LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Paolo Benvegnù e la sua band, foto di Andrea Laurenzi]

Paolo Benvegnù
“Men/Go Festival XX edizione”, Arezzo, Fortezza Medicea, 14 luglio 2024
Nella splendida cornice della Fortezza Medicea di Arezzo, alle prime ore di una calda mattina di luglio una band accoglie il nuovo giorno. Non è una band qualunque: si tratta del Paolo Benvegnù col suo collettivo composto da amici e complici come Luca “Roccia” Baldini (basso), Daniele e Gabriele Berioli (batteria e chitarra), Saverio Zacchei (elettronica e fiati) e Tazio Aprile (tastiere). Ogni cosa, a quest’ora, è differente, i suoni, i colori, i volti delle persone, le nostre trombe di Eustachio che faticano a sintonizzarsi. Ma la bellezza è proprio qui: nell’imperfezione delle sensazioni, nella crudeltà delle parole dette al mattino e soprattutto nella forza delle idee (musicali e poetiche) che Paolo e la sua band sono in grado di trasmettere. Raccontare questo piccolo miracoloso concerto all’alba che chiude l’edizione del ventennale del Men/Go Festival di Arezzo è più difficile del solito per vari motivi, in primis per l’amicizia che mi lega a Paolo e parte della band – su tutti Luca “Roccia” Baldini straordinario polistrumentista e genio della produzione. Negli anni questo progetto è germogliato e cresciuto, ha resistito alle intemperie e oggi emana una luce limpida e calda, proprio come quella che accolto la band questa mattina. Diciassette canzoni che in qualche maniera celebrano la prima uscita pubblica di Paolo dopo la vittoria come miglior album al Premio Tenco 2024 con “È inutile parlar d’amore”, un evento a dir poco epocale per la carriera di qualunque artista. Nel suo caso poi questo risultato certifica finalmente quello che si sa da tempo, cioè che Paolo e la sua band sono tra le poche realtà musicali (cantautorali?) italiane a saper dare emozioni vivide con tanto rara potenza emotiva e qualità compositiva.
L’alba riesce dove la notte ha fallito. Canzoni come Il mare verticale, L’origine del mondo, Our Love Song, L’oceano, Io e il mio amore, Alla disobbedienza o 27-12, solo per citarne alcune, assumono una luce – letteralmente – nuova, fresca, consapevole, positiva. Credo che Paolo abbia una delle voci più belle della musica italiana e che le sue canzoni siano veramente un raggio di sole in una mattina d’estate. Come quelle albe vissute da ragazzo ai campeggi scout, quando ti capitava di svegliarti prima degli altri e un raggio attraversava le foglie e i rami degli alberi e tu pensavi e riflettevi, magari toccando anche temi seri e profondi, consapevole però che davanti a te avevi una giornata piena di sole. La speranza passa anche attraverso la complessità di una canzone e di un raggio capace di indicare la strada. Andrea Laurenzi


Ride
Bar Italia
Soliera (MO), “Arti Vive Festival”, 4 e 7 luglio 2024
Il festival che li ospita nel piccolo paese della “bassa” modenese è ancora uno di quelli che usano prendersi cura del proprio pubblico, per cui niente palchi costipati di musicisti a qualsiasi ora del giorno, prezzi sostenibilissimi quando non proprio azzerati e non ultimo un corollario di iniziative collaterali che arricchiscono il programma per una fruizione libera da compromessi, cioè che dipendono solo dalla voglia di esserci. Per la data di apertura i Ride, che rappresentano uno di quegli eventi che si ripetono a ogni edizione da quasi vent’anni e arrivano quasi di soppiatto, lontanissimi dai clamori mediatici e del “chi più ne ha più ne metta”: il pubblico c’è, risponde “presente” e si lascia trasportare volentieri nella bolla chitarristica di Mark Gardener e soci attraverso i decenni, le mode, i revival. Al centro del mondo i Ride non sono mai stati, peraltro, nemmeno nel momento di massimo splendore che la musica inglese ha attraversato tra la seconda metà degli anni Ottanta e la prima del decennio successivo; però hanno scritto canzoni importanti e la più importante di tutte, Leave Them All Behind, se la sono giocata come seconda subito dopo Monaco, il pezzo più neworderiano di “Interplay”, il disco nuovo pubblicato solo pochi mesi fa. Una canzone del calibro di Leave Them All Behind avrebbero potuto tenerla in caldo per un’ora lasciando maturare lentamente il momento opportuno per poi sferrare il colpo del KO per un godimento finale che avrebbe determinato l’esito e il giudizio di un intero concerto. Librata così, all’inizio, senza troppi pensieri né pressioni, ha acquisito invece un valore emblematico ancor più luccicante, senza però consegnare nessuno alle strette maglie della nostalgia. Anche perché poi con Last Frontier e I Came To See The Wreck in sequenza – con Mark Gardener al basso come Steve Queralt e il solo Andy Bell alla chitarra – ci hanno riportato subito al presente, seppur con quello spiffero di casa Factory che nell’ultimo disco è più marcato che mai e suona quasi come una scelta di campo redentiva, mentre tutto e tutti vanno altrove alla velocità della luce. Poi il concerto si è assestato su livelli assai più che dignitosi in un andirivieni tra pezzi recenti e più o meno datati, con qualche evergreen dell’epoca d’oro shoegaze riportato alla luce (Chrome Waves, Dreams Burn Down, OX4) e con quelle cavalcate chitarristiche che hanno l’effetto di far risaltare anche il materiale più moderno (Future Love, Lannoy Point, Peace Sign…). Materiale che di classici oggettivi oggi non ne conta e, per come veloci vanno le cose, nemmeno in futuro; ma tant’è, questa unica data italiana dei Ride prima della partenza per l’estremo oriente (Cina, Giappone, Thailandia…) ci restituisce più di altre volte l’epifania cristallizzata di un periodo lontano nel tempo, nondimeno soddisfacente e molto emozionante.
Viceversa, solo tre giorni dopo da quello stesso palco i Bar Italia (nome tremendo, va detto e rimarcato) ci sbattono in faccia la versione contemporanea, decisamente esuberante e a tratti irriverente, di quello stesso periodo e altri ancor più lontani, anticipati da un redivivo Jonathan Clancy che riempie l’attesa dell’evento principale riproponendo la miscela di folk e avanguardia di cui sono pregne le canzoni del suo album “Sprecato”. Molto interessante e avventuroso il suo ritorno, in combutta con Laura Agnusdei al sax, J.H. Guraj alla chitarra e Andrea de Franco al synth & loops, in linea con l’elevato livello qualitativo delle ultime produzioni di casa Maple Death Records. Nina Cristante, Samuel Fenton e Jezmi Fehmi, i tre Bar Italia, salgono poco dopo le 22.30 insieme alla bassista Emilie Palmelund e al batterista Liam Toon e con tanta seducente bellezza (delle Cristante e Palmelund), ma eludendo qualsiasi preambolo, danno fuoco alle polveri con Calm Down With Me, la prima di una raffica di canzoni sparate a ritmo decisamente serrato. Al netto dei mille riferimenti riconoscibilissimi “ad occhio nudo” (si fa prima a dire chi non c’è…), la resa dal vivo dei tre (più la sezione ritmica a supporto) è indiscutibilmente più selvatica e avvincente che su disco, dove prevale piuttosto una compassata regolarità esecutiva che privilegia la melodia ma stimola fino a un certo punto: l’interazione col pubblico rimane al palo mentre la scaletta procede a zig zag tra gli ultimi due album, “Tracy Denim” e “The Twits”, con un’urgenza fin troppo calcolata. Poco sorprendente insomma, perché scardinare qualche cliché (come non tornare sul palco per il bis dopo appena un’ora di concerto) crea dibattito e quindi interesse nonché popolarità. Che di questi tempi vale più di una manciata di buone canzoni, che pure non mancherebbero nel repertorio dei Bar Italia. Andrea Amadasi


