LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Mary Halvorson e il suo quartetto, foto di Roberto De Biasio]

“Vicenza Jazz”
Vari luoghi, 15-25 maggio 2026
Il festival Vicenza Jazz ha festeggiato la trentesima edizione con un programma molto ricco, “Dalle trombe di Gerico al divino Miles”, dedicato al centenario dalla nascita di Miles Davis. Tra gli omaggi a Davis quello del Paolo Fresu Quintet, imperniato sulla colonna sonora che il trombettista realizzò per il film di Louis Malle, Ascenseur pour l’echefaud, improvvisandola tutta in una notte tra il 4 e il 5 dicembre 1957. E poi i Fearless Five di Enrico Rava, il quartetto di Fabrizio Bosso con Geraldine Laurent, il quartetto di Joshua Redman, la Billy Cobham band e moltissimi altri. Tante anche le serate caratterizzate da un doppio appuntamento con un unico biglietto, come quella che ha visto protagonisti al Teatro Olimpico il Mary Halvorson Quartet e il pianoforte di Uri Caine (17 maggio).
Il progetto “Canis Major” della chitarrista Mary Halvorson prevede un quartetto con Dave Adewumi alla tromba, Henry Fraser al contrabbasso e il batterista Tomas Fujiwara, questi ultimi davvero fenomenali. Un ritorno della chitarrista alla dimensione del quartetto dopo esperienze più articolate e orchestrali. Otto composizioni originali di Halvorson (tra cui spiccano Bell Jar e Canis Major) eseguite con precisione e brillantezza, che la confermano come una delle chitarriste più innovative della propria generazione. “È una bandleader forte e stimolante, una solista brillante con un approccio unico, spesso eccentrico, e un bellissimo suono di chitarra che affonda le radici nella tradizione” ha detto di lei John Zorn.
Ė arrivato poi il momento del pianoforte di Uri Caine, che negli anni è stato più volte ospite del Festival vicentino. Quasi due ore di concerto in cui Caine ha tessuto un’unica suite partendo dalle Danze in ritmo bulgaro di Bartók e arrivando fino a uno dei suoi cavalli di battaglia, la Rapsodia in Blu di Gershwin, passando da Schönberg (Sei Piccoli Pezzi per pianoforte, op. 19) e Mahler (l’adagietto dalla Quinta Sinfonia) e una lunga sezione dedicata all’Uccello di Fuoco di Stravinsky. Gli spartiti gettati a terra uno dopo l’altro, il piano talvolta percosso con foga a piene mani e perfino coi gomiti, ma senza trascurare di dare spazio a spunti cantabili blues e gospel, soprattutto nella seconda parte in cui i temi del balletto di Stravinsky e soprattutto della Rapsodia vengono continuamente riproposti e rielaborati. Unico rammarico, forse, per aver unito in un’unica serata da quasi tre ore due performance, ognuna delle quali avrebbe meritato una serata a sé stante.
Nella programmazione spiccavano anche due concerti “fuori orario”: uno notturno al Cimitero Maggiore con la cantante Savina Yannatou e uno all’alba nel Parco di Villa Capra “La Rotonda” (24 maggio). Qui il sassofono solista di Dimitri Grechi Espinoza ha reso un omaggio commovente al capolavoro di John Coltrane, A Love Supreme, attraversandone i quattro movimenti (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm) con grazia, di fronte a un pubblico folto e ammaliato dal connubio tra le note spirituali di Coltrane e le prime luci del mattino. Moltissimi anche i concerti in città durante il Festival: tra i tanti che meritano una menzione da segnalare in particolare l’originalità dell’Impossibile Banda d’Ottoni e la loro riproposta dei brani di Charles Mingus. Massimiano Bucchi


Lucrecia Dalt
Monk, Roma, 27 maggio 2026
I 32 gradi del maggio romano di certo non aiutano, ma soprattutto non aiuta il fatto che il fonico di Lucrecia abbia chiesto ai gestori del Monk di spegnere l’aria condizionata: richiesta dettata dal fatto che un live di questo tipo germoglia più nei vuoti (intesi come silenzi, bassi decibel e interspazi tra i suoni) che nei pieni, esigendo un certo rigore anche ‘spaziale’. Bravo quindi il disciplinato pubblico del Monk nel rispettarlo, quel silenzio, nonostante l’asfissiante calura, ma brava soprattutto Lucrecia Dalt ad agevolare lo sforzo, cancellandoci dalla mente i pensieri non strettamente musicali: in un’atmosfera al neon d'inizio anni ‘80, Dalt, impomatata e statuaria (impacciata solo quando prende la parola tra una canzone e l’altra), ci presenta l’ultimo successo “A Danger to Ourselves”, suonato per intero o quasi, coadiuvata da un bassista retrofuturista (si alternerà tra un basso elettrico e il suo contrabbasso) e da un percussionista/batterista/rumorista che col suo marchingegno a percussione cyberpunk, pieno di viti-bulloni-e-rotelle (che sembra uscito da un cartone di Otomo), e con il proprio charleston posto più in alto del piatto dei Battles, risulterà essere l’altro grande protagonista della serata con il suo tambureggiare minimale. Se avete visto l’ultima stagione di Twin Peaks, l’esibizione sembra uscire direttamente da quelle filmate nel “Bang Bang Bar” da Lynch alla fine delle puntate: il tono generale è (letteralmente) fumoso e si colloca tra il sensuale e il perturbante, soprattutto grazie alla voce algida ma caliente di Lucrecia, sempre posta in penombra; tra mille filtri, droni, raddoppi vocali e loop lanciati dalla cantautrice tramite i pippoli del proprio mixerino, tra un basso che si muove in mezzo al trip-hop, al dub e al jazz e zigzagando in quei mille rumori che fuoriescono dai giocattoli del percussionista, veniamo piombati in un mondo ipnotico agevolato dalle dilatazioni della durata delle canzoni, nelle quali i nostri si prendono tutto il tempo necessario per sperimentare e improvvisare. Il(/lo psych-)pop melodiato da Dalt rimane comunque sempre predominante e la chitarra elettrica ultra-distorta della stessa cilena (che ama vino e polpette romane come ci tiene a farci sapere, NDA) ogni tanto rompe l’incantesimo e ci rimette con i piedi ben piantati per terra. Che dire? Il live ce lo saremmo goduto sicuramente di più stretti in un piccolo locale quando fuori nevica, belli al calduccio, ma la classe di Dalt e la bontà tecnica della sua band hanno fatto sì che la nostra liquefazione (perchè di quello stiamo parlando) non sia avvenuta del tutto invano. Marco Giappichini


