LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immagine: Kula Shaker, foto di Roberto Calabrò]Kula Shaker
Bürgerhaus Stollwerck, Colonia, 25 febbraio 2026
A due anni e mezzo di distanza i Kula Shaker ritornano al Bürgerhaus Stollwerck di Colonia. Allora presentarono in anteprima alcuni brani del disco che sarebbe uscito di lì a poco, l’ottimo “Natural Magick”. Questa volta Crispian Mills e compagni hanno un album nuovo di zecca da far ascoltare, “Wormslayer”. Il risultato non cambia: in entrambe le occasioni è sold out.
Ad accompagnarli in tour questa volta sono i Floral Image, quintetto di Norwich del giro Fuzz Club. Alle nove in punto salgono sul palco e attaccano con una selezione di brani dal loro recente esordio “Gone Down Meadowland”, spaziando tra jam lisergiche, ripetizioni kraut e psichedelia punkizzata. Il pubblico gradisce. Quando un’ora dopo arrivano i Kula Shaker, l’atmosfera è già elettrica.
Nonostante siano passati esattamente trent’anni dall’esordio fulminante di “K” e quasi quaranta da quando i giovanissimi Crispian Mills e Alonza Bevan decisero di formare la band, i Kula Shaker non sono un gruppo con lo sguardo rivolto al passato, non si cullano sugli allori e non cedono alla facile tentazione di costruire una scaletta a uso e consumo del fan nostalgico. Sono qui e ora e lo mettono subito in chiaro con una setlist che non parte a razzo con gli anthem attesi dal pubblico, ma si concentra sui pezzi di “Wormslayer”, «il nostro ultimo album, nato appena un paio di settimane fa», dirà più avanti un sorridente Crispian.
L’attacco è con “Lucky Number”, la vorticosa opener del nuovo LP, cui seguono esattamente come nella tracklist, “Good Money” e l’iridescente “Charge Of The Love Brigade” che si muove sinuosa tra ritmi quasi dance e una melodia avvolgente. Così come avvolgente è il fantastico light show psichedelico firmato dall’artista californiano The Mad Alchemist che accompagnerà l’intero set immergendo band e pubblico in un’esplosione di colori e immagini cangianti.
Il primo picco di un concerto che si rivelerà magmatico arriva con un altro brano di “Wormslayer”, “Broke As Folk”, a metà strada tra Dylan e Doors, con le tastiere di Jay Darlington che strizzano l’occhio a quelle di Ray Manzarek.
Dal vivo i Kula Shaker sono quello che gli inglesi definirebbero “a very tight unit”, una macchina rodatissima in grado di passare da pezzi delicatissimi spesso arricchiti da influenze indianeggianti a esplosioni hard rock, da funky psichedelici – il medley “Natural Magick / Idontwannapaymytaxes” – a robusti 60’s rock infarciti di wah wah (“Grateful When You’re Dead”). Il cuore della prima parte del set è costituito dai brani di “Wormslayer”: la delicatissima ballata “Be Merciful”, la leggiadra “The Winged Boy” e l’esplosiva title-track. Mills e soci lasciano le “bombe” per i bis. Tutti si aspettano “Hey Dude”, che non ci sarà. Arrivano invece la coinvolgente “303” con quel suo mix di spigoli e dolcezze, il trip lisergico-spirituale di “Tattva” con il pubblico ondeggiante, la robusta cover di “Hush”. Poi Mills introduce “Isn’t It A Pity” di George Harrison come un omaggio “all’uomo senza il quale saremmo semplicemente un’altra rock band”, prima dell’inevitabile conclusione con la sinuosa “Govinda” sul cui coro parte il singalong. I Kula Shaker non deludono mai. Roberto Calabrò
Francesco De Gregori “Rimmel 2025”
Milano, Fabrique, 14 febbraio 2026
Le cose belle sono sfumate. Le brutte sono spesso semplici. Per il concerto di F. De Gregori al Fabrique di Milano, 14 febbraio 2026, ore 21:00, hanno probabilmente venduto troppi biglietti e comunque buona parte del pubblico (500? Di più? di meno? boh) non ha visto il concerto se non, forse, da due maxischermi piazzati ai lati del palco. Io, fossi F. De Gregori, mi vergognerei parecchio: il nome sul biglietto era il suo. Comunque. Io ero tra i 500 (o di più o di meno? boh) del corridoio e vorrei raccontarvi la mia serata.