Air
Ferrara, “Ferrara Summer Vibez”, 22 giugno 2024
Al netto delle migliaia di persone adoranti anche dopo aver affrontato l’ora abbondante del set di Mace in apertura (il producer milanese si è profuso in un mischione di techno tendenzialmente encefalopiattista, con campionamenti presi da chiunque, dai Prodigy all’italo indie pop degli ultimi anni), la sensazione che gli Air siano un’entità indefinita e imprigionata in un cliché è ancora forte e stupefacente allo stesso tempo. C’è chi sostiene che il poter essere i Kraftwerk del nuovo millennio li abbia in qualche modo tarpati, ma solo l’esecuzione di Electronic Performers, nel finale, ha (lontanamente) evocato le rigide atmosfere digitali dei teutonici, mentre l’eterea vocazione da chansonniers retromaniaci aveva sedotto pienamente solo col primo disco e, in assenza di update realmente significativi, iniziato a segnare stancamente il passo già dai tempi di “10.000 Hz Legend”. Per cui oggi siamo ancora qui, a lasciarci abbagliare dall’unico anniversario la cui celebrazione è iniziata con il venticinquennale e finirà forse solo con il trentennale, perché procrastinata in avanti come una sorta di “Truman Show” le cui repliche devono avere un indice di redditività probabilmente più lusinghiero di qualsiasi altra volontà terrena. Quindi “Moon Safari” è stato eseguito nella prima parte del concerto, con uso e abuso di vocoder e giusto una versione quasi dub di All I Need che non sarebbe dispiaciuta ad Andrew Weatherall, ma la variabile più sgargiante che Jean-Benoît Dunckel e Nicolas Godin hanno ideato per questo lunghissimo tour attraverso i continenti è il “monolocale” a forma di parallelepipedo dentro al quale hanno suonato. La cui architettura space age veniva spesso “alterata” attraverso un uso tecnicamente impeccabile dei pattern luminosi oppure, quando invece venivano proiettati visual sullo sfondo, il più delle volte risultava come una sorta di portale per una dimensione più tipicamente space invaders. Una volta esaurita quella pratica sancita da un’uscita di scena tutto sommato futile, l’excursus successivo nel repertorio del duo ha continuato a non riservare sorprese particolari, dacché le Cherry Blossom Girl, le Venus o le Don’t Be Light sono inamovibili dalle loro scalette e le restanti cambiano molto sporadicamente. Insomma, alla fine quella strana sensazione di aver assistito ad un concerto formalmente ineccepibile ma al tempo stesso asettico, algido e alienante riporta a galla l’annosa questione del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, che una volta di più quando si parla degli AIR rimane senza soluzione. Andrea Amadasi


“Medimex”
Taranto, 22 e 23 giugno 20024
Fra i tanti festival in programma nel panorama nazionale, il Medimex - International Festival & Music Conference, promosso da Puglia Sounds, merita sicuramente una menzione d'onore. Considerarlo semplicemente un festival sarebbe riduttivo, visto che è una una kermesse sulla cultura musicale che per una settimana trasforma Taranto (e in passato anche altre città pugliesi) in una capitale della musica. Il programma è talmente vasto che è arduo seguirlo tutto tra concerti, show case, dj set, proiezioni esclusive, dibattiti, workshop, mostre – tra queste molto riuscita quella che racconta gli anni newyorkesi di John Lennon e Yoko Ono attraverso l’obiettivo di Bob Gruen, presente di persona in uno dei tanti incontri. Al Medimex la musica non è considerata semplice intrattenimento ma è cultura e lavoro. Ed è forse questo il cuore dell’evento. Sono tante, infatti, le iniziative rivolte ai giovani che hanno intenzione di intraprendere la carriera musicale. È bello vedere una città invasa culturalmente da amanti della musica, come accade a Venezia per l'arte contemporanea o a Reggio Emilia per la fotografia. E, cosa non da poco, è importante che in questo momento storico questo accada proprio al Sud.
Come al solito il piatto forte del Medimex sono i concerti del main stage della rotonda Lungomare. Quest'anno nelle due serate principali la proposta aveva un IGT ben precisa: il Regno Unito e quel british sound che a cavallo dei 2000 ha segnato le sonorità del rock internazionale. Sul palco gli Smile, i Jesus and Mary Chain e i Pulp.
La prima serata è dedicata agli Smile di Thom Yorke, Jonny Greenwood e Tom Skinner accompagnati dal sassofonista Robert Stillman che, oltre al sax, crea atmosfere con i synth. La band sale sul palco in una delle giornate più calde dell'anno. Siamo oltre i 40 gradi, cosa che fa subito esclamare “Fucking Caldo diventiamo pazza!” ad uno Yorke in gran forma. Si parte con la delicata Wall of Eyes, che trasporta subito Taranto in un territorio sognante con un palco immerso in un rosso totale. La scenografia, per quanto semplice (comuni tubi che cambiano colore in base alla canzone), è efficace. Si ha l’impressione di entrare in una navicella spaziale. Non so perché ma Yorke, per assonanza sinestetica, mi fa pensare ad un alieno impegnato in un viaggio interstellare. Ricordo quando lo vidi nel 2000 a Firenze coi Radiohead in occasione del tour di “Kid A”. Suonarono Amnesiac, che ascoltavamo per la prima volta: chiusi gli occhi e mi sentii fluttuare in un’orbita esterna al nostro pianeta. Quando li riaprii Yorke mi sembrava un extraterrestre sovrastato dalla sua stessa astronave, intimorito da ciò che lo circondava. Anche a Taranto, ascoltando Pana-vision, ho avuto la sensazione di fluttuare. Ad occhi chiusi mi sono ritrovato ancora in orbite amnesiache ma questa volta, quando li ho riaperti, era Yorke a sovrastare l'astronave e dominare ciò che lo circondava. Forse è questo il passaggio che contraddistingue gli Smile dai Radiohead: un rapporto con il contesto più leggero, una dimensione in cui il suono semplicemente accade e tutto diventa più fluido. Sul palco ognuno ha una sua precisa impostazione. Yorke guida con decisione l'intero processo verso territori emozionali che in alcuni punti accarezzano il jazz per poi virare verso punte psichedeliche, Greenwood si prende cura degli strumenti (spesso abbraccia il basso o sembra accarezzare le tastiere), Skinner è fermo e deciso, mentre Stillman aggiunge un tocco di raffinatezza ricalcando delle linee con il suo sax o creando mondi con i synth. Il momento più interessante è stato su Don't get me started, crescendo di synth bass analogici corteggiati da una voce dilatata da lunghi delay per arrivare a un incedere di percussioni quasi dance. Il concerto degli Smile si chiude lasciando la gente sorridente, e non è un gioco di parole: il set ha diffuso serenità in una notte perfetta.
Il giorno seguente tocca ai Pulp di Jarvis Cocker, anticipati dal set altamente adrenalinico ed energico dei Jesus and Mary Chain e da una grande sorpresa: su Just Like Honey, tra le luci porpora che bagnano il palco, all'improvviso appare Cocker per un duetto che ha entusiasmato chi stava trepidando per l'unica data italiana dei Pulp (c'è da dire però che Cocker era presente anche il giorno prima per assistere attentamente a tutto il concerto degli Smile).
Se il concerto degli Smile è stato un viaggio meditativo, quello dei Pulp trasforma la piazza in una grande festa e lo si capisce subito con Disco 2000, uno dei primi pezzi. Nonostante il caldo Cocker non rinuncia all'eleganza indossando un completo, giacca compresa, e non si limita a cantare ma si muove in continuazione dimenandosi (uno dei commenti più gettonati a fine serata era proprio “ma come ha fatto a cantare senza togliersi mai la giacca?”). Su This Is Hardcore salta a ogni strofa infiammando il pubblico (“here comes the hardcore life”). È un grande performer, carismatico e molto più vivace di quanto immaginassi: si finisce nel delirio di Common People e nella chicca Bar Italia, con la certezza che il Medimex riesce a stupire sempre di più a ogni edizione. Massimo Lovisco

