerciale, la bravura compositiva e la presenza scenica è un vero inspiegabile mistero come Pearl non sia (ancora) una mega star. Ferruccio Guglia


Brian Eno: My Light Years/Seed
Ospedale Vecchio e Giardini di San Paolo - Parma, 30 aprile 2026
Brian Eno rifugge le banalità in punta di piedi raccontando le sue idee con voce felpata mentre durante la presentazione della sua prima mostra europea dedicata all’esplorazione della luce come mezzo artistico. Siamo all’interno dei Giardini di San Paolo, nel centro storico di Parma, dove sorge l'installazione site-specific “Seed”, creata insieme alla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran (presente al suo fianco), un progetto artistico che poi troverà la sua definitiva collocazione fisica come field recording impresso in un vinile stampato in un’unica copia e integrato nella collezione permanente della Casa del Suono, a testimonianza della collaborazione tra l'artista inglese e la città di Parma. Rilassato e sorridente, Eno raggiunge l’adunata dei giornalisti esibendo il vessillo palestinese appuntato al petto come una ferita lacerata e lacerante che ci ricorda di un intero popolo sempre costretto a soffrire pene inverosimili ma di nuovo nel silenzio mediatico per il sovrapporsi di eventi che spostano l’attualità su altri fronti. Ne parla subito e non sono parole di circostanza, le sue come peraltro quelle della Temelkuran subito dopo, ché solo il prendere posizione è un atto di valore incommensurabile, ma, come si diceva all’inizio, la banalità e Brian Eno viaggiano in direzione ostinatamente contraria. Poi il discorso si sposta sull’altra attualità, ovvero l’intelligenza artificiale, che “di per sé non è la fonte di preoccupazione quanto piuttosto chi ne è proprietario, o chi ne ha la titolarità, che sono le stesse teste che hanno creato e sono proprietarie dei social media, che hanno un atteggiamento divisivo e non collaborativo. Ciò che importa è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, tesi a trovare un modo successivo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”. Infatti no, e la conferma arriva subito dopo, quando la conversazione si sposta sulla musica. “Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici preponderanti sui quali le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne, o sapere di cosa parlare. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone. Però continua ad avere un ruolo importante all’interno di un’ecologia culturale, perché in mezzo ce n’è anche di ottima. Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì…’, beh, non è vero, c’era un sacco di merda anche allora… Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate in assoluto beh… 17 erano cose che non avremmo mai voluto ascoltare. Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita, per cui penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di canone che non avuto negli ultimi vent’anni. Però non credo sia una cosa che io arriverò a vedere…”.
Più realista di così… ma tornando invece alla presentazione delle sue opere, aveva detto: “Quando mi è stato chiesto di contribuire al restauro dei bellissimi Giardini di San Paolo insieme a Ece Temelkuran ne sono stato felicissimo. Credo che i parchi, i caffè, le gallerie e tutti gli spazi pubblici siano veri e propri centri di civiltà dove le persone si incontrano alla pari e dove la società trae il proprio nutrimento. Il progetto realizzato si chiama “SEED”, che vuol dire “SEME”, e ciò che realizziamo a Parma è solo l'inizio del vero lavoro che verrà: il germoglio per le conversazioni che le persone avranno qui, le confidenze che verranno scambiate, il corteggiamento e le amicizie che prenderanno vita. Mi rende felice l'idea che il nostro contributo possa aiutare a creare una sorta di “giardino segreto” mentale, uno spazio di feconda quiete contro il rumore crudele dei nostri tempi. Sulla mostra “My Light Years”, esposta all’Ospedale Vecchio lungo via D’Azeglio, nel cuore della Parma più verace e poliedrica, invece aveva detto: “Mi ha davvero entusiasmato. È un edificio immenso ed è stata una vera e propria sfida capire come distribuire le opere in uno spazio così grande. Alcune sono contemporanee, ma la maggior parte sono più datate e includono alcune delle primissime installazioni luminose che ho realizzato negli anni ’80. Sarà uno spettacolo piuttosto vario e richiederà al pubblico lunghe camminate.” Lunghe camminate alternate ad altrettanto lunghe sedute di contemplazione visiva e acustica, dato che oltre alle opere da vedere (installazioni, sculture, video dipinti…), di cui alcune datate (“Faces”, “Crystals” o “77 Million Paintings”) e altre create appositamente (“Light Boxes”), è possibile immergersi nei suoni d’ambiente appositamente composti per l’esposizione e diffusi con un sistema acustico avvolgente e ammaliante. Entrambe le mostre saranno aperte dal primo maggio al 2 agosto: l’unico suggerimento, oltre ad andare a visitarle entrambe, è di dedicare il giusto tempo ad ogni singolo sguardo e ad ogni minimo suono. Andrea Amadasi


Paolo Angeli
La Tenda, Modena, 20 aprile 2026
Torna a Modena, che frequenta con regolarità da anni, il nostro chitarrista sardo da esportazione: stavolta per presentare “Lema”, che significa slogan e ha a che fare, racconta, anche coi suoi fraseggi, col suo modo di stare nel mondo. Come sempre molto comunicativo, Angeli racconta un aneddoto un altro grande sardo, Antonello Salis, a proposito del diventare retorici quando si suona da trent’anni, e in qualche modo il nuovo disco, dice, riguarda anche questo, il fatto di venire a patti con la propria identità, col proprio linguaggio, con il proprio universo, che nel caso specifico del musicista gallurese ha tra i suoi cardini, in questo ultimo lavoro, il contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, la questione palestinese, ancora irrisolta quando già quarant’anni fa si scendeva in piazza per manifestare. Il set come di consueto è un lungo viaggio senza pause, dove la novità più rilevante, come già negli ultimi anni, è l’introduzione sempre più massiccia di parti cantate e l’affondo nella tradizione del folklore sardo (a breve a proposito uscirà un disco con i Tenores di Orgosolo). La chitarra sarda preparata di Paolo Angeli, lo abbiamo già detto tante volte, è uno strumento-mondo, capace di spalancare altre dimensioni, di farsi violoncello, percussione, generatore di rumore, kora: tra le corde si intraprende un viaggio in un Mediterraneo reale, epico e interiore. “Per cosa posso cantare?” si domanda, e dopo un racconto molto divertente sul suo incontro con Peter Gabriel, a cui ha dato apposta indicazioni sbagliate sui posti dove trovare i porcini, un blues arrugginito e sdentato in lingua madre, una citazione da “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, i complimenti a Tom Waits, che se ne è effettivamente appena uscito con un pezzone coi Massive Attack, “Boots On The Ground”, chiude in mezzo alla platea cantando a cappella in sardo; è una vita che seguiamo Paolo Angeli (il primo live fu proprio all’Università di Modena ai tempi del suo “Linee di fuga”) e ogni concerto ci ricorda il perché lo facciamo. Nazim Comunale


