LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Bob Log III, foto di Ferruccio Guglia]

“Ealing Blues Festival
Walpole Park, London, London, 31 luglio 2026
Da quattro decenni l’Ealing Blues Festival celebra il ruolo fondamentale svolto dal quartiere londinese per le sorti dell’R&B, basti pensare al leggendario Ealing Blues Club che preparò il terreno per l’avvento degli Stones, Who e Cream. Si parte con l’incedere lento e dilatato offerto da The Jonny Halifax Invocation che acquista corposità heavy psych mefistofelica con urticante sassofono free jazz, diavolerie synth e lap steel guitar satura di fuzz abbandonata solo per lasciare pezzi di polmone sull’armonica. Il quintetto londinese Vieira and the Silvers, tra Stones con sprazzi festosi alla Fleshtones e psych-blues stradaiolo alla Black Lips lascia il posto all’ exotic sci-fi surf punk & trashy rock-n-roll degli Oh! Gunquit probabilmente la più divertente rock'n'roll band in circolazione. Sulle note di Whiplash Tina, frusta in mano, scende in platea a fustigare le chiappe del pubblico e sulla cover del surf strumentale Crossfire suona la tromba facendo Hula-Hoops! La festa continua con Bob Log III, classica tutina circense da palla di cannone umana, casco collegato alla cornetta telefonica e chitarre Silvertones, per un “guitar party drum mess whoop whoop” in compagnia del fido tour manager Rubber Duck ovvero la paperella gonfiabile. Come da copione, ecco l’invito a gonfiare palloncini e farli scoppiare a tempo, il rito del pancarrè tostato perché “con l’odore del pane tostato nell’aria la canzone suona meglio!” etc. Ovviamente tutti si aspettano la classica I want your shit on my leg con tanto di donzella trotterellante sulla gamba di Bob e chissà forse pure la famigerata Boob Scotch ma mi dileguo per dirigermi sul palco principale per il finale del bluesman americano Robert Finley dalla voce forgiata nelle chiese rurali della natia Lousiana che passa dal baritono al falsetto con gran naturalezza. La figlia Christy esegue una bella cover di Take me to the River di Al Green per terminare con i dieci minuti del gospel I wanna thank you, ringraziamento che rivolgiamo agli organizzatori dell’evento. Ferruccio Guglia


"Go Down Fest"
Rock Planet, Pinarella di Cervia (RA), 31 luglio 2026
Fa un po' male al cuore vedere il Rock Planet lontano dall'essere pieno come avrebbe potuto e dovuto essere. Non possono essere una giustificazione i 18 euro del biglietto d'ingresso, che per i Last Killers, gli Ananda Mida, i Devils e i Not Moving insieme sono molto meno del minimo sindacale… In apertura di serata il gradito ritorno dei Last Killers è una celebrazione del garage punk più rumoroso e bislacco, figlio tanto dei Moving Sidewalks quanto dei 13th Floor Elevators e degli Undertones, con in più quella nemmeno tanto vaga somiglianza del chitarrista Teo Espanada con il giovin Brian Jones. Gli Ananda Mida hanno poi mantenuto alta la tensione però su tutt’altre coordinate stilistiche, quelle cioè di un heavy doom muscolare, fatto di riff ipnotici e improvvise deviazioni psichedeliche, con un sinuoso e parecchio teatrale contrappunto estetico portato dal nuovo cantante Conny Ochs, aggregato al gruppo di recente. E che dire dei Devils, croci blasfeme della giunta comunale di Serravalle Pistoiese e delizia invece di noi altri, volontariamente succubi della loro arroventata magnitudo sonora? L’immaginario sexploitation evocato da Erika Switchblade e Gianni Blacula è la “scena del crimine”, la miscela elettrizzante di punk, rock e blues la degna colonna sonora per un’oretta di pruriti e sudore oltre la media (nonostante la sala fosse egregiamente climatizzata). In chiusura i Not Moving per un’altra data del loro ultimo tour: facciano mea culpa gli eretici che pensano che la band viva di rendita, la sua energia e la sua voglia di stare ancora su un palco vengono fuori con un'autenticità disarmante. Perché anche se sei davanti a poche decine di persone non esistono scorciatoie, o ci credi davvero oppure si nota immediatamente. E loro, stavolta persino ancor più di sempre, ci hanno creduto fino in fondo. Andrea Amadasi


ESTATE ROMANA
 2026
Un’ecumenica, e assolutamente non esaustiva, selezione

Veramente mosciarella questa estate romana; tra piccoli festival che ormai sono venuti meno (scusate il gioco di parole), come lo storico festival di “Villa Ada”, ed eventi da Stadio (o anche di più, come il caso Ultimo a Torvergata) che hanno premiato il nazionalpopolare a discapito dei nomi internazionali (ma ormai a Roma sappiamo bene che il “Firenze Rocks” e gli “i-Days” a Milano si mangiano tutto e fanno man bassa di ‘nomoni’ poiché Live Nation, l’agenzia di booking/produzione più grande al mondo, si organizza internamente questi festival) e cose carine che ci siamo persi - o per assenza di babysitteraggio adeguato (Fu Manchu, Devendra Banhart, FBYC + Crash of Rhinos, Circle Jerks, Mei Semones, Aldous Harding,.. per citarne solo alcuni) oppure per conflitti di data (il reverendo Manson per esempio, che abbiamo già visto in passato ma che ci siamo mangiati le mani per avergli preferito i Cardinals, dopo ci arriviamo…) - siamo riusciti comunque a presenziare a una manciata di eventi che, un po’ per caso e un po’ volutamente, hanno rinfrescato, si fa per dire, questa asfissiante estate da bollino viola. Contro ogni aspettativa personale, un po’ casualmente un po’ per allietare la serata alla figlia treenne, la nostra estate musicale inizia il 6 giugno con il concerto di Cremonini (in doppia data) al Circo Massimo. Il Cesarone nazionale dà tutto se stesso (e quando gli ricapita di fare una data da 60.000 persone e l’altra, diciamo non pienissima, da un trentamila?) e con l’inseparabile Ballo in versione Flea (come look, più che come tecnica, uguale sputato al bassista americano) si gioca il suo ormai lungo repertorio, tra lentoni al piano, shot di Grey Goose (la nostra preferita) e tutto il catalogo lunapoppiano, contornato da mille ballerini e videoproiezioni magniloquenti degne delle grandi produzioni americane da “Half Time”. Pubblico di mamme e figlie in visibilio; noi, impermeabili alle sue languide moine, apprezziamo l’apparato scenico.
Il 9 giugno siamo andati all’inaugurazione del Rock in Roma, all’ippodromo di Capannelle, a vedere Dexter Holland e i suoi Offspring accendere la miccia per il loro skate-punk ormai geriatrico. L’ugola, logorata dai tanti berci, è quella che è, e le dita di Noodles non sono sciolte come una volta, ma il mestiere dei due sopravvissuti alla formazione originale (coadiuvati nella serata da giovini virgulti) sopperisce ad una evidente “vogliadilavoràsaltameaddosso”. La serata è tutto sommato piacevole e abbiamo passato un’oretta e mezza a cantare a squarciagola brani di un “best of” dove, volente o nolente, conosci quasi tutto il repertorio. D’altronde i ragazzi, soprattutto nel periodo ‘94-’98, sapevano come scrivere canzoni pop-rock segnanti.