La Prima Estate Festival
Jane’s Addiction – Dinosaur Jr – Sleaford Mods – Motta
Lido di Camaiore (LU), 14 giugno 2024
Figurava come un pesce fuor d’acqua, il Motta nostrano, sul gigantesco palco dei Jane’s Addiction e Dinosaur Jr nella prima giornata de La Prima Estate festival. I ventenni degli anni ’90, cresciuti a pane e rock alternativo (perlopiù americano), che si sono ritrovati al parco BussolaDomani del Lido di Camaiore per regalarsi un surplus di vibrazioni, se lo sono ritrovato invece per nulla spaesato con quella maglietta con la scritta T-REX in evidenza e la new entry in formazione, Roberta Sammarelli dei Verdena, per dire che… “comunque vada, sono dei vostri…”. Alla fine non ha demeritato nemmeno un po’ e s’è giocato l’occasione onestamente, lasciando appena trapelare l’emozione di esibirsi praticamente in casa (è di Pisa), davanti al pubblico ancora in via di formazione delle 18.30 ma che già aveva nelle corde qualcosa più de La nostra ultima canzone. La somiglianza con Vasco Brondi è invece un aspetto che emerge maggiormente lasciando qualche perplessità, con le attenuanti che A) troppo poco il tempo a sua disposizione per esprimersi nella maniera più congeniale, e B) l’ingresso della Sammarelli al basso può significare che la fase è interlocutoria e quindi lascia il tempo che trova, ma la sostanza indietalica del personaggio risplende genuina e fragorosa verso un orizzonte avviato al tramonto che annuncia una serata quantomeno incandescente.
Sotto quello stesso tramonto gli Sleaford Mods si ritrovano a tu per tu con Perry Farrell e Dave Navarro, dopo la collaborazione per So Trendy nell’ultimo “UK Grim” di un anno e mezzo fa. Anche per loro lo spazio/tempo è ridotto ai canonici tre quarti d’ora, e possibilmente senza fronzoli. La sensazione, così come l’anno scorso al TOdays, è che le “ristrettezze” imposte dalla macchina festivaliera renda loro più semplice lo svolgimento del compitino, perché questo fanno ormai da tempo. Il fatto di aver messo lì un po’ a sorpresa una West End Girls (Pet Shop Boys) tutto sommato simpatica, come unica novità di rilievo in mezzo alle solite smorfie di Jason Williamson e al solito dimenarsi intermittente e senza troppa convinzione da parte di Andrew Fearn, tra una Jolly Fucker, una Jobseeker e una Tweet Tweet Tweet riproposte “punto e a capo” come sempre, non li solleva dalla responsabilità di doversi inventare qualcosa di diverso e più stimolante per il futuro, perché altrimenti il giochino può anche finire qui.
I Dinosaur Jr. invece fanno a fettine il concetto ludico vacanziero del festival con le svisate di feedback di cui è capace J Mascis, come sempre impassibile davanti a tutto e tutti e soprattutto davanti al suo reparto di Marshall testata e cassa schierati a paravento alle sue spalle, che ribalterebbero un cavallo mentre la sua chitarra stride e ulula friggendo l’udito dei più temerari vicino al palco. Loro sì che non si sono posti il problema di dilatare il set oltre i tempi consentiti ma, prima di essere tirati giù con ancora qualche canzone da suonare, hanno fatto in tempo a chiudere con Freak Scene e Just Like Heaven, alimentando quella vaga sensazione di Lollapalooza anni ’90 che più di qualcuno portava con sé come auspicio.
Alle 22.30 arriva finalmente il momento dei Jane’s Addiction e tutto il pregresso delle ore precedenti è azzerato: il 65enne Perry Farrell arriva per ultimo sfoggiando una maschera indefinibile e pur tuttavia molto elegante – borderline lo è sempre stato ma elegante solo dopo la maturità – mentre Navarro, il più atteso di tutti, si presenta truccato in volto come Brandon Lee in “The Crow”. La sua presenza in questo tour è stata in dubbio fino all’ultimo per mai chiariti problemi di salute, per cui il suo ingresso è stato accolto con sollievo dal pubblico che se l’è adorato e coccolato come del resto ha fatto anche Perry Farrell, nei suoi lunghi intermezzi di chiacchiera “a vanvera” durante il concerto, lodando inoltre la luna, le stelle, l’estate e le good vibrations… La cosa davvero sorprendente però è che i Jane’s Addiction sono in splendida forma come band, al netto della loro età che impone una minore fisicità rispetto a quando ribaltavano lo stage a furia di capriole. Vero che per sostenere i vocalizzi più spinti e penetranti Farrell si affida all’aiutino tecnologico ma va bene anche così, l’importante è che Eric Avery e Stephen Perkins sostengono senza artifici un baraccone ritmico impressionante, anzi letteralmente mostruoso, col Navarro che da par suo ricama fedelmente le sue volontà compiacendo e compiacendosi dell’essere un gran chitarrista. Lampi di potenza esplosiva hanno abbagliato il festival nei momenti più pirotecnici (Ain't No Right, Pigs And Zen, i super classici Stop e Been Caught Stealing), pathos e brividi lungo la schiena invece l’hanno imbrigliato nei momenti in cui l’emozione è salita alle stelle (Jane Says, Three Days, Mountain Song…). E il ricordo dei loro concerti lontanissimi nel tempo evapora definitivamente di fronte a questo spettacolo di perfezione che ha tenuto il pubblico in costante sospensione, nel dubbio che possano essere questi i Jane’s Addiction migliori di sempre o che per un’ora e mezza si è avuto l’inestimabile privilegio di rivivere pienamente i nostri vent’anni. Andrea Amadasi