The Bevis Frond
Sonic Ballroom, Colonia, 21 aprile 2026
L’atteso ritorno dei Bevis Frond in terra tedesca si concretizza a distanza di due anni. Allora era appena uscito l’ottimo “Focus On Nature”, ora è la volta dell’altrettanto eccellente “Horrorful Heights” di cui abbiamo ampiamente parlato su Blow Up di aprile. Nick Saloman si presenta con la stessa, ormai rodatissima, formazione che contempla Paul Simmons alla chitarra, Dave Pearce alla batteria e l’ex Bronco Bullfrog Louis Wiggett al basso.
L’atmosfera raccolta del Sonic Ballroom è perfetta per annullare ogni barriera tra band e pubblico, come il buon Nick ci dimostrerà nel corso della serata intrattenendosi – e intrattenendoci – con aneddoti e battute. Alle nove in punto il gruppo si presenta in scena e attacca, come sempre, con “Hole Song #2”, perfetto esempio della cifra stilistica del quartetto britannico: melodia e trame psichedeliche cucite assieme dalle chitarre e da una sezione ritmica al contempo potente e fantasiosa. Da lì in avanti i Bevis Frond attraverseranno il ricchissimo catalogo di Mr. Saloman muovendosi senza soluzione di continuità tra brani ormai classici (le immortali “Lights Are Changing” e “I’d Be A Diamond”, coverizzate tra gli altri da Lemonheads e Teenage Fanclub) e lunghe cavalcate psichedeliche da cui viene fuori la classe e l’affiatamento dei quattro musicisti. Quando si parla dei Bevis Frond ci si sofferma (come è giusto che sia) su Nick Saloman e sulle sue grandi doti di songwriter, ma si rischia di far torto agli altri tre membri del gruppo, dei veri fuoriclasse. Questa sera è soprattutto la sezione ritmica a spiccare, con il drumming tentacolare di Pearce e le linee di basso fantasiose di Wiggett. Per “Superseded” Nick imbraccia il suo sitar elettrico e la band si lancia in una jam proto-stoner di una quindicina di minuti toccando vette altissime, cui segue una non meno ipnotica “Well Out Of It”.
Il lato più morbido della formazione britannica viene fuori dalla lenta ballata “A Simple Pursuit” e dall’avvolgente “Space Age Eyes”, tra i pochi brani di “Horrorful Heights” presenti in scaletta. Non sono pochi, invece, gli intermezzi in cui Mr. Saloman si ferma a scherzare con i membri del gruppo, a raccontare la genesi di questo o quel pezzo o aneddoti della sua ormai infinita carriera. Il pubblico risponde estasiato quando la band è alle prese con i brani vecchi e nuovi, e divertito quando Nick mostra doti da stand-up comedian con la simpatia e l’understatement che tutti gli riconosciamo.
La serata vola via che è una bellezza e, dopo due ore di grande musica (e risate), i Bevis Frond si congedano dal fedele pubblico di Colonia con “King For A Day”, uno dei brani di punta del nuovo album: un saliscendi ritmico con le chitarre lisergiche del duo Saloman-Simmons che fanno letteralmente scintille. Roberto Calabrò


Bill Orcutt
Flaming Creatures @ Cantina Rosé, Roma, 18 Aprile 2026
La ferocia non è venuta meno, è stata semplicemente canalizzata: il raga blues di Orcutt è oggi una forma niente affatto rigida in cui convergono squarci di minimalismo, ipnosi elettriche alla Sandy Bull e omaggi al furente Sonny Sharrock. Risonanze, rifrazioni, in un set elettrico che non prevede una scaletta definita: le composizioni non sono concepite a tavolino, il set è esclusivo e Bill opta per un mood, una progressione d’accordi con un canovaccio solo apparentemente definito. Una poetica della sei corde che oggi lo pone al fianco dei grandi innovatori del genere: Lee Ranaldo, Alan Licht e finanche Ben Chasny (da ricordare gli incroci strategici con Ethan Miller, peraltro). Bill si muove in solo in questa unica data italiana, una fuga d’autore durante il tour col power trio composto dall’ex Sonich Youth Steve Shelley e appunto Miller dei Comets On Fire. La sua chitarra lancinante non fa rimpiangere le evoluzioni simil-hard del progetto principe, con sole quattro corde – da sempre un diktat lo smaltimento del manico – il grado di comunicazione rimane eccelso e la visione globale ubriacante. Perché si esce proprio ebbri da questo fuoco di fila, una sensibile spallata alla musica strumentale più docile, dove le frequenze sono certo aspre e l’adrenalina condensata. Feroce e nobile intensità in un battito d’ali. Luca Collepiccolo


Ditz
Monk, Roma, 9 Aprile
Steve Gunn
Unplugged In Monti @ Cantina Rosé, Roma, 16 Aprile
The Notwist
Monk, Roma, 17 Aprile
Rispetto all’ultimo tour che ha toccato anche Roma l’anno scorso, non hanno nuovo materiale da presentarci i Ditz da Brighton, fermi ai box con l’ultimo “Never Exhale” del 2025, ma è sempre un piacere andargli a fare una visitina, vista la verve e la forza propulsiva che sanno regalare dal vivo. La band, che si esibisce al Monk, si gioca quasi inspiegabilmente i due cavalli di battaglia all’inizio della scaletta (Taxi Man e Four) con l’ugola tagliente dello scalmanato leader Cal Francis coadiuvata dalle sferraglianti chitarre post-grunge/nu-metal e da una sezione ritmica evidenziata da un basso che ti entra in gola e da una batteria tunz tunz che raccoglie tutto lo spirito dancey degli inglesi. Monolitici e molto industrial-metal, i Ditz dal vivo evidenziano le loro influenze crossover, che vanno dall’alternative rock dei Korn e dei NiN fino al neo post-punk-noisy di Gilla Band e Idles, e rendono incandescente una platea pogante e presa bene che induce Cal a tirargli addosso dei cubetti di ghiaccio per provare a raffreddare i bollenti spiriti. Ovviamente non riuscendoci.
I (bravissimi) ragazzi di “Unplugged in Monti” (format ormai itinerante) portano nel cuore del Pigneto l’ormai storico evento musicale romano: nel vellutato Cantina Rosé (locale fresco di apertura sotto il rinomato marchio Necci & Co.) fa la sua (timidissima) comparsa Steve Gunn. Sembra quasi chiedere permesso, l’allampanato songwriter americano che con la propria chitarra acustica, riverberata e spesso messa in loop con la pedaliera, e con la sua voce esile ma potente (veramente uguale a quella che conosciamo su disco), anima per un’oretta abbondante un locale intimo ma strapieno; un pubblico che, a onor del vero, non sempre sa rispettare il rigoroso silenzio che un’esibizione del genere meriterebbe (tanto da indurre Steve a rimproverare la sala durante l’esibizione della cover velvettiana I’ll Be Your Mirror). Recuperata la giusta atmosfera per questa liturgia psych-folk - perché è di questo che si parla - tra piccoli errori e imperfezioni (che in realtà rendono più umano l’artista residente a Brooklyn), Steve ci lascia intravedere con la propria musica una fioca e livida luce da tramonto nel deserto che raggiunge il climax nella toccante Nearly There, canzone contenuta nell’ultimo, bellissimo, “Daylight Daylight” (2025), esibita live sulla falsariga della rivisitazione contenuta del recente ep “Shape of a Wave”. Pura fluorescenza.
Nella nostra vita li abbiamo visti almeno tre o quattro volte esibirsi dal vivo, ma dobbiamo ammettere che i Notwist ammirati (è proprio il caso di dirlo) questa sera al Monk sono stati senza dubbio i migliori di sempre. I due fratelloni Acher si presentano sul palco insieme ad altri cinque elementi e in mezzo a mille diavolerie strumentali - sax, xilofoni, diamoniche, tromboni, mellotron, falutini dolci, synth e chi più ne ha più ne pensi - danno vita a una serata che volge lo sguardo verso ricordi e nostalgie anni Zero ma che sa anche guardare bene all’oggi. Presentandoci il recente “News from Planet Zombie” i tedeschi riarrangiano in modo spigliato (e terribilmente divertente) nuovi e vecchi hit dando grande rilievo a delle lunghe code che ora si fanno sanguinarie (X-Ray tratta dall’ultimo disco), ora terribilmente groovy (Where You Find Me da “Vertigo Days”), cazzutamente kraut (la coda dell’intramontabile Pick Up the Phone) oppure dub-/jazz/fusion-core (la stupenda Gloomy Planets da “The Devil, You + Me”). Rimarchevole la performance hardcore in power-trio di Agenda (tratta dal primo album omonimo del ‘91) e il pre-finale di una Pilot suonata a cassa dritta, in piena botta acid, che vorremmo non finisse mai. Non ci hanno suonato Consequence, ma a noi basta tutto questo per essere felici, con l’aggiunta della schitarrata di One With The Freaks. Magici. Marco Giappichini


