LIVE! Visti e sentiti
LIVE! Visti e sentiti
[nell'immagine: Raiz e Radicanto, foto di Tiziano Ghidorsi]


Raiz & Radicanto

Correggio, “Mundus Festival”, 2 agosto 2022
Una voce roca e sensuale che lambisce vicoli dove non entra il mare. Gli stessi vicoli il cui odore ci è penetrato nelle narici e in petto ai tempi di “Sanacore”, forse il disco italiano più bello degli anni 90. Lì Raiz era con i suoi Almamegretta (speriamo di intercettarli presto nel nostro pallido nord con il tour del loro ultimo, ottimo “Senghe”), stasera invece per la prima volta lo vediamo con Radicanto, nonostante la collaborazione risalga a circa vent'anni fa. Il trio pugliese è una orchestra in miniatura composta da musicisti sensibili e raffinati. Giuseppe De Trizio alla chitarra classica mena le danze, Adolfo La Volpe a oud e chitarra elettrica suona sempre in punta di dita non sprecando mezza nota, Francesco De Palma al cajon aggiunge virgole e punti a storie raccontate tutte sottovoce. Storie che ci vengono porte dal canto potente e sinuoso di Raiz, interprete maturo e metamorfico in grado di spaziare con grande agio tra antiche arie sefardite, spezie arabe nei quartieri spagnoli, tango, canzone classica napoletana. Tutto si tiene nella musica immaginaria mediterranea dei quattro, da Carmela di Sergio Bruni (è in uscita un disco dedicato al suo repertorio) a una versione nuda e cristallina di Nun Te Scurdà di Almamegretta, oramai un vero e proprio classico napoletano. Le melodie sciolte nel liquore dei pezzi lambiscono tutti i lati del mare nostrum per poi essere sciacquati in quello che Raiz definisce il loro Arno, il golfo di Napoli. Il concerto conquista per poetica e straordinaria musicalità, con la voce di Raiz e le ariose trame strumentali a navigare per mari e terre il pubblico abbracciando lingue, continenti, religioni: uno dei vertici è la canzone sefardita del 1200 La Rosa Enflorece, qui restituita in una interpretazione che ne porta alla luce la perfetta melodia, guscio di una malinconia capace di traversare i secoli. Nazim Comunale


JP Bimeni & The Black Belts
Chiostri di San Pietro, Reggio Emilia, 1 Agosto 2022
Ci sono storie che vale la pena di raccontare. JP Bimeni, membro della famiglia reale del Burundi, è costretto a fuggire da casa trent'anni fa per la guerra civile e ottiene lo status di rifugiato politico dopo essere scampato a tre tentativi di omicidio, tra cui un tentativo di avvelenamento in Kenya ordito addirittura da un medico. Poi la salvezza in Galles, il college, i primi concerti. Fin qui la cronaca. Che si intreccia profondamente con l'arte di questo novello Otis Redding, perfetto ambasciatore del verbo neo-soul di casa Daptone (curioso che non incida per loro), latore di un soul classico, filologico, che si manifesta in canzoni grondanti vita, comunione, nostalgia, speranza. Tutto il consueto vocabolario di una musica che non tradisce mai e riesce a rinnovare ogni volta il miracolo. Give me Hope è il secondo disco che Bimeni ha pubblicato con il sestetto spagnolo The Black Belts (chitarra, basso, batteria, sax tenore, tromba, Hammond) dopo l'esordio Free Me del 2018. Numeri tutti da ballare come Honesty Is a Luxury o Same Man: ricetta tradizionale ma saporita; voce che stacca inni a un cielo assolato nonostante le nubi fosche dell'attualità, sezione ritmica delicata o sanguigna all'occorrenza, comunque inesorabile, chitarra col wah wah a fiorire riff minimali e puntuali, campiture di organo e i fiati a mettere virgole in un discorso mandato a memoria ma che non ci si stanca mai di ascoltare.
Uno sprint strumentale in avvio, per mantenere l'ortodossia soul e stabilire i paletti che indicano ai quattro punti cardinali due sole parole , melodia e groove, e poi una lunga teoria di pezzi che da un lato hanno da un lato il difetto di somigliarsi un po' tutti (tra ballate languide e ariose e tracce più robuste e sostenute) ma dall'altro il pregio di riportare a galla l'oro che i pionieri trovarono nei fiumi della musica afroamericana. Canzoni scritte in bella, talvolta ottima grafia, dedicate a persone che hanno fatto la storia (James Stern, che divenne leader del Ku Klux Klan per distruggerlo dall'interno: ecco un'altra storia rocambolesca e che vale la pena approfondire), mid-tempo serrati e coinvolgenti che danno il cambio ad andamenti sinuosi e caracollanti, seguendo tutti i dettami del genere. Perché il soul è una religione e anche se siamo atei in questo caso siamo devoti. Music is the healing force of the universe… Nazim Comunale