Il 17 giugno alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, salotto buono per l’intellighenzia midcult della ricca Roma Nord (ambiente quindi decisamente fuori contesto per l’evento, ma vabbè) ci aspetta il gruppo più caldo del momento, vale a dire gli scatenati Kneecap da Belfast. Tra un coro “siamo tutti antifascisti”, un breve comizio improvvisato da un portuale di Genova e una Bella Ciao sparata a tutta sul finale, la sinistra internazionale dovrebbe ripartire proprio da qui: dall’energia catalizzata da un popolo palesemente orfano di rappresentanza che ha trovato nella musica pro-pal e antisistema del trio la propria bandiera (anche se, a dirla tutta, i ragazzi sono contrattualizzati da Live Nation, ma vabbè, dettagli al giorno d’oggi). La serata è un karaoke cantato da tutti: le basi musicali sono lanciate (un po’ col pilota automatico, diciamolo) senza troppi stravolgimenti da DJ Próvaí che con il suo inseparabile passamontagna dai colori d'Irlanda (anche a 37°) e insieme ai fidi MC Mo Chara e Móglaí Bap (loro invece inseparabili dai giacchetti autunnali, non sappiamo come fanno!) si muovono come palline tra palco e platea, fomentando il pubblico festante e voglioso di ballare in modo “impegnato”. Immancabile la presenza tra il pubblico di Diego “Zoro” Bianchi, che fa capire la portata ‘impegnata’ ma non estrema del combo.
Non ce ne vogliano gli altri, ma alla Cavea, il 28 giugno, più bravo di tutti rimane lui, il re delle chitarrine distorte col chorus: quel Mac DeMarco che richiama alle armi tutti gli hipster ormai un po’ cresciutelli (tra i quaranta e i cinquanta) degli anni dieci ma, a sorpresa, anche un nugolo di adolescenti e postadolescenti che dicono di averlo scoperto sui social (Freaking Out the Neighborhood e My Kind of Woman, sono diventati virali come colonne sonore di innumerevoli video su Tik Tok). Quindi due generazioni che cantano abbracciate insieme tutte le canzoni del menestrello baffuto e impacciato, accompagnato sul palco da una band compassata ma professionalissima, tutto sommato “vibrante”, per una scaletta che risplende soprattutto quando premia i vecchi cavalli di battaglia (le canzoni dell’ultimo “Guitar”, passate in rassegna non sono proprio il top neanche dal vivo, ammettiamolo).
Mestieranti veri sono invece i OneRepublic (“ma che davero?”, direte voi) che dal Colorado portano il 12 luglio al Rock in Roma il loro pop-rock ultrapatinato e buonista. Capitanata dal cantante Ryan Tedder, un medioman americano palestratissimo e tatuatissimo come esige la modernità, la band americana, in giro ormai dal lontano 2002, suona con rara pulizia una serie di canzoni che, incredibilmente, conosci senza volerlo e non sapevi fossero loro (soprattutto roba da spot pubblicitari o stacchetti dei servizi di DAZN). Patinati e tecnicamente impeccabili come nessuno mai, alla fine, vi dirò, si può fare, dai. La figlia per lo meno era felicissima!
Delusione cocente, il 15 luglio, al freddo e al gelo del chiuso di Largo Venue al Pigneto (con questo global warming imperante è veramente auspicabile assistere ai concerti al chiuso con l’aria condizionata) con i giovini irlandesi Cardinals (tra gli headliner qualche giorno prima del nostro amato Lars Rock Fest di Chiusi dove purtroppo non siamo riusciti ad andare come ogni anno, NDA), svogliati come non mai (va bene essere/fare gli slacker maudit ma anche meno insomma, per esempio: il virgulto fisarmonicista tutto il tempo a sedere con le gambe accavallate, come neanche un impiegato del catasto, non si può proprio vedere, prende malissimo), timbrano il cartellino e si trascinano stancamente in un live senza parole (dal cantante esce fuori solo un mero: “Last song”) e soprattutto con poche emozioni. Peccato veramente, il disco di debutto di quest’anno ci era piaciuto particolarmente per la sua energia, elemento totalmente assente nella serata.
Un po’ per ricordarci di quell’epoca che fu (per citare il sommo poeta Elio) - anche perchè quando ci ricapita di vedere Piero, Ghigo, Maroccolo e Aiazzi insieme sullo stesso palco - e un po’ (soprattutto) perché “17 Re” è un gran bel disco, il 16 luglio siamo tornati a Capannelle per celebrare i Litfiba e il loro LP che festeggia 40 anni. I ragazzoni si misurano con “17 Re” in modo quasi reverenziale ed evitano (quasi) di coverizzarlo alla maniera dei “Litfiba rockettoni anni ‘90” (ovvero con i chitarroni a tutta, gli “uah” di Pelù a profusione, e le batterie inguastite), ma questo era auspicabile visto il rientro di Maroccolo (che uscì prima di quel periodo), aggiornando sì il suono di un disco che oggi diremmo “tecnicamente datato”, ma in modo equilibrato (ottimo l’arrangiamento quasi idlesiano del refrain di Pierrot e la Luna). La gente è presa bene ed i bis dedicati ad altri successi anni ‘80, come “Tex” e "Cangaceiro", sono puri tuffi al cuore di noi vecchi fan. Pelù pontifica e comizia, sfiorando tocchi di puro cringe quando sfotte il generalissimo Vannacci, ma visto che è dalla parte giusta della Storia va bene così. Avercene altri. Alla fine: che la sinistra italiana, invece, riparta dai Litfiba.
Chiudiamo questa prima tranche di live estivi il 29 luglio dal Casilino Sky Park (gran bel posto che sta prendendo giustamente piede nella desolante periferia di Roma Est) per il ritorno degli Agnostic Front, in una serata organizzata dall’itinerante e multigenere “Invincible Festival”. I cresciutelli ragazzi di New York, cantori thrash-hardcore di un mondo antagonista che forse ormai non c’è più - emblematica la frase del tizio sconosciuto sulla cinquantina abbondante che mi passa la canna e al mio rifiuto mi guarda e mi dice: “Certo che ormai non fuma più nessuno!”- non mollano la presa e fanno letteralmente volare via tutto centrifugando riff e adrenalina a velocità supersoniche, donandosi del tutto al pubblico (un’audience omogenea nel look, t-shirt band metal/HC, cappellino e tatuaggi ma non nell’anagrafe, si andava dai venti ai sessanta) ma chiedendogli molto: pogo e canti a squarciagola. Reggiamo bene l’impatto e la scaletta, variegata (con piccola maggioranza di brani tratti dall’ultimo "Echoes in Eternity”, 2025), tocca il suo climax sul cavallo di battaglia Gotta Go. Tributo dovuto alla recente dipartita dell’amico Lou Koller dei colleghi e concittadini Sick of It All e finale festante con Blitzkrieg Bop, eletta a inno di tutti i diseredati punk che ancora (r)esistono. E stasera eravamo in diversi. Marco Giappichini


Graham Coxon
St John’s Church, Kingston 24 luglio 2026
Che piacere ritrovare Graham in ottima forma! Lo avevo lasciato al Jazz Café lo scorso 7 luglio per un evento di beneficenza a favore della croce rossa libanese, a fine serata visibilmente amareggiato e consapevole che la copiosa quantità di alcol ingerito pre-concerto gli aveva tirato un brutto scherzo. Dieci brani in scaletta ma solo cinque eseguiti a causa di problemini tecnici, sfuggevoli accordature e prolungate digressioni verbali (il tutto in realtà, ahimè, causato dalla sbronza) tra il caloroso incoraggiamento degli astanti, fomentati dall’assoluta devozione per Graham e l’amore della compagna Rose Elinor Dougall (attuale The Waeve, ex Pipettes), che lo aveva raggiunto sul palco accompagnandolo nei due brani conclusivi.