The Ex
100Club, 20 maggio 2026
“Expect Fireworks” recitava il messaggio promozionale del tour di The Ex & Brass Unbound ovvero il leggendario quartetto olandese accompagnato dai fiati di Mats Gustafsson, Ken Vandermark, Wolter Wierbos e il nostro Roy Paci. E fuochi pirotecnici furono! A quindici anni di distanza da quella esplosiva e strepitosa serata londinese al Dome di Tufnell Park ritrovo Terrie, Andy, Katherina e Arnold al 100 Club per il tour di “If Your Mirror Breaks”, l’ottimo nuovo lavoro uscito l’anno passato. Pur essendo in giro dal 1979 e avendo alle spalle un catalogo ricco di canzoni straordinarie disseminate tra i venti album finora pubblicati (inclusi due da isola deserta, quelli col mai troppo compianto violoncellista Tom Cora pubblicati nei primi anni Novanta), gli Ex non si sono mai cullati sugli allori del passato per cui la serata è tutta incentrata sul nuovo lavoro che viene presentato nella sua totalità. Si parte quindi con la ritmica di Beat Beat Drums, che personifica perfettamente la chiamata alle armi all’alba della guerra civile americana della poesia di Walt Whitman del 1861 su cui il testo è basato, sorretto dalla Bodiddleyiana forza motrice percussiva di Katherina da titolo programmatico con un declamatorio Arnold e la straordinaria interazione delle tre chitarre che nella loro graffiante incisività per tutta la serata saranno impegnate a scalfire, scrostare, scorticare, grattugiare, raschiare, lacerare, trapanare i padiglioni auricolari degli astanti in modo encomiabile ed impeccabile con gloriosi picchi di ferocia imponente e maestosa solennità. La scaletta della serata rispetta quella del disco e tutti i brani suonano meglio dal vivo grazie all’incredibile energia sprigionata dai nostri, che modificano, arricchiscono e alterano il suono delle corde rimpiazzando i classici pedali con oggettistica varia (si legga: cacciavite, tazza e righello metallico). Menzione particolare per l’emozionante invocazione di Wheel, con Katherina al microfono e l’inarrestabile gioiosità infettiva del trittico finale con l’enfatica turbolenza di In the Rain, la critica alla gentrificazione della reiterazione elettrica The Apartment Block e il ritmo della sculettante Great! con irresistibile passaggio congotronico, ovviamente tutte condite dalla triade di chitarra abrasive e dal drumming di Katherina perfettamente descritto dalla rivista inglese The Wire come “an exercise in bringing form to musical tumult”. Bis per l’estasiata platea con la doppietta dal precedente lavoro “27 Passports” con la memorabile The Heart Conductor, che miracolosamente trasporta i Fall in Africa, e Soon All Cities, che conclude una serata che rinfranca l’animo e riappacifica con la razza umana spazzando via, se anche solo per qualche ora, tutte le brutture e storture quotidiane, il dilagante cinismo, l’indifferenza generale causata dall'individualismo esasperato, lo squallore e tutta la merda che ci circonda attualmente grazie a quattro meravigliosi individui che non hanno perso un solo briciolo di quella energia, passione e onestà che li accompagna da mezzo secolo tra impegno sociale, senso civico e attivismo collettivo. Unici, essenziali, necessari, indispensabili. Ferruccio Guglia


Salone Internazionale del Libro di Torino
Lingotto, Torino, 14-18 maggio 2026
Nel caso vi foste persi il Salone Internazionale del Libro di Torino, eccovi, per la terza volta consecutiva, alcune personalissime riflessioni sull’edizione di quest’anno. Si tratta di un threepeat anche per Annalena Benini alla direzione del Salone, che potrà dirsi contenta per un appuntamento che, com’è sempre accaduto finora, supera nel numero di partecipanti quello del 2025: il nuovo totale, che sarà di certo aggiornato nel 2027, è di 254mila visitatori. Anche il meteo è stato clemente. Escludendo il pomeriggio della giornata inaugurale, in cui un forte vento ha costretto i vigli del fuoco a chiudere la tendopoli dell’area Bookstock (che la scaramuccia tra Massimo Cacciari e il ministro Giuli abbia solleticato anche Zefiro?), il caldo non ha insidiato – troppo – i visitatori, che hanno potuto pascolare contenti tra i banchetti dei libri.
Molte delle cose che potrei dire sulla kermesse libraria torinese sono ormai un leitmotiv; perciò, le riepilogo velocemente così da dedicarci poi alle cose importanti: il prezzo del biglietto aumenta di un euro (16 se acquistato online, 23 se malauguratamente non si fosse pratici di smartphone e si fosse costretti a comprarlo in cassa) e a lievitare sono anche i costi delle vivande (non poche le lamentele degli affamati in coda); non c’è un singolo operatore telefonico che garantisca una copertura di rete decente, trasformando il Salone in un triangolo delle Bermuda che fagocita messaggi e email, cosicché diventi impossibile darsi appuntamento nella ressa e, fatto ancor più importante, consultare il programma online: mentre attendete che la pagina si carichi, lentamente, il vostro autore preferito potrebbe già essere in albergo, e i vecchi programmi cartacei – poco green ma assai pratici – fanno capolino dai ricordi come la madeleine di proustiana memoria, obbligandovi a trattenere una lacrimuccia; due terzi dei visitatori paiono essere lì per caso, sbuffando con aria annoiata, lamentandosi per la calca, senza acquistare nemmeno un libro ma, una volta tornati a casa, soddisfatti di aver dedicato una giornata alla Cultura, con la stessa flemma di chi ha fatto la coda per il Louvre, si è sorbito gli spintoni per guardare la Gioconda, ma avrebbe di gran lunga preferito dormicchiare sulle seggioline del Jardin des Tuileries.
Sorprendentemente, la giornata di domenica è stata assai meno affollata del sabato, ma è talmente chiaro, ormai, che la visita al Salone sia diventata – anche – una prova di resistenza, che sull’internet (cercate, è tutto vero) una manciata di blog hanno già stilato liste di consigli per vivere la giornata con meno stress: cosa portare, dove parcheggiare, in quali bagni c’è meno coda, quali posti evitare e quali no, et cetera.
Pare insomma che il Salone Internazionale del Libro di Torino stia completando la trasformazione messa in atto da una decina d’anni, diventando cioè Grande Evento Cittadino (nell’accezione meno nobile di questa espressione): successo di pubblico per gli organizzatori, senso di Partecipazione Culturale per i pascolanti (pardon, i visitatori), unica vera vetrina per gli scrittori prima di tornare in letargo fino al prossimo anno e una scusa, per i pochi che ancora comprano e leggono libri, per vedere esposti i cataloghi dei loro editori preferiti e dirsi “toh, che belle robine che pubblicano questi”.
E i libri? Gli autori? Gli incontri?
La maggior parte dei nomi sono sempre i soliti, e anche qui tocca mio malgrado rimandare all’articoletto dello scorso anno: l’Italia è rappresentata dallo spettro che comprende Zerocalcare e Barbero, infilateci in mezzo Carofiglio, Baricco, Saviano, Litizzetto, Sio, Lagioia, Nori, Gamberale, Baggio, Jovanotti e Francesco Costa e avrete fatto. Nella lista degli ospiti internazionali, va detto, ci sono personaggi di rilievo: László Krasznahorkai (scrittore ungherese fresco di Nobel), Zadie Smith (sua la lezione inaugurale sull’adolescenza – tema del salone quest’anno: Il mondo salvato dai ragazzini, titolo dell’omonima e misconosciuta raccolta di poesia di Elsa Morante che Einaudi ha ristampato in tutta fretta, vedendone un numero spropositato di copie), Irvine Welsh (che presentava il suo nuovo romanzo, Men in love), Bernie Sanders, David Grossman, Peter Cameron, Lea Ypi (filosofa e saggista albanese docente di teoria politica alla London School of Economics – recuperate il suo memoir, Dignità) e l’habitué Emmanuel Carrère, in uscita con Kolchoz e illustre sponsor della gargantuesca operazione di ritraduzione e ristampa dell’opera omnia di Philip Roth (non è questa la sede per lamentarsi, ma per averla nuovamente disponibile in libreria – senza dissanguarsi su EBay o confidare che nessuno nella vostra biblioteca di quartiere ami Roth così da non soffiarvi l’unica copia di Pastorale americana – ci vorranno quindici anni; armatevi di pazienza).
Per arginare la ressa di persone intenzionate ad assistere a questi importanti incontri, all’interno di sale ormai insufficienti ad accogliere l’affluenza raggiunta dai visitatori, il sistema delle prenotazioni pare essere l’unica soluzione – oltre quella più ovvia di mettersi in coda un’ora prima, appena aprono le porte dell’evento precedente, quello che NON vi interessa (questo non c’è nel vademecum di sopravvivenza del Salone, io ce lo metterei). Sennonché, in proporzione, il numero di coloro che avrebbero voluto prenotare online era pari a coloro che l’anno scorso hanno tentato di comprare i biglietti per la reunion degli Oasis a Wembley, con meno probabilità di farcela.
Sarcasmo a parte, una domanda sorge spontanea: non c’è il rischio che offrire a così poche persone la possibilità di ascoltare ospiti tanto illustri, sia come non portarli affatto? Il Grande Evento Cittadino ne beneficia, certo, ma altrettanto non si può dire di coloro a cui sarebbe in teoria rivolto un evento culturale che sta diventando struscio instagrammabile.
Armati di pazienza abbiamo ascoltato Welsh (avrebbe tanto voluto parlare del nuovo romanzo, ma l’impressione era che il pubblico volesse soltanto ascoltare ancora una volta il monologo di Trainspotting – “Scegliete il lavoro, scegliete la vita”) e Krasznahorkai (in dialogo con Vanni Santoni, che si è dimostrato come sempre un interlocutore acuto e sensibile). Carrère, ormai figura totemica per il Salone, era inavvicinabile, ma la nostra buona stella ci ha consentito di incontrarlo all’esclusivissimo party della scuola Holden nella notte di sabato – non diremo come ci siamo entrati – e farci due parole di circostanza mentre fumavamo una sigaretta. Pareva stanco, come svuotato dopo l’uscita di Kolchoz.
Insomma, bisogna prendere atto che ormai, il Salone Internazionale del Libro di Torino sia diventata questa cosa qua, un’ibridazione tra ciò che era e ciò che pare essere diventato. Tuttavia, non disperate. Alcune perle vi attendono se saprete dove cercarle, solo che dovrete farlo alla vecchia maniera: strizzando gli occhi sul programma online, mettetevi alla ricerca di nomi meno grandi, meno noti, tenendovi alla larga dai fari accesi sui Soliti Stronzi e sui Venerabili Maestri (italiani o stranieri che siano).
È stato così che ci siamo imbattuti nel dialogo tra Elisa Del Mese, Igiaba Scego (scrittrice e giornalista italiana di origine somala) e Cecilia Rita, giovane autrice al suo esordio con Mantide, per i tipi di NN Editore. Lì, nella raccolta e silenziosa Sala Avorio, ascoltandola parlare del suo romanzo, il Salone è parso proprio come dovrebbe essere. Ian Poggio