“Rock In Roma 2022”
Roma, Ippodromo delle Capannelle/Auditorium Parco della Musica/Circo Massimo, 10 Giugno-30 Luglio 2022
È da un po’ di tempo che la ggente del web si sta interrogando, capziosamente, sul fatto se sia giusto o meno tenere quel “Rock” stampato sul nome della rassegna musicale più famosa dell’Urbe, vista la netta sterzata del cartellone (negli ultimi anni) verso l’autotune (italiano per lo più) a discapito delle chitarre elettriche. “Chiamatelo Trap in Roma” è l’apostrofazione social preferita di chi rimpiange i bei tempi andati, quando sul palco della storica location di Capannelle c’erano le chiome cotonate dei Metallica anziché quelle biondo platino dei vari Achille Lauro. Ma il mondo, ahinoi o per fortuna, sta cambiando e il RIR si adegua. Anche perché non è un segreto che alcune agenzie planetarie di booking adesso si organizzano in casa i propri festival (Live Nation principalmente con i suoi “Firenze Rocks” e “IDays”di Milano), accaparrandosi l’esclusiva degli show dei tirannosauri del “ruock” che contano e lasciando le briciole agli altri; e tutti sanno che un Blanco qualsiasi, oggi, porti il doppio della gente dei Red Hot Chili Peppers con un quarto del cachet, facendo il tutto esaurito (settantamila persone e passa in due date) solamente un quarto d’ora dopo che la data è stata annunciata (#truestory). Metteteci pure che il pubblico romano si è impigrito negli anni ed è sempre più restio alle novità musicali in campo indie (a vedere King Hanna, esempio, questo inverno eravamo un centinaio a dir tanto) et le jeux sont faits. Per tutte queste ragioni e dopo due anni di stop forzato, causa pandemia, impossibile aspettarsi un cartellone prestige dal RIR 2022 ma, cercando con il lanternino e schivando i vari Naska e Panetti (vi giuro che esistono, non me lo sto inventando!), qualche sfizio ce lo siamo comunque tolto. L’ultima volta che avevamo visto i Cigarettes After Sex, qualche anno fa, un leggero accenno di orchite aveva fatto capolino nelle nostre parti intime ma ritroviamo invece stasera (28 giugno) i texani-più glamour-di-sempre in discreta forma. Forse il cambio della line-up da quattro a tre elementi (fuori l’impresentabile tastierista, che sembrava un impiegato delle poste mentre timbrava il cartellino, sostituito da una base musicale) e qualche anno in più di rodaggio dal vivo hanno giovato alla resa del suono liquido e inafferrabile dei nostri, che adesso finalmente sono capaci di creare la giusta atmosfera in modo risoluto e meno sbrodolato. Sì, alla fine è sempre la stessa canzone ripetuta all’infinito, ma per fortuna è una bella canzone (K. stasera suonava lucida come non mai). Cambio di umore e di location, alla Cavea dell’Auditorium Parco Della Musica, e il 30 giugno siamo a vedere quella sagoma ambulante di Brunori Sas, l’ultimo dei cantautori romantici che furono o il primo della nuova ondata it-pop, decidete voi. Dario ormai è un anfitrione completamente a suo agio on stage, pienamente conscio dei suoi mezzi (molti a dirla tutta); gli anni passano e i suoi show migliorano sensibilmente tour dopo tour e con lui tutto lo stiloso carrozzone che si porta dietro (una mezza dozzina tra strumentisti e coriste). Tra risate (“Pensate che sono diventato famosino grazie alle urla della prossima canzone”: Guardia ’82) e lacrime amare (una toccante Come Stai dedicata al padre prematuramente scomparso ormai da diversi anni), viene sciorinata a piccoli bocconi l’intera carriera (ormai più che decennale) di un cavallo di razza che (tra alti e bassi) indubbiamente sa come si scrivono le canzoni e il live scorre con una semplicità e una piacevolezza che ha del disarmante. Tornando a Capannelle, nella serata del 7 luglio si dividono il palco Nothing e God Is An Astronaut. I Nothing mettono il volume a tutta per presentarci il loro classico indie-noise-pop sbrindellone della porta accanto, portando a casa un bel concerto dall’atmosfera amicale che ci regala una piccola chicca: a causa della rottura della pelle della grancassa della batteria c’è un break di qualche minuto colmato dell’esibizione di una strampalata canzone folk scritta ed esibita dal solo chitarrista per la prima volta in vita sua. In platea si ride. Serissimo e rigoroso è invece il live degli irlandesi God Is An Astronaut, uno degli show più monolitici e cazzuti degli ultimi anni. Un wall of sound di rara potenza impermea le loro dinamiche mini suite, tiratissime e piene di cambi repentini, terra di confine tra post-rock e metal. Un live adrenalinico e dinamico che non annoia (a differenza di molti del genere) e che fa gridare addirittura al miracolo quando sugli arpeggi acuminati di Burial si scatenano gli elementi celesti e, con un inaspettato colpo di teatro che sembra fatto apposta, inizia addirittura a piovere copiosamente (ma purtroppo rimarrà un miraggio di 10 minuti in una vera e propria esteta desertica). Non mancano colpi di scena visivi e cinematici per lo show dei veterani Chemical Brothers che danno vita al solito baraccone rocambolesco (pensate, si portano dietro tre tir pieni di oggettistica varia, gonfiabili, led, proiettori…) pieno zeppo di sorprendenti e coloratissimi visual in 3d. Chi li aveva visti al Sonar di Barcellona quest’anno parlava di uno spettacolo ancora più esplosivo del solito; sinceramente ci è sembrato lo stesso di sempre, ma insomma, avercene, e quella mezzoretta finale di psichedelia d’avanguardia pura di The Private Psychedelic Reel è stata sinceramente da urlo. Da quanto (per forza di cose) non ballavamo così? Ma il clou del festival è stato nella notte del 16 luglio, il giorno in cui il pubblico del Rock in Roma si è riappacificato finalmente con il rock (diremmo quello vero, quello tosto e quello urgentemente popolare, ma non vogliamo sembrare troppo assolutisti).
È questa infatti la data dello sbarco degli Idles a Capannelle e i ragazzi di Bristol, dopo varie tribolazioni (dovevano suonare in un’altra location all’interno di un fantomatico festival, insieme ai Supergrass, annullato poche settimane prima), adesso sono liberi di dare fuoco a tutta la loro carica incendiaria ed esplosiva. Due orette di panico-punk assoluto con un pubblico (finalmente!) meraviglioso che non ha lesinato pogo duro, applausi sperticati e cori da stadio, senza mai smettere di cantare tutti gli anthem diabolici (ma quanto sono bravi a scrivere belle canzoni sti ragazzi!) riverberati da un palco bollente dove uno spiritato Talbot in trance agonistica e un Mark Bowen, vestito da fatina e completamente fuori controllo, non si sono mai fermati un secondo, facendo una spola continua tra proscenio e platea. Tra i momenti meravigliosi una Love Song chilometrica che si trasforma ad ogni strofa (ironicamente, of course) in: Hey Jude, Nothing Compares 2U, Someone Like You, From Her To Eternity, All I Want for Christmas Is You e Nel blu dipinto di blu; e una catartica Danny Nedelko da lacrime, cantata a squarciagola da tutto il pubblico. Rivalutati per l’occasione anche i Maneskin (un paio di settimane prima protagonisti del RIR nel mastodontico concerto al Circo Massimo), rappresentati da Victoria e Thomas, che non hanno smesso un secondo di pogare, saltando in mezzo alla gente (ragazzi, però di grazia, prendete appunti mi raccomando). Usciamo con le ossa rotte, i vestiti zuppi e con una bocca che ha più polvere che saliva (ed è stata la serata dove al 90% abbiamo contratto il covid, NDA) ma, alla fine, va bene così, anche un po’ sticazzi: stiamo parlando assolutamente della serata dell’anno. RIR vi prego, ripartite da tappe come queste, nel 2023 ne vogliamo di più! Marco Giappichini


