LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Marc Almond, foto di Andrea Amadasi]Diamanda Galás
“Il rumore del lutto”, Auditorium Paganini, Parma, 26 settembre 2026
Marc Almond
“Il rumore del lutto”, Auditorium Paganini, Parma, 27 settembre 2026
Inizia con un fragoroso sold out il lungo autunno de “Il rumore del lutto”, la rassegna parmense di musica e parole che celebra la vita sulle ali dell’ineluttabile “vivi intensamente, abbraccia ogni istante, che prima o dopo ci lasciamo le penne, tutti”… Il sold out da 800 persone lo ha fatto nientemeno che Diamanda Galás, donna irriducibile che, a 71 anni suonati, ancora non scende a compromessi nemmeno con la propria schiena dolorante dopo la caduta che lei stessa, in italiano, ha raccontato di aver avuto la mattina stessa inciampando malamente tra i gradini di una scala. Tuttavia, un attimo dopo queste parole, che sortiscono un misto di stupore, preoccupazione e anche ilarità, è già seduta al pianoforte a picchiettare sul microfono mentre dall’altra parte, in platea, il pubblico si prepara a ritrovare quella confidenza con un’artista totale che non tradirà le aspettative. L’essenzialità scenografica – luci misurate verso il basso su fondale rigorosamente nero, un po’ di fumo qua e là… – enfatizza ogni dettaglio visivo di un’esibizione tutta cuore e dedizione, purificata da quegli estremismi vocali di un tempo ormai lontano e purificante a sua volta nell’intimità dell’animo umano, mentre nel minimalismo ambientale creato ad arte emergono in bella vista anche i ghigni della Galás, che accentuano e addolciscono la solennità ultraterrena della sua voce. Tutto appare così perfettamente bilanciato che non è affatto semplice immaginare quale e quanta sensibilità si sia potuta tradurre in così tanta magia, praticamente impossibile invece restituirne a parole efficaci anche solo una minima parte. Chi era presente sa di aver vissuto un’esperienza unica, di quelle di fronte alle quali tutto il resto intorno impallidisce.
Il concerto del giorno dopo è stato ovviamente tutt’altra cosa, anche se il dubbio che il buon Marc Almond abbia voluto dargli una certa impronta, diciamo più ricercata e teatrale, in una sorta di continuità con chi l’aveva preceduto la sera prima, ha una sua ragion d’essere nemmeno troppo contorta. Chi si aspettava un omaggio completo a Dave Ball o comunque ai Soft Cell in versione “Danceteria”, sull’onda delle sue recenti esibizioni estive, ha dovuto attendere fin quasi la fine del concerto per alzarsi dalla poltroncina e accorrere sotto il palco per un po’ di soddisfazione danzereccia col poker rappresentato da Tainted Love, Heat, Sex Dwarf e il bonus fuori scaletta Say Hello, Wave Goodbye. Fino a quel momento è stato un Marc Almond che ha omaggiato se stesso attraverso un percorso audio biografico senza un preciso ordine cronologico, pescando dal suo repertorio solista tanto quanto quello dei Mambas in un avanti e indietro temporale da far venire le vertigini. In questa lunga prima parte del concerto è emersa la qualità dell’Almond più introspettivo, sia come autore che come interprete; che si tratti di Jaques Brel (My Death) o di Lou Reed (Caroline Says) come dei pezzi scritti di suo pugno, a Parma sono mancati giusto solo i lustrini e le paillettes, perché la decadente sensualità del personaggio si è percepita in tutta la sua onesta spontaneità. Andrea Amadasi
Osmium
Roma Europa Festival – Teatro Argentina, Roma, 27 settembre 2026
Affrontai la prima europea di Osmium al Barbican di Londra in un uggioso maggio del 2023, serata promossa dal festival polacco Unsound in una rara residenza in terra d’Albione. La somma delle parti è ancora oggi sinonimo di intensità e rarefazione, inseguendo l’idea di una dislocazione spazio temporale. Il quartetto si avvale della leadership compositiva di Hildur Guðnadóttir (tornata fortunatamente in possesso del suo Halldorophone customizzato, dopo un sequestro lampo) e dei contributi di James Ginzburg (basso monocorde), Rully Shabara dei Senyawa al canto e Sam Slater (feedback percussion). Gli Osmium attingono a un immaginario apparentemente noto, abbracciando tanto la musica contemporanea quanto il più mefitico metallo (black metal e doom in primis) giocando però su un’idea di decontestualizzazione: l’intendimento è quello di smarcarsi tanto dalla nicchia di musica da genere che dalla colta. Più che lanciare fendenti, il gruppo sembra navigare nei confini di una solenne e marziale astrazione, i volumi stavolta sono contenuti ma l’idea di una prossima e fragorosa implosione sembra assoggettare tutta la performance in un inquietante senso d’attesa: come se un apparente eco-disastro fosse alle porte. Non le trombe dell’annunciazione quindi, ma l’intento di colmare il gap tra i più lugubri estremi in musica odierni, in un linguaggio anche corporeo che rasenta il canto ossianico. La voce di Shabara è gutturale ma modulata attraverso due microfoni, più che un’incitazione è una messa solenne. Nonostante il tenore del viaggio (perché di questo si tratta), l’ansia viene presto fugata, attratti dal moto inarrestabile di Ginzburg e dalle percussioni modificate di Slater, che reinventa il ruolo del batterista rinunciando a qualsiasi tentazione motorica. Una nitida fotografia di questo tempo oppressivo. Luca Collepiccolo
Hoodoo Gurus
Electric Ballroom, Londra, 28 settembre 2026
Gli Hoodoo Gurus mancavano dalla capitale inglese esattamente da sedici anni. Un’eternità. Non sorprende, quindi, che l’atmosfera fuori dall’Electric Ballroom sia elettrica ben prima che il concerto abbia inizio. Saltata la presenza del gruppo spalla all’ultimo momento, l’attenzione è tutta rivolta ai quattro australiani ritornati prepotentemente sulle scene con l’ottimo “Chariot Of The Gods” quattro anni or sono. Alle otto e mezza in punto i Gurus si presentano sul palco di un’Electric Ballroom strapiena e attaccano con (Let’s All) Turn On da “Stoneage Romeos” ed è chiaro a tutti che si tratterà di una serata speciale. Faulkner canta con un’intensità incredibile, Shepherd macina riff su riff sostenuto da una sezione ritmica potente e fantasiosa, composta da Nik Rieth (già batterista di Radio Birdman e Celibate Rifles) e da Rick Grossman al basso. Segue World Of Pain, uno dei brani di punta dell’ultimo album. Da lì in poi gli australiani si lanciano in un viaggio in quarant’anni di carriera facendo esplodere dagli amplificatori le migliori canzoni dei loro dischi migliori. È un crescendo che diventa apoteosi a metà concerto quando in sequenza arrivano Tojo, Poison Pen, Bring The Hodoo Down, la ballatona My Girl e Come Anytime. Il momento topico è il classicone What’s My Scene? con i millecinquecento della venue a cantare assieme al gruppo che hanno dovuto attendere per oltre tre lustri. Gli Hoodoo Gurus sono una macchina impeccabile, un motore al massimo dei giri, capiscono anche loro che non si tratta di un concerto come gli altri e alzano l’asticella con Crackin’ Up, Bittersweet, I Want You Back (un altro “singalong” di tutta la sala) e Like, Wow – Wipeout!. Potrebbe bastare. Ma, dopo una brevissima pausa, risalgono su e regalano ben quattro bis: Come On, Gene Hackman, Leilani e Be My Guru. Poi si fermano al centro del palco e si fanno travolgere dall’affetto del pubblico. Che, un attimo dopo, sciama verso la vicina stazione metro di Camden Town: non c’è nessuno a uscire dall’Electric Ballroom senza il sorriso stampato sul volto. Roberto Calabrò
Rareș
Mattatoio, Roma, 20 settembre 2026
Lowertown
Wishlist, Roma, 26 settembre 2026
Strana struttura domenicale quella organizzata dal Romaeuropa Festival al Mattatoio di Testaccio dove, in una saletta piccola e calda, si esibisce Rareș in doppia veste alle 17,00 e poi alle 21,30. A riempire il tempo tra le due esibizioni vengono chiamati due artisti emergenti della 42 Records (Tutto Piange e Marco Fracasia, quest’ultimo recensito su BU#340 di settembre) e Marta Del Grandi. Per cause di forza maggiore optiamo per la prima delle due esibizioni dell’artista rumeno-veneziano, perdendoci purtroppo tutto il resto; ma lo sforzo viene ripagato da un’esibizione che ci restituisce un Rareș (chitarra e voce, coadiuvato dai suoi fidi musicisti a basso, chitarra e sax) in grandissima forma. Seppur non aiutato dall’acustica rimbombante della venue, l’artista it-pop sciorina tutte le canzoni dell’ultimo disco (recensione su BU#338/339) in modo cristallino e del tutto “Sincero!” (come il titolo dell’album e del relativo singolo), supportato da un pubblico accaldato ma festante che conosce a menadito tutte le orecchiabilissime canzoni. Ancora ci stupiamo, vista la bontà di una scrittura genuina e capace di arrivare sicuramente a un vasto pubblico, di come il ragazzo non sia ancora riuscito a riempire il Circo Massimo come, per esempio, fa il “collega” Gazzelle (che era tra il pubblico a vederlo: prendi appunti, Flavio!). Misteri del marketing!