Reinier Baas / Ben Van Gelder
La Tenda, Modena, venerdì 17 aprile 2026
Torna a Modena dopo la data del 2017 il duo olamdese del chitarrista Baas con il sassofonista Gelder, già membri di un trio con il leggendario connazionale Han Bennink. Presentano “This Is Water”, l'ultimo disco, ma cominciano con la monkiana Light Blue, che ricorda le riletture del repertorio di “Sphere” operate da Elliott Sharp: il pezzo attinge a nuova linfa anche grazie a una coda fatta di lievissimi labirinti armonici che paiono non risolversi ad un’uscita: ruggini nitide e sobrie, che evidenziano la capacità di entrare nelle viscere del pezzo per uscirne con nuovo sangue, altre prospettive. Qualche corrusca nuvola timberniana, una profondità densa di una leggerezza calviniana si addensa sul cielo attraversato dal duo. La scrittura sa frugare in spigoli desueti, muovendosi in una fertile terra di mezzo tra nitore melodico e ricerca. Un mood talvolta swing, con quel quid inconfondibilmente olandese, ma anche la polvere spettinata di un Marc Ribot nelle invenzioni della chitarra. Due musicisti abili nel far convergere nella loro musica mille stimoli diversi, per un linguaggio prismatico, eclettico, che da un lato indugia volentieri in limpide soluzioni tematiche ma dall'altro non si perde mai nelle paludi definitive della retorica. Chiudono con il cubismo melodico applicato a Smile di Charlie Chaplin e con Hypochristmutrifuzz di Misha Mengelberg. Nazim Comunale 


Juana Molina
ICA, Londra, 13 aprile 2026
Situato sul Mall di Londra, il prestigioso viale cerimoniale alberato che collega Trafalgar Square a Buckingham Palace, spesso utilizzato per processioni reali e visite di stato, l’ICA (Institute of Contemporary Arts) offre una interessante programmazione di film, eventi, conferenze e dibattiti. Nell’inverno del 1984 fu luogo del leggendario Concerto per voce e macchinari degli Einstürzende Neubauten, che prevedeva la perforazione del palco, esibizione interrotta bruscamente dopo solo una ventina di minuti col personale che, preso dal panico, staccò l'alimentazione elettrica scatenando una rivolta del pubblico pagante in speranzosa attesa essere ricoperto dalla pioggia di detriti e perdere qualche decibel di udito!... La serata con Juana Molina si preannuncia come l’esatto opposto della demolizione di allora, grazie alle mirabolanti costruzioni architettoniche elettroacustiche dalle minimaliste, discordanti geometrie della nostra magnifica esploratrice sonora che da ben due decenni sforna veri capolavori di inventiva avant-pop dallo stile personalissimo e riconoscibilissimo, edificati sulla stratificazione di loop ritmici di chitarra, pulsazioni di synth e seducenti voci incantatorie in un perfetto connubio tra le native radici musicali folk e la piena adozione tecnologica. Si parte delle celebrazioni del quindicesimo anniversario della radio online NTS: le tre note pulsanti dell’ipnotica linea di basso di Uno es árbol, narrazione ciclica che col cambio di una sola sillaba gioca a trasformare il significato semantico dell'essere radicati e lo sradicarsi, quindi dall’ultima fatica, “Doga”, uscito lo scorso anno dopo otto anni di silenzio, vengono proposte la dolce ninna nanna ondeggiante della giocosa e solare Siestas ahí, il folk storto di Miro todo con inizio cosmico alla Orb, i nove minuti dell’astrazione Rina soi con i suoi arpeggi spezzati e La paradoja, che dopo la spettrale intro minimal synth parte con ritmo kraut che diviene kosmische tra scintilii siderali. Juana si alterna tra linee di chitarra e tastiera accompagnata solo dalla batteria del fedele Diego Lopez de Arcaute, che non sbaglia un solo colpo e dà il meglio nell’incalzante groove poliritmico dell’irresistibile Cosoco, con seconda parte in cui Juana sta in modalità corriere cosmico, e nei conclusivi nove minuti dal continuo crescendo di tensione ritmica della robotica danza electro tribale Un dia.
Juana Molina ha costruito attorno a sé un personalissimo, fantasmagorico universo sonoro, una esclusiva pozione magica edificata sulla pedaliera a loop e servita filastroccando con sussurri, bisbigli, borbottii, gorgheggi, vocalizzi, trilli, strilli, urla e quant’altro la sua ugola da ammaliante incantatrice infantil-benigna le permette e che seguendo caparbiamente nessuna logica se non la sua (ricordiamo che era una delle comiche più famose del suo paese, professione che abbandonò all’apice del successo per inseguire il suo sogno musicale) ha creato un mondo magico da visitare, esplorare ed ammirare. Ferruccio Guglia