Adesso lo ritrovo sobrio nell'intimità della chiesa Anglicana di St. John a Kingston, sud ovest di Londra, accompagnato da due chitarre acustiche ed una pinta di succo di ananas… È la stessa anima umile e gentile, dal delizioso tono colloquiale farcito di buona dose di british humour: senza l’offuscamento dell’alcol la sua passione per le accordature aperte e le complesse tecniche degli antesignani Bert Jansch e Martin Carthy trovano perfetta espressione grazie a una notevole perizia tecnica. L’introspettiva malinconia dell’apripista R U Lonely?, vulnerabile e fragile con progressione di accordi dalle sfumature psych che rimanda al Drake di “Pink Moon”. Sollecitati dalla sacralità del luogo, altri fantasmi aleggiano nell’etere, quelli di Syd Barrett, John Fahey e Ray Davis reincarnati con sensibilità moderna e riconoscibilissima identità tutta coxoniana, che lo allontana dai meri scopiazzatori qualificando come erede naturale di cotanto lignaggio come dimostrato dal sublime tritticoThis Time Tomorrow, Old Piece of Life e Baby, You’re Out of Your Mind. Dal delizioso “Castle Park”, raccolta di dieci brani registrati nel 2011 durante le session di “A+E”, recentemente pubblicato, vengono proposte il numero mod alla Paul Weller di Billy Says, la trasognata primizia Easy, l’allegra Alright, con tanto di spensierato ponte fischiettato, e la malinconica All the Rage. Doppio bis con la rivisitazione del classico Oh Babe, It Ain’t No Lie, scritto dall’allora sedicenne Elizabeth Cotten, e il classico dei Blur You’re So Great, complimento che tutta la platea estende calorosamente a Graham augurandoci che i demoni dell’alcol possano essere esorcizzati dalle sublimi armonie e dalla classe sopraffina di questo geniale musicista. Ferruccio Guglia


Suzanne Vega
Napoli, Maschio Angioino 21 luglio 2026
“Remember me” sono le ultime parole cantate da Suzanne Vega che poi saluta il caloroso ma limitato pubblico del Cortile del Maschio Angioino (non si comprende perché il Comune organizzi eventi gratuiti a numero chiuso così basso, lasciando parte del pubblico fuori pur essendoci spazio a disposizione…) togliendosi il coreografico cappello a tuba con il quale aveva pure iniziato. E – in effetti – non è difficile ricordarsi di questa garbata e decisa cantautrice newyorkese, accompagnata da Gerry Leonard, chitarrista di David Bowie, e dalla violoncellista Stephanie Winters. I riferimenti ai musicisti che la songwriter ha citato danno le coordinate del suo universo poetico: Elvis Costello, Bob Dylan (con un simpatico racconto del loro incontro) e Lou Reed, quest’ultimo richiamato con una poetica cover di “Walk on the wild side”. Proprio la versione di quest’ultima canzone può dare l’idea di uno sguardo e di una voce che non ha paura di affrontare temi scottanti e dolorosi, liberandoli però da ogni possibile vena doloristica o lamentosa. Piuttosto, uno stupore che non è arretramento ma sguardo sbieco, con un candore e una limpidezza che sono solo suoi. Non è un caso che abbia ricordato come una delle sue canzoni – quasi canzoncina easy – più leggere porti a riflettere, invece, sul primo emendamento della costituzione americana, tema oggi quanto mai scottante. Decisione e delicatezza caratterizzano non solo il songwriting e il canto ma lo stesso modo di accompagnarsi con la chitarra acustica, il suo modo di stare sul palco, di danzare e parlare, sempre con molto garbo. Non ha dato per nulla l’idea di essere una cantante del passato; anzi, con il suo passato abita il presente, e ci invita a farlo. L’indignazione si trasforma, in lei, non in rabbia ma in poesia, in un racconto che sembra piano e quotidiano, ma che, proprio in questa ferialità apparentemente banale, invita a guardare le cose in faccia, sì ma in modo trasversale, dicendo qualcosa per indicare – per chi voglia ascoltare – qualcosa si più profondo, inquietante e vivo. Molto bella la versione della recente “Flying with angels”, ancora più incisiva e lirica nell’amalgama con la seconda chitarra e il violoncello. Girolamo Dal Maso


Umbria Jazz 2026
Perugia, vari luoghi, 3-12 luglio 2026
La cinquantatreesima edizione di Umbria Jazz si chiude con un bilancio estremamente lusinghiero sia di pubblico che di incassi, confermando il festival come una ben oliata ed efficientissima macchina culturale ed economica. Smaltita la marea di turisti che si sono riversati in città, l'acropoli è tornata al suo silenzio, lasciando istituzioni, politici e organizzatori a festeggiare numeri da record. Una sola nota negativa: l’impennata dei prezzi dei biglietti che ha scontentato i cosiddetti “puristi”, soprattutto quelli che hanno scelto di passare più giornate a Perugia, a cui importa poco dell'ampia offerta di concerti gratuiti nelle piazze, pensata più per i giovani e il pubblico generalista.
Ci è impossibile parlare in modo dettagliato di ogni singolo concerto dei numerosissimi presentati (in tre luoghi principali: l’Arena Santa Giuliana, il Teatro Morlacchi e la Sala Podiani), così ci concentriamo sulle proposte strettamente jazzistiche, pur sempre molte, dicendo solo che i vari Sting, Zucchero, il gruppo Beat che ha suonato i King Crimson, Elvis Costello, Gilberto Gil, Hamilton De Hollanda e il bluesman Christone “Kingfish” Ingram hanno onorato, ognuno con le proprie caratteristiche, la loro fama (nota dolente per Jon Batiste, in eccessiva rocambolesca esuberanza). Il Festival è anche stato ufficialmente dedicato ai centenari delle nascite di Miles Davis, John Coltrane e (inusualmente, sia perché siamo in un contesto jazzistico, sia perché in Italia se lo sono dimenticati un po’ tutti) di Dario Fo. Quest’ultimo è stato ricordato al meglio al Teatro del Pavone in un incontro che ha mediato il rigore jazzistico/improvvisativo del pianista Enrico Intra, che fu grande amico dell’attore, e la narrazione teatrale ironica, irriverente e intima del figlio Jacopo. Miles Davis è stato invece ricordato da Paolo Fresu con il riuscito spettacolo “Kind Of Miles”, dove il trombettista sardo diventa anche voce recitante di un accattivante testo che racconta di Miles e del legame che ha avuto con la sua musica, accompagnato da due gruppi eccellenti, uno acustico, l’altro elettrico. Coltrane invece è stato commemorato da Ethan Iverson, pianista ex Bad Plus, che ha diviso la sua esibizione agile e puntigliosa fra celebri brani moderni del sassofonista di Hamlet e altri in stile stride del pianista James P. Johnson. Coltrane è stato omaggiato anche dal The House Quintet guidato dai bravissimi sassofonisti hard bop Piero Odorici e Daniele Scannapieco, resident group che ha fatto da chioccia ai numerosi giovani partecipanti alle jam session notturne. Entrambi, Miles e Trane, sono stati poi omaggiati anche dal trombettista Terence Blanchard e dal tenor sassofonista Ravi Coltrane, il figlio, con una musica non adeguatamente delineata, se non per un paio di brani di repertorio e le elettroniche sovrapposte in modo ridondante con i suoni elettrici per ricordare, appunto, il Miles elettrico. Tutti, dal punto di vista tecnico ed espressivo, superlativi, ma il sax di Ravi, ortodossamente elaborato, non ha quagliato del tutto con la tromba di Terence, fissata ormai senza scampo sull’uso alla lunga stancante di multiphonics e dell’harmonizer, che conferiscono allo strumento una piatta sonorità aliena, da organo.