Un altro mistero per un'audience che dovrebbe essere ben più vasta è quello legato agli americani Lowertown di Atlanta, che si esibiscono una settimana dopo al Wishlist Club per l’ultima data del loro tour europeo. Mistero perché questo misconosciuto quartetto (vedi BU#294 e BU#338/339) capitanato dal duo Olivia Osby/Avsha Weinberg avrebbe tutte le carte in regola per meritarsi un pubblico ben più ampio, vista la bontà di una scrittura indie/art rock dal retrogusto grunge. Le belle notizie sono che il pubblico del Wishlist, a parte noi, è pressoché giovanissimo (diversi i turisti anglofoni accorsi per l'evento) e che i ragazzi sanno suonare veramente bene – cosa non così scontata per chi naviga nell’indie-slackerismo sghembo e sgusciante – riuscendo a imprimere vigore ed energia a dei bei pezzi che dal vivo acquistano sicuramente una componente più (post-)punkeggiante. La forte carica erotica emanata dalla cantante Olivia Osby, dal vivo una Courtney Love non meno maudit, fa poi il resto. Si poga un pezzo sì e l’altro pure e ci si diverte non poco: speriamo che il tempo sia galantuomo e regali a queste due realtà platee molto più grandi senza un filo di retorica, se lo meritano veramente! Marco Giappichini
Little Barrie
Dingwalls, Londra, 25 settembre 2026
Nel cuore del Camden Market, lungo le suggestive rive del Regent's Canal, sorge il leggendario Dingwalls, inaugurato nel 1973 e punto di riferimento della scena alternativa britannica. Venerdì sera il fedelissimo gruppo degli adepti del best kept secret chitarrista del Regno Unito, Barrie Cadogan, si è riunito nell'intimità dei suoi 600 posti per assistere all’atteso ritorno dei Little Barrie. Sì, lo scorso anno c’era già stata la reunion sul palco con lo storico sodale bassista Lewis Wharton ma in quella occasione si limitavano a presentare solamente i due lavori in collaborazione col talentuoso batterista Malcom Catto degli Heliocentrics. Adesso, con Tony Coote alla batteria in pianta stabile, il trio ritorna su quel glorioso percorso interrotto bruscamente nel 2017 a causa della prematura e tragica scomparsa del batterista Virgil Howe. La serata si apre col funky drumming di Tony, le gommose linee di basso di Lewis e i laceranti inserti elettrici delle corde di Barrie che introducono il trittico iniziale del nuovo lavoro “Gravity Freeze”, album che viene presentato quasi nella sua totalità (manca solo Wire) con December, ad alto quoziente lisergico che sembra voler scacciare l'aura malinconica dell’album e la magia incantatrice di Talk It Up Like You Wanted. I numeri psych soul notturni e fumosi dell’ultimo lavoro vengono alternati con pezzi storici del loro repertorio per cui ecco, da “Death Express”, il funk nervoso e distorto alla Can di Copter (che verrà riproposto con verniciatura blues in It Don’t Count e con colorazioni R'n'B in Eliminate), l’incendiaria Molotov Cop, creatura meticcia partorita da un’ipotetica Rolling Stone(s) Roses Experience, e il classico festante I.5.C.A con chitarra singhiozzante molestata dal mago Barrie. Da “Stand Your Ground” trovano spazio la primizia blues Why Don't You Do It? e l’intima ballata Yeah We Know You e da “Shadow” l’inarrestabile cavalcata di Eyes Were Young, con l’incisivo riff che diventa corrosivo nel finale. L’irresistibile e sculettante Luggin’ Hurt, invocata più volte dagli astanti, sembrerebbe chiudere la serata ma il trio ci delizia con un bis proponendo Cash In, che parte con ritmo alla Blues Explosion (d’altronde Russell Simins suonava la batteria nella versione originale) e viene trasportata in territori personalizzati grazie alla maestria del trio tra l’implacabile esuberanza ritmica di Lewis e Toni e le spavalde e baldanzose corde di Barrie. Conclusione: i Little Barrie continuano ad essere il migliore trio britannico di questo millennio. Ferruccio Guglia
Jeff Mills, Kety Fusco
Auditorium, Roma, 17 settembre 2026
“The Trip To Vega” porta all’Auditorium di Roma, nell’ambito del Romaeuropa Festival, due figure a loro modo aliene: Jeff Mills, la macchina umana, leggenda della techno di Detroit, e Kety Fusco, che dell’arpa ha fatto un dispositivo sonoro altro, da sottoporre a elettrificazione, manipolazione e continue torsioni. Il punto sembra non essere tanto la somma delle rispettive estetiche sonore quanto la tentata definizione di tutto quello che succede nel mezzo. Facendo riferimento all’omonimo album pubblicato da Mills, Il concept narrativo dietro questo live immagina una Terra futura, nel 2097, ormai inospitale e inabitabile. Dal suo interno viene generate una frequenza armonica che aggredisce il sistema nervoso degli esseri viventi, al punto da spingerli a migrare verso Vega, la stella più brillante della costellazione della Lira, in cerca di rifugio e rigenerazione. Mills e Fusco sonorizzano questo viaggio disperato, mosso da catastrofi e necessità, tra improvvisazioni e strutture indefinite. Mills lavora per sottrazione, delineando il tortuoso percorso ritmico da seguire, quasi fosse il capitano di questa spedizione verso l’altrove, dando a volte le spalle al pubblico, insolitamente seduto, così rivolgersi verso lo spazio proiettato sullo schermo allestito sullo sfondo del palco. Sequenze, impulsi, frequenze sono in continuo movimento, come ingranaggi di una macchina ostinata, progettata per non fermarsi. Fusco risponde con un suono più organico e imprevedibile, fatto di melodie astratte, risonanze, rumori e scarti elettronici. In questo modo, l’arpa perde progressivamente quella che si potrebbe definire la sua aura classica, diventando una superficie percussiva, da colpire e deformare. Il risultato va decisamente oltre il facile dualismo tra analogico e digitale. Più che raccontare un viaggio verso una destinazione, Mills e Fusco ne costruiscono in tempo reale la traiettoria, tra serialismo, aperture orchestrali e incursioni ovviamente techno. Forse le congas presenti sul palco, utilizzate da Mills neanche due minuti per campionarne il suono, avrebbero potuto avere un ruolo più centrale nell’esibizione. Così come la componente visuale del live risulta decisamente fiacca, scontata e fuori fuoco rispetto alla narrazione sonora. Ma tutto sommato, sebbene lo show nel suo complesso sia un po’ da ripensare, non si può certo dire che non sia stato un concerto godibile, interessante e diverso dal solito. Jacopo De Blasio
Primal Scream
Outernet, London, 16 settembre 2026