Ongon
Ngoma Rifugio Creativo, Chiesuola (Ravenna), 3 aprile 2026
Un ongon è un tramite in grado di convocare e custodire spiriti, connettere mondi diversi: è proprio questo che fa la musica di Antonio Bertoni, profondamente imbevuta della cultura nordafricana gnawa, ma non solo. Con questo alias Bertoni ha già una nutrita discografia alle spalle: l’ultimo dei sette dischi ad oggi pubblicati è “Solchi rari-Vol II” dell’anno scorso. Lo intercettiamo in Romagna per il penultimo concerto della prima stagione di Ngoma Rifugio Creativo, uno spazio perso nelle campagne della provincia ravennate, molto vicino alla Casa del Vento (chi si ricorda i tipi di Palustre sa di cosa parlo), gestito dal percussionista Marco Zanotti. Quattro strumenti a corda nel set up di Ongon: una versione elettroacustica del guembri, strumento d’elezione della musica gnawa, una chitarra tenore, una ghironda-chitarra costruita da un inventore di strumenti e un altro arnese inventato da un russo, capace con due corde soltanto di produrre suoni che fanno volare via, la dvina, suonata con l’archetto. A questi Bertoni unisce percussioni, basi, che possono essere sequenze ritmiche o registrazioni di voci o suoni psichedelici: tutto il mood del live sembra proprio improntato a ricreare la trance che i lunghi rituali gnawa cercano e ottengono in chi suona e in chi ascolta: la ghironda stacca inni al cielo, poi irrompe una sequenza che ci riporta dritti dalle parti del Terry Riley più ascensionale e estatico; su questa architettura poi fiorisce un groove ossuto, un pugno di note di guembri che trascinano corpo e mente. Ampia ed eclettica la varietà di soluzioni e di idee messa in campo dal musicista: una registrazione di un pianoforte impro, voci rabdomantiche, un loop di batteria che inciampa, poi un riff killer di chitarra e a seguire una base costruita con il bolon, un’arpa africana del Mali che è l’antenato del contrabbasso. L’idea è quella della musica come reale e possibile cura alle malattie dell’anima, in un equilibrato mix di cellule ritmiche, andamenti ipnotici, battiti dispari, rigogliosa flora elettronica, per un’idea di Africa intima e cosmica al tempo stesso, più intenzione e chimera che luogo geografico. Un carillon affogato nel fango lunare, accenni di soul-blues 4.0, Phil Cohran, Don Cherry, Bassekou Kouatè, i 75 Dollar Bill: sono solo alcune delle possibili suggestioni a cui rimanda una musica che convince per sensibilità, intelligenza, versatilità e ampiezza di orizzonti nello sguardo: cuore e cervello al servizio della tecnica. Alla fine del lungo set, come da tradizione a Ngoma, un finale dedicato all’improvvisazione con un musicista ospite, in questo caso Masih Karimi, dall’Iran, a daf (un tamburo) e tanbur (un cordofono). La programmazione dello spazio si chiude il 9 maggio con la presentazione del nuovo disco del quartetto Tell Kujira. Potete restare aggiornati sulle attività seguendole su Instagram sulla pagina ngoma_rifugio_creativo. Nazim Comunale


Courtney Barnett
Circuit, Londra, 27 marzo 2026
Banquet Records è un bel negozio di dischi situato a Kingston upon Thames, nella periferia sud-occidentale di Londra, dal nobile lignaggio Beggars Banquet Records, catena di negozi da cui si separò nel 2002. Dopo varie vicissitudini (bancarotta inclusa) nel 2005 i due dipendenti Jon Tolley e Mike Smith decisero di intervenire e in poco tempo risollevarono le sorti dell'attività aggiudicandosi per diverse volte riconoscimenti quale miglior negozio indipendente dell'anno. Lo slogan “more than just your local record store” è azzeccato, dato che nell’ultimo decennio alla gestione del negozio si affianca l'attività di promoter, che è diventata a dir poco frenetica negli ultimi tempi con eventi a cadenza quasi quotidiana. Qualche mese fa sono riusciti a fare il colpaccio offrendo l’anteprima mondiale di Robert Plant in occasione dell’uscita di “Saving Grace”. Stasera tocca a Courtney Barnett, il mio enigma musicale da ben quindici anni. Mi spiego. Essendo cresciuto musicalmente con l’alt rock anni Novanta, la proposta della indubbiamente bravissima Courtney dovrebbe farmi pronunciare il fatidico aggettivo “carino” e basta, invece tra le miriadi di proposte simili lei è l’unica nel suo genere che mi ha sempre non solo convinto pienamente ma entusiasmato, compito arduo per orecchie svezzate con i suoi padri putativi. Sarà per la capacità di composizione e il saper fotografare aspetti del vissuto quotidiano narrandoli con naturalezza e quindi donando freschezza e vigore a stilemi ampiamente consolidati; ma forse c’è di più e la serata sembra l’occasione buona per svelare possibili nuovi indizi. Il nuovo lavoro “Creature of Habit” è uscito in mattinata ed è proprio con l’apripista Stay In Line che si parte.  Linea di basso secca e ripetitiva + voce inconfondibile + chitarra arty wave nervosetta + coro accattivante = un gran pezzo PJHarveyiano per la generazione millennium. Mantis, Site Unseen e Sugar Plum, tutte tratte dal nuovo lavoro, sono gioiellini di solare perfezione pop, pillole di fluoxetina, nella loro solarità veri SSRI capaci di trasformare l’umore anche al più burbero musone: un trio da perfetta colonna sonora per la spensieratezza dei festival all’aperto, da cantare in coro per scacciare via qualsiasi nube minacciosa. “First thought / heard it all before” canta Courtney e sottoscriviamo in pieno, poi “there's no such thing as a perfect melody”, ma vista la proposta verrebbe voglia di contraddirla. One Thing at a Time è trionfale: solo lei e il gemello separato al parto Kurt Vile attualmente possono scrivere canzoni simili, con assolo finale che in due minuti collega le corde dell’avo Neil Young con quelle di J Mascis e di tutta la progenie slacker. L’intimità dell’acustica Mostly Patients viene bruscamente spezzata con classici da brividi, la deliziosa Avant Gardner, la furiosa Pedestrian at Best e ovviamente l’anthem generazionale Nobody Really Cares If You Don’t Go to the Party, che non ha perso un briciolo di grinta da quando uscì più di un decennio fa annunciando l’arrivo di una nuova eroina del rock, un vero purosangue che con attitudine sbarazzina si diverte da matti sul palco a suonare rock con gli amici di sempre e che è assolutamente 100% cool senza neanche pretendere di esserlo e forse proprio questo era l’ingrediente che mi mancava per svelare l’arcano. Teniamocela stretta. Ferruccio Guglia


Deadletter
Wishlist Club, Roma, 22 Marzo 2026
Caroline
Largo Venue, Roma, 26 Marzo 2026
Non hanno fatto in tempo a pubblicare il loro secondo lavoro “Existence Is Bliss” (uscito a fine febbraio) che i londinesi Deadletter si presentano, per la prima volta a Roma, nel glorioso Wishlist di San Lorenzo, per farci ascoltare, per intero, la nuova fatica. E la fatica a stare fermi invece è la nostra a stare sottopalco: Deadletter che ascoltate su disco sono i lontani parenti di quelli che si esibiscono dal vivo, tanto bradipici e poco scintillanti i primi quanto dinamici, frizzanti e muscolari quelli che si esibiscono sul palco. Il sestetto(!) post-punk da nuova vita quindi al suo catalogo (due albumi e qualche ep) muovendosi sul palco con una disinvoltura e con un fare sbruffone che molte band affini si sognano; guidati da un sax 80’s arrapante (ma mai sfiancante), da campanacci e percussioni (e bassone distorto) a spingere le (poli)ritmiche, da riverberi infiniti di chitarre e da quella voce da crooner perso nell’abbandono della vita a dir poco bollente (un po’ Murder Capital), i Deadletter con la loro noise-dance trasformano la platea in un infernale dancefloor, dove il pogo è di casa. Scoppiettanti.
Ancora più numerosi dei Deadletter (sono in 8) e sempre provenienti da Londra, qualche sera dopo si presentano sul palco di Largo Venue, nel quartiere del Pigneto, gli avant-folker Caroline, per un live decisamente di tutt’altra pasta. Quasi all’opposto di quello dei concittadini. I Caroline cercano l’intensità emotiva (e vi giuriamo che dal vivo si taglia con un grissino) tramite i vuoti, i silenzi, il suono spaziale che vale tanto quanto uno dei loro, numerosi, strumenti: fa parte dello show il barista che prepara il cocktail e un aereo che passa sopra il capannone di Largo tanto quanto i fiati o i peculiari violini che sibilano per gran parte del concerto. La magia (e la poesia) è veramente tanta e, ancora più che su disco, è evidente come questa sia una musica esile che, di volta in volta, di esibizione in esibizione, si trasformi e non sia mai uguale a se stessa per due volte di fila. Un folk di cristallo che si sbriciola, si fà e si disfà, in modo del tutto rilassato (e rilassante), sotto i nostri occhi (orecchie per essere esatti). Scordatevi una batteria che tiene il 4/4 per più di mezza battuta oppure un accordo di chitarra che sia “regolare”: ognuno va impunemente per i fatti suoi - cercando il controtempo, il tempo dispari e la soluzione più difficile - ma alla fine tutto torna e si regge splendidamente. Ed è di una potenza spettacolare, a tratti velvettiana. Quella dei Caroline è musica che scioglie la tensione interiore: il giusto live dopo una giornata di pioggia, forte vento, traffico intenso e bestemmie con i propri bebè. Marco Giappichini