Eric Clapton
Lucca Summer Festival 2024, Antiche mura di Lucca, 2 giugno 2024
Come raccontare il concerto di Eric Clapton a Lucca non risultando scontato? Lui, oggettivamente, è una leggenda, ha raggiunto i 79 anni e suona ancora come un giovane dio greco, il suo repertorio è sconfinato e può eseguire qualunque brano senza risultare banale o superficiale… Quindi? Quindi la cosa migliore credo sia quella di raccontarvi l’emozione di vivere questo concerto in simbiosi con mio figlio. Un giovane uomo di 24 anni, fan sfegatato di Eric, che ha scelto di regalarsi (mi) una Festa della Repubblica con il babbo, immerso in un’atmosfera totalmente boomer.
Tra i 20 mila del parco delle Mura di Lucca, infatti, tra teste bagnate, piccoli ombrelli e altri stratagemmi per ripararsi dalla pioggia insistente (che si è placata solo poco prima dell’inizio del concerto), ben più del 60% aveva i capelli bianchi, pancette rilassate e t-shirt di chiara provenienza seventies. Eric Clapton ha fatto il suo ingresso sul palco alle 20:58, due minuti prima dell’inizio ufficiale. In quel momento io e mio figlio ci siamo guardati in una piccola estasi chimico/musicale. Ho capito subito che quello sarebbe diventato uno dei miei momenti speciali, quelli che segnano la tua vita. Troppe coincidenze, troppi intoppi e troppa bellezza perché questi segni si perdano nella memoria. Un viaggio di due ore in auto a parlare di musica con tuo figlio, un’attesa lunga e bagnata nella quale io ho praticamente sbagliato ogni previsione (non ho preso il giubbotto giusto, non ho portato con me l’ombrello anche se lo avevo dichiarato prima, ho sbagliato anche le scarpe nella convinzione che non poteva piovere) e poi lui, il Dio della chitarra, che apre il concerto con un brano prezioso e raro come Blue Dust, omaggio quanto mai sentito all’amico Jeff Beck. Clapton l’ha eseguito per la prima volta un anno fa e da allora, con un titolo differente, è entrato a far parte della sua scaletta. Un blues strumentale “alla Clapton”, struggente e graffiante, reso ancor più memorabile dall’eterea bellezza dei suoni diffusi nell’etere dai maestri del sound inglesi (non li batte nessuno). Parlando del repertorio possiamo dire che sono stati venti brani per un’ora e mezza esatta. Sono mancati alcuni standard attesi come Layla e I Shoot the Sheriff ma a onor del vero non ne abbiamo sentito la mancanza. Eric ha attinto a piene mani dal repertorio blues classico con brani di Willie Dixon, Bo Diddley e Robert Johnson, ha deliziato il pubblico con una buona mezz’ora di live acustico con l’immancabile Tears in Heaven e ha trascinato tutti con super classici come Crossroad e Cocaine. Una nota a parte la merita il look del nostro uomo di Ripley: viste le basse temperature del giugno lucchese, si è presentato con uno splendido (e molto british) impermeabile blu cobalto, cappellino, foulard, guanti e la super chitarra Fender i cui colori (nero, bianco, verde e rosso) richiamavano inequivocabilmente quelli della bandiera palestinese. Lui stesso nel suo tour book programme 2024 scrive “In questo tour suoniamo dal profondo del nostro cuore per quelli che ci hanno lasciato o sono in procinto di farlo, e specialmente per chi non ha la minima possibilità di difendersi dall’inevitabile”.
In conclusione credo di aver detto nulla di più di quello che ognuno di noi può sapere di Eric Clapton, ma spero sia arrivato l’amore e la meraviglia per la performance di un uomo che ha attraversato il mare tumultuoso della vita, tra successi e leggende, gioie e tragedie, dannazioni e meditazioni. Ma che quando imbraccia la chitarra dimostra ancora che nonostante l’età avanzata, e non nascosta, lo scettro di King of the Blues è ancora il suo. Andrea Laurenzi


Angelica, Festival Internazionale di Musica, 34esimo anno
Teatro San Leonardo, Chiesa di Santa Maria della Pietà, 2-30 maggio 2024
“Parliamo di musica & vita, musica vista dalla vita e vita vista dalla musica”, tuona ancora una volta Massimo Simonini, direttore artistico di Angelica Festival, anche se tutto pare sempre più difficile e complicato col passare del tempo. Eppure ogni anno, e questo trentaquattresimo non fa eccezione, Angelica-momento-maggio ha i suoi highlight, magari diversi per ogni spettatore, ma dove basta esserci. E così, di serata in serata, “Angelicamagika” offre al Teatro San Leonardo (ma con qualche sconfinamento, come vedremo), momenti di stralunata, talvolta imperfetta bellezza: Mariangela Gualtieri che legge passaggi da “Non abbastanza per me” del sempre compianto Stefano Scodanibbio, mentre Livia Rado ne canta per sola voce “At Last”, una delle sue ultime composizioni, e il sempre eccellente Quatuor Bozzini ne esegue alcuni pezzi per quartetto d’archi. E che dire dell’indiavolato ensemble tutto al femminile messo insieme dalla danese (ma di base a Oslo) Signe Emmeluth, che nella prima italiana di “Banshee” sciorina non solo le possibilità del un nuovo avant jazz norvegese, ma la potenza rituale della voce, anzi delle voci, con chiaro riferimento in Banshee alla creatura mitica le cui grida e lamenti stridenti annunciano distruzione, dolore e morte, ribaltandoli però in pura e dirompente forza creativa, certamente la prima bella sorpresa di Angelica 34.
La seconda, annunciata dal suo “Deus Ex Machina” Francesco Paolo Paladino non senza qualche trepidazione, è l’aver portato sul palco del San Leonardo (grazie infinite a Walter Rovere) la mitica Dorothy Moskowitz, ottantaquattrenne in splendida forma che fu parte dei leggendari United States Of America accanto a Joseph Byrd e qui in prima assoluta a prestare la sua ancor voce bellissima e piena di “soul” con gli United States Of Alchemy, fortemente voluti da Francesco Paolo Paladino e dal poeta e scrittore Luca Chino Ferrari, autore dei testi, o per meglio dire delle liriche (assente, ahimé, per problemi di salute), entrambi autori insieme a Dorothy del fortunatissimo “Under An Endless Sky”, finito in molte playlist del 2023 e disco dell’anno per il sottoscritto. Portare dal vivo un tale progetto, realizzato a distanza, ha richiesto una laboriosa residenza di quattro giorni prima del concerto finale, con i musicisti che per il loro impegno val la pena citare uno per uno: Melissa Falarski alla voce, Gino Ape a oboe e xilofono, Pierangelo Pandiscia a liuto, metallofoni e salterio ad arco, Giampaolo Verga al violino, Tiziano Popoli a pianoforte e sintetizzatore, Alessandro Fogar ai synth analogici e digitali, Angelo Contini a trombone, conchiglia e didgeridoo e naturalmente Paladino al computer e alla direzione. Il resto è la voce intensa, accorata e umanissima di Dorothy Moskowitz. Operazione perfettamente riuscita, il che non era scontato, data la complessità dell’insieme: scorrono con fluidità alcuni pezzi nuovi che sembrano anticipare il prossimo album (Embryo Of Life, As I Recall, My Solitude) e altri già noti come The Disappearence Of Fireflies, My Doomsday Serenade e via crescendo in intensità fino a My Last Tear, Under An Endless Sky, per non dire della commozione non più contenibile con Unknown To Ourselves in chiusura, e quel Siamo passeggeri nella notte di un viaggio di sola andata a noi ignoto che echeggia in testa anche dopo, a luci accese, non prima però di un bis da lucciconi, la Cloud Song dei gloriosi United States Of America che ci dondola dolcemente, lasciandoci infine assai felici al canto dei grilli nella notte.
Poche sere dopo la magia si ripete negli spazi sontuosi della Chiesa di Santa Maria della Pietà, dove in “Looping” il Dedalus Ensemble esegue in prima italiana tre storiche composizioni di Brian Eno, in sequenza “Thursday Afternoon”, “Music For Airports” e “Discreet Music”. Anche qui è la bellezza di assumersi il rischio di risuonare musiche costruite su processi generativi e partiture aperte, senza copiarne le versioni pubblicate. In originale erano suoni e strumenti che potevano essere rallentati e riverberati, perlopiù suoni elettronici, che ora i sempre fantastici Dedalus offrono in una riuscitissima versione acustica per archi (Silvia Tarozzi al violino, Deborah Walker al cello, Cyprien Busolini alla viola), fiati (Alexandra Grimal al sax soprano, Thierry Madiot al trombone, Pierre-Stéphane Meugé al sax alto, Christian Pruvost alla tromba) e tastiere (il pianoforte di Denis Chouillet), oltre agli arrangiamenti per chitarra elettrica e alla direzione artistica di Didier Aschour. Lo spazio acustico e la spazializzazione del suono giovano naturalmente all’aspetto immersivo di sonorità ormai entrate nell’immaginario collettivo ma non per questo meno ipnotiche e foriere di nuove forme di bellezza. Al netto di quello che mi sono perso (Roscoe Mitchell e Julien Desprez su tutti) meritano più di una menzione il Christian Wallumrød Ensemble per l’energia vitale che il pianista norvegese e il suo gruppo (fiati, elettronica, archi, batteria e vibrafono) mette in circolo nella seconda parte del concerto, dove pare non esserci più confine tra avanguardia, jazz, tradizione popolare e sperimentazione. Infine Carl Michael Von Hausswolff e Chandra Shukla con il loro “Travelogue”, anche qui una residenza di tre giorni in giro per la città di Bologna a registrare field recordings da mixare e trattare elettronicamente dal vivo, cosa che ai due riesce piuttosto bene da tempo, e questa non è che la terza tappa di un progetto partito in Nepal e poi proseguito a Bali. Dunque una prima assoluta, un diario sonoro elettroacustico tra composizione e improvvisazione, dove il campo sonoro ci appare sempre sospeso tra intelligibile e inintelligibile, del resto con ogni probabilità alla fine è sempre il mixer interiore a decidere. Gino Dal Soler