Oneida
Circolo Dong, Piediripa di Macerata 15 maggio 2026
Se è vero che “oneida” è un termine pellerossa che sta per “atteso lungamente, con ansia”, quella del pubblico accorso al Dong di Macerata in una piovosa serata di maggio per la gloriosa band di Fat Bobby, Hanoi Jane e Kid Millions è stata di certo ripagata oltre ogni legittima aspettativa. Incorniciati dai classiconi ultrakraut dell’inarrivabile “Each One Teach One”, i 90 minuti densissimi, macinati da cinque nerd ancora in stato di grazia saccheggiando soprattutto gli ultimi “Success” e “Expensive Air”, hanno alternato cavalcate folli e “carezze” pop disturbate e anfetaminiche. Gli Oneida guadagnano il palco come se dovessero occuparlo un metro dopo l’altro, come un organismo collettivo che muta e si espande grazie alla reiterazione, alla stratificazione e alla trance ritmica orchestrata da un Kid Millions zuppo come un calimero e da un Barry London che martella tutto il tempo il suo Moog come uno stenografo zen. Il motorik la fa spesso da padrone, le chitarre ronzano e i synth entrano come interferenze aliene in modalità Chrome. La perversione dei newyorchesi lavora per accumulo: ogni passaggio aggiunge tensione a tensione senza mai offrire un momento realmente liberatorio.
Each One Teach One apre le danze dilatandosi in durata ed effetto, emergendo dal rumore come un relitto, a seguire Beat Me To The Punch scatta con veemenza punk per farsi poi sfregiare dall’acido muriatico, e la medesima sorte tocca sia al recente inno Reason To Hide, sia ai nuovi brani che la band sta rodando dal vivo, come il bel singolo in uscita I Can’t Stand You. L’immancabile Cedars confluisce poi in una Opportunities deformata dalle tastiere e assemblata tra garage rock decomposto e hard krauto alla Amon Düül II. I refrain dei brani anni ‘20 come I Wanna Hold Your Electric Hand guizzano per poco prima di essere risucchiati da ulteriori derive chitarristiche dal sempre più pelato Hanoi Jane e da un impassibile Shahin Motia che incrociano per tutto il set i Can con i Boredoms e “Metal Machine Music” coi Neu!. È infatti il loro lato krautrock a dominare il live: ripetizione ossessiva, variazioni microscopiche, ipnosi forzata dopo una notte senza sonno. Quello che impressiona di più degli Oneida è che il caos è solo apparente. Anche nei passaggi più rumoristi il gruppo mantiene una disciplina interna ferrea e un interplay a cui è sufficiente un rapido scambio di occhiate: si ascoltano, si inseguono, si interrompono, ripartono. Quando accelerano davvero con gli input di un esagitato Fat Bobby, il concerto assume una qualità quasi fisica: il volume non serve a schiacciare il pubblico ma ad assorbirlo nel flusso. Una leggera parvenza di “normalità” sembra avvolge il finale del set con Stranger e Ghost In The Room, che è il loro modo di spianare la strada alla temibile chiusura di Sheets Of Easter, uno dei pochi mantra al mondo in grado di ergersi al livello di Sister Ray, L.A. Blues o Death Valley ’69, che porta l’omoteleuto light/night/sight/right all’estremo polmonare in cui musicisti e pubblico si elevano all’unisono verso l’assoluto sonico.
Sarebbe criminale fare le pulci a un set generoso e implacabile, estenuante per i musicisti e per chi magari è poco avvezzo a siffatte esperienze, giusto l’amarezza di non averci assediato e cannoneggiato oltre con la cover di Gunboats degli Swell Maps che chiudeva il loro ultimo long playing. Che a quanto pare non sarà l’ultimo. Gli Oneida non suonano canzoni, ma scavano un tunnel ansiogeno costringendo gli spettatori a passarci dentro fino a perdere il senso del tempo. Per chi non teme le bordate electropsych noise, è un godimento assistere a quella inveterata capacità d’allungare e deformare il rock fino a farlo diventare qualcosa di prossimo alla trance, qualità che li portò nell’olimpo infernale ormai un quarto di secolo fa. Quando gli Oneida smettono di suonare non resta il ricordo dei singoli brani, ma la sensazione di essere stati trascinati dentro un motore lasciato acceso, un flusso di ritmo, volume e ripetizione che invece di esplodere continua ostinatamente ad avanzare, finché il concerto smette di sembrare musica e diventa una condizione fisica. Panfilo D’Ercole


The Undertones
Zakk, Düsseldorf, 16 maggio 2026
Ha senso nel 2026 andare a vedere una punk band di quasi settantenni che celebrano il loro cinquantennale come gruppo? In teoria no, specie dopo aver assistito a un loro concerto una decina d’anni fa ed esserne rimasto piuttosto deluso. Per una serie di circostanze fortuite, mi convinco a dare una seconda chance agli Undertones, il cui omonimo album di debutto è uno dei capolavori assoluti del genere. La storica formazione di Derry si presenta sul palco con quattro quinti della line-up originale, vale a dire i fratelli John e Damian O'Neill alle chitarre, Michael Bradley, basso e voce, Billy Doherty alla batteria e Paul McLoone, che dal 1999 ha sostituito l’indimenticabile Feargal Sharkey alla voce. L’attacco è con una triade al fulmicotone: “Jimmy Jimmy”, “Male Model”, “You’ve Got My Number”. Il pubblico, composto anche da una discreta presenza di venti-trentenni (cosa piuttosto inusuale quando si tratta di gruppi storici) sembra gradire, a giudicare dai cori e dagli applausi scoscianti al termine di ogni pezzo. McLoone non fa rimpiangere Sharkey, Bradley presenta spesso le canzoni e lancia frecciatine divertite a Damian O’Neill quando questi cambia le chitarre. Ma non ci sono lungaggini o tempi morti: gli Undertones sono affiatati e affondano le mani nei loro primi due album e nei singoli d’antan con una scaletta “all killers no fillers”. In un’ora e venti McLoone e compagni piazzano una trentina di brani, tra cui “Jump Boys”, “I Gotta Getta” e “Girls Don't Like It” che accendono il singalong. Quando arriva “Teenage Kicks” a cantare è praticamente tutta la sala. Dopo la chiusura con “Get Over You”, gli Undertones escono brevemente di scena per tornare dopo qualche minuto per i bis che includono “Here Comes The Summer”, “Emergency Exit” e “My Perfect Cousin”, immancabili in una scaletta pressoché perfetta. Roberto Calabrò