Bergamo Jazz Festival 2026
“Setting The Pace”, Miles & Trane 100th Celebration
Vari luoghi (Teatro Donizetti, Teatro Sociale, Auditorium Istituto Palazzolo, Accademia Carrara, Aula Picta del Palazzo Vescovile, Sala Patti, Il Circolino, Daste, NXT, Dieci10), Bergamo, 19-22 marzo 2026
Quattro giorni belli intensi di jazz (e in qualche occasione solo di musica ad esso più o meno imparentata) hanno ancora una volta contrassegnato il Festival di Bergamo, che ha raggiunto la 47.ma edizione (è uno dei festival più longevi e prestigiosi, non solo italiani, ma europei). “Setting The Pace” – dettare il passo, indicare una via – è il titolo che il sassofonista Joe Lovano, per il terzo anno direttore artistico (coadiuvato da Roberto Valentino), ha voluto dare alla rassegna. Il riferimento, nello specifico, è ai due artisti che maggiormente, per quello che riguarda il jazz post bop, questa via l’hanno significativamente indirizzata, John Coltrane e Miles Davis, dei quali quest’anno ricorre il centenario dalla nascita; un riferimento che coinvolge anche, secondo le intenzioni di Lovano, gli importanti musicisti esibitesi al festival, ognuno con la propria spiccata personalità.
Numerosi sono stati i concerti, divisi fra quelli che fanno parte del cartellone principale e quelli raggruppati sotto l’insegna “Scintille di Jazz”, mini rassegna autonoma parallela, curata da Tino Tracanna, che presenta nuove visioni e sonorità del panorama jazzistico italiano contemporaneo.
Cominciamo dalla fine, cioè dall’applauditissima esibizione di chiusura al Donizetti di una all-star band raggruppata proprio da Joe Lovano per onorare Davis e Coltrane: con lui sul palco si sono presentati Avishai Cohen alla tromba, poeticamente figlio di Miles, e ad affiancare Lovano al sassofono tenore, George Garzone, profondo conoscitore di Coltrane e Shabaka Hutchings, tra le più forti personalità del nuovo jazz, lui anche a vari tipi di flauto; inoltre l’estroverso Leo Genovese al pianoforte, l’introverso Jakob Bro alla chitarra e a formare una sezione ritmica a dire poco superlativa Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. Personalità differenti, che hanno dato vita a una sorta di studiata lunga jam session basata su alcuni brani rappresentativi delle carriere artistiche di Miles e Trane, dall’iniziale Walkin’, preso a tempo più veloce rispetto all’originale davisiano registrato nel 1954, a Four dall’album “Workin’” del 1959, dalla ballad Stella By Starlight a All Blues, facente parte del celeberrimo album “Kind Of Blue”, a cui è stato allacciato Milestones; per quello che riguarda Coltrane, interpretati i vari Love, sfociato in One Down, One Up, poi Naima, Spiritual e Lonnie’s Lament; come bis So What, altro brano di “Kind Of Blue”. Una jam session, s’è detto, ma molto sui generis, perché ha visto brani, anche uniti fra loro, trasformati in veri e propri poemi musicali che hanno toccato vari generi, mood e climi, dall’irruento hard bop alla Coltrane (Garzone) ad atmosfere africaneggianti (i flauti di Hutchings), da momenti meditativi, lirici ed eterei che Lovano recentemente ha spesso associato al suo lavoro con il Trio Tapestry, a episodi quasi free con sprazzi di improvvisazioni collettive. Eccellenti tutti i solisti, ognuno con i propri diversi approcci stilistici, supportati, spinti, indirizzati dalla festosa energia, dal catapultante swing, dalla istrionica fantasia, spesso spiazzante, di Baron, splendido ai tamburi.
Da questo lieto finale, ben auspicante per la prossima edizione, passiamo alla prima giornata, tutta svoltasi nella Città Alta, iniziata con l’esibizione al piano solo (con uso sporadico di elettroniche) di Wayne Horvitz, icona della scena downtown newyorkese degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Attraverso le istanze di un colto minimalismo ha proceduto per lunghi brani completamente improvvisati (se non per qualche fugace appiglio scritto nella prima parte, e più ampi riferimenti a Carla Bley e Cecil Taylor nella seconda) che si sono mossi tra larghi silenzi, insiemi di risonanze e improvvise architetture bluesy “decostruite”: la sua narrazione sospesa, capace di passare da momenti di estrema fragilità a improvvisi addensamenti armonici, ha ricordato Paul Bley (cura quasi maniacale per il timbro del singolo tasto), un po’ Ran Blake (atmosfere noir) e Lennie Tristano (qualche spezzone con il walkin’ bass lineare e percussivo della mano sinistra).
L’opposto, caratterialmente e musicalmente, è stato tre giorni dopo l’unico altro artista che al festival s’è esibito al piano solo, Leo Genovese (che ha anche fatto parte della dream-band della sopra descritta serata conclusiva). Se Horwitz è introspettivo e gioca coi silenzi, Genovese erompe in un flusso materico impetuoso, fitto, carnale, che rende di difficile individuazione i brani eseguiti, di Duke Ellington, o del compositore di musica colta contemporanea György Kurtág, o di Hermeto Pascoal, facendo crescere la tensione narrativa per accumulo e richiamando la libertà magmatica di un McCoy Tyner o certi passaggi di percussività ossessiva di Cecil Taylor, ma con una cantabilità tutta mediterranea, o sud americana, essendo lui argentino di ascendenza siciliana.
Dalle esibizioni in solitaria passiamo a quelle in duo: da una parte il contrabbassista Dave Holland e il chitarrista Lionel Loueke, dall’altra la cantante Norma Winstone e il pianista Kit Downes: entrambi si sono esibiti con tranquilla nonchalance virtuosistica, senza mai cambiare di sonorità e d’intensità acustica dall’inizio dell’esibizione alla fine. Holland e Loueke sono stati insieme solisti e accompagnatori in dialogo paritetico: poderoso e di un’eleganza geometrica il contrabbassista, con un fraseggio sciolto e articolato e un approccio poliritmico il chitarrista, che a tratti fa sembrare lo strumento una kora africana. Diverso il rapporto fra Downes e la Winstone, perché è il pianista che con cipiglio classicheggiante ha fornito una spina dorsale robusta e avvolgente alla voce della Winstone, che in contrapposizione non aggredisce la nota ma la abita con un’eleganza crepuscolare, senza comunque denotare mai alcuna patina di fragilità.
Gli unici gruppi italiani del cartellone principale sono stati due trio: quello del pianista Franco D’Andrea, con il contrabbassista Gabriele Evangelista e il batterista Roberto Gatto, e Relevé della violinista Anaïs Drago con il clarinettista Federico Calcagno e il batterista Max Trabucco.
Il repertorio presentato da D’Andrea copre tutta la storia del jazz, da Original Dixieland One Step di Nick La Rocca a Naima di Coltrane (una versione cupa, disorientante, astratta, armonicamente potente, a tratti schizzata), passando attraverso Duke Ellington e Billy Strayhorn (la poco conosciuta Don't You Know I Care, I’m Beginning To See The Light, Lush Life), Charlie Parker e Thelonious Monk (Anthropology, Monk’s Dream), Sonny Rollins e Horace Silver (St. Thomas, Doodlin’). Il suo pianismo, espresso con “tranquillità” assoluta da sembrare impassibile distacco (simile per certi versi a quella di Holland), s’è mantenuto nell’alveo della moderna classicità, con sequenze accordali alla Tristano, melodizzazioni alla George Shearing, tocco alla Teddy Wilson, percussività alla Horace Silver, dissonanze alla Andrew Hill, così come s’è mantenuto legato alla tradizione della modernità l’accompagnamento ritmico, swingante e pienamente compartecipe di Evangelista e Gatto.
Bella prova anche quella del trio Relevé. Il tipo di formazione, priva d’uno strumento armonico (piano o chitarra) e di un contrabbasso, ha contribuito a conferire una totale libertà espressiva. Violino, batteria e clarinetto (soprano e basso) sono stati in fruttuoso dialogo continuo, come in un gioco di specchi, esplorando un jazz cameristico e aspro, dove le linee melodiche s’intrecciano come in una partitura di musica contemporanea, ma con l’urgenza dell’improvvisazione radicale.
Il cartellone principale ha visto anche un altro spettacolo tutto italiano, ma che ha toccato il jazz solo marginalmente: si tratta del ben orchestrato spettacolo di teatro-canzone “La Donna è Mobile”, dove la cantante Simona Molinari rilegge la figura femminile attraverso la letteratura, la musica e la cultura in generale, cercando di scardinare lo stereotipo della “volubilità” (il senso originario del verso verdiano) per trasformarlo in un concetto di libertà e dinamismo creativo. Per fare questo ha contrappuntato l’articolato racconto da lei declamato con verve polemica e senso dell’ironia cantando diverse canzoni di diversa provenienza di genere (L’importante è finire di Mina, It’s A Man’s Man’s Man’s World di James Brown, 4/3/1943 di Lucio Dalla, Mack The Knife composta da Kurt Weill, Gracias a la vida di Violeta Parra, Remedios di Gabriella Ferri, A bocca chiusa di Paola Cortellesi) accompagnata da un eccellente quartetto tutto al femminile: Chiara Lucchini al sax e al flauto, Sade Mangiaracina al piano, Victoria Kirilova al basso elettrico e Francesca Remigi alla batteria.
Però sono proprio le donne, in questo festival, ad avere deluso le aspettative, almeno a giudizio di chi scrive. La chitarrista norvegese Hedwig Mollestad ha espresso con il suo power trio un rock d’antan di buona fattura, ma stereotipato e senza niente di trascendentale. La tenor sassofonista Melissa Aldana, che ha presentato il suo recente album Blue Note “Filin”, accompagnata da Pablo Held al piano, Pablo Menares al contrabbasso e Kush Abadey alla batteria, ha espresso un solismo meno incisivo del solito, quasi remissivo, di certo al fine di interpretare correttamente le filin-song, quelle canzoni sentimentali cubane che erano popolari negli anni Quaranta e Cinquanta, ma in questo suo nuovo sbocco di ricerca interiore e di approfondimento del proprio sound è diventata eccessivamente controllata e cerebrale, denotando una certa freddezza accademica.
All’opposto Lakecia Benjamin, di nuovo ospite di Bergamo Jazz dopo la sua partecipazione al festival nel 2023, coadiuvata dal tastierista Oscar Perez, dal contrabbassista Elias Bailey e dal batterista Quentin Baxter, ha esagerato nel pendere verso un esacerbato espressionismo funkeggiante che si potrebbe definire certamente muscolare (del resto la tenor sassofonista li ha messi bene in mostra, i muscoli ben scolpiti, con un’aderente divisa multicolore da super eroe Marvel): l’esuberante sassofonista ha esasperato lo stile di Coltrane, da cui parzialmente deriva (anche se suona il sax alto), con abuso del registro sovracuto che ha trasformato in cliché le sue urla strumentali reiterate, e con ossessiva ricerca del climax continuo che ha annullato le sfumature, pur sempre dimostrando eccellente tecnica e qualche buona soluzione melodica.
Superlativa è stata invece l’esibizione dei Five Elements dell’alto sassofonista, compositore e maître à penser Steve Coleman, che s’è presentato con il suo quartetto principale (si sa che Five Elements non si riferisce al numero dei componenti, bensì riflette una profonda visione cosmologica e metafisica secondo cui la realtà è composta da quattro elementi fisici, fuoco, terra, aria e acqua, governati da un quinto elemento spirituale, l’etere), gruppo composto da Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico e Sean Rickman alla batteria. È stata una “conversazione” continua tra i quattro strumenti (a parte qualche lunga lirica introduzione a cappella di Coleman), dove il basso e la batteria hanno agito come una robusta e dinamica spina dorsale per le improvvisazioni di sax e tromba che intrecciando continue complesse linee contrappuntistiche hanno spinto al massimo i principi della musica M-Base colemaniana, basata su cicli ritmici sovrapposti. Questi ultimi (sezione ritmica in 11/8, per esempio, o in 13/4, con i fiati che sovrappongono frasi che suggeriscono divisioni diverse) generano estrema complicatezza, ma sono eseguiti così naturalmente da procedere fluidi pur nelle estreme spigolosità (anche se un po’ meno spigolosamente rispetto al passato), dando la sensazione che il tempo non avanzi linearmente, ma come un cerchio che si espande, integrando funk, calcolo matematico e spiritualità africana.
Entusiasmante esibizione anche quella dei Bad Plus che si sono presentati in una special edition con solo due dei tre membri fondatori, il contrabbassista Reid Anderson e il batterista Dave King, affiancati dal tenor sassofonista Chris Potter e dal pianista Craig Taborn (dopo l’uscita di Ethan Iverson nel 2017, la formazione è stata cambiata più di una volta). Cimentandosi sul repertorio del glorioso American Quartet di Keith Jarrett, quello con Dewey Redman, Charlie Haden e Paul Motian (eseguiti Misfits, Gotta Get Some Sleep, Le Mistral, Silence, Mushi Mushi e altri), i quattro si sono allontanati dalla poetica originaria dei Bad Plus e pure hanno interpretato alla loro maniera l’American Quartet, senza alcun tributo filologico, concependo un’improvvisazione e una organizzazione più spavalde in cui ha spesso fatto capolino l’ombra lunga di Ornette Coleman (a cui del resto l’American Quartet era votato). Il risultato è stato un hard bop avanzatissimo, disegnato e sostenuto da un supporto ritmico aperto e libero, con King trasbordante pura energia attraverso accenti irregolari e improvvise esplosioni di rullante e piatti e con Anderson che ha funzionato da fondamentale collante fra le parti. Potter e Taborn si sono divisi equamente gli spazi solistici con lunghi interventi sempre pieni di sorprendenti idee: il sassofonista ricordando l’irruenza di Sonny Rollins e le geometrie di Michael Brecker, mantenendo il calore di Dewey Redman e producendo un imponente suono greve e autoritario; il pianista con un atteggiamento meno viscerale, ma più dissonante, e una spinta più intellettualmente astratta alla ricerca dei colori nelle note, come un alchimista che trasforma il suono e così crea muri sonori ipnotici.
Anche i Jazz Passengers si sono presentati con la formazione cambiata rispetto agli esordi: sono rimasti il sassofonista Roy Nathanson, uno dei suoi fondatori, Bill Ware al vibrafono ed E.J. Rodriguez alla batteria, con aggiunti i nuovi Sam Bardfeld al violino, John Menegon al contrabbasso e Teri Roiger, come special guest, al canto. Il gruppo ha trasformato il palco in un laboratorio di “p ost-bop d’avanguardia” intriso dello spirito della downtown newyorkese che ha dato loro fama, attraverso il fraseggio contorto alla Dolphy di Nathanson, le trame ipnotiche e le risonanze metalliche di Ware, i graffianti “shredding” di Bardfeld, l’elastica solidità della sezione ritmica che ha portato un groove metropolitano un po’ sghembo, il fraseggio jazz con moderna sensibilità teatrale della Roiger.
Chi scrive non ha potuto seguire i concerti appartenenti alla sezione “Scintille di jazz”, perché sempre in contemporanea con quelli della sezione principale, fatta eccezione per la Panorchestra guidata dal sassofonista tenore e soprano Tino Tracanna e formata da Massimiliano Milesi, anche lui al sax tenore, Gianluca Zanello al sax alto, Federico Calcagno ai clarinetti, Paolo Malacarne alla tromba, Andrea Andreoli al trombone, Giulio Corini al contrabbasso e Filippo Sala alla batteria, tutti da citare perché anche solisti di vaglia che con i loro interventi, talmente vigorosi da raggiungere a volte la spericolatezza, hanno espanso espressivamente le ben congegnate composizioni e gli articolati arrangiamenti (perlopiù di Tracanna e di Milesi). Aldo Gianolio