The Smile
Milano, Fabrique, 14 Luglio 2022
La presenza di Yorke e Greenwood stasera si percepisce nell’aria. Arriva come onda sonora dall’impianto di un bar a due passi dallo svincolo per la tangenziale est, all’angolo con l’area di sosta dove i camionisti si concedono qualcosa di più di un’oretta di sonno. Thom aleggia come voce guida sulla salita che conduce dal parcheggio al Fabrique: lui leggerissimo, l’aria intorno pesante di umidità. La coda fuori è bella lunga, almeno quanto la voglia colpevole di aria condizionata.
Torno a vedere un concerto a Milano dopo tanto tempo e provo una certa impazienza. E mi fa piacere farlo con questa band, questo progetto che sembra nascere da un’esigenza spassionata di produrre musica prima di tutto per se stessi: i due che incarnano di fatto il marchio Radiohead che dismettono un secondo la ragione sociale e tornano a farsi i loro trip, coinvolgendo un musicista apprezzato, ma molto meno visibile, come Tommy Skinner dei Sons of Kemet. Ce n’è di materiale per la polemica social (e infatti ce n’è stata). In ogni caso vincono loro: perché hanno il talento, la consapevolezza (e il conseguente credito) per correre questo rischio; ma soprattutto perché il disco è, diciamocelo, una discreta ficata.
Dentro, in mezzo a un pubblico disabituato e mezzo mascherato, si scherza sulla possibile durata del concerto: cinquanta minuti e via. Poi le luci si abbassano e Jonny-Thom-Tommy, come una chimera triforme appare agli strumenti. Gli strumenti: i tre si dividono fra bassi, chitarre, piano, sintetizzatori modulari e non (l’unico a non cedere i tamburi è Tommy). Il palco è un laboratorio, uno studio, una saletta prove per farsi i propri film. Pura regressione all’adolescenza, alla sua fantasia onnipotente: ritrovare quella purezza, tornare giovani.
Il concerto inizia con il pezzo che preferisco del loro “A Light For Attracting Attention”: Pana-vision. Thom al pianoforte se la gioca sempre in scioltezza, ondeggiando profetico sul tempo; quindi Greenwood e Skinner se lo portano via su un beat accaldato, desertico di basso e batteria. E noi e il tempo con lui.
Tutta la performance è dominata da questo interplay di altri tempi, fra strascicamenti kraut psichedelici e riff matematici su una sintassi poliritmica: la celebrazione del rincorrersi sul quattroquarti sapendo che prima o poi ci si riaggancia. L’ovvia mancanza dell’amalgama creata su disco da Nigel Godrich è compensata dalla resa scabrosa e viva dei pezzi: tutto è scritto e calcolato, ma l’esecuzione slabbrata e disinvolta rende l’idea di una composizione istantanea, del pezzo che si fa in quel momento. Il tutto ulteriormente stemperato dall’atteggiamento delle tre sagome retroilluminate dal gioco minimale rosso-blu dei led. A sinistra, fra uno slego polistrumentistico e l’altro, Thom incespica sulle linee melodiche in cerca di slanci empatici; Jonny, al centro, è tutto preso e imperscrutabile come sempre dietro il triangolo nero della zazzera, che se la gioca visivamente con la danza sui manici di basso e chitarra, quando non si incurva sugli archi sintetici e il piano; infine Tommy, all’estrema sinistra, lega le svisate dei compagni con il suo drumming gentilmente deciso, jazzy e metronomico insieme, lasciandolo raramente per qualche sequenza al modulare. I tre se la godono come non mai lontano dalle elefantiache riproduzioni più vere del vero dell’astronave madre. E noi e il tempo con loro.
Un disco che sembra un continuum di atmosfere, più che un insieme di canzoni strutturalmente finite, difficilmente si presta a una resa live che isola il singolo momento, anche se la posizione in fondo alla scaletta di The Smoke e You Will Never Work In Television Again recupera lo spettatore naufragato al largo senza punti di riferimento.
Nel set anche alcune chicche inedite: la pre-annunciata Colours Fly, con la partecipazione al sax baritono del compositore polistrumentista Robert Stillmann, e una Under Our Pillows fresca fresca di penna, giusto per ricordarci quell’antica e preziosa arte di scrivere pezzi nel bel mezzo di un tour.
Golosi anche i quattro bis, inaugurati da quella The Same che apre l’album, fra cui la fuoriuscita Just Eyes And Mouth e una Bending Hectic che sancisce il ritorno alle origini, dilatata, manco a dirlo, da bending, arpeggi e intensità grunge. In chiusura Thom (si) concede un pezzo del suo catalogo personale, andando a ripescare dal 2009 il singolo FeelingPulledApartByHorses, con Greenwood a rinforzare la linea di basso dell’originale.
Mentre defluiamo per tornare alla realtà di svincoli tangenziali e soste per camionisti, l’espressione generale è quella di un piacevole straniamento per questa complicità, questo understatement ritrovato, per la voglia di concedersi umanamente di più (non da ultimo, Yorke che aizza il pubblico in un sorridente italiano, educato dalla presenza della compagna siciliana, l’attrice Dajana Roncione). Non è dato sapere se e come il progetto The Smile si evolverà in futuro: se rimarrà un guilty pleasure, un rivolo fra i tanti del fiume principale, nato dal protrarsi di una situazione globalmente atipica, forte di quella immediatezza legata all’occasione; o se Thom Jonny e Tommy decideranno almeno per un po’ di esplorare ulteriormente questa formula. Non è dato e non importa saperlo. I tre se ne sono andati visibilmente divertiti. E noi e il tempo con loro. Diego Palazzo


Vijay Iyer, Linda May-Oh, Tyshawn Sorey
Palazzo Te, Mantova, 13 luglio 2022
Prima tappa italiana per il trio responsabile di Uneasy, splendido lavoro su ECM del 2021. Il pianista e leader Iyer chiarisce subito che si tratterà di materiale, come da titolo, non facile, e che inoltre verranno suonate composizioni da un nuovo album in uscita nel 2023. In realtà di particolarmente ostico non c'è molto, se non talvolta un qualche eccesso di freddezza e di calcolo nelle evolute partiture, anche se probabilmente è questo il (minimo) prezzo da pagare quando il livello è così alto. In effetti il trio nella prima parte del concerto lascia sbalorditi per come si riesce a muovere con sovrumana disinvoltura tra spigoli e agguati e una pronuncia melodica comunque sempre nitida, in un dettato fitto che mette insieme carrilon minimalisti, le fibrillazioni ritmico-estatiche della musica indiana, i suoi cicli vorticosi, le ruggini dell'avant newyorchese e uno swing scomposto eppure sempre presente (impressionante in questo senso Sorey, che letteralmente danza sui piatti e sui tamburi). Tra languori spesso a fil di lama e geometrie impervie (Sorey e Iyer ci davano dentro in questa direzione con i Fiedlwork assieme a Steve Lehman), il trio è più della somma di tre ottimi strumentisti (ci ripetiamo: Sorey è letteralmente straordinario) e porge una musica studiata con acume e suonata con un virtuosismo che ha il pregio di non mettere distanza tra cuore, cervello e orecchie. Peccato per l'acustica, penalizzata dalla scelta di svolgere il concerto in una delle magnifiche sale di Palazzo Te: in concomitanza si svolgeva un incontro di boxe poco distante. Il trio ha comunque vinto l'incontro per verdetto unanime. Paradigmatica della visione di Iyer la versione di Night & Day, fedele tradimento alla tradizione: serba in nuce il nucleo della composizone ma la trasporta su altri binari, staccando un groove denso e sottile, fisico e mentale. Un plauso all'associazione 4'33'' e a Matteo Gabutti che porta a Mantova da anni il meglio del jazz internazionale. Nazim Comunale