Bonnie ‘Prince’ Billy
Auditorium San Francesco al Prato, Perugia, 21 maggio 2024
Nella cornice accogliente e bellissima dell’Auditorium San Francesco di Perugia il sempreverde Agostino Tilotta apre con un lungo set per sola chitarra acustica che ne mette in bella mostra una faccia quantomeno inusuale per i fan degli Uzeda: lunghe trame improvvisative tra american primitive, blues e folk dai curiosi riflessi arabo-mediterranei messe in fila con una capacità non solo tecnica ma anche ‘discorsiva’ di grande impatto, da autentico intrattenitore. Bentrovato, sorprendente, bravissimo Agostino anche en travesti!
E intrattenitore consumato si dimostra anche Will Oldham aka Bonnie ‘Prince Billy, che per il suo set si presenta accompagnato da Jacob Duncan (sax e flauto) e Thomas Deakin (chitarra elettrica e clarinetto). La formula dei tre oltrepassa lo scarno storytelling per cui iniziammo ad amare i Palace negli anni ’90 e arriva a una sorta di country-folk che le numerose improvvisazioni dei fiati riempiono di colori jazzati stravolgendo le intenzioni originali in qualcosa di inatteso. Lo spettacolo è ben orchestrato e gestito, Will lascia ai due colleghi tutto lo spazio che chiedono, intrattiene il pubblico, lo lusinga e lo solletica, recupera dal passato alcune perle pur restando concentrato sulla produzione più recente, come è inevitabile che sia, e nel bis si concede anche una cover piaciona con L’ultima occasione di Mina, cantata peraltro in un italiano più che buono. Tutto bello e ben fatto, come si è letto in buona parte delle recensioni delle date precedenti di questo breve tour italiano? Sì e no.
Sì perché lo spettacolo, appunto, tale è e non si discute nonostante il sottile senso di ripetitività che si fa strada ogni tanto (il canovaccio è uno solo). No perché se è vero che in queste nuove vesti alcune canzoni guadagnano corpo e sostanza (mediamente, quelle che su disco suonano meno memorabili), ce ne sono altre, quelle sue più classiche, intimiste e fragili, quelle cioè che materializzano il mistero – insolvibile e ineffabile – della difficoltà a rapportarsi col mondo (questo è Will Oldham), perdono molta della loro magia. Senza troppi giri di parole, ascoltare New Partner e I See A Darkness in questa elegante mise teatrale a me ha fatto uno strano e straniante effetto, una sensazione insieme di ammirazione e di delusione. Immaginavo di commuovermi e mi sono trovato a pensare “che bravo”. E quindi credetemi: non avrei mai immaginato di pensare una cosa simile ascoltando Will Oldham. Stefano I. Bianchi


Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp
Napoli, Scugnizzo Liberato, 18 maggio 2024
In questi giorni mi sto leggendo un po’ di Artaud per un articolo che devo scrivere su Diamanda Galas, in particolare “Il teatro e il suo doppio”, un testo che rimane splendidamente folgorante e, soprattutto, vivo e vitale. Basti citare l’incipit: “Mai come oggi si è parlato tanto di civiltà e di cultura, quando è la stessa vita che ci sfugge”. È questo aspetto che mi è balzato alla mente con l’Orchestre Tout Puissant Marcel Duchamp. A loro la vita non sfugge di certo. A forza di voler vedere o cercare (perché comunque bisogna farlo, oggi più che mai) l’ombra e il doppio, ci si dimentica della vita nel suo splendore, nella sua luce. Se è vero che la luce, nel nostro mondo, produce sempre qualche ombra, è altrettanto vero (e in modo più principiale, primaverile e sorgivo) che non esiste ombra senza luce. Il concerto dell’Orchestre è una esplosione festosa di colori, nei risultati musicali come nell’attitudine. L’organico-orchestra-band-collettivo-gruppo-etc. è aperto e pazzerello, raddoppiato non come alterità negativa ma come sottolineatura (a mo’ di evidenziatore fluo) e dialogo (a mo’ di intreccio giocoso), con una identità forte e fluida insieme, instabile e coesa. Due di tutto: due chitarre, due archi (violoncello e violino spesso vis-à-vis), due marimbe, due batterie, due fiati (tromba e trombone). Il contrabbasso, quello del capo (mi sia permesso dire così), come basso, valeva da solo per due. Compressi nel palco, la dozzina di musicisti e special guest lo hanno dilatato in lungo e in largo, in alto e in basso. Ora seduti, ora in piedi, ora cantando, ora suonando, ora ballando come ossessi. Non ho capito come i musicisti siano riusciti a non cozzare mai. Probabilmente i manici delle due chitarre avevano qualche sensore antiurto. E la musica? “Remain in light” e “Swordfishtrombones” frullati insieme. Come attitudine, una via di mezzo (ma puntando all’alto, non certo alla mediocrità) tra Rage Against The Machine e Violent Femmes (rabbia violenta ma come motore positivo), ovvero dei Mano Negra sbucati fuori in Bosnia. È vero, sono tutti nomi del passato – del resto il futuro ce l’abbiamo davanti e non ne sappiamo molto – ma loro sono tutto al presente. Inoltre, un surplus di senso e di sensi l’ha data la collocazione del concerto, organizzato da Wakeupandream, all’interno di “Uè Underground accetera 7 – Crepe”, festival del fumetto e stampa underground, prodotto e ospitato da “Scugnizzo Liberato – Laboratorio di Mutuo Soccorso”, per dare un senso a parole spesso fruste. Il tutto preso non come (improbabile) mondo alternativo ma come parte (fortuna che c’è e resiste) di questo nostro complesso e complicato, doppio, triplo e quadruplo mondo. Girolamo Dal Maso


Mike Watt + Stefano Pilia + Paolo Mongardi 
Napoli, Auditorium Novecento, 17 aprile 2024
Non so se il trio de “Il sogno del marinaio” sia d’accordo, ma a una decina di giorni dall’improvvisa morte di Steve Albini, modo migliore per ricordarlo non poteva essere che un bel concerto di indie rock, per sonorità e attitudine. Così ho vissuto le scorribande di Mike Watt al basso, Stefano Pilia alla chitarra e Paolo Mongardi alla batteria. Una fitta trama di suoni che i tre musicisti hanno vissuto in grande sintonia e compattezza, ma ognuno a suo modo: Watt letteralmente eccitato e divertito, con le dita a martellare nervose sulle corde del basso, e un ghigno sul volto mai uguale; Pilia assorto sulla chitarra quasi avvolta in modo felino, ma sempre attento a sbirciare i colleghi con segno di intesa; Mongardi una furia metronomica che non si è dato pace un attimo. In un’oretta i tre hanno fatto di tutto, nonostante una sonorità e un ritmo intimo tutto loro. Un rock vitaminico e colto, che ha mischiato l’indie più sperimentale a sortite inattese, come certi sprazzi psycho alla Pink Floyd o pulsioni metal-funk alla Living Colour, con la chitarra a scorrazzare tra i King Crimson più duri e un’andatura alla Tom Verlaine. Insomma, nulla di sconvolgente ma un bel concerto con gente che ci sa fare, che si diverte e fa divertire. Girolamo Dal Maso