Arrivo al locale tardi, 20:45: F. De Gregori visto tante volte, l’età, l’aperitivo. Fatti miei, comunque, sono pronto alla piccionaia e felice. Entriamo e, semplicemente, non si può accedere al locale (vedete? Facile). Cioè, si accede ma il muro umano ti blocca all’altezza del guardaroba, a destra, e della gradinata, a sinistra, ossia luoghi da cui il palco, salvo essere aironi o watussi, non si vede. E non è che si vede male, o piccolo: non si vede, punto. Sul maxischermo, F. De Gregori intona compiaciuto qualcosa. Ha il cappello. Musicisti, boh. Il maxischermo inquadra per lo più F. De Gregori che è tutto contento, lui; celebra il noto disco “Rimmel”.
Nella fossa dei non vedenti, a seconda delle attitudini personali, stupore, nervosismo, rabbia, rassegnazione: pochi applausi, in verità, anche dopo le hit giga-giganti, salvo due nazionali di basket alti 2 metri e fischio che qualcosa vedono, evidentemente, e giocano al gioco del concerto. Intorno, scene meravigliose, infurianti e commoventi a turno: chi vuole comunque andare avanti (perché è più uguale degli altri) e spinge o dice che deve andare al bagno ma poi non torna; un papà e un figlio, adulti e uguali ma divisi dalle rughe, 80 anni il primo e 55 il secondo (forse, non ho chiesto) che sono rassegnati poco dopo la finestra del guardaroba. Meravigliosi: il figlio tiene una mano sul braccio del papà, il papà cerca le canzoni su shazam e quando la app non le riconosce (perché non si sente manco niente), fa vedere lo schermo al figlio e sorride. Una ragazza alta 1:60 (forse, non ho chiesto) che si mette in punta di piedi per fotografare il maxischermo con cellulare. Da spezzare il cuore: non ha visto nulla, nulla, eppure ha fatto i filmini. Le tre donne accanto a me che non hanno visto nulla, nulla, eppure erano contente che ha fatto Pa(b)lo, come Fantozzi che esulta per la nazionale senza vedere la partita, e hanno cantato felici.
Ora, se andate dal fruttivendolo e chiedere: Sei banane, per cortesia. E quello vi dà sei bucce di banana e dice: Ecco, grazie, fanno 10 euro. Voi che fate? Pretendete le banane, direi. Ma facciamo che le banane le avete ordinate e pagate in anticipo, e vi arrivano le bucce a casa. Che fate, allora? Stasera è successa una cosa paragonabile, solo che si celebrava “Rimmel”.
Non faccio l’influencer. Sfiga, in generale: penso sarebbe una vita entusiasmante con un sacco di regali e soddisfazioni. Ma sfiga oggi più che mai. Oggi, scatenerei contro F. De Gregori e chi ha organizzato, venduto, gestito il suo concerto del Fabrique i miei millemilamilioni di follower. E allora vedremo chi la spunta. Invece, mi limito a scrivere una recensione per una rivista musicale. Che è come affrontare un drone Godzilla con una piuma di piccione sperando soffra il solletico. Però più ci penso e più dico che semplicemente non è giusto. Un concerto può anche essere una cosa importante, ha un bagaglio emotivo che si scioglie e cola dagli accordi e dal vedere i musicisti che suonano, là sopra. Trattare così la gente che ti viene a vedere è sbagliato e fine. È una cosa brutta e, come tale, spesso semplice. E allora a noi due, F. De Gregori: recensione sia. Vergona per il concerto di Milano. Cordialmente, uno del corridoio di sinistra (guardando dal palco).