Neffa
Estragon, Bologna, 22 marzo 2026
Dall’Isola nel Kantiere come uno dei cani sciolti della ballotta al cane randagio dei tre sold out bolognesi dell’Universo Tour 2026, cosa sarebbe della storia di Neffa senza questo presente tornato improvvisamente a brillare? Osservando il pubblico presente alla prima delle tre serate all’Estragon si distinguono velocemente i reduci della carboneria da centro sociale, quelli che tiravano l’alba replicando la “rapadopa” a tempo indeterminato, così come non è difficile individuare un generico pubblico da Festivalbar che con Aspettando il sole, La mia signorina e poco altro si porta a casa l’amarcord sufficiente a giustificare il prezzo del biglietto. E poi si distingue la parte più giovane del pubblico, che non è chiaro se sia l’indotto dei primi piuttosto che del secondo o di altro ma dà l’impressione di assistere al concerto con convinzione di parte e tanto basta. Neffa dal canto suo fa il gigione assecondando tutti alla stessa maniera, la sua maniera, dall’alto di un repertorio ultratrentennale. Si toglie lo sfizio di suonare tutto “Chicopisco” (“…mi piace e non l’ho mai suonato fino ad ora…”, dice a un certo punto), che fa tanta fierezza (ri)prendere per il naso e le orecchie quelli che ancora non capiscono… Senza rancore né polemica per carità, che il rapper quasi sessantenne col capello pettinatissimo e la riga da una parte come l’impiegato del catasto è tornato pacificato dai suoi stessi travagli (Burnout) e poi, dettaglio non di meno importante, sempre lui – insieme alla sua “banda totale” che si compone di Paolo Muscovi alla batteria, Cesare Nolli e Christian Lavoro alternativamente basso e chitarre, Paolo Puddu Albano alla chitarra solista, Patrick Benifei alle tastiere e Micol Toudai, supportati e coadiuvati alla console da DJ Double S, per un combo davvero scintillante – è oggi troppo più maturo oltre che stiloso per fermarsi a ribadire a chicchessia come Stare al mondo (…) che noi siamo qui a fare festa mentre le bombe ci passano in testa (…) e la speranza non può che essere rivolta ai bambini di oggi (Cambierà). Poi a un certo punto sale sul palco Kaos One come ospite (Carcere a vita / Deidellolimpo) e per una frazione di concerto si ritorna ad una dimensione più verace e primordiale del rap di casa Italia e sullo sfondo pare di rivedere le pareti dell’Isola. Perché volenti o nolenti si torna lì, al binomio ganja & ballotta che sono il centro di gravità permanente su cui Neffa, spesso anche giocando col senso delle parole, ha impostato la sua carriera. E anche se oggi la storia è molto diversa, che il medley Cane randagio che diventa Cani sciolti che torna ad essere Cane randagio addolcisce solo un po’, è assodato che Neffa è tornato sulla traccia, e conta poco se con o senza porra a supporto, assai meno di ascoltare ancora e sempre come suona perché l’aria intorno a noi non è per niente buona. Andrea Amadasi