Partiamo basandoci su una nostra personalissima classifica di merito. Se fossimo a un concorso, daremmo la Palma d'Oro a Fred Hersch, non solo per il suo pianismo che si conferma un trattato d’estetica jazzistica contemporanea, ma anche per l’apporto dato dai suoi due magnifici compagni, il contrabbassista Drew Grass, sodale da tempo immemore, e il batterista Peter Erskine che si sono adeguati vicendevolmente ad ogni sollecitazione cromatica del pianista, ad ogni cambiamento d’intensità, ad ogni fluttuazione agogica, tutti e tre dialogando alla pari tra le dinamiche più sussurrate e i momenti di improvvisa spinta vigorosa. Hersch esplora le risonanze interne del pianoforte con un rigore contrappuntistico di chiara matrice colta ed europea (il debito verso Bach è sempre evidente), senza mai perdere l'anima del blues, andando “oltre” Bill Evans, per ricongiungersi, all’indietro, con John Lewis. Una performance impeccabile percorsa da una fortissima, calda e autentica tensione emotiva.
Dopo Hersh, secondi a pari merito metteremmo tre giganti del jazz contemporaneo: Charles Lloyd, Bill Frisell e Steve Coleman, che pur non avendo proposto eclatanti novità rispetto alle loro produzioni passate, hanno suonato in modo mirabile.
Il tenor sassofonista e flautista Charles Lloyd, che s’è presentato con Gerald Clayton al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso e Kweku Sumbry alla batteria, vecchio ma sempre più in forma, governa la dinamica del gruppo con un soffio caldo, aspro e spirituale nel profondo, mostrando il suo fraseggio personalissimo, contorto e lineare insieme.
Bill Frisell, con Greg Tardy al sax tenore e clarinetto, Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria, ha mantenuto il suo approccio placido, rilassato e al contempo mordace e incisivo, evitando le progressioni accordali convenzionali ma procedendo per cellule motiviche e micro-intervalli, con uso calibrato del delay. Durante le sue improvvisazioni, la chitarra lavora su inversioni simmetriche in cui gli accordi salgono e scendono a specchio, generando un moto contrario continuo rispetto alle linee di basso di Morgan, così creando uno straniante effetto di sospensione tonale. In questo impianto cameristico, l'inserimento del sax tenore e del clarinetto di Tardy ha aggiunto un contrappunto timbrico in perfetta sintonia, inserendosi con maestria negli spazi lasciati vuoti dai cluster della chitarra.
L’alto sassofonista Steve Coleman con i Five Elements, in questa occasione in quattro, con Jonathan Finlayson alla tromba, Rich Brown al basso elettrico e, inaspettatamente, Jaylen Petinaud alla batteria che ha preso il posto all’ultimo momento del titolare Sean Rickman, ha presentato la sua solita musica basata su strutture geometriche molto complesse e fondata su cicli ritmici e sovrapposizioni modali: il suo è un jazz rigoroso, quasi scientifico, dove l'improvvisazione è incastro millimetrico dentro cellule ritmiche composite. L'inserimento imprevisto di Petinaud (preso in prestito dal gruppo di Terence Blanchard) ha scompaginato un po’ questa perfezione formale, il batterista venendosi a trovare a volte in difficoltà con i metri lunghissimi divisi asimmetricamente e i complicati tempi composti voluti da Coleman, non provati in modo adeguato, conferendo un’inedita (per i Five Elements) viscerale dinamicità che ha tolto freddezza all'esecuzione matematica conferendovi così maggiore calore e passionalità.
Continuando questo gioco della classifica, metteremmo al terzo posto due pianisti ex aequo: Jason Moran e Kris Davis, fra i più attivi e propositivi del cosiddetto avant-jazz newyorkese.
Moran ha interpretato Duke Ellington e Billy Strayhorn attraverso alcuni brani più o meno celebri, a volte adottando lo stile essenziale, quasi minimalista, delle registrazioni soliste di Duke, poi sovvertendo questa originaria moderazione per arrivare gradualmente a momenti di ebbrezza concitata, alternando quindi momenti di rispetto filologico (con annessi recuperi dello stride) con altri di libero sfogo alle invenzioni personali, ricche di sincopi e scale ondulate, frastorni atonali, dissonanze moderniste, il tutto con elegante virtuosismo mai invadente.
Kris Davis si è invece presentata in trio, con i magnifici Robert Hurst al contrabbasso e Johnathan Blake alla batteria (a pensarci, in questa edizione del festival, è passato il fior fiore dei contrabbassisti e, soprattutto, dei batteristi), e ha eseguito brani propri (non solo è pianista sopraffina, ma compositrice, arrangiatrice e band-leader di alto livello). La performance s’è andata configurando come uno sviluppo polifonico a tre voci paritarie, la pianista facendo emergere una conduzione formale radicata sulla frantumazione del metro e sull'espansione dei registri della tastiera con cluster simmetrici e moduli seriali non reiterati. La Davis s’è mossa in un ambito di atonalità controllata, evitando i centri tonali tradizionali, lavorando per contrasti dinamici estremi e usando tecniche estese sul pianoforte preparato, che modifica il timbro naturale dello strumento.
Finito il gioco delle classifiche, sono rimasti ancora fuori musicisti importantissimi, che pure avrebbero meritato un posto sul podio. Ci sono stati tre spettacoli toccati ognuno per il suo verso dai crismi dell’eccezionalità: lo “storico” ultimo concerto dei Perigeo, quello imponente di Snarky Puppy & Metropole Orkest e la performance multimediale di Laurie Anderson con i Sexmob.
Per il "Last Concert" dei Perigeo (che fu, fra l’altro, uno dei gruppi presenti alla prima edizione del 1973 di Umbria Jazz), il leader contrabbassista Giovanni Tommaso è riuscito nell'impresa di riunire tutti i membri originari degli anni Settanta (il sassofonista Claudio Fasoli, il chitarrista Tony Sidney, il batterista Bruno Biriaco e il pianista Franco D'Andrea, che ha suonato solo qualche brano nella parte finale del live), integrando la line-up con pertinenti innesti di più giovani musicisti (il tastierista Claudio Filippini, il batterista Alessandro Paternesi e il percussionista Giovanni Imparato). Proponendo i brani più celebri del loro vecchio repertorio di jazz-rock e fusion “mediterranea”, meno dilatati rispetto alle lunghe suite virate alla psichedelia degli anni d’oro, hanno proposto musica solida, asciutta e moderna attraverso la compattezza degli arrangiamenti e dei singoli assoli energici e multiformi.
Gli Snarky Puppy, condotti dal bassista e compositore Michael League, assieme alla Metropole Orkest, una formazione olandese di cinquantaquattro elementi d'impostazione “eclettica” (né classica, né jazz) diretta da Jules Buckley, hanno dato un concerto d’immane proporzione, instaurando un dialogo timbrico preciso fra solisti e orchestra, quest’ultima utilizzata dalla scrittura di League come un gigantesco sintetizzatore acustico, superando i confini del jazz, del rock e della musica classica per collocarsi in un terzo genere ibrido, fluido non chiuso in gabbie di genere.
Il concerto “Republic of Love” di Laurie Anderson accompagnata dai Sexmob (Steven Bernstein alla tromba e alla tromba a coulisse, Briggan Krauss al sax alto, Tony Scherr al basso e alla chitarra, Kenny Wollesen alla batteria) ha trasformato il palco in un laboratorio d’avanguardia che ha mescolato differenti linguaggi: l’artista ha intrecciato il violino elettrico e lo spoken word, la tecnologia e la memoria culturale, mentre i Sexmob hanno agito creando un ambiente jazzistico elastico, capace di oscillare tra vamp rarefatti, groove obliqui e improvvisazioni che hanno aperto varchi narrativi per temi politici e intimi, inclusa una rilettura di Bob Dylan e un omaggio a Lou Reed. La serata ha assunto la forma di un racconto filosofico in musica, un’indagine sul rapporto tra fragilità, potere, amore e percezione contemporanea, una specie di racconto riflessivo sulla società d’oggi, l’arte e le sue strutture.