Everloving plays the music of Henry Flynt/Eugene Chadbourne
“Flaming Creatures” @ Chiesa Evangelica Metodista, Roma, 11 Maggio 2026
Giubilo, liberazione. Vidi Henry Flynt a Bruxelles nel 2009 all’interno del mai troppo elogiato “Kraak Festival”. Performance sopra le righe, spiazzante, chitarra in fuga e hillbilly lunare. Oggi un manipolo di sobillatori della gentrificata downtown newyorkese ha deciso di rinverdirne i fasti. Flynt è vivo e vegeto ma si guarda bene dal mostrarsi in pubblico, il testimone passa a quello che un tempo fu il motore ritmico di Circus Mort/Swans, Jonathan Kane, che già ci aveva deliziati con le sue pubblicazioni di rock’n’roll massimalista su Table Of The Elements. Con membri – tra gli altri – di Sunwatchers e il violinista David Soldier (polistrumentista newyorkese di estrazione avant/contemporanea) inscena un tributo per nulla calligrafico all’interno delle volte della Chiesa Metodista. È musica profondamente newyorkese che sintetizza no wave e Fluxus, minimalismo e bluegrass. L’intensità delle trasposizioni tradisce un solido background post-punk e l’impressione è quella di trovarsi di fronte a degli anfetaminici Faust (con Tony Conrad ovviamente) o ai primi Velvet intrappolati in una tempesta noise. Si fa fatica a restare immobili tra i banchi dell’atipica location, sentiremo parlare a lungo di questa compagine e – consentitemi – sulle ali dell’entusiasmo a Kane vorrei affibbiare il nomignolo di Keith Moon dell’avant-rock!... In questo favoloso double bill l’apertura è toccata a chi della corrosiva ironia ha fatto una bandiera, il dottor Eugene Chadbourne. Banjo o elettrica (non distorta) a seconda delle occasioni, tra brani di suo concepimento e cover debitamente contestualizzate: Compassion e Dear Lord (John Coltrane), Sacrifice (Motörhead), Midnight Rider (Allman Brothers) e Old Violin (Johnny Paycheck). Un sopravvissuto, un’altra figura cui portare il massimo rispetto. Luca Collepiccolo


Memorials
The Lexington, Londra, 20 aprile 2026
Pearl Charles
100 Club, Londra, 1 maggio 2026
L'arrivo dell'attesa primavera ha portato con sé ammassi di vapori dalle svariate tinte seventies in forma di due serate che hanno spazzato via il grigiore dai cieli di Londra. Gli iniziali benefici effetti sono stati percepiti già mercoledì sera grazie a Verity Susman (ex Electralane) e Matthew Simms (ex It Hugs Back e attuale collaboratore con i pionieri Wire), per la prima data a supporto dell'ottimo nuovo lavoro siglato Memorials, che, attingendo da stilemi e costrutti ben consolidati, operano un gran lavorio di rimodellamento degli stessi con audace e personale inventiva. Tra l'niziale Cut Glass Hammer, con il suo pompante electro groove circolare dall’ossessiva e metronomica ripetitività percussiva, e la conclusiva bipolare Life Could Be A Cloud, che alterna folk cosmico pastorale ed esplosioni kraut con Verity algida chanteuse declamante alla Nico, trovano spazio una dozzina di brani tratti dai due album finora realizzati (escludendo il trittico di “Music For Films”), che si muovono sulle coordinate sopra citate, impreziosite ora dagli sporadici e azzeccati inserti del sax di Verity ora dalla chitarra di Matthew, tra travolgenti folate di farfisa e diavolerie di feedback. Saranno in Italia a breve, per cui se passano dalle vostre parti non perdetevi gli assemblaggi sonori di questa coppia di esploratori che partendo dai nonni putativi kraut, fre(e)ak folk e avant psych percorrono i sentieri tracciati da Stereolab e Broadcast.
I luccichii delle lucine natalizie poste sul palco del Lexington lasciano il posto a quelli degli strass e paillettes della desert queen Pearl Charles, che al mitico 100 Club, in piena Oxford Street, ci illumina con la sua solare versione di soft rock seventies, tra numeri yacht rock, country rock dalle venature funky e soul, classici radio friendly AOM e spudorato edonismo disco. Accompagnata dal bravo compagno Michael Rault, Pearl delizia la platea per novanta minuti alternandosi tra chitarra acustica e tastiere tra atmosfere Laurel Canyon ed echi di Dusty Springfield, Carpenters, Fleetwood Mac, Carole King and Abba. Tra melodie raffinate (What I Need) e accattivanti ritornelli (Middle of the Night, giusto per citarne uno, pezzo che potrebbe ben figurare in “Rumours”) c'è posto pure per la disarmante dolcezza dell'acustica Smoke in the Limousine, l'eleganza del sognante psych pop di Step Too Far, il momento d'intropezione di Take Your Time, la disco country funk di City Light, con micidiale linea di basso da Studio 54, e la disco da guilty pleasure di Only for Tonight. Considerando l'alto potenziale commerciale, la bravura compositiva e la presenza scenica è un vero inspiegabile mistero come Pearl non sia (ancora) una mega star. Ferruccio Guglia