Pixies + Gomma

Roma, Auditorium Parco Della Musica, 28 giugno 2022
In una delle giornate più afose di sempre, quando la birra diventa piscio dopo due secondi che è stata spillata e il vento è un phon acceso sputatoci in faccia, i Gomma iniziano a suonare coraggiosamente con la luce del giorno ancora negli occhi. D’altronde l’occasione era ghiotta e dire di no all’apertura dei Pixies, davanti a una folta platea anche se ancora incompleta (alla fine sarà quasi un sold-out), sarebbe stata pura follia. I ragazzi di Caserta mascherano l’emozione suonando con fare indifferente, in un fazzoletto di palco (per esigenze strumentali), il loro post-hardcore anfetaminico - ricco di continui stop and go dettati dal virulento batterista e da delle acuminate chitarre che alternano arpeggi sferraglianti a corpulenti giochi al massacro fuzzy - che risplende sulla voce tagliente di Ilaria, facendoci arrivare fino allo stomaco i loro inni post-adolescenziali carichi di malessere. Una festa del thanatos che si sposa benissimo con il clima sahariano della serata romana. Buona, buonissima, prima tappa del loro nuovo tour italiano che toccherà diverse città. Pleonastico dire che il pubblico è già caldo per i Pixies, ma tant’è. Il pingue Frank Black fa esplodere subito la folla quando con la sua acustica da il la à una Cactus resa con piglio combat rock che accende in molti istinti da pogo omicida. Nella prima parte di concerto, finché Frank non indosserà la chitarra elettrica in una ampliatissima Gouge Away, trionferà proprio questo umore folk-punk suonato con buona spinta, anche se a passo ridotto come velocità, dove naturalmente trovano consensi cavalli di battaglia come Here Comes Your Man, Mr. Grieves e la ridanciana Vamos. L’abbrivio e l’eccitazione iniziale (data anche dal fatto di vedere per la prima volta live questi mostri sacri) si spengono, purtroppo, man mano che lo show procede: la musica che proviene dal palco è spesso caotica e somiglia pericolosamente ad un caos da band adolescenziale che sta facendo le rituali prove, senza troppa emozione, nel garage di casa. Ovviamente con la manovella del volume a tutta e senza interessarsi troppo delle accordature e dell’armonia generale. In pratica le celeberrime e classiche mini-suite, con i mille cambi all’interno delle stesse che abbiamo tanto amato, questa sera diventano ancora più fuori controllo che mai e il canuto David Lovering non fa poca fatica a cercare, con la sua batteria, di far quadrare i conti. E non è una questione “meramente” punk. Lungi da noi fare i parrucconi della situazione ma da una band di signori ben distinti e rodati negli anni aspettavamo altro. I Pixies, brechtianamente ci verrebbe da dire (ma non pensiamo che sia voluto), vanno dritti, non cercano climax e non guardano in faccia nessuno snocciolando, con poco respiro e con fare impiegatizio, i trenta e più pezzi, esibendo una scaletta the best da urlo per i fan più devoti (praticamente tutto o quasi “Surfer Rosa”, “Doolittle” e “Come On Pilgrim”) ma anche quando arriva una canzone che ci ha cambiato l’adolescenza come Where is My Mind? quel friccicorio al cuore stenta ad arrivare. Certo, il fatto che Kim non sia più della partita, in qualche modo, conta (Paz Lenchantin non ha quel tocco). Insomma, alla fine dei salmi, ci siamo tolti lo sfizio di aver sentito per la prima volta dal vivo la voce di Black Francis (quella voce!), il peculiare acuto/alarm di chitarra di Joey Santiago (quell’acuto!) e una manciata di canzoni che hanno fatto la Storia (la Nostra storia) ma, stasera più che mai (non ci è successo neanche con altri gruppi di matusa visti in passato), trionfa la sensazione di aver padellato clamorosamente il quando. Un quarto di secolo fa, su per giù. Marco Giappichini


Yves Tumor
Roma, Villa Ada, 11 luglio 2022
Partono dieci minuti di intro pre-registrati, alla “Metal Machine Music”, che ci ricordano chi era Yves Tumor fino a qualche tempo fa ma rimangono, nella serata, l’unico segno tangibile della prima parte di carriera avant del Nostro. I tempi sono cambiati e adesso il cantante americano ha preso un’ubriacatura violenta per il rock FM anni ‘80 e la sbandata si palesa appena lo vediamo entrare in scena, icastico come non mai, con tanto di giubbotino jeans smanicato, cappello nero di pelle, pantalone zebrato e un parapalle in simil Swarovski. Il glam e i lustrini, insieme al suono patinato, adesso sono l’unica cosa che conta e i quattro sodali on stage (chitarra, basso, synth e batteria) non sono da meno con le loro mise glitterate e i capelli cotonati e - tra luci virate al rosa, fiumi di fumo sparato sul palco e pose affettate new romatic/heavy metal - sembra di assistere a una rievocazione in carne e ossa dei live di Jem e le Holograms. L’atmosfera è surreale (e vagamente psichedelica), il confine tra esserci o farci è labile, e il birignao princiano dell’afroamericano contrasta splendidamente con la sua affilata voce tutta laringe (a volte sembra Marilyn Manson a volte Cameo altre Mike Patton che viene anche omaggiato, insieme ai Faith No More, con un accenno di Be Aggressive) e con i tronfissimi assoloni AOR del chitarrista (che sembra uscito dall’ultima stagione di Stranger Things o dai Motley Crue, le cose possono anche coincidere) con il quale si struscia di continuo, impregnando di erotismo softcore l’intera performance. E’ un piacere constatare (scusate il paternalismo ma di questi tempi…) come il pubblico presente, composto per la maggior parte da post adolescenti, fluidissimi e vestiti nei modi più glamour possibili (tra gli astanti non poteva mancare Victoria dei Maneskin), assista con passione a una scaletta che premia i lasciti più rock oriented del colorato mondo Tumor, vale a dire l’ultimo LP “Heaven to a Tortured Mind” datato 2020 (BU#263) e l’ultimo Ep del 2021 “The Asymptotical World” (BU#283). Le canzoni vengono esibite in modo vorticoso e luciferino dalla band e da un Yves che, anche se non dà confidenza al pubblico, è preso benissimo dalla situazione e non si ferma un attimo facendo continuamente da spola tra pubblico e platea, bagnando (letteralmente) la sua esibizione con diversi stage diving. Un’oretta per un live (piacevole ma non imprescindibile, diciamolo) che rimarrà unico nel suo genere perché, ne siamo sicuri, l’Yves Tumor che abbiamo visto stasera non sarà certo quello del prossimo disco e del prossimo tour. Quale pelle abiterà però il nostro camaleonte? Marco Giappichini