C’è stata ancora una congerie di altri gruppi di prim’ordine che non hanno deluso le aspettative. Intanto una sfilza di nomi fra i più rappresentativi del post-bop che si sta suonando oggidì a New York: il quartetto di Peter Bernstein, chitarrista che incarna la quintessenza del jazz mainstream, solista caratterizzato da un timbro caldo, un impeccabile fraseggio bluesy che imbastisce un fitto dialogo con la ritmica dove ha spiccato il batterista Billy Drummond per la sobria eleganza formale; il gruppo formato pariteticamente da Gonzalo Rubalcaba al piano, Chris Potter al sax tenore, John Grenadier al contrabbasso ed Eric Harland alla batteria, che hanno attivato un’esplosione di poliritmie complesse e fiammate solistiche hard-bop e latin; il trio di un’icona del pianismo bop, Kenny Barron, che ha espresso una sintesi perfetta di eleganza, swing impeccabile e una profonda conoscenza della tradizione; il quartetto del vibrafonista Joel Ross, con un approccio geometrico “metropolitano” ma fortemente emotivo (“spirituale”) sullo strumento, contraddistinto dalla frammentazione delle melodie in linee veloci, fresche e ricche di groove; il gruppo dell’alto sassofonista Immanuel Wilkins (comprendente un altro giovane talentuoso, il pianista Micah Thomas dal magistrale controllo della tecnica) che ha proposto un jazz viscerale, intimamente legato alla tradizione liturgica afroamericana e caratterizzato da un suono tagliente, urgente e ricco di pathos; il trio dell'arpista Brandee Younger che, inserendo con estrema fluidità uno strumento tradizionalmente classico in contesti spiritual-jazz e neo-soul, ha avvolto il pubblico in un'atmosfera eterea e ipnotica attraverso un sound moderno e groovy; il trio del pianista Aaron Parks, che ha esplorato un jazz cameristico e cinematico, dove le melodie di matrice indie-rock si sono fuse con l'improvvisazione acustica più fluida, dipingendo paesaggi sonori delicati e suggestivi; la cantante Cécile McLorin Salvant, che s’è confermata la voce più colta, ironica e innovativa della sua generazione offrendo una performance d’intensità teatrale, fondendo l’humus del blues arcaico e con il canto moderno di Sarah Vaughan attraverso un'estensione vocale straordinaria e una dote narrativa magnetica; poi tre esibizioni in solitaria, rispettivamente del tenor sassofonista Mark Turner (un timbro etereo e linee contrappuntistiche che evocano la linearità del cool jazz e la complessità coltraniana), il chitarrista Kurt Rosenwinkel (un flusso continuo di suoni ricercati e fluidi che espandono i confini fisici dello strumento con straordinaria naturalezza poetica) e il contrabbassista Thomas Morgan (quello che fa parte del quartetto di Frisell, che ha ridotto il suono e il fraseggio all’essenziale puntando sull'uso magistrale delle pause e una tensione armonica di matrice cameristica).
Chiudiamo il resoconto di una edizione quantitativamente e qualitativamente ricchissima con altri illustri italiani. Gli All Stars del pianista Stefano Bollani, che ha concepito un evento multimediale “integrato”: prima è stato proiettato il docu-film “Tutta Vita” scritto e diretto da Valentina Cenni, subito dopo gli stessi musicisti apparsi nel film (Enrico Rava, Paolo Fresu, Daniele Sepe, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto e altri) sono saliti sul palco per suonare dal vivo, guidati dall’estro di Bollani e dal puro istinto dell’improvvisazione estemporanea e collettiva. Giovanni Guidi e Francesco Bearzatti da canto loro hanno costituito un binomio perfetto che che ha unito il lirismo profondo e cameristico del pianoforte di Guidi alla fiammata espressiva e post-bop del sax tenore di Bearzatti in un dialogo intimo e ad altissima tensione emotiva. Il decano della fisarmonica (classe 1931) Gianni Coscia che, sul palco da solo con il suo strumento, ha raccontato storie e aneddoti d’altri tempi ricchi di saggezza e ironia che hanno introdotto brani legati alla memoria popolare mischiando il sapore del tango e l'eleganza del jazz in un suono squisitamente poetico che profuma di grande cinema. Il clarinettista Gabriele Mirabassi ha fatto sposare il suo strumento con la chitarra classica e un quartetto d’archi unendo la melodia mediterranea alla saudade brasiliana con un impatto narrativo caldo, avvolgente e colto. Per finire il super trio “pianoless” DJP formato dal tenor sassofonista Pietro Tonolo, dal contrabbassista Dario Deidda e dal batterista Jorge Rossy, tre maestri devoti a una rilettura acrobatica e aperta degli standard che hanno mostrato una limpida interazione collettiva, dove il fraseggio swing di Tonolo e le linee propulsive di Deidda hanno librato in aria grazie al timing perfetto di Rossy. Aldo Gianolio


C’mon Tigre
Teatro sociale - Gualtieri (RE), 19 luglio 2026
Di quella poderosa e multiforme rappresentazione di “Lumina” che i C’mon Tigre avevano eseguito in tre date tra Bologna e Milano lo scorso autunno rimane giusto l’essenziale. Via le proiezioni e l’effetto straniante delle cuffie wireless in dotazione al pubblico lasciato libero di navigare la scena a piacimento; via le sgargianti cerate da ravernauti e quell’oscurità interrotta che portava un vago senso di smarrimento; anche i C'mon Tigre sembrano voler sparire. Nei loro abiti decontestualizzati appaiono quasi anonimi ma coerenti con il rigoroso cambio di registro andato in scena sull’atipico palco del teatro di Gualtieri, inventato dove un tempo stazionava la platea che a sua volta ora è dislocata dove prima stavano il palco e le quinte. In tutta questa sottrazione non si avverte però il senso di un passo indietro, piuttosto pare un tentativo di verificare quanto di quell'esperienza possa sopravvivere quando si elimina tutto ciò che, appunto, non è strettamente essenziale. A sostenerlo ci sono la musica e le loro composizioni, da sempre costruite come organismi complessi che mantengono una tridimensionalità sorprendente, e non è una semplice questione di altissima fedeltà. Dal dettaglio appena percettibile fino all'esplosione ritmica, ogni singolo suono sembra muoversi nello spazio con una precisione quasi chirurgica, mentre il pubblico vorrebbe quasi trattenere il respiro per non intromettersi nel delicato equilibrio. E se la componente visiva resta importante in generale e ancor più in virtù di questo luogo dal calore antico, ora è un dettaglio secondario anche al conclamato silenzio tra un brano e l'altro, perché è qui che il nuovo corso dei C'mon Tigre trova il suo senso sia estetico che concettuale: mantenere la musica al centro, liberandola del rumore che inevitabilmente le si deposita intorno. Andrea Amadasi


“Festival Beat”
Parco delle colonie padane - Cremona 26/27 giugno 2026