Uscendo dalla stazione di Tottenham Court Road ci si imbatte nell’Outernet London, un distretto di intrattenimento e media immersivo, ad alta tecnologia e con maestosi atri pubblici rivestiti da imponenti schermi LED Ultra HD dove si possono “ammirare” gratuitamente opere di arte digitale a rotazione e giochi interattivi. Personalmente lo considero uno spreco totale di elettricità ma mi consolo col bel locale sotterraneo HERE at Outernet, dove mi reco per la prima delle due serate celebrative di “XTRMNTR”, il sesto album dei Primal Scream pubblicato dalla Creation nel 2000, presentato nella sua interezza rispettando la sequenza della scaletta. Per cui si va dall’iniziale Kill All Hippies, con le telluriche basse frequenze del basso di Phil Mossman che ci scuotono gli organi interni, le chitarre distorte del leggendario Andrew Innes e di James Walbourne dei His Lordship, fino alla apoteosi finale di Shoot Speed / Kill Light, con l’ipnotico motorik di Darrin Mooney, organo futuristico, chitarra post-punk e l’ugola di Bobbie che vernicia il tutto con edonistica euforia. Nel mezzo ci sono tutte le altre delizie, tra cui è doveroso ricordare la capatina nell'infuocata Detroit seventies di Accelerator e i due stratosferici strumentali. Il primo, cupo e teso, corre irrefrenabilmente all’impazzata come per gareggiare con i suggestivi montaggi video a carattere storico e politico dell’amico Douglas Hart (già con i Jesus & Mary Chain) che scorrono freneticamente sullo sfondo, un lungo viaggio distopico che ci lascia spossati e stremati. Il necessario recupero è offerto dalle rassicuranti bolle di liquido psych-amniotico che ci fagocitano in Keep Your Dream, con le terapeutiche gocce ricostituenti della tastiera del turnista Terry Miles, rifugio sicuro ma di effimera durata dato che viene letteralmente polverizzato dal secondo strumentale, MBV Arkestra, di marca Shieldiana, con acidità wah-wah e fiati taglienti che partono non appena sullo schermo si materializza il bel faccione di Sun Ra. Alla sua uscita “XTRMNTR” suonava futurista ma, ahimé, visto l’andazzo dei tempi (“a military-industrial illusion of democracy”, anyone?), si è rivelato maledettamente profetico e di conseguenza fottutamente contemporaneo. Bis succulento con Kowalski che funge da cordone ombelicale con quanto ascoltato prima, e poi, dopo la bella reinterpretazione del misconosciuto classico garage di I'm Five Years Ahead of My Time dei Third Bardo, le big hits di I’m Losing More Than I’ll Ever Have, Loaded e Moving On Up per poi finire con Country Girl e Rock, dato che a causa dell’idiozia umana (guerra o IA che sia) l'umanità è destinata all’estinzione tanto vale ardere tra le fiamme sacre del rock’n’roll! Ferruccio Guglia
Einstürzende Neubauten
Teatro Valli, Reggio Emilia, 12 settembre 2026
Non sono più i tempi di “Lament” e men che meno quelli di “Kollaps”, che i fan hanno potuto conoscere e/o riscoprire nelle immagini di “B-MOVIE: Lust & Sound in West-Berlin 1979-1989”, il docufilm proiettato come anticipazione del concerto nella Sala degli specchi del teatro. Con quelle immagini – una sorta di viaggio nella scena sotterranea di una Berlino Ovest inconsapevolmente avviata verso la fine della guerra fredda, nel racconto di Mark Reeder, musicista e discografico di Manchester che vi si trasferisce alla fine degli anni ’70 – i tre registi Jörg A. Hoppe, Heiko Lange e Klaus Maeck hanno condiviso la loro dichiarazione d’amore nei confronti del modus vivendi di tanti giovani berlinesi dell’ovest ma non solo. Oggi, dopo quasi cinquant’anni di carriera, gli Einstürzende Neubauten si appoggiano al concetto di “alien pop music” per autodeterminarsi nel contesto attuale e tuttavia anche loro, nella sospensione tra passato, presente e un futuro ipotetico, hanno inevitabilmente perso qualcuno e qualcosa per la via. Il qualcuno, da un anno abbondante, è Alexander Hacke, il maniscalco travestito da bassista che tanto ha dato alla causa anche se, ad onor del vero, Josefine Lukschy, che l’ha sostituito, ha saputo essere all’altezza. Il qualcosa che è rimasto indietro invece è il caos, il caos sonoro più ossessivo, scomposto e lacerante. Ma non si sono “imborghesiti”, Bargeld e compagnia superstite, o non ancora almeno. Piuttosto, stanno ridefinendo i loro canoni sonori per evolvere da un anti-pop ostico e radicale a quell’alien-pop di cui sopra, che suona più morbido e forse anche raffinato ma in fondo è la stessa cosa senza i martelli pneumatici, le smerigliatrici, i fusti e fustini percossi alla rinfusa. Il percorso era avviato già da un po’ perché prima di “Rampen” era stato “Alles In Allem” a tratteggiare l’espressione più acuta e sincera di cosa sono oggi gli Einstürzende Neubauten e non è un caso, quindi, che questi stessi siano anche i due album più rappresentati nei titoli in scaletta dei loro ultimi concerti, compreso questo di Reggio Emilia. Poi, nella felpata sobrietà di un palco divenuto forse troppo spazioso anche per loro, sopravvivono Sabrina, Nagorny Karabach, How Did I Die e Stella Maris, come tracce residuali di un passato che scappa via velocemente ma che sa ancora brillare e commuovere. Andrea Amadasi
Ty Segall
02 Forum Kentish Town, Londra, 8 settembre 2026
Ritorno sui palchi londinesi del prolifico biondino californiano per il tour promozionale dell’appena pubblicato “Chrome”. Pur impartendo le direttive musicali, Ty rinuncia alla classica collocazione centrale riservata al frontman come per voler sottolineare l'unità del collaudato quintetto, la stratosferica Freedom Band che lo accompagna da ben due lustri. Partenza col botto con il trascinante garage rock dalle forte tinte lisergiche di Feel, tratta da “Manipulator”, col fragoroso assolo saturo di fuzz che ci accompagnerà per tutta la serata. L’ipnotico loop della tastiera dell’ingegnoso maestro Ben Boye introduce la vertiginosa Hospital, che a sua volta lascia il posto ad un quadrumvirato di classici, l’accattivante demenzialità di Candy Sam, l’acidità doom distorta di Fingers e le recenti Possession, che rilascia nell’etere elettrici coriandoli glam, e Black Paint, che suonerà pure come una “same old song” - come onestamente ammette l’ugola di Ty - ma è lo stesso fantastica! E ancora: i gemelli bipolari Running to Nowhere e Glass, tra frenesia heavy e melodia psych, la sporcizia grunge di Let Go, l’aggressività di Chrome che si inoltra in corrosivi territori acidi, e la luminosità seventies della già classica Plays Cowboys. My Best Friend è introdotta da una improv lisergica che accelera fino al parossismofacendo da apripista al graditissimo tuffo nel passato delle grintose Girlfriend e Imaginary Person, perfetto connubio tra caotica distorsione e orecchiabilità melodica. L’hard rock di She, l’hardcore melodico di Separation e il blues sludge di Wave Goodbye che, come da titolo, conclude il set con l’ennesimo riff mostruoso. Doppio bis con Oh Mary, che dall’intensa scarica di rumore di appena 90 secondi del formato disco si allunga a ben cinque minuti con glorioso botta e risposta tra le corde di Ty e quelle del fenomenale Emmett Kelly, e la squisita prelibatezza di My Lady’s on Fire, con inizio folk-pop acustico, scintillii di piano ed epico finale, un microcosmo di emozioni che ci ricorda come dietro i volumi esagerati del fuzz distorto si cela un eccellente compositore di squisite melodie pop. Ferruccio Guglia
Consorzio Suonatori Indipendenti
Parco Archeologico Egnazia, Fasano, 2 settembre 2026
Ci sono luoghi dove un evento rischia di essere sconfitto dallo scenario stesso in cui si svolge. Egnazia di Fasano, invece, ha saputo accogliere, ascoltare ed eternare i C.S.I a loro insaputa. Il 2 settembre, tra le pietre di una città che da secoli conosce l'arte di sopravvivere ad ogni sorta di occupazione, G7 compreso, sei (+1) musicisti dai trascorsi ingombranti sono tornati insieme dopo venticinque anni e hanno suonato di fronte ad oltre 4.000 spettatori che sapevano a memoria ogni parola, proprio come ad un concerto di un Baglioni qualsiasi. Ma se le reunion rischiano di avere spesso il sapore di una passeggiata archeologica, questa aveva piuttosto quello della riapertura di un tempio il cui culto si credeva dimenticato. Culto che si è scoperto essere alimentato da vecchi e nuovi adepti, a giudicare dalla sorprendente moltitudine di ventenni davanti alle transenne.