Brian Eno: My Light Years/Seed
Ospedale Vecchio e Giardini di San Paolo - Parma, 30 aprile 2026
Brian Eno rifugge le banalità in punta di piedi raccontando le sue idee con voce felpata mentre durante la presentazione della sua prima mostra europea dedicata all’esplorazione della luce come mezzo artistico. Siamo all’interno dei Giardini di San Paolo, nel centro storico di Parma, dove sorge l'installazione site-specific “Seed”, creata insieme alla giornalista e scrittrice turca Ece Temelkuran (presente al suo fianco), un progetto artistico che poi troverà la sua definitiva collocazione fisica come field recording impresso in un vinile stampato in un’unica copia e integrato nella collezione permanente della Casa del Suono, a testimonianza della collaborazione tra l'artista inglese e la città di Parma. Rilassato e sorridente, Eno raggiunge l’adunata dei giornalisti esibendo il vessillo palestinese appuntato al petto come una ferita lacerata e lacerante che ci ricorda di un intero popolo sempre costretto a soffrire pene inverosimili ma di nuovo nel silenzio mediatico per il sovrapporsi di eventi che spostano l’attualità su altri fronti. Ne parla subito e non sono parole di circostanza, le sue come peraltro quelle della Temelkuran subito dopo, ché solo il prendere posizione è un atto di valore incommensurabile, ma, come si diceva all’inizio, la banalità e Brian Eno viaggiano in direzione ostinatamente contraria. Poi il discorso si sposta sull’altra attualità, ovvero l’intelligenza artificiale, che “di per sé non è la fonte di preoccupazione quanto piuttosto chi ne è proprietario, o chi ne ha la titolarità, che sono le stesse teste che hanno creato e sono proprietarie dei social media, che hanno un atteggiamento divisivo e non collaborativo. Ciò che importa è come viene utilizzata, è in corso un processo di ‘re-ingegnerizzazione’ dell’AI che persegue scopi politici molto precisi, tesi a trovare un modo successivo per controllare la società facendo arricchire ulteriormente quei pochi che sono i soliti noti. Non si dica però che io sono pessimista…”. Infatti no, e la conferma arriva subito dopo, quando la conversazione si sposta sulla musica. “Ogni epoca ha avuto i suoi canoni artistici preponderanti sui quali le persone si sono trovate ad essere d’accordo o in disaccordo. Negli anni Sessanta e Settanta è stata la musica ad avere il palcoscenico mentre ora è così tanta, troppa direi, che è impossibile condividerla con tutti e quindi parlarne, o sapere di cosa parlare. C’è stato un momento nella storia in cui tutti sapevano quale fosse la musica disponibile, adesso non è più così, la musica non è più un canone. Però continua ad avere un ruolo importante all’interno di un’ecologia culturale, perché in mezzo ce n’è anche di ottima. Ci sono tanti della mia generazione che dicono ‘ah, la musica che avevamo noi negli anni Sessanta, quella sì…’, beh, non è vero, c’era un sacco di merda anche allora… Se prendiamo venti canzoni del 1966 tra le più ascoltate in assoluto beh… 17 erano cose che non avremmo mai voluto ascoltare. Adesso ce n’è tanta nuova e affascinante, molta non appartiene ad una tradizione ben definita, per cui penso che tra dieci o vent’anni la musica tornerà ad avere il ruolo di canone che non avuto negli ultimi vent’anni. Però non credo sia una cosa che io arriverò a vedere…”.
Più realista di così… ma tornando invece alla presentazione delle sue opere, aveva detto: “Quando mi è stato chiesto di contribuire al restauro dei bellissimi Giardini di San Paolo insieme a Ece Temelkuran ne sono stato felicissimo. Credo che i parchi, i caffè, le gallerie e tutti gli spazi pubblici siano veri e propri centri di civiltà dove le persone si incontrano alla pari e dove la società trae il proprio nutrimento. Il progetto realizzato si chiama “SEED”, che vuol dire “SEME”, e ciò che realizziamo a Parma è solo l'inizio del vero lavoro che verrà: il germoglio per le conversazioni che le persone avranno qui, le confidenze che verranno scambiate, il corteggiamento e le amicizie che prenderanno vita. Mi rende felice l'idea che il nostro contributo possa aiutare a creare una sorta di “giardino segreto” mentale, uno spazio di feconda quiete contro il rumore crudele dei nostri tempi. Sulla mostra “My Light Years”, esposta all’Ospedale Vecchio lungo via D’Azeglio, nel cuore della Parma più verace e poliedrica, invece aveva detto: “Mi ha davvero entusiasmato. È un edificio immenso ed è stata una vera e propria sfida capire come distribuire le opere in uno spazio così grande. Alcune sono contemporanee, ma la maggior parte sono più datate e includono alcune delle primissime installazioni luminose che ho realizzato negli anni ’80. Sarà uno spettacolo piuttosto vario e richiederà al pubblico lunghe camminate.” Lunghe camminate alternate ad altrettanto lunghe sedute di contemplazione visiva e acustica, dato che oltre alle opere da vedere (installazioni, sculture, video dipinti…), di cui alcune datate (“Faces”, “Crystals” o “77 Million Paintings”) e altre create appositamente (“Light Boxes”), è possibile immergersi nei suoni d’ambiente appositamente composti per l’esposizione e diffusi con un sistema acustico avvolgente e ammaliante. Entrambe le mostre saranno aperte dal primo maggio al 2 agosto: l’unico suggerimento, oltre ad andare a visitarle entrambe, è di dedicare il giusto tempo ad ogni singolo sguardo e ad ogni minimo suono. Andrea Amadasi


Paolo Angeli
La Tenda, Modena, 20 aprile 2026
Torna a Modena, che frequenta con regolarità da anni, il nostro chitarrista sardo da esportazione: stavolta per presentare “Lema”, che significa slogan e ha a che fare, racconta, anche coi suoi fraseggi, col suo modo di stare nel mondo. Come sempre molto comunicativo, Angeli racconta un aneddoto un altro grande sardo, Antonello Salis, a proposito del diventare retorici quando si suona da trent’anni, e in qualche modo il nuovo disco, dice, riguarda anche questo, il fatto di venire a patti con la propria identità, col proprio linguaggio, con il proprio universo, che nel caso specifico del musicista gallurese ha tra i suoi cardini, in questo ultimo lavoro, il contatto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, la questione palestinese, ancora irrisolta quando già quarant’anni fa si scendeva in piazza per manifestare. Il set come di consueto è un lungo viaggio senza pause, dove la novità più rilevante, come già negli ultimi anni, è l’introduzione sempre più massiccia di parti cantate e l’affondo nella tradizione del folklore sardo (a breve a proposito uscirà un disco con i Tenores di Orgosolo). La chitarra sarda preparata di Paolo Angeli, lo abbiamo già detto tante volte, è uno strumento-mondo, capace di spalancare altre dimensioni, di farsi violoncello, percussione, generatore di rumore, kora: tra le corde si intraprende un viaggio in un Mediterraneo reale, epico e interiore. “Per cosa posso cantare?” si domanda, e dopo un racconto molto divertente sul suo incontro con Peter Gabriel, a cui ha dato apposta indicazioni sbagliate sui posti dove trovare i porcini, un blues arrugginito e sdentato in lingua madre, una citazione da “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, i complimenti a Tom Waits, che se ne è effettivamente appena uscito con un pezzone coi Massive Attack, “Boots On The Ground”, chiude in mezzo alla platea cantando a cappella in sardo; è una vita che seguiamo Paolo Angeli (il primo live fu proprio all’Università di Modena ai tempi del suo “Linee di fuga”) e ogni concerto ci ricorda il perché lo facciamo. Nazim Comunale


The Bevis Frond
Sonic Ballroom, Colonia, 21 aprile 2026
L’atteso ritorno dei Bevis Frond in terra tedesca si concretizza a distanza di due anni. Allora era appena uscito l’ottimo “Focus On Nature”, ora è la volta dell’altrettanto eccellente “Horrorful Heights” di cui abbiamo ampiamente parlato su Blow Up di aprile. Nick Saloman si presenta con la stessa, ormai rodatissima, formazione che contempla Paul Simmons alla chitarra, Dave Pearce alla batteria e l’ex Bronco Bullfrog Louis Wiggett al basso.
L’atmosfera raccolta del Sonic Ballroom è perfetta per annullare ogni barriera tra band e pubblico, come il buon Nick ci dimostrerà nel corso della serata intrattenendosi – e intrattenendoci – con aneddoti e battute. Alle nove in punto il gruppo si presenta in scena e attacca, come sempre, con “Hole Song #2”, perfetto esempio della cifra stilistica del quartetto britannico: melodia e trame psichedeliche cucite assieme dalle chitarre e da una sezione ritmica al contempo potente e fantasiosa. Da lì in avanti i Bevis Frond attraverseranno il ricchissimo catalogo di Mr. Saloman muovendosi senza soluzione di continuità tra brani ormai classici (le immortali “Lights Are Changing” e “I’d Be A Diamond”, coverizzate tra gli altri da Lemonheads e Teenage Fanclub) e lunghe cavalcate psichedeliche da cui viene fuori la classe e l’affiatamento dei quattro musicisti. Quando si parla dei Bevis Frond ci si sofferma (come è giusto che sia) su Nick Saloman e sulle sue grandi doti di songwriter, ma si rischia di far torto agli altri tre membri del gruppo, dei veri fuoriclasse. Questa sera è soprattutto la sezione ritmica a spiccare, con il drumming tentacolare di Pearce e le linee di basso fantasiose di Wiggett. Per “Superseded” Nick imbraccia il suo sitar elettrico e la band si lancia in una jam proto-stoner di una quindicina di minuti toccando vette altissime, cui segue una non meno ipnotica “Well Out Of It”.
Il lato più morbido della formazione britannica viene fuori dalla lenta ballata “A Simple Pursuit” e dall’avvolgente “Space Age Eyes”, tra i pochi brani di “Horrorful Heights” presenti in scaletta. Non sono pochi, invece, gli intermezzi in cui Mr. Saloman si ferma a scherzare con i membri del gruppo, a raccontare la genesi di questo o quel pezzo o aneddoti della sua ormai infinita carriera. Il pubblico risponde estasiato quando la band è alle prese con i brani vecchi e nuovi, e divertito quando Nick mostra doti da stand-up comedian con la simpatia e l’understatement che tutti gli riconosciamo.
La serata vola via che è una bellezza e, dopo due ore di grande musica (e risate), i Bevis Frond si congedano dal fedele pubblico di Colonia con “King For A Day”, uno dei brani di punta del nuovo album: un saliscendi ritmico con le chitarre lisergiche del duo Saloman-Simmons che fanno letteralmente scintille. Roberto Calabrò