Un po’ di numeri, per finire: il Fabrique ha una capienza dichiarata di 3.100 persone. Una domanda: quanti biglietti sono stati venduti o regalati per il concerto di F. De Gregori di sabato 14 febbraio 2026? Il biglietto costava circa 59 euro, quanto fa per chi non ha visto nulla? È giusto che chi paga il biglietto di un concerto poi non possa vederlo anche se ci va? Tutto questo Alice lo sa? O non lo sa? Dovrebbe. Probabilmente se ne infischia. Poi fatti tuoi se vai a vedere F. De Gregori, potrebbe dire qualcuno. Fatti i fatti tuoi, risponderei. Ognuno ha i suoi gusti. Che tanto se avessero suonato i Mogwai o i Belle & Sebastian o Johnny Marr (per restare a concerti visti al Fabrique negli ultimi anni) ieri sera non avrei visto niente uguale. Marco Sideri
Messa, Horror Vacui, Entrøpia
Locomotiv, Bologna, 30 gennaio 2026
Per i Messa era la prima data del nuovo tour e il sold out ottenuto in prevendita, oltre che il miglior auspicio possibile, è anche l’effetto dell’onda lunga e rarefatta di “Live At Roadburn” del 2023, che ha contribuito ad “esportare” la loro musica fuori da quella nicchia doom che gli andava comunque già stretta da tempo, facendo loro acquisire una considerazione più ampia e trasversale che poi la pubblicazione di “The Spin” ha trasformato in apprezzamento vero e proprio. La parabola dei Messa appare dunque in crescita esponenziale, viaggiando in direzione ostinata e contraria se non altro perché l’immaginario estetico che si sono auto costruiti sfugge gli stereotipi di genere a partire da come si presentano sul palco, che Alberto Piccolo (chitarra), Marco Zanin (basso), Rocco Toaldo (batteria) e Sara Bianchin (voce) potrebbero tranquillamente essere scambiati per quattro individui finiti per caso o per errore ad un concerto degli Horror Vacui, gli Entrøpia e loro stessi, a vederli così ordinariamente fuori contesto. Eppure questa singolare ma spregiudicata bellezza, che è diversamente funzionale alla loro essenza, li rende ancora più credibili e, soprattutto, durante il concerto sposta tutta l’attenzione unicamente sulla musica, non essendoci elementi di distrazione oltre loro quattro, gli strumenti e un fondale nero con il logo come unico ornamento. Se gli Entrøpia, ad esempio, se la sono giocata velocemente a inizio serata cercando di fare breccia col loro esorbitante furore sludge, gli Horror Vacui hanno disseminato il palco di candele accese per poi abusare dei riverberi su voce e strumenti e così calarsi in maniera totale negli anni ottanta dei Sisters Of Mercy: ad entrambi non si può imputare nulla sul lato pratico ma sono stati due concerti così codificati che alla fine non rimane molto da ricordare. A penalizzare i Messa invece, almeno all’inizio del concerto, è stato soltanto il volume della voce di Sara Bianchin, decisamente troppo basso per farla emergere in tutta la sua catartica limpidezza. Dalla prima fila subito le si fa notare il disappunto e lei, col suo candore senza filtri, si rivolge al mixer esclamando un “el me ga dito che no se sente…”. Nonostante questo deficit il loro impatto è stato davvero impressionante, in alternanza tra il magnetismo liturgico dei momenti di quiete e poi nel calor bianco dei boati di tempesta in accelerazione, così carichi di energia fisica da allontanare qualsiasi dubbio sulla loro effettiva consistenza dal vivo. È su questo aspetto infatti che li attendevamo al varco dopo un disco così articolato e ambizioso come “The Spin”, e se durante il concerto lo stupore e la meraviglia si sono spesso confusi e sovrapposti, alla fine la rivelazione di avere in casa un gruppo con una tale padronanza dei propri (enormi) mezzi, così naturale quanto inconsueta a queste latitudini, è anche la soddisfazione più grande che si è potuta portare a casa. Andrea Amadasi