Dopo la viscerale ma concisa performance degli (ex) emergenti Lostatobrado, sorta di Vasco Brondi inzuppato di elettrorock alla Iosonouncane, e una breve attesa per l’imbottigliamento dei flussi in ingresso, iniziano a levarsi canti e preghiere che non appartengono solo al millennio scorso, ma continuano a vagare come particelle radioattive dentro questo acciaccato presente. “Noi non ci saremo”, “In viaggio”, “Occidente”, “Del mondo”: coordinate che non strutturano una scaletta, ma una sorta di spina dorsale. Il passato non viene chiamato sul banco degli imputati e nemmeno celebrato. Viene semplicemente rimesso in vena perché parte del DNA italico che ha tentato di dare forma e sostanza al disorientamento del post-ideologico. Quello che poteva sembrare il nostalgico ritorno di una band degli anni Novanta, sembra invece essere un redde rationem dei Novanta stessi, tornati per qualche ora a domandarci che fine avessimo fatto.
Egnazia amplifica tutto. Le rovine alle spalle, il buio intorno, la sensazione inevitabile, mentre ascolti “Inquieto”, che qualcuno, molti secoli prima, già sapeva che un giorno su quelle pietre la salopette del Giovanni nazionale non avrebbe salmodiato proclami evangelici né battezzato folle acclamanti se non con un calice di primitivo offerto affettuosamente alla musa Ginevra, discreta e indispensabile. “Cupe vampe” ha ancora le ceneri calde nei giorni in cui si celebra la memoria dell’innominabile macellaio dei Balcani, “Linea gotica” non ha bisogno di scenografie di ritorno: le pietre sono già LA scenografia, paesaggio dalla risonanza naturale. Sul palco, intanto, il tempo ha fatto il suo lavoro sui corpi ma non ha disarmato la musica. Lindo Ferretti non cerca di sembrare quello di ieri (“mi sono costruito moderno per poi riscoprirmi arcaico”, aveva confessato qualche anno fa a Donato Zoppo) e proprio per questo riesce, a tratti (cit. involontaria), a essere ancora più inquietante. Ginevra Di Marco è il contrappeso e l’apertura alare, una voce capace di portare ossigeno dentro una materia potente e claustrofobica. Zamboni e Canali rinnovano antiche complementarietà: si incrociano, si graffiano, costruiscono traiettorie. Se Magnelli sembra lavorare sulle crepe, il sigaro di Maroccolo tiene insieme il pavimento con un basso tellurico davanti al motore ritmico di un impeccabile Simone Filippi.
È forse questo il segreto del concerto: nessuno sembra voler ricostruire un museo. “Irata”, “Esco”, “Bolormaa”, “Blu”: dopo una lunga sezione “riflessiva” la potenza di “Forma e sostanza”, “Ongii” e “Unità di produzione” liberano una forte tensione meccanica, quella sensazione di trovarsi non davanti ad un jukebox, ma ad una macchina rimasta ferma per anni ma alla quale qualcuno aveva fatto segretamente manutenzione. Sono pezzi che resistono alla tentazione di essere solo inni da cantare tutti insieme, ma restano obliqui, attuali, ancora scomodi.
E poi arriva “E ti vengo a cercare”, il momento più vulnerabile (che non è sinonimo di debole) in un concerto costruito per buona parte su storia, politica, disincanto e memoria. Perché cercare qualcuno, dopo quanto è stato detto e cantato, assume un significato molto più grande della ricerca sentimentale. Chi non ne ha paura può leggerla come un gesto politico: ammettere che da soli non bastiamo, che abbiamo ancora bisogno di una voce, di un corpo, di qualcuno verso cui muoverci. “Montesole” è invece il punto nel qualediventa chiaro che non si tratta di una reunion qualsiasi. Montesole, da cui era partito il tour, non è soltanto una canzone e non è soltanto un luogo: è la memoria che torna a bussare alla porta e se l'Appennino ha lasciato il posto al mare e alle pietre messapiche, il cambio è di latitudine, ma resta il peso doloroso che si porta dietro. In “Matrilineare” Ginevra non poteva che spingere verso un'altra vetta, che poi si misura in profondità, finché “M'importa 'na sega” fa saltare nuovamente il banco spernacchiando quella fissità monumentale che il concerto avrebbe potuto assumere. Infine “Buon anno, ragazzi”, - lascia addosso ai convenuti una sensazione che sa poco di definitivo, perché non c’è “nessuna garanzia per nessuno”.