Nick Cave & The Bad Seeds
Taranto, 19 giugno 2022
Nella mia attività di fruitore e fotografo di concerti c'era sempre una sorta di mantra che risuonava di continuo, quando si parlava di live: devi vedere Nick Cave! Perché negli anni l'ex Birthday Party mi era sempre sfuggito per cause varie. Recentemente poi, tra me e il suo live, si era frapposta anche la famosa pandemia, con conseguente annullamento del tour. Così mi sono avvicinato alla data di Taranto, cosciente che stavo per vedere qualcosa che attendevo da tempo, nonostante non sapessi di preciso cosa aspettarmi. Poco prima del concerto ad accoglierci è un accordo di organo melodioso, spirituale, meditativo che poco lascia presagire un'apertura così infuocata: all'improvviso, come un'apparizione, sui colpi pestati di Get ready for love! "Re inchiostro" è tra noi, e senza pausa con un incedere maestoso si dimena, corre sul palco, calcia l'aria a ritmo di musica e si butta sul pubblico. La scena che mi appare ha un qualcosa di biblico: una massa di mani illuminate da una pesante luce rossa che con devozione cerca Cave, lo tocca con profondo rispetto cercando una sorta di redenzione (musicale). Sembrano quasi i dannati di Signorelli del duomo di Orvieto al cospetto del loro profeta. Perché quello che mi rimarrà di più, di tutto il concerto, è proprio il rapporto viscerale che Cave ha con il suo pubblico. È qualcosa di spirituale, e vederlo dal vivo è incredibile. Cave, grazie ad un'estensione del palco che arriva fino ai bordi delle transenne canta per lo più tra la gente cercando un contatto fisico, una fiducia che azzera le distanze. Dialoga con le prime file, prende doni che siano un mazzo di fiori o un ritratto, guarda negli occhi dedicando versi di canzoni... la cosa fa sì che i 7000 presenti si riescano a fondere in un'unica entità, una cosa mai vista!
L'inizio adrenalinico prosegue con There She Goes, My Beautiful World e la classica From Her to Eternity, per poi procedere con momenti più intimistici. Questo live ha varie anime. Se da un lato Cave ci fa dimenare infondendoci un fuoco dominante, dall’altro ci commuove nel profondo con le ballate al pianoforte. I Need You, dedicata al figlio morto di recente, è da brividi (“e sono sicuro che lui sia qui tra voi”). Into My Arms, primo brano dei bis è magistralmente cantata da tutti i presenti. Perché è così: durante il concerto siamo tutti Nick Cave, o meglio, partecipiamo tutti allo stesso rito di cui Cave è il celebrante. I Bad Seeds sono perfetti nel seguirlo illuminando e sottolineando le atmosfere anche visivamente. Magistrale Warren Ellis che passa da chitarra a violino imbracciando anche un mini-synth con cui sintetizza il basso di White Elephant e catturando tutti i presenti con le sue movenze, quando è inquadrato sugli schermi. Tanti sono i momenti da incorniciare: il crescendo nel finale di Jubilee Street, il ritmo blues di Red Right Hand, con la melodia ripresa in coro da tutti, Higgs Boson Blues, che ascoltarla ad occhi chiusi è un viaggio con l'incessante richiesta "Boom boom, can you feel my heart beat? che Cave rivolge senza sosta (arrivando anche a silenziare la band), o il finale quasi religioso di Ghosteen Speaks. Il concerto finisce dopo più di due ore in cui tutto è stato perfetto. Nick Cave conferma di essere a sessantaquattro anni uno degli artisti più performativi ed emozionanti della scena internazionale, io (nel mio piccolo) ho colmato una lacuna (ed ho avuto la fortuna di fare fotografie con un grande valore personale). Un plauso, infine, va al Medimex che da qualche anno riesce a portare (finalmente) anche al Sud grandi artisti in eventi che sono più unici che rari. Massimo Lovisco


Alabaster DePlume
Panicale PG, 15 luglio 2022
Nella splendida cornice di Panicale e nell’ambito del mai troppo lodabile festival Effetto48, autentica perla d’arti, culture e intelligenze adagiata nel ventre molle di un centro Italia altrimenti poverissimo di eventi multidisciplinari all’altezza di location e storia, ecco il classico fiore nel deserto: da Manchester, Gus Fairbairn in arte Alabaster DePlume e la sua band (tastiere, chitarra, basso e batteria; lui sax, voce e occasionalmente chitarra), si veda Blow Up #287 dello scorso aprile per saperne di più. Qui basti ricordare l’originale miscela di jazz spirituale, soul estatico e poesia sonora di cui Alabaster è ideatore, direi qualcosa a metà tra Dirty Projectors e Sun Ra, se è lecito immaginare un simile mix. Eppure funziona: sugli onirici tappeti creati dai mai troppo invadenti collaboratori, Alabaster suona il suo sax con povera efficacia e recita parole/poesie che ci ricordano la nostra fragilità, la nostra unicità, la nostra bellezza di esseri umani e viventi troppo spesso distratti dal tempo e dai tempi, dimentichi di quanto siamo noi importanti rispetto a ciò che ci circonda, asfissia, umilia, annichilisce. Un urlo pacato e sottilmente ironico nei modi quanto solido e determinato nel messaggio che porta: quello di un umanesimo così incarnato nelle terre di San Francesco da farci elogiare ancora una volta la puntualità e l’acume dell’organizzazione per aver scelto uno come Alabaster, così minoritario e così perfetto nell’incastro del puzzle. E poco importa se questo be-in postmoderno, se questo esorcismo laico, se questo attivismo così originalmente sorridente e gentile rischia, a tratti, di apparire ovattato e ipnoticamente uguale a se stesso per l’ora e mezzo in cui ci avvolge corpo e cuore. Non è questo il punto, non è mai stato questo il punto e non lo sarà mai. Il punto è essere umani e restarlo: con cocciutaggine e comprensione. Stefano I. Bianchi