Big Sexy Noise
Corsica Studio, London, 02 febbraio 2026
Situato sotto l’arco ferroviario della stazione di Elephant & Castle, il Corsica Studio, ben noto per il travolgente impianto sonoro e la scarna ed essenziale estetica, a breve chiuderà i battenti dopo ben 23 anni di programmazione musicale gloriosa e avventurosa, con leggendarie serate tra cui quella segreta dei Sunn O))) del 2009, che col loro drone sound dal volume esagerato riuscirono ad alterare le percezioni sensoriali del pubblico mandandolo in stato di allucinazione (!), o le sei ore del DJ set del solitamente taciturno Jeff Mills del 2012, da lui stesso definito il suo migliore in assoluto. Posticipiamo comunque i necrologi di commiato e approfittiamo delle ultime settimane di vita delle due spartane salette che ci hanno deliziato per due decenni per assistere alla prima delle due serate dei Big Sexy Noise, nome che per i più distratti potrebbe suonare anonimo ma in realtà composto da artisti che tanto ci hanno affascinato in passato, ovvero il batterista Ian White e il chitarrista James Johnston, entrambi storici membri fondatori degli indimenticabili Gallon Drunk, unico gruppo inglese che poteva rivaleggiare con la furia dello swamp garage blues dei Thee Hypnotics, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, e addirittura nientemeno che l’indiscussa somma sacerdotessa della no wave (e tanto altro) Lydia Lunch! Approfittando delle date europee del “Lydia Lunch & Marc Hurtado plays Suicide & Alan Vega”, la nostra eroina ha colto l’occasione per fare una capatina nella perfida Albione per qualche serata con i vecchi compagni di viaggio d’oltremanica intrattenendoci con una scaletta che verte sugli unici due lavori realizzati a nome BSN (l’omonimo e “Trust the Witch”), pubblicati una quindicina di anni fa.
Il malsano hard bluesy rock nero pece dell’iniziale Mahakali Calling introduce il tono della serata con una Lydia declamatoria, Ian martellante e James in versione guitar hero. Il viaggio negli inferi più oscuri dell’America continua con Cross the Line, che parte con iterazione riff Stooges per poi esplodere fragorosamente con la voce rauca e graffiante di Lydia ad accompagnarci in selvaggi territori da prima gioventù sonica. All’insalubre e malaticcio heavy blues dell’ossessiva Ballin’ the Jack segue Your Love Don’t Pay My Rent, con i suoi stop and start che offrono la possibilità a Lydia di interagire col pubblico per demolire qualsiasi traccia di ego maschile presente in sala con estemporanee battute dal linguaggio scurrile al limite della coprolalia. Comunque sia, fa piacere notare che la leggendaria ferocia confrontazionista del passato ha lasciato spazio a un approccio piacevolmente goliardico… Di seguito il viaggio psichedelico da blues desertico della maniacale Trust the Witch, l’enfasi di Collision Course, la vorticosa Gospel Singer, scritta a quattro mani con Kim Gordon ai tempi dell’effimero progetto Harry Crews, e la cover di Kill Your Sons di Lou Reed più cinica e spietata dell’originale! Peccato che manchino gli strilli e ululati del sax dell’altro ex Gallon Drunk Terry Edwards, presente nei lavori in studio, ma la sua assenza ci fa apprezzare ancor di più il gran lavoro di Ian ai tamburi che riesce nell’arduo compito di suonare con metronomica precisione pur offrendo la sensazione di pura libera improvvisazione, i viscerali, sporchi, melmosi primitivi riff intervallati da raffiche di rumore bianco di James e le incontrollabili e compulsive invettive declamate con voce corrosiva, abrasiva ed acida di Lydia. Big Sexy Noise: mai nome fu più appropriato. Ferruccio Guglia