Il Consorzio Suonatori Indipendenti a Egnazia hanno dimostrato che il passato può ancora avere torto, ma può continuare a porre le domande giuste. E forse è per questo che, venticinque anni dopo l'ultimo concerto, “In viaggio” non sembra il nome di un tour. Sembra una minaccia che fucile in spalla cerca nuovi partigiani pronti a resistere sulle montagne. E sulle coste. Una buona minaccia, finalmente. Panfilo D’Ercole
Casino Royale, Subsonica
Iren Green Park/La Festa, Reggio Emilia, 4 settembre 2026
L’Iren Green Park è l’ultima fermata del Terre Rare 96-26, il tour con cui i Subsonica hanno attraversato l’estate italiana per celebrare i loro trent’anni di storia, ma prima di loro sono stati i Casino Royale a salire sul palco per un incontro generazionale tutt’altro che casuale fra due formazioni che hanno contribuito a smantellare il confine fra rock ed elettronica da club alternativo. Bassi profondi, ritmi sincopati e le voci rispettivamente di Aliosha e Samuel a tenere insieme trascorsi che han saputo essere gloriosi con un presente dignitoso lungo la stessa traiettoria, che non è più così “cool” come in passato ma neppure fuori tempo massimo. Non potevano che essere due concerti dalla fisicità collettiva molto elevata comunque, perchè mai come in questo caso “ricordare” fa rima con “ballare e cantare” a memoria le parole di Anno zero, CRX, Sempre più vicino per i milanesi, così come Liberi tutti, Aurora Sogna, Nuvole rapide e tutto il best of… che, dal canto loro, possono vantare i dirimpettai torinesi. Così che la spianata di cemento davanti al palco si trasforma in un enorme pista da ballo, con migliaia di braccia alzate al cielo e corpi dimenanti nella più totale ed istintiva armonia. Poi alla fine i Casino Royale tornano sul palco per condividere l’ultimo tratto della serata, prima dei ringraziamenti e dell’annuncio di Samuel, che l’avventura dei Subsonica continuerà a breve con un tour in acustico nei teatri, per vedere l’effetto che fa lasciare a casa gli amplificatori. Qui e ora invece, quando la macchina si spegne si fa strada la sensazione che gli uni quanto gli altri possano diventare i Pooh della generazione “X”, un giorno molto in là a venire; non sarebbe nemmeno così drammatico ma nel frattempo guai a voltarsi indietro, che è ancora tempo di aggiungere piuttosto che il contrario. Andrea Amadasi
Ronnie Wood
E-Werk, Colonia, 3 settembre 2026
La fila all’ingresso dell’E-Werk sta a significare che i fan dei Rolling Stones (età media 60-70 anni) non si sono lasciati scoraggiare da un prezzo di ingresso ingiustificatamente alto – 208 euro – per ritrovarsi vis-à-vis con il chitarrista che da oltre cinquant’anni è il partner in crime di Keith Richards nella più grande rock’n’roll band del pianeta. Alle otto in punto, Wood sale sul palco accompagnato dalla sua AMMO band – in cui spiccano i nomi di Wille Weeks al basso e Andy Newmark alla batteria - e attacca subito con “It’s Only Rock’n’Roll” per la gioia degli astanti. Neppure il tempo di rifiatare ed ecco “Am I Groovin’ You” dal suo debutto da solista “I’ve Got My Own Album To Do” del 1974. Il primo momento topico della serata arriva con “Flying” dei Faces: al posto della voce roca di Rod Stewart è quella soul mozzafiato di Chanel Haynes a far volare la canzone e non stupisce perché la cantante sia stata scelta dagli Stones come corista e come protagonista del musical su Tina Turner. Poi in sequenza arrivano “Hey Negrita”, il primo pezzo scritto da Ronnie per le Pietre Rotolanti e “Seven Days”, “una canzone che Bob Dylan ha scritto per me”. Si attende “I Can Feel The Fire”, ma non arriva. Il concerto scorre senza particolari picchi fino a quando entra in scena Imelda May, altra magnifica voce, e la band si lancia in un altro set di brani mica da poco: una “River Deep Mountain High” con la Haynes nuovamente protagonista, la “Country Honk” degli Stones con tanto di violino, una versione di “Chain Of Fools” di grana grossa. Sul vecchio classico di Willie Dixon, “Spoonful”, a svettare è la voce sexy e cristallina di Imelda May, poi con “Oo La La” dei Faces arriva il singalong di buona parte del pubblico. E Woody? Sorride, si muove da una parte all’altro dal palco, gigioneggia. Se la gode e appare chiaro a tutti che quello che conta per davvero, per questo indomito rocker di 79 anni, è stare sul palco a suonare con un gruppo di vecchi amici e di nuovi collaboratori. Lo fa da quando era un imberbe adolescente - Birds, Creation, Jeff Beck Group e Faces, prima ancora di entrare negli Stones – e non ha intenzione di mollare adesso. “Can’t You Hear Me Knocking” è un azzardo non del tutto riuscito: il groove c’è, a mancare è la chitarra fluida ed elegante di Mick Taylor che rese quel pezzo inarrivabile e quasi ci si aspetta che sbuchi fuori da un angolo del palco. Dopo la chiusura con il rock’n’roll di “Outlaws”, i bis sono tutti per i Faces e per il vecchio compare Rod Stewart: Woody imbraccia la resofonica e attacca con “Plynth” che poi si trasforma in “Gasoline Alley”, prima di una “Stay With Me” con il pubblico che da sotto al palco risponde al duetto di Imelda May e Chanel Haynes. Alla fine, il più felice di tutti è proprio lui: il vecchio Ronnie. Che si diverte come un ragazzino e si tiene in forma in attesa che gli Stones – salute di Richards permettendo – decidano finalmente di imbarcarsi nell’ennesimo affollatissimo tour. Roberto Calabrò
Wilco
Eventim Apollo, Londra, 20 agosto 2026
A distanza di un anno dalla trionfale serata alla Royal Albert Hall ecco il ritorno del sestetto di Jeff Tweedy per “An evening with Wilco” nell’elegante Art Deco dell’Eventim Apollo ad Hammersmith. La longevità della formazione, stabile da ben quattro lustri, evidenzia un affiatamento telepatico che traspare nell’intesa silenziosa percepibile ad ogni passaggio, con un Jeff dall’ottimo aspetto e di buon umore. Si inizia con Handshake Drugs e quando parte la melodica linea di basso son già brividi. Alla semplicità solo apparente del folk rock byrdsiano If I Ever Was a Child seguono i classici Via Chicago che ci accarezza dolcemente prima di scivolare in distorsione caotica con l’incontrollabile esplosiva visceralità percussiva di Glenn Kotche (va detto: minchia che batterista!) e I Am Trying to Break Your Heart con singalong dei cinquemila presenti in estasi sul feedback finale che introduce l’ariosa Kamera. Di seguito la spettrale chitarra slide riverberata dell’art pop di Evicted, la solare vitalità raggiante della perfezione pop di I’m Always in Love, Everyone Hides e del gioiellino beatlesiano Hummingbird, intervallate dalle lunghe jam dell’incredibile Bird Without a Tail e Impossible Germany, la prima che inizia folk rock per poi decollare sulle ali della sublime interazione del triumvirato di chitarre, la seconda con il fenomenale assolo del magistrale Nels Cline. Lo sto(r)ico John Stirratt (con Jeff sin dai tempi degli Uncle Tupelo) abbraccia la chitarra per cantare la ballata country It’s Just That Simple. Finale stratosferico con Jesus Etc, Heavy Metal Drummer e I’m the Man Who Loves You! Altro che Prozac! Bis con Ashes of the American Dream, la struggente melanconia di California Stars e due brevi numeri di puro rock’n’roll, I Got You e Outtasite. Due ore di assoluta magia per un gruppo in splendida forma che continua ancora a elettrizzarci dopo trent'anni grazie alla determinazione nell'andare sempre oltre i confini prestabiliti. Jeff, nella tua lungimiranza ci avevi azzeccato: se Wilco (will) love you... I’m the man who loves you! Ferruccio Guglia
“Ealing Blues Festival
Walpole Park, London, London, 31 luglio 2026