Masayoshi Fujita + Keiji Haino
OGR, Torino, 15 marzo 2026
Anticipo di Sol Levante primaverile a Torino, con il guru dell’avanguardia Keiji Haino – freschissimo di beatificazione grazie al Leone d’oro alla carriera assegnatogli dalla Biennale Musica di Venezia con la menzione “poeta del rumore” – e il vibrafonista e molto altro Masayoshi Fujita. Due set distinti, ospitati in due aree differenti delle OGR, imponenti edifici industriali un tempo sede di officine per la riparazione dei treni riconvertiti a polo culturale e tecnologico dal 2017. Esibizioni co-prodotte con il MAO (Museo d’Arte Orientale) alla presenza di un pubblico avvertito e partecipe, che aveva esaurito i posti disponibili già nei giorni precedenti. A presentarsi per primo Fujita, circondato da un armamentario tra l’acustico e l’elettronico, proponendo inizialmente lenti e misurati sfregamenti di archetto sulle barre del vibrafono, mano a mano più intensi e in seguito incrociati con loop e bordoni digitali dalle tonalità piuttosto oscure. Lo strumento principale non è stato mai suonato in maniera ortodossa, perché quando a percuoterlo sono giunti i battenti c’erano sempre oggetti metallici o un semplice foglio di alluminio tipo Cuki allungati sulla superficie a variarne timbricamente i suoni. A un certo punto Fujita, lanciata una base dronica, ha abbandonato la sua postazione per descrivere un semicerchio intorno al pubblico seduto in terra (ormai l’abbiamo capito: è un’encomiabile tendenza degli organizzatori di eventi a far sì che tutti, indipendentemente dall’età, si sentano giovani e atletici), scuotendo e colpendo di tanto in tanto campanellini e sonagli di cui si era armato. Un momento ritualistico dal discreto effetto, ad arricchire una performance dal taglio ambient quasi classico, ma non per questo scolastica, arricchita da intromissioni impreviste e contenente rare citazioni (Desonata, Valley) tratte dal “Migratory” del 2024.
Successivo, rapido trasferimento alla location denominata Binario 3, per comprendere se Keiji Haino avesse ancora l’agilità esecutiva e il magnetismo dei tempi belli. Qui i più lesti tra gli spettatori riuscivano ad accaparrarsi utili cuscinoni per rendere meno dura la sosta sulla fredda pavimentazione, ma occorre dire che la presenza scenica del man in black giapponese ha permesso a tutti, anche a chi era in piedi, di non soffrire traumi da postura errata. Il nucleo fondante della prova è consistito stavolta nel percuotere con martelletti la polygonola, una serie di sottili cerchi, rettangoli e poligoni metallici di varia dimensione, ciascuno dei quali poggiato su una basetta di legno a croce. L’approccio di Haino non ha avuto nulla di virtuosistico, limitandosi a colpi piuttosto elementari, ossessivi, generatori di suoni che si differenziavano l’un l’altro in base alla forma del metallo ma che allo stesso tempo si accrescevano di risonanze e armonici rimbalzanti all’infinito. A lato, piatti da banda e campane orientali e tamburi a cornice da agitare nell’aria, colpire, sbattere per terra e strusciare sui muri con gestualità teatrale talvolta accompagnata da urla gutturali. Atti estemporanei, improvvisati, urtanti, catartici a ribadire la necessità di non perdere il nostro senso del primordiale e l’importanza della relazione tra il suono e lo spazio circostante mediata dal corpo e dallo spirito dell’esecutore. Piercarlo Poggio