È stata l’edizione numero 32 e verrà ricordata a lungo anche perché si è trattato di un ennesimo nuovo inizio, dopo diciannove anni di Salsomaggiore: dopo l’edizione sacrificata e rattoppata dello scorso anno si è deciso che a quelle condizioni non si poteva più andare avanti, quindi sul finire dello scorso novembre l’annuncio: le date dell’edizione 2026 nella nuova location di Cremona. Le due serate del 26 e 27 giugno 2026 hanno quindi rappresentato il clou del Festival Beat nella sua nuova casa con ricchissimo corollario di eventi (dj’s set, presentazioni di libri, pool parties pomeridiani e il redivivo mercatino di dischi, abbigliamento vintage e ulteriori stravaganze a tema). I primi a salire sul palco alle otto del venerdì sera sono i belgi Tuff Guac, dall’improbabile look modello spiaggia “don Camillo” ma non troppo: allegri e sorridenti come chi ha scoperto il paradiso sulla terra, scodellano tre quarti d’ora di garage rock onesto e senza fronzoli. Poi è il turno dello svizzero Reverend Beat-Man, una presenza che sa di residenza, stavolta accompagnato dal giovanissimo Milan Slick, con cui nel 2025 ha pubblicato “Death Crossed The Street”: essenziali ma due sere di seguito (!) sarebbero troppo anche se fossero i Fuzztones. Quindi arrivano gli Allah Las ed è subito un altro sport: vanno giù che è una meraviglia prima del finale del venerdì, affidato a Jon Spencer & The HITmakers (cioè Kendal Wind e Macky “Spider” Bowman) e il cambio di ritmo, ovviamente, è netto. La sua reputazione, costruita in decenni di carriera con quei riff taglienti di un blues deformato misto garage punk, è confermata in pieno, con in più un batterista che è un piacere per gli occhi e lo spirito. I brasiliani Os Estilhaços inaugurano invece il programma del sabato con il loro garage rock di matrice sudamericana, emblematicamente scolastico nella scelta come nell’esecuzione di Satisfaction Guaranteed a chiusura del concerto. Detto della trasversalità di Reverend Beat-Man, sulle assi del palco delle Colonie padane, il primo dei due momenti più attesi della serata si concretizza con l’arrivo di “Wild” Billy Childish & CTMF, figura fondamentale del garage revival europeo: il suo concerto assume il valore di un incontro con una vera icona: istrionico, carismatico e persino atletico, è godimento allo stato puro. I Mummies, che già si erano visti sul palco di Salsomaggiore qualche anno fa, di quel concerto hanno replicato anche le virgole del copione: l’impatto è come sempre altissimo e la temperatura anche, non può bastare un barile pieno di ghiaccio dove immergere le meningi di tanto in tanto ad alleviare la sofferenza di quelle bende addosso che fanno caldo solo a guardarle, ragion per cui dopo nemmeno un’ora i quattro californiani si ritirano annunciando una pausa di dieci minuti, che magari qualcuno c’ha pure creduto ed è ancora là ad aspettare che tornino a suonare… Andrea Amadasi


IOSONOUNCANE
“Arti Vive Festival”, Soliera (MO), 5 luglio 2026
Il gran chiacchiericcio sullo stato delle cose in ambito di concerti, peraltro solo via social e quindi nulla che possa avere un degno seguito una volta superata la scontata e momentanea “viralità”, sembra distante anni luce al cospetto di un IOSONOUNCANE solo voce e chitarra, quando anche una pausa di silenzio tra una canzone e l’altra non è un vuoto a perdere ma una parte della musica stessa. Sul palco di Soliera non c’è nulla che ricordi anche solo vagamente le architetture sonore travolgenti dei tour di “IRA”: un enorme vuoto intorno che riflette l’importanza della materia musicale riportata allo stato originario in tutta la sua innocente e sempre sorprendente sacralità. Chi lo conosce solo attraverso le stratificazioni elettroniche, le poliritmie e le strutture imponenti dei suoi dischi potrebbe storcere il naso, e invece accade il contrario. Mentre le canzoni si espandono smascherate dagli orpelli il pubblico rimane col naso all’insù e l’espressione di chi si lascia ipnotizzare fidandosi ciecamente. Della sua poderosa estensione vocale, che su disco viene fuori in modo molto meno evidente; della scrittura dei suoi testi, così poetici nel trasfigurare un presente evocato come un passato che sembra mai esistito; della sua morigerata fisicità, che sembra quasi volersi nascondere per interferire il meno possibile con la voce e la chitarra. Buon per lui, non palesa nemmeno quell’ansia da prestazione di chi deve convincere qualcuno della bontà delle proprie scelte, ché raramente introduce i brani, evitando con cura ogni possibile eccesso di confidenza. Riesce comunque a essere totalizzante proponendo una scaletta che attraversa tutta la sua produzione e, dato che le canzoni sono spolpate rispetto alle originarie complessità, è come se le avesse scritte solo la sera prima. Può davvero fare quello che vuole, questo ragazzo che si fa chiamare IOSONOUNCANE, anche non tornare sul palco per un bis dopo aver dato la buonanotte. Che dimostra un senso della misura anche più raffinato del suo genio per la musica. Andrea Amadasi


Sprints / The Underground Youth
Arti Vive Festival - Soliera (MO), 2 luglio 2026
Ad inaugurare l'edizione 2026 di quella piccola oasi di buone intenzioni e perseveranza che è “Arti Vive” sono gli Underground Youth di Craig Dyer, band non più giovanissima ed eternamente avvolta in un’estetica noir cinematografica e in un mood introverso, concentrico e ipnotico, con Olya Dyer a scandire tempi à la Jesus And Mary Chain (suona in piedi con solo tom, timpano e un paio di piatti) su cui le due chitarre si rincorrono in lunghe code di riverbero. Il loro è un concerto in chiaroscuro sia dal punto di vista delle atmosfere che della resa effettiva, poiché talvolta capita di subire il climax sotto forma di una velata ripetitività che non trasmette granché di rassicurante. Molto diversamente, gli Sprints trascinano il pubblico dentro il loro mondo con l’energia cinetica della rossocrinita frontwoman Karla Chubb. Rivisti a distanza di una settimana, prima davanti a 10.000 persone e adesso davanti a 500 (o meno), per loro non cambia assolutamente nulla. Anzi, a un certo punto Karla ammetterà di trovarsi più a proprio agio in contesti intimi perché il sostegno tra band e pubblico è più diretto e sincero. Vero è che il loro modo di suonare è ormai consolidato e coinvolgente, con le canzoni di “Letter To Self” e “All That Is Over” che si avvicendano con respiro naturale tra accelerazioni e cambi dinamici per un suono che rimane sempre saturo senza però deragliare nel rumore. La componente politica dei testi si capisce già dal modo in cui il gruppo occupa il palco (l’immancabile vessillo palestinese disteso sull’ampli e una dedica davvero poco ortodossa all’attuale presidente americano) ma la cosa davvero meravigliosa è constatare quanta personalità e quanta genuina irruenza mettono in campo questi quattro ragazzi di Dublino: in un'epoca in cui la musica è spesso ridotta a effimera estetica fanno vedere che la stessa presenza può ancora essere un atto di resistenza. Andrea Amadasi


“INMusic” Festival
Zagabria, 22-24 giugno 2026
Pur lontanissimo dai riflettori puntati sui grandi festival europei, in particolare sui mega contenitori di concerti a ciclo continuo come non ci fosse un domani, l’INMusic di Zagabria si rivela essere una grande comunità temporanea che si raccoglie esprimendosi in tante lingue diverse, con un unico comune denominatore che è la condivisione di un’esperienza sicuramente diversa, parecchio immersiva e molto meno vincolante rispetto alla media dei grandi festival open air continentali. Perché si può ancora vivere la musica senza frenesia all’ombra degli alberi dell’Isola della Gioventù, la location naturale al centro del lago Jarun che è un po’ il mare di Zagabria, ci si può persino rilassare nella cornice naturale in cui la fauna lacustre (e le rane in particolare) riesce a farsi sentire nonostante le musica e il vociare perpetuo che evidentemente non incide sul bioritmo quotidiano. Inoltre, udite udite, si può ancora acquistare cibo e bevande senza fare la coda insieme alle decine di migliaia di persone presenti per ogni singolo giorno, addirittura si può pagare senza ricorrere giocoforza ai cervellotici token e sembra tutto talmente idilliaco che… sembra quasi di sognare. Poi ci sono i due palchi a poche decine di metri uno dall’altro: uno, il main stage, è persino troppo grande ad esempio per Jack White o gli Idles, che lo sfruttano solo in parte a svantaggio di una parte di pubblico che si ritrova a dover incollare lo sguardo sugli schermi per vedere quel che succede lassù e l’altro, il world stage, decisamente più a misura di band e spettatori.