Bill Orcutt
Flaming Creatures @ Cantina Rosé, Roma, 18 Aprile 2026
La ferocia non è venuta meno, è stata semplicemente canalizzata: il raga blues di Orcutt è oggi una forma niente affatto rigida in cui convergono squarci di minimalismo, ipnosi elettriche alla Sandy Bull e omaggi al furente Sonny Sharrock. Risonanze, rifrazioni, in un set elettrico che non prevede una scaletta definita: le composizioni non sono concepite a tavolino, il set è esclusivo e Bill opta per un mood, una progressione d’accordi con un canovaccio solo apparentemente definito. Una poetica della sei corde che oggi lo pone al fianco dei grandi innovatori del genere: Lee Ranaldo, Alan Licht e finanche Ben Chasny (da ricordare gli incroci strategici con Ethan Miller, peraltro). Bill si muove in solo in questa unica data italiana, una fuga d’autore durante il tour col power trio composto dall’ex Sonich Youth Steve Shelley e appunto Miller dei Comets On Fire. La sua chitarra lancinante non fa rimpiangere le evoluzioni simil-hard del progetto principe, con sole quattro corde – da sempre un diktat lo smaltimento del manico – il grado di comunicazione rimane eccelso e la visione globale ubriacante. Perché si esce proprio ebbri da questo fuoco di fila, una sensibile spallata alla musica strumentale più docile, dove le frequenze sono certo aspre e l’adrenalina condensata. Feroce e nobile intensità in un battito d’ali. Luca Collepiccolo


Ditz
Monk, Roma, 9 Aprile
Steve Gunn
Unplugged In Monti @ Cantina Rosé, Roma, 16 Aprile
The Notwist
Monk, Roma, 17 Aprile
Rispetto all’ultimo tour che ha toccato anche Roma l’anno scorso, non hanno nuovo materiale da presentarci i Ditz da Brighton, fermi ai box con l’ultimo “Never Exhale” del 2025, ma è sempre un piacere andargli a fare una visitina, vista la verve e la forza propulsiva che sanno regalare dal vivo. La band, che si esibisce al Monk, si gioca quasi inspiegabilmente i due cavalli di battaglia all’inizio della scaletta (Taxi Man e Four) con l’ugola tagliente dello scalmanato leader Cal Francis coadiuvata dalle sferraglianti chitarre post-grunge/nu-metal e da una sezione ritmica evidenziata da un basso che ti entra in gola e da una batteria tunz tunz che raccoglie tutto lo spirito dancey degli inglesi. Monolitici e molto industrial-metal, i Ditz dal vivo evidenziano le loro influenze crossover, che vanno dall’alternative rock dei Korn e dei NiN fino al neo post-punk-noisy di Gilla Band e Idles, e rendono incandescente una platea pogante e presa bene che induce Cal a tirargli addosso dei cubetti di ghiaccio per provare a raffreddare i bollenti spiriti. Ovviamente non riuscendoci.
I (bravissimi) ragazzi di “Unplugged in Monti” (format ormai itinerante) portano nel cuore del Pigneto l’ormai storico evento musicale romano: nel vellutato Cantina Rosé (locale fresco di apertura sotto il rinomato marchio Necci & Co.) fa la sua (timidissima) comparsa Steve Gunn. Sembra quasi chiedere permesso, l’allampanato songwriter americano che con la propria chitarra acustica, riverberata e spesso messa in loop con la pedaliera, e con la sua voce esile ma potente (veramente uguale a quella che conosciamo su disco), anima per un’oretta abbondante un locale intimo ma strapieno; un pubblico che, a onor del vero, non sempre sa rispettare il rigoroso silenzio che un’esibizione del genere meriterebbe (tanto da indurre Steve a rimproverare la sala durante l’esibizione della cover velvettiana I’ll Be Your Mirror). Recuperata la giusta atmosfera per questa liturgia psych-folk - perché è di questo che si parla - tra piccoli errori e imperfezioni (che in realtà rendono più umano l’artista residente a Brooklyn), Steve ci lascia intravedere con la propria musica una fioca e livida luce da tramonto nel deserto che raggiunge il climax nella toccante Nearly There, canzone contenuta nell’ultimo, bellissimo, “Daylight Daylight” (2025), esibita live sulla falsariga della rivisitazione contenuta del recente ep “Shape of a Wave”. Pura fluorescenza.
Nella nostra vita li abbiamo visti almeno tre o quattro volte esibirsi dal vivo, ma dobbiamo ammettere che i Notwist ammirati (è proprio il caso di dirlo) questa sera al Monk sono stati senza dubbio i migliori di sempre. I due fratelloni Acher si presentano sul palco insieme ad altri cinque elementi e in mezzo a mille diavolerie strumentali - sax, xilofoni, diamoniche, tromboni, mellotron, falutini dolci, synth e chi più ne ha più ne pensi - danno vita a una serata che volge lo sguardo verso ricordi e nostalgie anni Zero ma che sa anche guardare bene all’oggi. Presentandoci il recente “News from Planet Zombie” i tedeschi riarrangiano in modo spigliato (e terribilmente divertente) nuovi e vecchi hit dando grande rilievo a delle lunghe code che ora si fanno sanguinarie (X-Ray tratta dall’ultimo disco), ora terribilmente groovy (Where You Find Me da “Vertigo Days”), cazzutamente kraut (la coda dell’intramontabile Pick Up the Phone) oppure dub-/jazz/fusion-core (la stupenda Gloomy Planets da “The Devil, You + Me”). Rimarchevole la performance hardcore in power-trio di Agenda (tratta dal primo album omonimo del ‘91) e il pre-finale di una Pilot suonata a cassa dritta, in piena botta acid, che vorremmo non finisse mai. Non ci hanno suonato Consequence, ma a noi basta tutto questo per essere felici, con l’aggiunta della schitarrata di One With The Freaks. Magici. Marco Giappichini


Reinier Baas / Ben Van Gelder
La Tenda, Modena, venerdì 17 aprile 2026
Torna a Modena dopo la data del 2017 il duo olamdese del chitarrista Baas con il sassofonista Gelder, già membri di un trio con il leggendario connazionale Han Bennink. Presentano “This Is Water”, l'ultimo disco, ma cominciano con la monkiana Light Blue, che ricorda le riletture del repertorio di “Sphere” operate da Elliott Sharp: il pezzo attinge a nuova linfa anche grazie a una coda fatta di lievissimi labirinti armonici che paiono non risolversi ad un’uscita: ruggini nitide e sobrie, che evidenziano la capacità di entrare nelle viscere del pezzo per uscirne con nuovo sangue, altre prospettive. Qualche corrusca nuvola timberniana, una profondità densa di una leggerezza calviniana si addensa sul cielo attraversato dal duo. La scrittura sa frugare in spigoli desueti, muovendosi in una fertile terra di mezzo tra nitore melodico e ricerca. Un mood talvolta swing, con quel quid inconfondibilmente olandese, ma anche la polvere spettinata di un Marc Ribot nelle invenzioni della chitarra. Due musicisti abili nel far convergere nella loro musica mille stimoli diversi, per un linguaggio prismatico, eclettico, che da un lato indugia volentieri in limpide soluzioni tematiche ma dall'altro non si perde mai nelle paludi definitive della retorica. Chiudono con il cubismo melodico applicato a Smile di Charlie Chaplin e con Hypochristmutrifuzz di Misha Mengelberg. Nazim Comunale 