Da quattro decenni l’Ealing Blues Festival celebra il ruolo fondamentale svolto dal quartiere londinese per le sorti dell’R&B, basti pensare al leggendario Ealing Blues Club che preparò il terreno per l’avvento degli Stones, Who e Cream. Si parte con l’incedere lento e dilatato offerto da The Jonny Halifax Invocation che acquista corposità heavy psych mefistofelica con urticante sassofono free jazz, diavolerie synth e lap steel guitar satura di fuzz abbandonata solo per lasciare pezzi di polmone sull’armonica. Il quintetto londinese Vieira and the Silvers, tra Stones con sprazzi festosi alla Fleshtones e psych-blues stradaiolo alla Black Lips lascia il posto all’ exotic sci-fi surf punk & trashy rock-n-roll degli Oh! Gunquit probabilmente la più divertente rock'n'roll band in circolazione. Sulle note di Whiplash Tina, frusta in mano, scende in platea a fustigare le chiappe del pubblico e sulla cover del surf strumentale Crossfire suona la tromba facendo Hula-Hoops! La festa continua con Bob Log III, classica tutina circense da palla di cannone umana, casco collegato alla cornetta telefonica e chitarre Silvertones, per un “guitar party drum mess whoop whoop” in compagnia del fido tour manager Rubber Duck ovvero la paperella gonfiabile. Come da copione, ecco l’invito a gonfiare palloncini e farli scoppiare a tempo, il rito del pancarrè tostato perché “con l’odore del pane tostato nell’aria la canzone suona meglio!” etc. Ovviamente tutti si aspettano la classica I want your shit on my leg con tanto di donzella trotterellante sulla gamba di Bob e chissà forse pure la famigerata Boob Scotch ma mi dileguo per dirigermi sul palco principale per il finale del bluesman americano Robert Finley dalla voce forgiata nelle chiese rurali della natia Lousiana che passa dal baritono al falsetto con gran naturalezza. La figlia Christy esegue una bella cover di Take me to the River di Al Green per terminare con i dieci minuti del gospel I wanna thank you, ringraziamento che rivolgiamo agli organizzatori dell’evento. Ferruccio Guglia
"Go Down Fest"
Rock Planet, Pinarella di Cervia (RA), 31 luglio 2026
Fa un po' male al cuore vedere il Rock Planet lontano dall'essere pieno come avrebbe potuto e dovuto essere. Non possono essere una giustificazione i 18 euro del biglietto d'ingresso, che per i Last Killers, gli Ananda Mida, i Devils e i Not Moving insieme sono molto meno del minimo sindacale… In apertura di serata il gradito ritorno dei Last Killers è una celebrazione del garage punk più rumoroso e bislacco, figlio tanto dei Moving Sidewalks quanto dei 13th Floor Elevators e degli Undertones, con in più quella nemmeno tanto vaga somiglianza del chitarrista Teo Espanada con il giovin Brian Jones. Gli Ananda Mida hanno poi mantenuto alta la tensione però su tutt’altre coordinate stilistiche, quelle cioè di un heavy doom muscolare, fatto di riff ipnotici e improvvise deviazioni psichedeliche, con un sinuoso e parecchio teatrale contrappunto estetico portato dal nuovo cantante Conny Ochs, aggregato al gruppo di recente. E che dire dei Devils, croci blasfeme della giunta comunale di Serravalle Pistoiese e delizia invece di noi altri, volontariamente succubi della loro arroventata magnitudo sonora? L’immaginario sexploitation evocato da Erika Switchblade e Gianni Blacula è la “scena del crimine”, la miscela elettrizzante di punk, rock e blues la degna colonna sonora per un’oretta di pruriti e sudore oltre la media (nonostante la sala fosse egregiamente climatizzata). In chiusura i Not Moving per un’altra data del loro ultimo tour: facciano mea culpa gli eretici che pensano che la band viva di rendita, la sua energia e la sua voglia di stare ancora su un palco vengono fuori con un'autenticità disarmante. Perché anche se sei davanti a poche decine di persone non esistono scorciatoie, o ci credi davvero oppure si nota immediatamente. E loro, stavolta persino ancor più di sempre, ci hanno creduto fino in fondo. Andrea Amadasi
ESTATE ROMANA 2026
Un’ecumenica, e assolutamente non esaustiva, selezione
Veramente mosciarella questa estate romana; tra piccoli festival che ormai sono venuti meno (scusate il gioco di parole), come lo storico festival di “Villa Ada”, ed eventi da Stadio (o anche di più, come il caso Ultimo a Torvergata) che hanno premiato il nazionalpopolare a discapito dei nomi internazionali (ma ormai a Roma sappiamo bene che il “Firenze Rocks” e gli “i-Days” a Milano si mangiano tutto e fanno man bassa di ‘nomoni’ poiché Live Nation, l’agenzia di booking/produzione più grande al mondo, si organizza internamente questi festival) e cose carine che ci siamo persi - o per assenza di babysitteraggio adeguato (Fu Manchu, Devendra Banhart, FBYC + Crash of Rhinos, Circle Jerks, Mei Semones, Aldous Harding,.. per citarne solo alcuni) oppure per conflitti di data (il reverendo Manson per esempio, che abbiamo già visto in passato ma che ci siamo mangiati le mani per avergli preferito i Cardinals, dopo ci arriviamo…) - siamo riusciti comunque a presenziare a una manciata di eventi che, un po’ per caso e un po’ volutamente, hanno rinfrescato, si fa per dire, questa asfissiante estate da bollino viola. Contro ogni aspettativa personale, un po’ casualmente un po’ per allietare la serata alla figlia treenne, la nostra estate musicale inizia il 6 giugno con il concerto di Cremonini (in doppia data) al Circo Massimo. Il Cesarone nazionale dà tutto se stesso (e quando gli ricapita di fare una data da 60.000 persone e l’altra, diciamo non pienissima, da un trentamila?) e con l’inseparabile Ballo in versione Flea (come look, più che come tecnica, uguale sputato al bassista americano) si gioca il suo ormai lungo repertorio, tra lentoni al piano, shot di Grey Goose (la nostra preferita) e tutto il catalogo lunapoppiano, contornato da mille ballerini e videoproiezioni magniloquenti degne delle grandi produzioni americane da “Half Time”. Pubblico di mamme e figlie in visibilio; noi, impermeabili alle sue languide moine, apprezziamo l’apparato scenico.
Il 9 giugno siamo andati all’inaugurazione del Rock in Roma, all’ippodromo di Capannelle, a vedere Dexter Holland e i suoi Offspring accendere la miccia per il loro skate-punk ormai geriatrico. L’ugola, logorata dai tanti berci, è quella che è, e le dita di Noodles non sono sciolte come una volta, ma il mestiere dei due sopravvissuti alla formazione originale (coadiuvati nella serata da giovini virgulti) sopperisce ad una evidente “vogliadilavoràsaltameaddosso”. La serata è tutto sommato piacevole e abbiamo passato un’oretta e mezza a cantare a squarciagola brani di un “best of” dove, volente o nolente, conosci quasi tutto il repertorio. D’altronde i ragazzi, soprattutto nel periodo ‘94-’98, sapevano come scrivere canzoni pop-rock segnanti.
Il 17 giugno alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica, salotto buono per l’intellighenzia midcult della ricca Roma Nord (ambiente quindi decisamente fuori contesto per l’evento, ma vabbè) ci aspetta il gruppo più caldo del momento, vale a dire gli scatenati Kneecap da Belfast. Tra un coro “siamo tutti antifascisti”, un breve comizio improvvisato da un portuale di Genova e una Bella Ciao sparata a tutta sul finale, la sinistra internazionale dovrebbe ripartire proprio da qui: dall’energia catalizzata da un popolo palesemente orfano di rappresentanza che ha trovato nella musica pro-pal e antisistema del trio la propria bandiera (anche se, a dirla tutta, i ragazzi sono contrattualizzati da Live Nation, ma vabbè, dettagli al giorno d’oggi). La serata è un karaoke cantato da tutti: le basi musicali sono lanciate (un po’ col pilota automatico, diciamolo) senza troppi stravolgimenti da DJ Próvaí che con il suo inseparabile passamontagna dai colori d'Irlanda (anche a 37°) e insieme ai fidi MC Mo Chara e Móglaí Bap (loro invece inseparabili dai giacchetti autunnali, non sappiamo come fanno!) si muovono come palline tra palco e platea, fomentando il pubblico festante e voglioso di ballare in modo “impegnato”. Immancabile la presenza tra il pubblico di Diego “Zoro” Bianchi, che fa capire la portata ‘impegnata’ ma non estrema del combo.
Non ce ne vogliano gli altri, ma alla Cavea, il 28 giugno, più bravo di tutti rimane lui, il re delle chitarrine distorte col chorus: quel Mac DeMarco che richiama alle armi tutti gli hipster ormai un po’ cresciutelli (tra i quaranta e i cinquanta) degli anni dieci ma, a sorpresa, anche un nugolo di adolescenti e postadolescenti che dicono di averlo scoperto sui social (Freaking Out the Neighborhood e My Kind of Woman, sono diventati virali come colonne sonore di innumerevoli video su Tik Tok). Quindi due generazioni che cantano abbracciate insieme tutte le canzoni del menestrello baffuto e impacciato, accompagnato sul palco da una band compassata ma professionalissima, tutto sommato “vibrante”, per una scaletta che risplende soprattutto quando premia i vecchi cavalli di battaglia (le canzoni dell’ultimo “Guitar”, passate in rassegna non sono proprio il top neanche dal vivo, ammettiamolo).