Il giorno di apertura, che tra l’altro è festa nazionale poiché il 22 giugno in Croazia si celebra la giornata della lotta antifascista, un forte temporale alle cinque del pomeriggio non incide sul programma quanto piuttosto sull’umidità percepita. Sembra di stare a Saigon quando sul main stage è il turno dei londinesi Fat Dog, la cui propensione al caos rumoroso non è tuttavia così dirompente da far passare in secondo piano l’indesiderata ostilità climatica. Dall’altra parte e subito dopo sembra andare un pochino meglio con i Nusantara Beat, band olandese con un solo album all’attivo nel quale mescolano psichedelia, rock e influenze della tradizione indonesiana, miscela che dal vivo è subito affascinante ma poi si sterilizza a poco a poco fino arrivando a stancare abbastanza velocemente. Non essendo previsti "tempi morti" e, viva il cielo, nemmeno sovrapposizioni (quantomeno sui due palchi principali), nel pieno rispetto del programma al calar della sera arriva il momento dei Manic Street Preachers, che senza effetti particolarmente speciali ma con il pubblico che accompagna in coro le loro canzoni più conosciute, dimostra ancora una volta quanto il proprio repertorio sia trasversale alle generazioni. KT Tunstall privilegia un'esibizione essenziale ma divertente, costruita in larga parte sulla sua estrosità nell’interagire col pubblico – il siparietto all’inizio in cui mostra la sua scaletta scritta in croato, cercando di leggere i titoli senza strafalcioni, è stato molto esilarante – ma la sua è anche l’ultima concessione melodica prima della parte più elettrica della serata, ovvero il concerto di Jack White.
Reduce dal suo primo, unico ed eclatante concerto in Italia e dopo che i suoi stilosissimi roadies in giacca e cravatta gli hanno levigato anche la più piccola asperità sotto i piedi – per dire che molto raramente si è vista tanta cura nella preparazione di un palco – con puntualità svizzera l’ex White Stripes imbraccia la prima delle sue tante chitarre (una delle quali in particolare anche parecchio malandata) e senza perdersi in inutili chiacchiere mette subito in mostra tutte le sue capacità di performer di altissimo livello. Nulla di ciò che suona appare scontato o meccanico perchè la tensione che riesce a creare è così intensa da sembrare una prima volta per tutti compreso lui. Eppure in due ore esibisce un repertorio che, dai suoi album solisti scalando a ritroso sui classici del periodo insieme all’ex moglie Meg, chiunque al suo posto sarebbe andato più banalmente sul velluto mentre lui ci ha improvvisato sopra con cambi dinamici e lunghi passaggi solo strumentali… che forse solo con “Seven Nation Army” alla fine del concerto è rimasto fedele alla scrittura originale. L’unico neo, come si diceva sopra, il fatto che abbia circoscritto lui e la band in uno spazio ridotto del palco e leggermente spostato sul lato sinistro, per cui per una buona fetta di pubblico le alternative erano quelle di guardare di sbieco con gli amplificatori a coprire gran parte del palco oppure affidarsi allo schermo fin già dalle prime file. Malgrado questa discutibile scelta la sensazione è che oggi Jack White rappresenti la faccia più pura e ruggente del rock perché vederlo dal vivo è puro godimento.
Il giorno seguente temporali solo annunciati e fortunatamente non pervenuti quindi, solo grande caldo ma umidità sotto controllo nel verde dominante dell’isolotto al Jarun. La serata prevede il gran finale con i Gorillaz ma all’inizio, cioè nella fascia dei nomi internazionali che parte alle 18.30, sono gli irlandesi Sprints guidati dalla carismatica Carla Chubb ad agitare le folle, ancora visibilmente “rintronate” dalla sera precedente. L’orario non li penalizza in quanto erano tra quelli più attesi e infatti si trovano davanti un pubblico numeroso e ben disposto, che loro assecondano suonando quasi tutti pezzi dei due album fin qui pubblicati con il giusto vigore e senza scendere mai di ritmo. Dopo di loro è il turno degli australiani Any Young Mechanic, una band che imbastardisce il folk tradizionale con basi ritmiche in cassa dritta che fa subito presa nella parte più fricchettona del pubblico, lasciando però qualche dubbio sul fatto che qualcuno si ricorderà di loro già a partire da chi verrà dopo e cioè, signore e signori i Flaming Lips! Scongiurata solo qualche giorno prima l’ipotesi che il loro concerto potesse saltare, dopo quelli di Vienna e Milano annullati per la polmonite accusata da Wayne Coyne al suo arrivo in Europa, si inizia ad assaporare la loro intrinseca bellezza già durante la preparazione del palco, quando con tutto ciò che viene predisposto si può solo immaginare come andrà a finire. E va a finire che Coyne è tutto sommato in buona forma e col suo solito, contagioso sorriso stampato sulla faccia dall’inizio alla fine, che i suoi sono i soliti cialtroni si bohémiens ma sempre sul pezzo e che Yoshimi, i pink robot gonfiabili, le bolle galleggianti, i fiumi di coriandoli, la psichedelia, il pop, la celebrazione collettiva e il “Fuck Yeah…” finale dedicato alla città sono sempre li, nei tempi e nei modi previsti. Quanto è bello però, ogni singola volta, tutto questo cazzeggio giocoso ed irrazionale? Dopo di loro si potrebbe già salutare la ciurma e pensare al domani ma arriva il momento di Jenny Beth sul palco “minore” e l’ex voce delle Savages dimostra di essere cresciuta parecchio in personalità, ampliando il proprio linguaggio artistico senza perdere l'intensità che l'aveva resa una delle figure più carismatiche del post-punk europeo. Non è esattamente quello che t’aspetti prima dei Gorillaz però, perché infatti durante il suo set il pubblico inizia ad avvicinarsi quanto più possibile al main stage, che probabilmente la gran parte è venuta qui solo per loro. Che a loro volta ovviamente non deludono se t’aspetti quel tipo di spettacolo: con le animazioni dei personaggi di 2-D, Murdoc, Noodle e Russel che dialogano con i musicisti sul palco, creando quella doppia dimensione reale e immaginaria che costituisce da sempre il loro marchio di fabbrica, con ospiti in presenza (come Joe Talbot degli Idles) e altri solo virtuali (come gli Sparks) ma perfettamente inseriti e sincronizzati nei meccanismi dello show, con Damon Albarn che rimane il centro emotivo dello spettacolo dirigendo tutta la colossale baracca e dialogando molto con il pubblico. L’impatto visivo è davvero notevole ma la sensazione che arriva è quella di un luna park con molta tecnologia e poco sentimento (sebbene l’ultimo disco trabocchi di spiritualità), ossia l’esatto contrario del concerto di Jack White la sera prima. Per cui sui cori finali di Clint Eastwood ci si proietta prima all’uscita e poi ai concerti dell’ultimo giorno, con un giudizio complessivo fin qui comunque ancora molto positivo.