June of 44
Paestum, Disorder Festival, 2 Giugno 2022
La stagione estiva per i festival in Italia è qualcosa d'incredibile. C'è l'imbarazzo della scelta tra tante location suggestive e ricche di fascino, che aggiungono ai live quell'emozione che ti permette di vivere un'esperienza da ricordare. Prendiamo il Disorder. Per questa edizione si è spostato a Paestum, direttamente in spiaggia. E già assistere ad un soundcheck tra ombrelloni e sdraio è qualcosa di straniante. Ma un palco da grandi eventi che ha come sfondo un tramonto sul mare è qualcosa di unico. Gli headliner della prima serata sono i June of 44, uno di quei gruppi che personalmente lego istintivamente ad un periodo particolare della mia vita: la fine degli anni '90 e il periodo universitario a Bologna. Imperversavano nelle camerette di "noi" alternativi, folgorati dal post-rock, dalle scene di Louisville e Chicago, e da tutti quei gruppi con canzoni dagli intrecci calcolati tra melodia e trame complesse (e per inciso, attendevamo con trepidazione le recensioni di Blow Up per orientarci tra le uscite). A pensarci, i June of 44 sono uno di quei gruppi che nei miei ascolti non hanno subito la conversione dal supporto fisico allo streaming. Nel 2000, subito dopo Anahata, si sciolsero. Tutto questo fino al 2018 quando, complice l'invito degli Uzeda a partecipare al loro 30° compleanno, hanno deciso di riprendere in mano gli strumenti (non a caso, tra il pubblico del 2 giugno 2022, Agostino Tilotta è presente). La data di Paestum per me è stato come visitare un luogo in cui ho vissuto in gioventù. A precederli sul palco ci sono i Kairo e gli energici Tiger! Shit! Tiger! Tiger! di Foligno: un'estetica joydivisioniana mista a distorsioni e feedback di territorio No Wave New Yorkese... molto coinvolgenti dal vivo, ancor più che in studio. I June of 44 salgono sul palco con una consapevolezza: quella di essere un grande gruppo con una perfetta sintonia. La formazione è quella originale con Jeff Mueller e Sean Meadows a chitarre e voci, Fred Erskine al basso (e in qualche episodio alla tromba) e Doug Scharin alla batteria. In poco più di un'ora e mezza hanno messo in scaletta pezzi che per il genere sono da considerare vere e proprie hit... Does Your Heart Beat Slower in apertura, seguito senza interruzione da Of information and belief. E ancora: June Miller, Doomsday... l'urlata Have a Safe Trip, Dear, la distorta Anisette l'incessante Recorded Syntax ... (manca all'appello The Dexterity of Luck, peccato!). La sintonia che i quattro hanno sul palco è coinvolgente. Si cercano sempre con lo sguardo, sorridendosi. Il suono è cristallino anche quando è distorto o urlato. Più che un concerto sembra una festa, come del resto dovrebbero essere tutte le reunion. Come da disco, le trame sonore sono impeccabili, nulla è fuori posto. Che grande concerto! Il pubblico è entusiasticamente ipnotizzato e nelle prime file noto volti che all'epoca di Tropics And Meridians non erano neanche nati. Fosse per i June avrebbero continuato a suonare per chissà quanto, ma le esigenze del festival pongono uno stop. Non c'è spazio neanche per i bis. Quando risalgono sul palco, il festival è già andato avanti alla successiva stazione (il dance party degli austriaci Elektro Guizzi). Poco male, perché i 4 vengono risucchiati dal bagno di folla che non gli risparmia i complimenti e prende vinili da farsi dedicare. Massimo Lovisco


Marky Ramone’s Blitzkrieg
Castelnuovo Rangone (MO), 25 maggio 2022
Da quasi settantenne Marky Ramone non molla un centimetro del proprio passato insieme a Joey, Johnny e Dee Dee e si rilancia, si fa per dire, in un ennesimo tour europeo la cui data iniziale è proprio questa in piazza a Castelnuovo Rangone, un comune di quindicimila anime in un territorio in cui il mito dei Ramones vale quasi quello della Ferrari. Chissà però, seppur con gli inappuntabili titoli acquisiti (compreso quello di sopravvissuto all’ecatombe, tocca dire…), sarà consapevole del fatto che ad avvalersi a cuor leggero di una cover band, dove chi esce e chi entra – Marcelo alla chitarra, Martin al basso e Pela il vocalist, i tre argentini attualmente arruolati – risulterà sempre e comunque figura posticcia e poco rispettosa, alla fine il retrogusto dominante non potrà che essere quello chimico e fittizio di un dolcificante… D’altro canto, chissà l’effetto che avrà fatto ai tanti millennials presenti sotto il palco, l’assistere per caso al concerto di “uno la cui band originale è stata così importante che oggi ne trovi le magliette un po’ dappertutto” e poco importa se, ironia della sorte, in quelle stesse magliette è raffigurato il logo originale del ’77 ma davvero, chissà… Insomma, il bisticcio emozionale è di quelli scabrosi all’origine e buon per tutti che Lester Greenowsky (con “Wilco” Zanni dei Rats alla chitarra) abbia fatto egregiamente il suo, in apertura, per scavallare l’eclissi e scaldare l’atmosfera al punto tale che, quando il tema musicale di Perry Mason introduce i Blitzkrieg sul palco, per acclamazione pare quasi di star dentro la bolla di “It’s Alive”. Poi l’acclamazione perdura e la bolla ovviamente no, che il primo dei rituali one two three four e la Sheena Is A Punk Rocker sparata a bruciapelo danno il via a una messa in scena fatta di scimmiottamenti dei tre là davanti, di personalismi fuori fuoco e talvolta fuori tempo (le rullate senza tregua di Marky Ramone) e poi zero interazione con il pubblico. O quantomeno, nulla a dare il senso di quel loro stare sul palco a reiterare i classici di una band epocale che, se fossero ancora al mondo gli originali, se ne starebbero ognuno a farsi i beati fatti propri disdegnando qualsiasi ipotesi di fare il verso a sé stessi. Per quanto energica e persino coinvolgente, non si può negare che l’esibizione sia stata dunque una mezza saga degli orrori, detto cercando di essere onesti e non intransigenti. Poi va da sé che ogni singolo pezzo suonato spalanca il cuore sollevando una marea di ricordi belli ed emozionanti, nonché immutato rimane l’affetto per Marky Ramone nonostante questa sua maniera pelosamente avventurosa di vivere la terza età, ma questa è un’altra storia. Andrea Amadasi