Mestieranti veri sono invece i OneRepublic (“ma che davero?”, direte voi) che dal Colorado portano il 12 luglio al Rock in Roma il loro pop-rock ultrapatinato e buonista. Capitanata dal cantante Ryan Tedder, un medioman americano palestratissimo e tatuatissimo come esige la modernità, la band americana, in giro ormai dal lontano 2002, suona con rara pulizia una serie di canzoni che, incredibilmente, conosci senza volerlo e non sapevi fossero loro (soprattutto roba da spot pubblicitari o stacchetti dei servizi di DAZN). Patinati e tecnicamente impeccabili come nessuno mai, alla fine, vi dirò, si può fare, dai. La figlia per lo meno era felicissima!
Delusione cocente, il 15 luglio, al freddo e al gelo del chiuso di Largo Venue al Pigneto (con questo global warming imperante è veramente auspicabile assistere ai concerti al chiuso con l’aria condizionata) con i giovini irlandesi Cardinals (tra gli headliner qualche giorno prima del nostro amato Lars Rock Fest di Chiusi dove purtroppo non siamo riusciti ad andare come ogni anno, NDA), svogliati come non mai (va bene essere/fare gli slacker maudit ma anche meno insomma, per esempio: il virgulto fisarmonicista tutto il tempo a sedere con le gambe accavallate, come neanche un impiegato del catasto, non si può proprio vedere, prende malissimo), timbrano il cartellino e si trascinano stancamente in un live senza parole (dal cantante esce fuori solo un mero: “Last song”) e soprattutto con poche emozioni. Peccato veramente, il disco di debutto di quest’anno ci era piaciuto particolarmente per la sua energia, elemento totalmente assente nella serata.
Un po’ per ricordarci di quell’epoca che fu (per citare il sommo poeta Elio) - anche perchè quando ci ricapita di vedere Piero, Ghigo, Maroccolo e Aiazzi insieme sullo stesso palco - e un po’ (soprattutto) perché “17 Re” è un gran bel disco, il 16 luglio siamo tornati a Capannelle per celebrare i Litfiba e il loro LP che festeggia 40 anni. I ragazzoni si misurano con “17 Re” in modo quasi reverenziale ed evitano (quasi) di coverizzarlo alla maniera dei “Litfiba rockettoni anni ‘90” (ovvero con i chitarroni a tutta, gli “uah” di Pelù a profusione, e le batterie inguastite), ma questo era auspicabile visto il rientro di Maroccolo (che uscì prima di quel periodo), aggiornando sì il suono di un disco che oggi diremmo “tecnicamente datato”, ma in modo equilibrato (ottimo l’arrangiamento quasi idlesiano del refrain di Pierrot e la Luna). La gente è presa bene ed i bis dedicati ad altri successi anni ‘80, come “Tex” e "Cangaceiro", sono puri tuffi al cuore di noi vecchi fan. Pelù pontifica e comizia, sfiorando tocchi di puro cringe quando sfotte il generalissimo Vannacci, ma visto che è dalla parte giusta della Storia va bene così. Avercene altri. Alla fine: che la sinistra italiana, invece, riparta dai Litfiba.
Chiudiamo questa prima tranche di live estivi il 29 luglio dal Casilino Sky Park (gran bel posto che sta prendendo giustamente piede nella desolante periferia di Roma Est) per il ritorno degli Agnostic Front, in una serata organizzata dall’itinerante e multigenere “Invincible Festival”. I cresciutelli ragazzi di New York, cantori thrash-hardcore di un mondo antagonista che forse ormai non c’è più - emblematica la frase del tizio sconosciuto sulla cinquantina abbondante che mi passa la canna e al mio rifiuto mi guarda e mi dice: “Certo che ormai non fuma più nessuno!”- non mollano la presa e fanno letteralmente volare via tutto centrifugando riff e adrenalina a velocità supersoniche, donandosi del tutto al pubblico (un’audience omogenea nel look, t-shirt band metal/HC, cappellino e tatuaggi ma non nell’anagrafe, si andava dai venti ai sessanta) ma chiedendogli molto: pogo e canti a squarciagola. Reggiamo bene l’impatto e la scaletta, variegata (con piccola maggioranza di brani tratti dall’ultimo "Echoes in Eternity”, 2025), tocca il suo climax sul cavallo di battaglia Gotta Go. Tributo dovuto alla recente dipartita dell’amico Lou Koller dei colleghi e concittadini Sick of It All e finale festante con Blitzkrieg Bop, eletta a inno di tutti i diseredati punk che ancora (r)esistono. E stasera eravamo in diversi. Marco Giappichini
Graham Coxon
St John’s Church, Kingston 24 luglio 2026
Che piacere ritrovare Graham in ottima forma! Lo avevo lasciato al Jazz Café lo scorso 7 luglio per un evento di beneficenza a favore della croce rossa libanese, a fine serata visibilmente amareggiato e consapevole che la copiosa quantità di alcol ingerito pre-concerto gli aveva tirato un brutto scherzo. Dieci brani in scaletta ma solo cinque eseguiti a causa di problemini tecnici, sfuggevoli accordature e prolungate digressioni verbali (il tutto in realtà, ahimè, causato dalla sbronza) tra il caloroso incoraggiamento degli astanti, fomentati dall’assoluta devozione per Graham e l’amore della compagna Rose Elinor Dougall (attuale The Waeve, ex Pipettes), che lo aveva raggiunto sul palco accompagnandolo nei due brani conclusivi.
Adesso lo ritrovo sobrio nell'intimità della chiesa Anglicana di St. John a Kingston, sud ovest di Londra, accompagnato da due chitarre acustiche ed una pinta di succo di ananas… È la stessa anima umile e gentile, dal delizioso tono colloquiale farcito di buona dose di british humour: senza l’offuscamento dell’alcol la sua passione per le accordature aperte e le complesse tecniche degli antesignani Bert Jansch e Martin Carthy trovano perfetta espressione grazie a una notevole perizia tecnica. L’introspettiva malinconia dell’apripista R U Lonely?, vulnerabile e fragile con progressione di accordi dalle sfumature psych che rimanda al Drake di “Pink Moon”. Sollecitati dalla sacralità del luogo, altri fantasmi aleggiano nell’etere, quelli di Syd Barrett, John Fahey e Ray Davis reincarnati con sensibilità moderna e riconoscibilissima identità tutta coxoniana, che lo allontana dai meri scopiazzatori qualificando come erede naturale di cotanto lignaggio come dimostrato dal sublime tritticoThis Time Tomorrow, Old Piece of Life e Baby, You’re Out of Your Mind. Dal delizioso “Castle Park”, raccolta di dieci brani registrati nel 2011 durante le session di “A+E”, recentemente pubblicato, vengono proposte il numero mod alla Paul Weller di Billy Says, la trasognata primizia Easy, l’allegra Alright, con tanto di spensierato ponte fischiettato, e la malinconica All the Rage. Doppio bis con la rivisitazione del classico Oh Babe, It Ain’t No Lie, scritto dall’allora sedicenne Elizabeth Cotten, e il classico dei Blur You’re So Great, complimento che tutta la platea estende calorosamente a Graham augurandoci che i demoni dell’alcol possano essere esorcizzati dalle sublimi armonie e dalla classe sopraffina di questo geniale musicista. Ferruccio Guglia
Suzanne Vega
Napoli, Maschio Angioino 21 luglio 2026