“Salone Internazionale del Libro di Torino, 36a ed., 2024”
Lingotto, Torino, 9-13 maggio 2024
Altro anno, altro Salone, altro record. Sono 222mila i visitatori registrati alla XXXVI edizione del Salone del Libro di Torino (7mila in più dell’anno precedente), che non pare aver risentito dei cambiamenti al vertice: Annalena Benini, giornalista per «Il Foglio» e scrittrice che ha dato il cambio alla direzione del Salone a Nicola Lagioia (sovrintendente agli ultimi sette appuntamenti, dal 2017 al 2023), si è dichiarata soddisfatta: “Che bel Salone. Abbiamo costruito ciò che immaginavamo”.
Viene però da precisare a margine che il successo della manifestazione non lo fanno i paganti. Se vedere decine di migliaia di corpi pigiati l’uno sull’altro dà a prima vista l’impressione del grande evento – in una città che non può competere con i (troppi) Saloni inventati dai cugini milanesi – origliando le conversazioni a mezza voce si è capito subito cosa ha scontentato i visitatori: un sistema di prenotazione online agli incontri che ha funzionato solo parzialmente (che beffa per i fan di Zerocalcare, rimasti fuori dall’Auditorium Lingotto a decine, superati da chi la prenotazione non l’aveva), spazi ormai angusti per ospitare gli incontri con gli scrittori, al punto che i grandi ospiti internazionali si sono aggiudicati le sale più capienti, generando (non per colpa loro, è ovvio) un effetto a cascata che ha relegato autori da Premio Strega (è il caso di Veronica Raimo) in salette da ottanta posti. E ancora: i prezzi esorbitanti dei punti ristoro, l’inadeguatezza dei servizi igienici, la poca praticità dei punti acqua SMAT per riempire le borracce, l’assenza di programmi cartacei di più facile consultazione rispetto alla versione online (anche perché, misteriosamente, i cellullari all’interno del Lingotto non prendono).
Per adeguarsi al suo stesso successo, il Salone dovrà forse cambiare sede? I numeri sono stati certo impressionanti: 1160 espositori su 872 stand, più di 2000 eventi suddivisi tra i 137mila metri quadri del Lingotto e gli spazi cittadini che hanno accolto il SaloneOFF. Tanti, tantissimi gli ospiti di rilievo: Eshkol Nevo, scrittore israeliano consacrato in Italia dal successo di Tre piani, Don Winslow, re indiscusso del poliziesco americano, Camila Sosa Villada, autrice transgender argentina da 100.000 copie vendute in patria al suo esordio con Las malas (dopo un burrascoso passato in cui ha fatto la prostituta, la venditrice ambulante e la donna delle pulizie) tradotto in Italia da SUR (Le cattive), il giovane maestro svizzero del thriller Joël Dicker, che anche quest’anno ha radunato folle oceaniche di lettori (nonostante l’ultimo romanzo, Un animale selvaggio, sia una pallida e malriuscita imitazione dei suoi primi successi), James Ellroy, che ha presentato con Einaudi la nuova opera Gli incantatori (rivisitazione in chiave di giallo della morte di Marylin Monroe), la vincitrice del premio Pulitzer Elizabeth Strout, il divulgatore-medievista-rockstar Alessandro Barbero, e, assieme a molti altri, lo scrittore e poeta romeno (in odore di Nobel, pare) Mircea Cărtărescu, che abbiamo avuto l’occasione di ascoltare in un arguto intervento moderato proprio dal direttore uscente Lagioia.
Per Cărtărescu, ogni forma di tékhne è una forma di poesia – “le scienze sono state opposte alla poesia in maniera stupida, io credo che la poesia sia scienza, e la scienza, poesia” – e il linguaggio poetico si rivela come l’unica forma di comunicazione tra gli esseri umani, l’unico mezzo per strapparci alla nostra altrimenti irrisolvibile condizione di solitudine eterna.
Dopo discorsi tanto sublimi, il sordo brusio della folla ci ha riportati subito alla realtà, ma nell’allegro viavai di persone, che si trasferivano tra gli spazi del Lingotto e l’area dell’Oval – che in seguito al fallimentare tentativo di scissione dal Salone nel 2017 ospita i grandi gruppi editoriali – abbiamo incontrato la simpatica band torinese Eugenio in Via Di Gioia, che sono stati negli ultimi anni i figliocci della manifestazione. Gli Eugenio – o Eugenii, ancora non è ben chiaro come vadano chiamati – sono stati ospiti di alcuni interventi che hanno posto al centro la loro preoccupazione per le tematiche ambientali fulcro della loro produzione più recente: definendosi “attivisti gentili”, ci hanno confessato la loro voglia di partecipazione attiva collocandosi – come sanno i loro fan più accaniti – in mezzo alla gente, per sessioni attive di busking e dibattiti organizzatisi in maniera spontanea nei giorni del Salone.
Tutto, dunque, sembra essere andato per il meglio, ma vanno segnalati alcuni momenti di tensione consumatisi nel pomeriggio di sabato 11: circa duecento dei manifestanti di un corteo Pro Palestina hanno provato a forzare gli accessi per portare la loro voce al Salone, venendo però respinti da due cariche della polizia che non hanno – fortunatamente – ferito nessuno.
Zerocalcare, ha prontamente abbandonato il suo firmacopie per unire la propria voce a quella dei manifestanti: “Uno spazio che parla di cultura non può lasciare fuori la Storia con la S maiuscola, perché questo è quello che sta succedendo: ci verrà chiesto conto a lungo del fatto che non riusciamo a fermare questo massacro”. Ian Poggio


Roope Eronen
Napoli C.A.S.A., Palazzo Degas – Galerie Gisela Capitain, 27 aprile 2024
Napoli, per il ponte tra Festa della Liberazione e Primo Maggio, è presa d’assalto dai turisti, anche se ormai – per l’abitudine – non ci si fa caso più di tanto. Dai balconi del secondo piano del palazzo Degas, con vista sulla centralissima piazza del Gesù (a fianco c’è il palazzo di “Matrimonio all’Italiana”, per intendersi), nella serata dell’ultimo fine settimana di aprile si gode di una luce che potrebbe invitare a farsi dei selfie (vista la location eccezionale) e/o a lasciarsi andare a un flusso di pensieri ed emozioni (che è sempre meglio del flusso di una anonima folla). Vada per il secondo. I bellissimi saloni sono spogli, senza arredamento, disponibili ad accogliere mostre, eventi, rappresentazioni teatrali, concerti. Un paio di volte all’anno la Galerie Gisela Capitain (di stanza a Colonia) affitta lo spazio C.A.S.A. per divertirsi (parole dell’organizzatrice) a inventare mostre multimediali in cui arte e musica giochino insieme. Così, in occasione dell’esposizione di due artisti americani (Kristi Cavataro e Seth Price), dopo un concerto di Alvin Curran (che purtroppo mi sono perso), ecco la volta di Roope Eronen, artista finlandese, con le sue proiezioni di scivoli gonfiabili da parco giochi per bimbi e la sua elettronica psichedelica e minimale. Faceva parte del giro dell’etichetta di culto finlandese Fonal Records. Un personaggio, con il fascino e la stramberia degli artisti. Mi diceva la curatrice che una volta, in un concerto, iniziò con la musica un suo percorso mentale che, probabilmente, nella sua testa era durato ore e ore, ma nella sala si era concentrato in sei minuti; finito il suo pezzo non capiva gli sguardi basiti degli spettatori che si aspettavano almeno qualche minuto in più di musica. Al palazzo Degas è andata meglio (poco meno di quaranta minuti di concerto, comunque). Forse l’aria di Napoli ispira di più. O forse era il profumo della genovese (un classico ragù napoletano di carne e cipolla) che saliva forte e chiaro dalla strada, più forte del vocio di turisti che facevano finta di sapere o di non sapere dove fossero o dove andare. O forse era lo spirito di qualche ballerina di Degas (che qui ha dimorato, da cui il nome del palazzo) che si domandava che passi fare con questa musica, visto che ai suoi tempi altra era la musica che si suonava. Ad ogni modo, il percorso musicale proposto dal nostro finlandese è stato fluido e coerente, con un susseguirsi di suggestioni di volta in volta ritmiche, melodiche, rumoristiche, un vero flusso a cui lasciarsi andare, con suggestioni vecchie e nuove, come se un bambino si fosse perso giocando nelle giostre colorate proiettate nella sala a fianco. Ma in fondo, non è questa la vita? Lasciarsi andare giocosamente, perdendosi tra scivoli e scale, tra spazi aperti e spazi chiusi, un gioco che non porta da nessuna parte e ovunque, tra discese e risalite secondo il frammento di Eraclito (o era Battisti?). Un frammento, fluido e concluso nella sua incompiutezza, in cui si rannodano storie. Così l’arte di Roope Eronen si è messa in dialogo con vecchie tradizioni culinarie, palazzi nobiliari mozzafiato (non importa se antipatici inquilini hanno bloccato l’ascensore), antichi maestri (Degas) e nuovi artisti (Seth Price è, pure lui, artista multimediale: in occasione della mostra è stato presentato un suo vinile – pure lui musica elettronica, anche se meno pop e più mischiata a suggestioni elettroacustiche – con un suo mega libro a fisarmonica che sa tanto di Henry David Thoreau). Insomma, un mix che in certi casi Napoli riesce ancora a creare, nonostante tutti i suoi malanni. Un amico newyorkese, quando veniva a trovarmi, era sempre stupito di come ci fossero bambini che giocavano a pallone davanti a portoni grandiosi di oltre quattro secoli, portoni vecchi, vissuti ma ancora vivi. Sempre giochi di bambini, sempre sguardo di bambini (e il mio amico, a suo modo un giramondo, lo era e lo è: ciao Bill!) che pure il buon Roope è (rimasto). Girolamo Dal Maso