Juana Molina
ICA, Londra, 13 aprile 2026
Situato sul Mall di Londra, il prestigioso viale cerimoniale alberato che collega Trafalgar Square a Buckingham Palace, spesso utilizzato per processioni reali e visite di stato, l’ICA (Institute of Contemporary Arts) offre una interessante programmazione di film, eventi, conferenze e dibattiti. Nell’inverno del 1984 fu luogo del leggendario Concerto per voce e macchinari degli Einstürzende Neubauten, che prevedeva la perforazione del palco, esibizione interrotta bruscamente dopo solo una ventina di minuti col personale che, preso dal panico, staccò l'alimentazione elettrica scatenando una rivolta del pubblico pagante in speranzosa attesa essere ricoperto dalla pioggia di detriti e perdere qualche decibel di udito!... La serata con Juana Molina si preannuncia come l’esatto opposto della demolizione di allora, grazie alle mirabolanti costruzioni architettoniche elettroacustiche dalle minimaliste, discordanti geometrie della nostra magnifica esploratrice sonora che da ben due decenni sforna veri capolavori di inventiva avant-pop dallo stile personalissimo e riconoscibilissimo, edificati sulla stratificazione di loop ritmici di chitarra, pulsazioni di synth e seducenti voci incantatorie in un perfetto connubio tra le native radici musicali folk e la piena adozione tecnologica. Si parte delle celebrazioni del quindicesimo anniversario della radio online NTS: le tre note pulsanti dell’ipnotica linea di basso di Uno es árbol, narrazione ciclica che col cambio di una sola sillaba gioca a trasformare il significato semantico dell'essere radicati e lo sradicarsi, quindi dall’ultima fatica, “Doga”, uscito lo scorso anno dopo otto anni di silenzio, vengono proposte la dolce ninna nanna ondeggiante della giocosa e solare Siestas ahí, il folk storto di Miro todo con inizio cosmico alla Orb, i nove minuti dell’astrazione Rina soi con i suoi arpeggi spezzati e La paradoja, che dopo la spettrale intro minimal synth parte con ritmo kraut che diviene kosmische tra scintilii siderali. Juana si alterna tra linee di chitarra e tastiera accompagnata solo dalla batteria del fedele Diego Lopez de Arcaute, che non sbaglia un solo colpo e dà il meglio nell’incalzante groove poliritmico dell’irresistibile Cosoco, con seconda parte in cui Juana sta in modalità corriere cosmico, e nei conclusivi nove minuti dal continuo crescendo di tensione ritmica della robotica danza electro tribale Un dia.
Juana Molina ha costruito attorno a sé un personalissimo, fantasmagorico universo sonoro, una esclusiva pozione magica edificata sulla pedaliera a loop e servita filastroccando con sussurri, bisbigli, borbottii, gorgheggi, vocalizzi, trilli, strilli, urla e quant’altro la sua ugola da ammaliante incantatrice infantil-benigna le permette e che seguendo caparbiamente nessuna logica se non la sua (ricordiamo che era una delle comiche più famose del suo paese, professione che abbandonò all’apice del successo per inseguire il suo sogno musicale) ha creato un mondo magico da visitare, esplorare ed ammirare. Ferruccio Guglia


Ongon
Ngoma Rifugio Creativo, Chiesuola (Ravenna), 3 aprile 2026
Un ongon è un tramite in grado di convocare e custodire spiriti, connettere mondi diversi: è proprio questo che fa la musica di Antonio Bertoni, profondamente imbevuta della cultura nordafricana gnawa, ma non solo. Con questo alias Bertoni ha già una nutrita discografia alle spalle: l’ultimo dei sette dischi ad oggi pubblicati è “Solchi rari-Vol II” dell’anno scorso. Lo intercettiamo in Romagna per il penultimo concerto della prima stagione di Ngoma Rifugio Creativo, uno spazio perso nelle campagne della provincia ravennate, molto vicino alla Casa del Vento (chi si ricorda i tipi di Palustre sa di cosa parlo), gestito dal percussionista Marco Zanotti. Quattro strumenti a corda nel set up di Ongon: una versione elettroacustica del guembri, strumento d’elezione della musica gnawa, una chitarra tenore, una ghironda-chitarra costruita da un inventore di strumenti e un altro arnese inventato da un russo, capace con due corde soltanto di produrre suoni che fanno volare via, la dvina, suonata con l’archetto. A questi Bertoni unisce percussioni, basi, che possono essere sequenze ritmiche o registrazioni di voci o suoni psichedelici: tutto il mood del live sembra proprio improntato a ricreare la trance che i lunghi rituali gnawa cercano e ottengono in chi suona e in chi ascolta: la ghironda stacca inni al cielo, poi irrompe una sequenza che ci riporta dritti dalle parti del Terry Riley più ascensionale e estatico; su questa architettura poi fiorisce un groove ossuto, un pugno di note di guembri che trascinano corpo e mente. Ampia ed eclettica la varietà di soluzioni e di idee messa in campo dal musicista: una registrazione di un pianoforte impro, voci rabdomantiche, un loop di batteria che inciampa, poi un riff killer di chitarra e a seguire una base costruita con il bolon, un’arpa africana del Mali che è l’antenato del contrabbasso. L’idea è quella della musica come reale e possibile cura alle malattie dell’anima, in un equilibrato mix di cellule ritmiche, andamenti ipnotici, battiti dispari, rigogliosa flora elettronica, per un’idea di Africa intima e cosmica al tempo stesso, più intenzione e chimera che luogo geografico. Un carillon affogato nel fango lunare, accenni di soul-blues 4.0, Phil Cohran, Don Cherry, Bassekou Kouatè, i 75 Dollar Bill: sono solo alcune delle possibili suggestioni a cui rimanda una musica che convince per sensibilità, intelligenza, versatilità e ampiezza di orizzonti nello sguardo: cuore e cervello al servizio della tecnica. Alla fine del lungo set, come da tradizione a Ngoma, un finale dedicato all’improvvisazione con un musicista ospite, in questo caso Masih Karimi, dall’Iran, a daf (un tamburo) e tanbur (un cordofono). La programmazione dello spazio si chiude il 9 maggio con la presentazione del nuovo disco del quartetto Tell Kujira. Potete restare aggiornati sulle attività seguendole su Instagram sulla pagina ngoma_rifugio_creativo. Nazim Comunale