Ghost Horse
Ambrose Akimusire
Correggio Jazz, 24 e 25 maggio 2022
Ghost Horse presentano il nuovo disco, “Il Bene Comune” (BU#289), appena pubblicato da Hora Records. La band è in forma smagliante, madre di un suono aperto a mille direzioni: Steve Coleman virato kraut, Sun Ra assalito dai Bad Brains (quella sottile nebbia space, gli agguati hardcore), un mood techno scuro e affilato che informa composizioni sguscianti, gravide di ansie cosmiche, incrostate di ruggini rock. Il canovaccio prende avvio da figure di basso (Joe Rehmer) minimali e appuntite che si cristallizzano in loop all'infinito, trafitte dai colori neri della chitarra di Gabrio Baldacci; su questa impalcatura lunare fioriscono temi ed arrangiamenti sinuosi, calibratissimi dei fiati: tuba (Glauco Benedetti), sax tenore e clarinetto basso (Dan Kinzelman), trombone (Filippo Vignato). A reggere tutto le sincopi e le fratture ritmiche di Stefano Tamborrino. Col quartetto del trombettista Ambrose Akinmusire si viaggia a quote siderali. Cresciuto con Steve Coleman, il leader si prende giusto lo spazio necessario nella fitta trama imbastita dai suoi sodali per aprire squarci e linee mobili in un dettato imprendibile e irrequieto. On The Tender Spot Of Every Colloused Moment, uscito per Blue Note nel 2020, ci aveva fatto già drizzare le orecchie. Il live del quartetto non fa che confermare la statura di un musicista importante. Occhio al batterista Tim Angulo, un portento di venticinque anni che farà parlare di sé. Nazim Comunale


Angelica, Festival Internazionale di Musica, anno 32
Bologna-Modena, 7 maggio-4 giugno 2022
Nello stato di fragilità si apre un mondo diverso, ci annuncia per l’edizione numero 32 di Angelica, Massimo Simonini il direttore artistico, rimarcando più volte nel corso delle serate, che proprio nella diversità di un programma come questo, sta insieme la fragilità e la potenza della, meglio delle musiche, che ci hanno accompagnato per un mese, il fatidico momento maggio terminato il 4 giugno. C’è da dargli ragione guardando all’affluenza, tutte serate sold out o quasi, che non si spiega soltanto con il bisogno di musica e di ritrovarsi dopo due anni alquanto sofferenti per tutti. Ma forse citando ancora Massimo, la magia è in quella “chimica celeste” che mette in circolo energie diverse, interconnessioni imprevedibili, ma oltre ogni cosa la forza dei sentimenti. Ecco, questa forza sperimentale e sentimentale insieme, mi è parsa la struttura che ha connesso serate di musica quasi sempre appassionanti e comunque mai meno che interessanti. Si parte con un grande vecchio Christian Wolff e alcune sue composizioni in prima assoluta. Lui è al piano e melodica, ma a spalleggiarlo ci sono assi come Joey Baron alla batteria e Robyn Schlkowsky al vibrafono, timpani, campane tubolari e percussioni. Curiosità e divertimento non mancano, il palleggio tra Baron e la Schulkowsky offre momenti di godimento, a confronto il pezzo per sette chitarre elettriche dell’Angelica orchestrA mi è sembrato un pelo più ingessato e non così impattante. Ma il tempo vola e qualcosa mi sono perso, il bravissimo (mi dicono) pianista brasiliano Amaro Freitas, il Seabrook Trio e il Sonico Balsamico dell’Orchestra creativa dell’Emilia Romagna con Ernst Reijseger, nell’unica appendice Modenese al Teatro Comunale Pavarotti. Tutto il resto si è svolto come di consueto al Teatro San Leonardo di Bologna. Rinviato a data da destinarsi il Monochrome Project per otto trombettisti che pure si preannunciava assai interessante, si passa direttamente al bel progetto norvegese con Ingfrid Breie Nyhus al pianoforte e Benedicte Maurseth in un quartetto con violino Hardanger, percussioni, vibrafono, contrabbasso ed elettroniche. Il tutto impeccabilmente curato da Luca Vitali, una garanzia per questi mondi nordici ormai. Prima volta a Bologna che io ricordi almeno, per Suzanne Ciani e qui il grazie va a Walter Rovere che l’ha fortemente voluta per la nostra gioia nel vederla finalmente districarsi on stage con il suo proverbiale Buchla 200e abbinato a un Animoog di recente invenzione. Sul palco con schermo dove poter seguire in diretta il movimento delle sue mani, ha eseguito la sua più recente composizione di cui vi abbiamo già raccontato in sede di recensione, “Improvisation On Four Sequences” una sorta di mappa sonica prevista per essere ascoltata in quadrifonia, su cui agilmente si muove e improvvisa, con elementi ogni volta cangianti, tra permutazioni di frequenza, soluzioni timbriche mai identiche a se stesse, e la padronanza di quelle macchine inventate dal suo diretto maestro Donald Buchla e potremmo aggiungere con la padronanza, lo stile e gentilezza di un’autentica pioniera.
Eleganza e stile in abbondanza che qualche sera dopo contraddistingue anche il doppio set dei Matmos. Visti a Bologna più volte negli anni, città a cui i due di Baltimora, Martin C Schmidt e Drew Daniel sono particolarmente affezionati, grazie anche a Gianluca Turrini, il loro tecnico del suono che qui ci vive. Abili manipolatori di oggetti sonori, plastica ed elettrodomestici soprattutto, che campionano e sovvertono, muovendosi sul palco e in mezzo al pubblico come veri e propri mattatori. Capaci anche di dileguarsi per lasciar parlare da soli i suoni e le immagini sullo schermo, suoni che sono parte in stereo, parte in esafonia ci dicono. Insomma con loro l’elettroacustica è puro e divertente entertainment, arte della performance, anche quando spinge su sonorità tutt’altro che addomesticabili. La serata del primo giugno è tutta per l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp, il supergruppo fondato da Vincent Bertholet, con 12 elementi sul palco: due marimbe, contrabbasso, trombone, due batterie, viola, cello e violino, tromba senza pistoni, due chitarre elettriche. Arrivati in ritardo causa problemi al loro furgone, costretti a un frettoloso soundcheck, partono un po’ fuori fase, ma appena ingranata la marcia, diventano un inarrestabile fiume in piena, un tripudio di timbri, ritmiche, voci, attitudine che è insieme free jazz, post punk, pop deviante, lussureggianti nei colori, irresistibili nell’impatto con il pubblico, più ancora che su disco. Uno degli highlight senza dubbio.
Che dire poi di Anhony Braxton e della prima assoluta del suo nuovo superbo quartetto? Con lui al sax alto, soprano, sopranino e non tanto secondaria anche l’elettronica, sono Ingrid Laubrock al sax soprano e tenore, James Fei al sopranino e alto, infine Chris Jonas al sax alto e tenore. Questa è la sua quarta partecipazione ad Angelica, ed ogni volta è un’esperienza diversa, rigorosa come al solito la composizione, quattro leggii su cui i musicisti seguono meticolosamente le partiture per un sistema compositivo a cui Braxton ha dato il nome di Lorraine, un nuovo prototipo musicale. Sistema musicale che governa i “venti sonori” del respiro, ci racconta il nostro, ed un’elettronica interattiva in tempo reale che fa da quinto elemento per un’opera ancora una volta in grado di stupirci. A chiudere in bellezza infine l’orchestra ONCEIM fondata da Frédéric Blondy, ben 34 i musicisti stipati sul palco del San Leonardo, che ci offrono due pieces: la prima “Flocking gliders, again and again i have heard”, è una nuovissima composizione di Jim O’ Rourke per orchestra e nastro, non ancora messa pienamente a punto e infatti si avverte il sentore di irrisolto, tra cacofonie sonore che si alternano a momenti di pathos. Ma l’attesa è tutta per Occam Ocean di Éliane Radigue, sublime apoteosi di un lungo e ininterrotto percorso per la compositrice parigina oggi 90enne. Partono per primi gli esili drones delle chitarre suonate con l’archetto, dagli abissi del profondo emerge poi il suono del gong, poi vi si innestano gli archi: violino, viola, tre contrabbassi, cello, poi le ance e gli ottoni: clarinetti, sassofoni, trombe e tromboni, ancora euphonium, fisarmonica, piano e nello sfondo le percussioni. Le fasi si alternano tra pause meditative e crescendo estatici, la risonanza degli armonici avvolge tutto intorno, mentre i corpi stessi, nostri, dei musicisti, entrano in risonanza fino all’ultimo crescendo, dove ci pare di essere inghiottiti da un’immensa orchestra delle sfere, che ha esalato per noi l’ultimo suo divino mantra. E arrivederci ad Angelica 33. Gino Dal Soler