Bruce Cockburn
Casa del Popolo, Castelfranco di Sotto PI, 8 marzo 2024
Non avevo mai avuto l’opportunità di vedere dal vivo Bruce Cockburn, una vera leggenda del folk/rock. Forse il cantautore canadese più sottovalutato di sempre, anche se con un passato a volte luminoso e di buon riscontro commerciale. L’occasione quindi è di quelle che non si possono mancare: un gigante della musica internazionale, uno che ha aperto i concerti di Jimi Hendrix e dei Cream, si esibisce a sole due ore di macchina da casa. E poi c’è da considerare la location: Bruce Cockburn si esibirà per il “Backdoor festival” alla Casa del Popolo di Castelfranco di Sotto in provincia di Pisa, e se a questo aggiungiamo un piccolo gruppo di amici musicofili il gioco è fatto. Un piccolo ma doveroso spazio va dedicato ai ragazzi del Backdoor Festival, che da tempo propongono programmi interessanti e coraggiosi fuori dai circuiti tradizionali e che ancora riescono a stimolare discussioni e fantasia in chi ama la musica.
Giornata piovosa e tipicamente invernale, ma la piccola stanza della Casa del Popolo è stipatissima e io mi ritrovo a pochi metri dal piccolo stage dove fanno bella mostra alcune chitarre e strumenti a corda originali e tutti customizzati. Da anni, infatti, Cockburn, si fa costruire appositamente le chitarre da Linda Manzer, sua liutaia di fiducia.
Dopo una breve ed emozionata esibizione del giovane, Davide Falcone, alias James Meadow, arriva il momento di questo ragazzo di 78 anni da Ottawa. Un uomo che non nasconde la sua età, anzi la esibisce tutta: folta barba bianca, spessi occhiali da vista, andatura ingobbita, bastone per camminare, insomma tutti gli stereotipi dell’anziano. Ma lui è Bruce Cockburn e come il suo incerto deambulare si ferma sul palco si trasforma in un Obi-Wan Kenobi della chitarra. Un concerto aperto da due capolavori: The Blues Got The World (da “Night Vision”, 1973) e una versione straordinariamente potente di The Soul of a Man di Blind Willie Johnson datata 1930. Da quel momento questa sorta di Gandalf della musica ci trasporta in una dimensione dove il misticismo e la poesia si fondono con l’impegno politico e la difesa dei diritti civili e della libertà. La vita e le vicende di Cockburn andrebbero raccontate molto meglio e più a lungo. La Casa del Popolo di Castelfranco di Sotto per una sera ci restituito l’amore e l’orgoglio per quella musica che ha l’ambizione di cambiare il mondo. L’esibizione di Cockburn non è stata semplicemente musica, ma, per chi c’era, un vero viaggio dentro l’essere umano. Come in un vecchio film in bianco e nero dove un cowboy seduto difronte ad un saloon racconta le ingiustizie, il coraggio, la voglia di riscatto, le sconfitte ma nonostante tutto ciò crede nel futuro e guardandoci negli occhi ci dice: “ce la possiamo fare”. E dopo quasi due ore di concerto, così come in un sogno, Cockburn si lancia in un lungo e struggente pezzo strumentale, The End Of All Rivers, con fiumi di note e tanta magia, quasi a volerci preparare ai saluti con una melodia rassicurante e suoni avvolgenti. Per il finale ci affida un messaggio con una esecuzione strepitosa di Us All, brano struggente dall’ultimo suo lavoro del 2023 “O Sun O Moon”:

Piaccia o no, la razza umana
Siamo tutti noi
La storia è quello che è
Le cicatrici che ci infliggiamo a vicenda non muoiono
Ma lentamente immergiti nel DNA
Di tutti noi

Lo sciamano Cockburn ha parlato sta a noi decidere cosa fare del nostro presente e del futuro. Andrea Laurenzi


Tre Allegri Ragazzi Morti
Fuori Orario, Taneto (RE), 30 aprile 2024
Anche i “ragazzi morti” non sono immuni allo spietato passaggio del tempo ma, nonostante le barbe sempre più imbiancate, celebrano i loro trent’anni di attività non come l’inizio della fine come fanno altri, andando in giro con un set esclusivamente antologico e sovraccarico di nostalgia, bensì cavalcando un disco nuovo di zecca che pure è assai carino, con immutata energia e quell’attitudine all’(auto)ironia che strizza l’occhiolino a qualsiasi cosa, compreso il fatto che Davide Toffolo viaggia verso i sessanta ma sul palco porta ancora il poetico candore di un ragazzino, alla faccia dei tanti di noi anche ben più giovani di lui. Un ragazzino non lo era già più nemmeno trent’anni fa peraltro, quando i TARM pubblicavano la loro prima cassetta intitolata “Mondo Naïf” che si chiudeva sul “…non saremo mai come voi, siamo diversi, puoi chiamarci se vuoi, ragazzi persi…” ovvero (Mai come voi) la canzone prescelta per aprire questa serie di concerti con un occhio di riguardo sul passato si, ma quello intenso, tosto, oseremmo dire programmatico. Questa è festa vera, genuina, non pernicioso autocompiacimento. Che effettivamente i TARM sono stati fin dall’inizio e rimarranno un caso unico ed inimitabile nel nostro piccolo mondo sotterraneo, brumoso e dispersivo ma mai allineato. Il mondo prima che arrivassi te insomma, per avanzare una metafora boomeristica che “solo casualmente” è riferita alla loro canzone più acclamata, che però arriverà un’ora o diciotto canzoni dopo, un tempo in cui “Garage Pordenone”, il disco nuovo, fa capolino per sei dodicesimi della sua consistenza. Con arrangiamenti talvolta anche più essenziali ed emotivi che sul disco stesso, come nel caso de La sola concreta realtà che ha chiuso praticamente unplugged la prima parte del concerto, mentre il contorno si è espanso a macchia di leopardo toccando ancora l’esordio (con una 1994 mai così evocativa) con momenti di commovente partecipazione del pubblico come In questa grande città, che diventa una Bella ciao a mille voci e da brividi lungo la schiena, a pochi chilometri dalla casa dei fratelli Cervi. Liturgici ed abbondanti sono stati anche i “vaffa” spediti al mittente (Toffolo), quando torna sul palco per annunciare che “la vita è cattiva ma non l’ho inventata io, il concerto è finito”, prima di coinvolgere i suoi fan più rigorosamente devoti in una specie di rituale anaerobico sulla filosofica enunciazione che “l’occhio vede, la mano fa”, un diversivo disfattista che sollecita più di un interrogativo ma… poi ci si lancia sul pirotecnico rush finale, che “La musica sai che cos’è? è la sola cosa vera che resta” mentre il mestiere che i Tre Allegri Ragazzi Morti sanno fare molto bene, è quello di tramutarla nell’antidoto universale per il benessere dell’anima. Andrea Amadasi