Courtney Barnett
Circuit, Londra, 27 marzo 2026
Banquet Records è un bel negozio di dischi situato a Kingston upon Thames, nella periferia sud-occidentale di Londra, dal nobile lignaggio Beggars Banquet Records, catena di negozi da cui si separò nel 2002. Dopo varie vicissitudini (bancarotta inclusa) nel 2005 i due dipendenti Jon Tolley e Mike Smith decisero di intervenire e in poco tempo risollevarono le sorti dell'attività aggiudicandosi per diverse volte riconoscimenti quale miglior negozio indipendente dell'anno. Lo slogan “more than just your local record store” è azzeccato, dato che nell’ultimo decennio alla gestione del negozio si affianca l'attività di promoter, che è diventata a dir poco frenetica negli ultimi tempi con eventi a cadenza quasi quotidiana. Qualche mese fa sono riusciti a fare il colpaccio offrendo l’anteprima mondiale di Robert Plant in occasione dell’uscita di “Saving Grace”. Stasera tocca a Courtney Barnett, il mio enigma musicale da ben quindici anni. Mi spiego. Essendo cresciuto musicalmente con l’alt rock anni Novanta, la proposta della indubbiamente bravissima Courtney dovrebbe farmi pronunciare il fatidico aggettivo “carino” e basta, invece tra le miriadi di proposte simili lei è l’unica nel suo genere che mi ha sempre non solo convinto pienamente ma entusiasmato, compito arduo per orecchie svezzate con i suoi padri putativi. Sarà per la capacità di composizione e il saper fotografare aspetti del vissuto quotidiano narrandoli con naturalezza e quindi donando freschezza e vigore a stilemi ampiamente consolidati; ma forse c’è di più e la serata sembra l’occasione buona per svelare possibili nuovi indizi. Il nuovo lavoro “Creature of Habit” è uscito in mattinata ed è proprio con l’apripista Stay In Line che si parte.  Linea di basso secca e ripetitiva + voce inconfondibile + chitarra arty wave nervosetta + coro accattivante = un gran pezzo PJHarveyiano per la generazione millennium. Mantis, Site Unseen e Sugar Plum, tutte tratte dal nuovo lavoro, sono gioiellini di solare perfezione pop, pillole di fluoxetina, nella loro solarità veri SSRI capaci di trasformare l’umore anche al più burbero musone: un trio da perfetta colonna sonora per la spensieratezza dei festival all’aperto, da cantare in coro per scacciare via qualsiasi nube minacciosa. “First thought / heard it all before” canta Courtney e sottoscriviamo in pieno, poi “there's no such thing as a perfect melody”, ma vista la proposta verrebbe voglia di contraddirla. One Thing at a Time è trionfale: solo lei e il gemello separato al parto Kurt Vile attualmente possono scrivere canzoni simili, con assolo finale che in due minuti collega le corde dell’avo Neil Young con quelle di J Mascis e di tutta la progenie slacker. L’intimità dell’acustica Mostly Patients viene bruscamente spezzata con classici da brividi, la deliziosa Avant Gardner, la furiosa Pedestrian at Best e ovviamente l’anthem generazionale Nobody Really Cares If You Don’t Go to the Party, che non ha perso un briciolo di grinta da quando uscì più di un decennio fa annunciando l’arrivo di una nuova eroina del rock, un vero purosangue che con attitudine sbarazzina si diverte da matti sul palco a suonare rock con gli amici di sempre e che è assolutamente 100% cool senza neanche pretendere di esserlo e forse proprio questo era l’ingrediente che mi mancava per svelare l’arcano. Teniamocela stretta. Ferruccio Guglia


Deadletter
Wishlist Club, Roma, 22 Marzo 2026
Caroline
Largo Venue, Roma, 26 Marzo 2026
Non hanno fatto in tempo a pubblicare il loro secondo lavoro “Existence Is Bliss” (uscito a fine febbraio) che i londinesi Deadletter si presentano, per la prima volta a Roma, nel glorioso Wishlist di San Lorenzo, per farci ascoltare, per intero, la nuova fatica. E la fatica a stare fermi invece è la nostra a stare sottopalco: Deadletter che ascoltate su disco sono i lontani parenti di quelli che si esibiscono dal vivo, tanto bradipici e poco scintillanti i primi quanto dinamici, frizzanti e muscolari quelli che si esibiscono sul palco. Il sestetto(!) post-punk da nuova vita quindi al suo catalogo (due albumi e qualche ep) muovendosi sul palco con una disinvoltura e con un fare sbruffone che molte band affini si sognano; guidati da un sax 80’s arrapante (ma mai sfiancante), da campanacci e percussioni (e bassone distorto) a spingere le (poli)ritmiche, da riverberi infiniti di chitarre e da quella voce da crooner perso nell’abbandono della vita a dir poco bollente (un po’ Murder Capital), i Deadletter con la loro noise-dance trasformano la platea in un infernale dancefloor, dove il pogo è di casa. Scoppiettanti.
Ancora più numerosi dei Deadletter (sono in 8) e sempre provenienti da Londra, qualche sera dopo si presentano sul palco di Largo Venue, nel quartiere del Pigneto, gli avant-folker Caroline, per un live decisamente di tutt’altra pasta. Quasi all’opposto di quello dei concittadini. I Caroline cercano l’intensità emotiva (e vi giuriamo che dal vivo si taglia con un grissino) tramite i vuoti, i silenzi, il suono spaziale che vale tanto quanto uno dei loro, numerosi, strumenti: fa parte dello show il barista che prepara il cocktail e un aereo che passa sopra il capannone di Largo tanto quanto i fiati o i peculiari violini che sibilano per gran parte del concerto. La magia (e la poesia) è veramente tanta e, ancora più che su disco, è evidente come questa sia una musica esile che, di volta in volta, di esibizione in esibizione, si trasformi e non sia mai uguale a se stessa per due volte di fila. Un folk di cristallo che si sbriciola, si fà e si disfà, in modo del tutto rilassato (e rilassante), sotto i nostri occhi (orecchie per essere esatti). Scordatevi una batteria che tiene il 4/4 per più di mezza battuta oppure un accordo di chitarra che sia “regolare”: ognuno va impunemente per i fatti suoi - cercando il controtempo, il tempo dispari e la soluzione più difficile - ma alla fine tutto torna e si regge splendidamente. Ed è di una potenza spettacolare, a tratti velvettiana. Quella dei Caroline è musica che scioglie la tensione interiore: il giusto live dopo una giornata di pioggia, forte vento, traffico intenso e bestemmie con i propri bebè. Marco Giappichini


Bergamo Jazz Festival 2026
“Setting The Pace”, Miles & Trane 100th Celebration
Vari luoghi (Teatro Donizetti, Teatro Sociale, Auditorium Istituto Palazzolo, Accademia Carrara, Aula Picta del Palazzo Vescovile, Sala Patti, Il Circolino, Daste, NXT, Dieci10), Bergamo, 19-22 marzo 2026
Quattro giorni belli intensi di jazz (e in qualche occasione solo di musica ad esso più o meno imparentata) hanno ancora una volta contrassegnato il Festival di Bergamo, che ha raggiunto la 47.ma edizione (è uno dei festival più longevi e prestigiosi, non solo italiani, ma europei). “Setting The Pace” – dettare il passo, indicare una via – è il titolo che il sassofonista Joe Lovano, per il terzo anno direttore artistico (coadiuvato da Roberto Valentino), ha voluto dare alla rassegna. Il riferimento, nello specifico, è ai due artisti che maggiormente, per quello che riguarda il jazz post bop, questa via l’hanno significativamente indirizzata, John Coltrane e Miles Davis, dei quali quest’anno ricorre il centenario dalla nascita; un riferimento che coinvolge anche, secondo le intenzioni di Lovano, gli importanti musicisti esibitesi al festival, ognuno con la propria spiccata personalità.
Numerosi sono stati i concerti, divisi fra quelli che fanno parte del cartellone principale e quelli raggruppati sotto l’insegna “Scintille di Jazz”, mini rassegna autonoma parallela, curata da Tino Tracanna, che presenta nuove visioni e sonorità del panorama jazzistico italiano contemporaneo.
Cominciamo dalla fine, cioè dall’applauditissima esibizione di chiusura al Donizetti di una all-star band raggruppata proprio da Joe Lovano per onorare Davis e Coltrane: con lui sul palco si sono presentati Avishai Cohen alla tromba, poeticamente figlio di Miles, e ad affiancare Lovano al sassofono tenore, George Garzone, profondo conoscitore di Coltrane e Shabaka Hutchings, tra le più forti personalità del nuovo jazz, lui anche a vari tipi di flauto; inoltre l’estroverso Leo Genovese al pianoforte, l’introverso Jakob Bro alla chitarra e a formare una sezione ritmica a dire poco superlativa Drew Gress al contrabbasso e Joey Baron alla batteria. P
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