Los Sara Fontan
Giù dall’Arca, Bologna, 10 marzo 2026
Il Laboratorio Giù dall’Arca è un piccolo, delizioso teatro di quartiere in Bolognina, a due passi da dove una volta c’erano XM24 e Link. Se il centro della città oramai è divenuto un chiassoso mangimificio per turisti, la Dotta resta comunque una città dove è possibile, se si serba un briciolo di curiosità, frequentare posti dove si fa cultura dal basso con lo spirito che è sempre più raro trovare in giro: luoghi che, nella loro dimensione intima e raccolta, sono sempre più importanti e preziosi oggi, come fa notare Sara Fontan (violino ed elettronica) del duo catalano (a batteria e elettronica troviamo Edi Pou, noto anche per essere metà degli ottimi Za!) in chiusura di concerto. Se per diverso tempo il duo (che è anche in qualche modo un progetto di vita, di resistenza) non ha registrato nulla (se non dei live) per scelta, ora con “Consuelo” è giunto al terzo disco, autoprodotto. Sulla loro pagina bandcamp tra i generi troviamo post-rock strumentale, idm, contemporary classic, minimalismo: il cronista come riferimenti ha appuntato , nei rari momenti in cui non muoveva gambe e testa trascinato dal ritmo ipnotico che muove le loro composizioni, il catalogo della Recommended Records di Chris Cutler, gli Autechre, il duo di Iva Bittová e Pavel Fajt, un mood frastagliato, estatico, un panismo ipnotico tra rave e cielo, i Liturgy, estasi e frenesia: violino, un controller per gestire Ableton, un pad elettronico e dei microfoni a contatto su alcune parti della batteria, con effetti che entrano anche nel sistema di Sara e che lei stessa gestisce. Los Sara Fontan fanno una musica estremamente personale, difficilmente definibile, che sa pescare tra suggestioni folk virate avant (l’ottima, sin dal titolo Zapatos, Selfie, Genocidio, Make-Up), lanciandosi a rotta di collo in esplorazioni che giocano con scomposizioni ritmiche, sovrapposizioni e strati, ombre di flamenco e musiche arabe o comunque non europee, labirinti out-techno (Mecanismes d'Obediència ) e via delirando, in un pachinko in hd che sorprende e travolge per varietà di soluzioni, nitore dell’ispirazione e maturità nella scrittura, in ottimo equilibrio tra ansie sperimentali e melodie e groove a presa rapida. Se Creer Fuerte a me personalmente ha ricordato il miglior Four Tet, Megalodon 2 è una risposta credibilissima ai Battles; sarebbero mille altri i nomi da citare nella musica-mondo di questo duo, ma questo probabilmente vorrebbe anche dire non fare giustizia al loro scatenato e gioioso eclettismo, e non se lo meritano. Cercate i loro dischi su bandcamp, non perdeteveli dal vivo e seguite la programmazione del Giù dall’Arca, arriveranno altre cose belle e difficili da trovare altrove, in questo nostro derelitto paese. Serata bellissima. Nazim Comunale


Kid Congo & The Pink Monkey Birds
Oslo, London, 7 marzo 2026
Se il nome anagrafico del chicano Brian Tristan rasenta l’anonimato, quello d’arte Kid Congo Powers è sinonimo di immarcescibile culto, devoto e fervente perché indissolubilmente legato a due gruppi seminali quali Cramps e Gun Club (ma ricordiamo anche la militanza nei Bad Seeds di Nick Cave periodo “Tender Prey” / “The Good Son e negli Angels of Lights di Michael Gira degli Swans). Da una ventina d’anni Kid continua a predicare il verbo del rock’n’roll con i Pink Monkey Birds (omaggio al Bowie di Moonage Daydream) e a due anni di distanza rieccoli sul palco all’Oslo in versione trio con Ron Miller alla batteria e Mark Cisneros degli Hammered Hulls alla chitarra. Dall’ultimo lavoro del 2024 “That Delicious Vice” sono tratte la tambureggiante The Boy Had It All e Silver For My Sister, che ci porta indietro nel tempo nei territori western dell’unico club di armi di cui andare fiero di esser membro, quello del mai troppo compianto Jeffrey Lee Pierce il cui spirito aleggia nel trash rumble fuzzato di Psychic Future. Il psych beat groove di Sean DeLear illumina il palco di gioiosità da caleidoscopico flashback lisergico e ci introduce direttamente nell'esotica giungla psichedelica crampsiana della classica Goo Goo Muck con l’aneddoto introduttivo “suona questi due semplici accordi e per il resto della tua vita tutto andrà bene” suggerito in modo rassicurante da Lux ed Ivy a un giovane e timido Kid in sala di registrazione nei primi anni Ottanta. Dopo la nuova Aphrodite Expedite (disponibile solo in singolo acquistabile al concerto), dal taglio wave e dall’ipnotica chitarra funk che diviene esotica e con breve finale grattugiato no wave, tutta la genetica chicana di Kid esplode in forma virulenta nella cumbia virata garage di Ese Vicio Delicioso e nella successiva La Arana, con la distorta chitarra che emette feedback stratificato tra gli irresistibili ritmi latini e festosi canti del pubblico danzante che risponde calorosamente all’invito di unirsi per sbraitare il coro in spagnolo maccheronico. Seguono gli abbondanti 15 minuti della stratosferica He Walked In, dove tutta la capacità tecnica e grande inventiva del trio risalta in un epico viaggio psych noir che avrebbe fatto felice il buon David Lynch. Finale al cardiopalmo con doppietta Gun Club (Walking With The Beast e She’s Like Heroin To Me), due originali innodici anthem primordiali (Beast a Priest e Wicked World) e nientemeno che… Call of the Wighat dei Cramps! Alla luce di cotanta grazia sembrerebbe impossibile proporre quel bis richiesto a piena voce da tutti i presenti in sala senza perdere un briciolo di mordente, e invece veniamo miracol
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