The Bevis Frond
Musictheater Piano, Dortmund, 20 aprile 2024
L’uscita dell’eccellente “Focus On Nature” e finalmente un tour europeo che mancava da tempo sono due eccellenti motivi per organizzare una trasferta a Dortmund, prima tappa tedesca per i Bevis Frond. Superata la boa delle settanta primavere, Nick Saloman si presenta al suo pubblico gentile e sornione come sempre, accompagnato da una band che si dimostrerà affiatatissima: all’altra chitarra Paul Simmons, sezione ritmica composta da Louis Wigett al basso e Dave Pearce alla batteria, la stessa squadra con cui ha firmato i lavori dell’ultimo decennio. Attaccano cinque minuti prima del previsto, i Bevis Frond, e per oltre due ore si lanciano in una sorta di viaggio avanti e indietro lungo una carriera quarantennale. Un rito pagano officiato per un pubblico composto prevalentemente da fan della prima ora. Da “Hole Song #2” l’astronave guidata con piglio sicuro dall’elfo della scena underground britannica tocca quasi tutti gli approdi discografici di anni recenti e non, cambia atmosfere passando dalla ballata romantica dai rimandi folk alle nerborute incursioni proto-stoner con in mezzo tutte le delizie a cui la sigla Bevis Frond ci ha abituati in questi quattro decenni. Il buon Nick zittisce con garbo un fan piuttosto irritante che continua a richiedere con insistenza un brano (“Dai, fammi portare avanti lo show, siamo solo alla terza canzone”) per poi attaccare con la sinuosa “Mr Fred’s Disco”, una delle tre tratte dal recente “Focus On Nature” (l’opener “Heat” e “Big Black Sky”, le altre elette). Non possono mancare, ovviamente, i grandi classici come “Lights Are Changing” e “He’d Be Diamond”, la prima delle quali introdotta con ironia da un sorridente Saloman (“Well, we had a couple of successful songs. Better than none”), il blues rock lisergico di “Stoned Train Driver”, immersioni nel passato remoto (“Maybe” addirittura dal debut “Miasma”, la sognante “Stain On The Sun”) e in quello prossimo (la ballata agrodolce “Johnny Kwango”). Con “Superseded” si sciolgono i confini della forma canzone e si entra in un terreno che la formazione britannica ama molto, specie dal vivo: quello della jam lisergica dilatata e ricca di improvvisazioni con le chitarre di Saloman e Simmons che si rincorrono, si doppiano, si scambiano i ruoli tra ritmica e solista o si lanciano in assoli all’unisono. Sul finale, con la temperatura già piuttosto alta, aumentano anche i watt grazie alle accelerazioni psych di “Olde Worlde”, alla cover ultrafuzzata di “Magic Potion” degli Open Mind e all’arrembante “I’ve Got Eyes In The Back Of My Head”. L’uscita dal palco dura una manciata di secondi, il tempo per rifiatare un attimo e concedere un ultimo bis, la magnifica “Coming Round”, degna conclusione di un concerto sontuoso che gli astanti salutano calorosamente con la speranza che questo “farewell tour” europeo non sia davvero l’ultimo. Roberto Calabrò


Zoe Pia & Mats Gustafsson
Auditoriun 900, Napoli, 16 aprile 2024
A un concerto uno partecipa con quello che ha, con quello che è. Non è solo il musicista (o i musicisti) a cavar fuori dai suoi strumenti e dalle sue competenze qualcosa che raggiunga il pubblico. Pure il pubblico partecipa a suo modo. Uso il verbo “partecipare” piuttosto che “assistere” o “ascoltare” non solo perché questi ultimi presuppongono una presenza più “passiva” o esclusivamente recettiva del pubblico, ma soprattutto perché il concerto (sarebbe meglio dire “evento”, ma ci torno tra poco) di Zoe Pia e Mats Gustafsson ha un titolo: “Rite”. A un rito, rigorosamente parlando, non si assiste, ma si partecipa. Anche chi non è officiante e non presiede, in realtà, ha un ruolo attivo, fosse solo per la fiducia che ha in quel rito. Altrimenti non ci andrebbe. Chi ci va solo per curiosità o senza l’intima convinzione di far parte di qualcosa di più grande che meri simboli, formule e rituali, non partecipa al rito ma ne è, appunto, spettatore. Se ne tira fuori. La dimensione estetica è essenziale, da questo punto di vista, non tanto perché permette delle valutazioni e dei giudizi sulla riuscita o la qualità del rito, ma perché – attraverso questo – permette di aver accesso a quell’esperienza che il rito veicola. È un’esperienza da vivere, e se non c’è vita in esso, non vale niente, per quanto bello o sublime possa essere. Per questo è un “evento”, qualcosa che capita, che avviene e, per quanto sia sempre lo stesso, è in realtà ogni volta nuovo e irripetibile. È una cosa molto più semplice di quello che possa sembrare: altrimenti perché mai ascolteremmo sempre la stessa canzone che ci piace, o ordiniamo la stessa pizza? I nostri piccoli riti quotidiani, per uscire dalla ripetitività e passività con cui spesso li viviamo, hanno bisogno di essere rinnovati continuamente dal di dentro, di far uscire quella luce che la banalità ordinaria può insieme nascondere o rivelare. Il rito aiuta a dare senso alle cose, addestra a scorgere qualcosa che tendiamo a nascondere. Una vita senza riti (di qualunque tipo siano) rischia di diventare una vita vuota, così come vuoto è un rito che non parta e non giunga alla vita e si accontenti di fare solo la sua bella figura.
Che tipo di rito è stato quello di Zoe Pia e Mats Gustafsson? Non voglio assolutamente far passare per sciamani o druidi i due musicisti! Anzi, a ben vedere la loro concentrazione sulla musica ha un qualcosa di assoluto, come se per aver qualcosa da dire l’unico linguaggio a loro disposizione fosse la musica. Già a questo punto le cose sembrerebbero complicarsi perché, anche solo a livello di strumentazione, i due mettono insieme mondi che sembrano lontanissimi. Zoe Pia, ad esempio, oltre che a suonare in modo soave un classicissimo clarinetto, suona una serie di strumenti sardi, dalle launeddas (una specie di flauto a tre canne) a vari campanacci, qualcosa che rimanda alla sua terra, anzi alla terra tout-court, con quanto di ancestrale certi suoni possano richiamare. Ma lo strumento che più ha manipolato e che ha contribuito a creare un fondo sonoro e ritmico determinante (altra parola chiave) è stato un lumanoise, un sintetizzatore che funziona combinando movimenti di luci e di manopole, una piccola diavoleria elettronica che, in effetti, ha attirato l’attenzione del pubblico: alla fi
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