“Remember me” sono le ultime parole cantate da Suzanne Vega che poi saluta il caloroso ma limitato pubblico del Cortile del Maschio Angioino (non si comprende perché il Comune organizzi eventi gratuiti a numero chiuso così basso, lasciando parte del pubblico fuori pur essendoci spazio a disposizione…) togliendosi il coreografico cappello a tuba con il quale aveva pure iniziato. E – in effetti – non è difficile ricordarsi di questa garbata e decisa cantautrice newyorkese, accompagnata da Gerry Leonard, chitarrista di David Bowie, e dalla violoncellista Stephanie Winters. I riferimenti ai musicisti che la songwriter ha citato danno le coordinate del suo universo poetico: Elvis Costello, Bob Dylan (con un simpatico racconto del loro incontro) e Lou Reed, quest’ultimo richiamato con una poetica cover di “Walk on the wild side”. Proprio la versione di quest’ultima canzone può dare l’idea di uno sguardo e di una voce che non ha paura di affrontare temi scottanti e dolorosi, liberandoli però da ogni possibile vena doloristica o lamentosa. Piuttosto, uno stupore che non è arretramento ma sguardo sbieco, con un candore e una limpidezza che sono solo suoi. Non è un caso che abbia ricordato come una delle sue canzoni – quasi canzoncina easy – più leggere porti a riflettere, invece, sul primo emendamento della costituzione americana, tema oggi quanto mai scottante. Decisione e delicatezza caratterizzano non solo il songwriting e il canto ma lo stesso modo di accompagnarsi con la chitarra acustica, il suo modo di stare sul palco, di danzare e parlare, sempre con molto garbo. Non ha dato per nulla l’idea di essere una cantante del passato; anzi, con il suo passato abita il presente, e ci invita a farlo. L’indignazione si trasforma, in lei, non in rabbia ma in poesia, in un racconto che sembra piano e quotidiano, ma che, proprio in questa ferialità apparentemente banale, invita a guardare le cose in faccia, sì ma in modo trasversale, dicendo qualcosa per indicare – per chi voglia ascoltare – qualcosa si più profondo, inquietante e vivo. Molto bella la versione della recente “Flying with angels”, ancora più incisiva e lirica nell’amalgama con la seconda chitarra e il violoncello. Girolamo Dal Maso
Umbria Jazz 2026
Perugia, vari luoghi, 3-12 luglio 2026
La cinquantatreesima edizione di Umbria Jazz si chiude con un bilancio estremamente lusinghiero sia di pubblico che di incassi, confermando il festival come una ben oliata ed efficientissima macchina culturale ed economica. Smaltita la marea di turisti che si sono riversati in città, l'acropoli è tornata al suo silenzio, lasciando istituzioni, politici e organizzatori a festeggiare numeri da record. Una sola nota negativa: l’impennata dei prezzi dei biglietti che ha scontentato i cosiddetti “puristi”, soprattutto quelli che hanno scelto di passare più giornate a Perugia, a cui importa poco dell'ampia offerta di concerti gratuiti nelle piazze, pensata più per i giovani e il pubblico generalista.
Ci è impossibile parlare in modo dettagliato di ogni singolo concerto dei numerosissimi presentati (in tre luoghi principali: l’Arena Santa Giuliana, il Teatro Morlacchi e la Sala Podiani), così ci concentriamo sulle proposte strettamente jazzistiche, pur sempre molte, dicendo solo che i vari Sting, Zucchero, il gruppo Beat che ha suonato i King Crimson, Elvis Costello, Gilberto Gil, Hamilton De Hollanda e il bluesman Christone “Kingfish” Ingram hanno onorato, ognuno con le proprie caratteristiche, la loro fama (nota dolente per Jon Batiste, in eccessiva rocambolesca esuberanza). Il Festival è anche stato ufficialmente dedicato ai centenari delle nascite di Miles Davis, John Coltrane e (inusualmente, sia perché siamo in un contesto jazzistico, sia perché in Italia se lo sono dimenticati un po’ tutti) di Dario Fo. Quest’ultimo è stato ricordato al meglio al Teatro del Pavone in un incontro che ha mediato il rigore jazzistico/improvvisativo del pianista Enrico Intra, che fu grande amico dell’attore, e la narrazione teatrale ironica, irriverente e intima del figlio Jacopo. Miles Davis è stato invece ricordato da Paolo Fresu con il riuscito spettacolo “Kind Of Miles”, dove il trombettista sardo diventa anche voce recitante di un accattivante testo che racconta di Miles e del legame che ha avuto con la sua musica, accompagnato da due gruppi eccellenti, uno acustico, l’altro elettrico. Coltrane invece è stato commemorato da Ethan Iverson, pianista ex Bad Plus, che ha diviso la sua esibizione agile e puntigliosa fra celebri brani moderni del sassofonista di Hamlet e altri in stile stride del pianista James P. Johnson. Coltrane è stato omaggiato anche dal The House Quintet guidato dai bravissimi sassofonisti hard bop Piero Odorici e Daniele Scannapieco, resident group che ha fatto da chioccia ai numerosi giovani partecipanti alle jam session notturne. Entrambi, Miles e Trane, sono stati poi omaggiati anche dal trombettista Terence Blanchard e dal tenor sassofonista Ravi Coltrane, il figlio, con una musica non adeguatamente delineata, se non per un paio di brani di repertorio e le elettroniche sovrapposte in modo ridondante con i suoni elettrici per ricordare, appunto, il Miles elettrico. Tutti, dal punto di vista tecnico ed espressivo, superlativi, ma il sax di Ravi, ortodossamente elaborato, non ha quagliato del tutto con la tromba di Terence, fissata ormai senza scampo sull’uso alla lunga stancante di multiphonics e dell’harmonizer, che conferiscono allo strumento una piatta sonorità aliena, da organo.
Partiamo basandoci su una nostra personalissima classifica di merito. Se fossimo a un concorso, daremmo la Palma d'Oro a Fred Hersch, non solo per il suo pianismo che si conferma un trattato d’estetica jazzistica contemporanea, ma anche per l’apporto dato dai suoi due magnifici compagni, il contrabbassista Drew Grass, sodale da tempo immemore, e il batterista Peter Erskine che si sono adeguati vicendevolmente ad ogni sollecitazione cromatica del pianista, ad ogni cambiamento d’intensità, ad ogni fluttuazione agogica, tutti e tre dialogando alla pari tra le dinamiche più sussurrate e i momenti di improvvisa spinta vigorosa. Hersch esplora le risonanze interne del pianoforte con un rigore contrappuntistico di chiara matrice colta ed europea (il debito verso Bach è sempre evidente), senza mai perdere l'anima del blues, andando “oltre” Bill Evans, per ricongiungersi, all’indietro, con John Lewis. Una performance impeccabile percorsa da una fortissima, calda e autentica tensione emotiva.
Dopo Hersh, secondi a pari merito metteremmo tre giganti del jazz contemporaneo: Charles Lloyd, Bill Frisell e Steve Coleman, che pur non avendo proposto eclatanti novità rispetto alle loro produzioni passate, hanno suonato in modo mirabile.
Il tenor sassofonista e flautista Charles Lloyd, che s’è presentato con Gerald Clayton al pianoforte, Harish Raghavan al contrabbasso e Kweku Sumbry alla batteria, vecchio ma sempre più in forma, governa la dinamica del gruppo con un soffio caldo, aspro e spirituale nel profondo, mostrando il suo fraseggio personalissimo, contorto e lineare insieme.
Bill Frisell, con Greg Tardy al sax tenore e clarinetto, Thomas Morgan al contrabbasso e Rudy Royston alla batteria, ha mantenuto il suo approccio placido, rilassato e al contempo mordace e incisivo, evitando le progressioni accordali convenzionali ma procedendo per cellule motiviche e micro-intervalli, con uso calibrato del delay. Durante le sue improvvisazioni, la chitarra lavora su inversioni simmetriche in cui gli accordi salgono e scendono a specchio, generando un moto contrario continuo rispetto alle linee di basso di Morgan, così creando uno straniante effetto di sospensione tonale. In questo impianto cameristico, l'inserimento del sax tenore e del clarinetto di Tardy ha aggiunto un contrappunto timbrico in perfetta sintonia, inserendosi con maestria negli spazi lasciati vuoti dai c
TUTTLE Edizioni - P.iva 01637420512 - iscrizione rea n. 127533 del 14 Gennaio 2000