La parte davvero interessante dell’ultimo giorno inizia direttamente con gli Idles sul main stage alle 20.30: visti anni fa all’indomani della uscita del loro primo disco, in un contesto totalmente differente, erano apparsi brutalmente senza compromessi; ora invece i bristoliani “giocano” un altro sport, sono una band totalmente e smaccatamente mainstream con tutto ciò che ne deriva soprattutto nell’impostazione (ridicole ad esempio le limitazioni imposte ai fotografi, che di fatto ne hanno impedito il poter svolgere il loro lavoro). Poi rimangono sempre molto energici e intensi ma la brutalità di cui erano capaci s’è smarrita in larga parte mentre ora emerge quella piaggeria tristemente fastidiosa da band incanalata verso il proprio capolinea mentre, per sottrazione e non è un paradosso, sono stati assai più convincenti i Dry Cleaning subito dopo sul World Stage. Il quartetto londinese conferma la propria identità fatta di tensione controllata, chitarre asciutte e costruzioni ritmiche minimali con al centro la voce parlata di Florence Shaw, un flusso narrativo ipnotico che rappresenta il contrappunto più riuscito non fosse che il vociare del pubblico sotto il palco, evidentemente appagato dagli Idles e quindi poco o per nulla interessato a loro, per larghi tratti del concerto l’ha sovrastata sui volumi. A chiusura della serata e dell’intera kermesse i “cavalli di ritorno” Kings Of Leon, già headliner di questo stesso festival nel 2017. Non è una chiusura col botto come lo è stata nelle due sere precedenti bensì una chiusura tranquilla ed elegante, con la band della famiglia Followill dedita a privilegiare il materiale più classico e rappresentativo del loro repertorio più che ventennale e con il pubblico entusiasta del Jarun ad accompagnarli all’unisono in un prolungato coro collettivo. Andrea Amadasi


Pet Shop Boys
Medimex, Taranto 20 giugno 2026
Ricordo perfettamente quando i Pet Shop Boys entrarono nel mio universo musicale. Erano i primi anni 90, Nick l'amico fidato con cui suonavo al liceo mi prestò una cassettina (Discography) che dovevo "ascoltare assolutamente". Alla prime note di West End Girls rimasi folgorato. Il basso analogico, i pad vellutati, la voce incisiva alternata al parlato. C'era qualcosa di impalpabile ma profondo in quelle melodie: lo spirito degli anni '80, una malinconia permeata di ottimismo tecnologico che descriveva un mondo in evoluzione come si pensava sarebbe diventato. Sono passati più di trent’anni da allora e per la prima volta assisto ad un concerto dei Pet Shop Boys.
Sono al Medimex, uno dei miglior festival in circolazione. Qui la musica, anche il pop mainstream, è intesa come cultura e non intrattenimento (un plauso a Regione Puglia e Puglia Culture che lo promuovono). Il concerto è una tappa di Dreamworld, un grande tour mondiale che porta in scena le Greatest Hits del duo britannico. Con queste premesse mi aspettavo una grande festa revival degli anni che furono, come vanno di moda oggi, o una delle tante reunion dove i gruppi storici coverizzano se stessi con grande gioia del pubblico anta. Il palco è all'apparenza semplice ma efficace: uno schermo panoramico lungo l'intero stage, due postazioni, tastiera e microfono e ai lati due asettici lampioni da periferia contemporanea.
Prima dell'inizio il grande schermo assume i colori della bandiera ucraina (Neil Tennant e Chris Low hanno sempre mostrato un impegno civile nella loro carriera). Poi si parte. Con un intro epico. Fasci di luce che si rincorrono lungo il palco e i due che salgono indossando delle maschere scultoree a forma di diapason (che avrei ben visto addosso ai Coil) e degli impermeabili bianchi. Si parte subito con una hit, Suburbia, direttamente dal 1986, seguita da Can You Forgive Her? Per ogni pezzo i video cambiano interpretando simbolicamente i brani. Luci, skylines, fasci di linee che scappano, sagome in movimento stile Marey. Ad un certo punto lo schermo si alza rivelando come il palco abbia un secondo piano su cui suona la band che li segue in questo tour. Composta da Clare Uchima, tastierista e corista che duetterà con Tennant in What Have I Done to Deserve This?, Simon Tellier, polistrumentista e Bubba Mc Carthy alle percussioni.
Per due ore Neil e Chris eseguono i loro successi più importanti, in maniera impeccabile attingendo fino alle realizzazioni più recenti, in uno spettacolo ben congegnato (ci saranno cambi d'abito, i due lampioni saranno più volte spostati da una squadra di finti operai e trasformati in palchetti per cantare, si salirà e scenderà dal secondo piano del palco, il tutto senza mai risultare eccessivo o ridondante). Mentre il pubblico si infiamma con Domino Dancing, Paninaro, Go West, It's a Sin mi rendo conto che quello a cui sto assistendo non è un revival. Non c'è nessuna concessione alla nostalgia. Piuttosto ho avuto l’impressione di vivere in un’ucronia. Come se il concerto fosse un’ipotesi di come il mondo sarebbe stato se le promesse degli anni 80 fossero state mantenute.
Per i bis sul palco rimangono solo Neil e Chris. È il momento di West end Girls e dall'esultanza del pubblico capisco di non essere l'unico ad aspettarla. Il live finisce con Being Boring e l'approvazione di un pubblico entusiasta di tutte le età, soprattutto di una nonna danzante che portava il nipotino al suo primo live. C’è ancora speranza. Massimo Lovisco


Jack White / The Hives
“La Prima Eastate”, Lido di Camaiore (LU), 19 giugno 2026
Le preoccupazioni principali sono due: la convergenza della prima ondata di caldo africano col periodo di maggior luce solare, e le derive clownesche che questo paese offre quando si tratta di festival musicali. Specialmente se tocca al “ruoooock”, a cui è stata dedicata la giornata inaugurale della Prima Estate, festival ospitato dal 2022 al Lido di Camaiore. Due ospiti di eccellenza: prima gli Hives e poi Jack White, rilanciato dal successo dell’ultimo, ottimo, “No Name” (2024), con un’apparizione che segna il ritorno in Italia dopo quasi vent’anni (I-Days 2007 coi White Stripes). Alle due preoccupazioni, più o meno condivise, troviamo risposta nel pomeriggio inoltrato del Lido, pronto ad accogliere il pubblico nel Parco BussolaDomani, a due passi dal mare. Il clima marittimo fornisce una piacevole brezza che scongiura il pericolo di una cappa di calore; purtroppo, sulle derive del gotha rock italiano non si può dire lo stesso. La Prima Estate non è stata esente da critiche nel corso della sua breve vita, ma si deve riconoscere che anche quest’anno il catalogo di artisti portati nella piccola cittadina lucchese è impressionante: da pesi massimi come Nick Cave, Richard Ashcroft, Damon Albarn (coi Gorillaz) e Libertines fino a rockstar di ultima generazione come i Twenty One Pilots, più una serie di nomi dell’indie stardom (Wet Leg, Wolf Alice, Nation of Language). Una delle serate è perfino dedicata esclusivamente al rock nostrano, con Casinò Royale, Ministri e Marlene Kuntz. Insomma, ce n’è per tutti i gusti, ma è chiaro che il pubblico di riferimento oscilla tra gli strati generalisti e gli apparati indie/alternativi più affini. La sensazione è quindi di assistere a una specie di Coachellino versiliese, “powered” da American Express, Pepsi e Aperol, e l’obiettivo è quello di vendere una “experience”, con tanto di biglietto che permette un finesettimana tra varie attività (surf, yoga, il cooking show sul mare) per fare finta di essere in California e non in provincia di Lucca. Nessuno si stupisce più, in una regione che ospita eventi come i concerti segreti di Rick Rubin: lo sgomento è poco e lo svaccamento tanto, c’è voglia di divertirsi, per questa serata così “rockettara”. In effetti, viene da chiedersi cosa c’entrino tutti questi lustrini con gente come Hives e Jack White, che hanno fatto di una certa filosofia “integralista” la loro protezione dalle inside dello show-biz. E il contrasto è ancora più evidente quando, dopo le band emergenti più o meno di zona (sempre benvolute), compare Lissy Taylor, cantautrice senza alcun carisma, che non suona una nota una che Miley Cyrus non abbia già suonato quando era sotto contratto con la Disney. La questione è archiviata in fretta, Taylor suona appena mezz’ora, ma è per far spazio al dj set di DJ Ringo e di Andrea Rock di Virgin Radio, che consacrano l’anima peracottara del circo rock mainstream italiano. Le solite quattro canzoni d
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