Kikagamu Moyo

Colonia, Gebäude 9, 14 giugno 2022
Tornare in un club dopo ventotto mesi è di per sé un’esperienza entusiasmante, lo è ancor di più se a salire sul palco sono i Kikagaku Moyo nel loro tour d’addio. L’ensemble psichedelico giapponese ha infatti annunciato che non ci saranno ulteriori prove discografiche dopo il recente “Kumoyo Island” e che alla fine di quest’ultima striscia di date, che si concluderà negli States in autunno, i cinque membri del gruppo andranno ognuno per la propria strada. Al Gebäude 9 si respira perciò un’atmosfera da piccolo evento, confermata dal tutto esaurito. Il club di Colonia è pieno come un uovo e, per una volta, la maggior parte del pubblico si compone di venti-trentenni, segno che la psichedelia, a differenza di altri sottogeneri rock, possiede un appeal transgenerazionale. Dopo il breve set dei Mong Tong, duo composto dai fratelli Hom Yu e Jiun Chi che si presentano in scena bendati, è tempo per i Kikagaku Moyo di aprire le porte e far salire i cinquecento presenti in sala sulla loro astronave per un viaggio interstellare che durerà quasi due ore. Il quintetto di Tokyo si lancia in una traiettoria che attraversa i cinque album in studio: un frullatore in cui si fondono esplorazioni astrali, meditazioni estatiche, funk psichedelico, ripetizioni kraut-robotiche, atmosfere riflessive ed esplosioni di ritmo, in un ideale sincretismo tra oriente e occidente. C’è pure spazio per la cover di Streets of Calcutta di Ananda Shankar (già presente nel secondo LP "Forest of Lost Children”) con il pubblico in sala che esplode in una danza collettiva. Alla fine del set, richiamata a gran voce, la formazione nipponica ritorna in scena per congedarsi con Kogarashi, meraviglia estatica-ascendente da “House In The Tall Grass”. Applausi scroscianti. Roberto Calabrò


Assalti Frontali
Modena, Vibra Club, 23 aprile 2022
Quando si palesano al Vibra all’ora di cena sono “solo” Luca e Paolo (Bonnot arriverà più tardi da altre direzioni) e dallo stadio modenese, distante un centinaio di metri o poco più in linea d’aria, si levano boati da Champions League che regalano vivacità a una serata grigia che infatti poi finirà in pioggerella di primavera. Nonostante questo non poteva esserci data più appropriata per il “dove eravamo rimasti…” insieme agli Assalti Frontali se non a ridosso di un 25 aprile, ché del significato umano e civile di quella giornata loro hanno fatto la bandiera da sventolare con orgoglio nel proprio vivere quotidiano da più di trent’anni e sono ancora qui con lo stesso commovente entusiasmo di allora. Certo, il senso degli Assalti Frontali oggi è molto diverso da quello che partorì l’Onda Rossa Posse, che la prima linea è spazio angusto e deleterio e tocca starci con saggezza più che con veemenza; il senso della loro esistenza è diventato piuttosto quello del ritornello di Fino all’alba, il loro pezzo più emblematico da molto tempo a questa parte, che infatti dal vivo è tra quelli più partecipati. Il “dove eravamo rimasti…” di cui sopra comunque azzera d’istinto il recente passato, che c’è rimasto sul groppone un trentennale da celebrare e la voglia di farlo con il giusto spirito è tanta sul palco quanto appena sotto. Come ai tempi belli dunque, Bonnot dietro a calibrare il groove e Militant A e Pol G davanti o intorno a far girare storie di vita di comunità in rima, roteando braccia e mani finalmente a tu per tu e ogni sguardo incrociato è una pacca sulla spalla che significa tanta passione. C’è il tempo e lo spirito per celebrare anche la promozione del Modena in serie B (la Champions League magari un’altra volta…) e quello per anticipare l’uscita del loro nuovo disco, “Courage”, c’è l’amarcord per Batti il tuo tempo e soprattutto c’è il modo per Militant A di raccontare a più riprese del suo impegno rap-educativo nella scuola multietnica. C’è insomma di che essere molto lieti del vostro ritorno, cari Assalti Frontali, che anche se non ve ne siete mai andati il… potere stare un po' con voi, ne avevo bisognoAndrea Amadasi


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