Not Moving
Circolo Il Progresso, Firenze, 23 gennaio 2026
L’insegna luminosa che campeggia sopra l’ingresso dice “Casa del popolo” ed è di un rosso rigoroso che si abbina romanticamente al nome dei Not Moving, regalando suggestioni di un tempo lontanissimo, quarant’anni fa e oltre, di ideali che pure resistono e persistono nell’animo di molti nonostante le sconfitte inflitte dalla storia. All’interno del circolo la veracità fiorentina è palesata però più che altro dai contenuti calcistici esplicitamente sprezzanti appesi alle pareti, dedicati alla Juventus ovviamente – un altro dogma che invece non sarà mai dismesso e se vissuto lì, in quel contesto tra il nostalgico e il goliardico, ruba l’occhio ma anche il cuore. Poi appunto arrivano i Not Moving, che sono a casa loro ovunque vadano a suonare per l’affetto che li circonda sempre, ancor di più per la grande bellezza di una coerenza che hanno voluto e saputo mantenere nel rimettersi in gioco solo pochi anni fa: e ora che sappiamo che “That’s All Folks” sarà il loro ultimo disco, così come questi i loro ultimi concerti, ci si rende finalmente conto di quanta importanza abbiano avuto pur rimanendo fieramente sotto traccia per più di quarant’anni. Lilith-Rita, Antonio-Tony Face e Dome La Muerte la vivono esattamente come viene, macinando chilometri e rock’n’roll alla stessa maniera di sempre, con un calice di vino sempre a portata di mano e un abbraccio per ognuno degli amici di una vita, mentre a Marco Murtas, che ha preso il posto di Iride Volpi alla seconda chitarra all’indomani della pubblicazione di “That’s All Folks”, gli si legge negli occhi che non gli sembra vero di essere entrato in quest’ultima parte della lunga storia. Ma si è calato nella parte integrandosi perfettamente nei meccanismi umani e musicali che reggono le sorti del gruppo soprattutto sul palco, durante quell’ora e mezza scarsa di concerto in cui Lilith è sempre più istintiva, ironica e dominante mentre Antonio è il metronomo che ha imparato anche a sorridere più spesso e Dome, beh, andrebbe dichiarato patrimonio dell’Unesco. Dal vivo spiccano in modo importante i pezzi dell’ultimo disco, in particolare quella But It’s Not che se arriva all’orecchio di un qualche creativo di ampie vedute la fa diventare una nuova Bohemian Like You. E se dal loro passato pezzi come Lady Wine, Spider o I Just Wanna Make Love To You, anche se riarrangiati ci ricordano cos’erano i Not Moving già negli anni Ottanta, immancabile e imprescindibile è la loro versione di Venus In Furs in chiusura della prima parte del concerto. Suonata in una cianotica oscurità che lascia intravedere solo le sagome di chi sta sul palco, riesce così atmosfericamente vicina all’originale che sembra di stare in tempo reale al CBGB’s o in qualche altro scalcinato locale di quella New York, anche perché le nozioni dello spazio-tempo in larga parte le si erano smarrite già dall’inizio. Andrea Amadasi
The Dream Syndicate
Largo Venue, Roma, 23 gennaio 2026
Che passati i sessant’anni si abbia la tendenza a ringiovanire può essere una bella notizia per una gran fetta di appassionati convenuti al concerto romano dei Dream Syndicate, nonché (in prospettiva, sia ben chiaro) anche per chi scrive. Io non ho idea di cosa sia accaduto alle sinapsi di Steve Wynn, in quanto non più tardi di una decina d’anni fa mi confessava, davanti ad un piatto di tagliatelle fatte in casa e un arrosto misto, che di reunion dei Dream Syndicate non se ne parlava proprio, e che gli stava bene procedere a tentoni tra dischi solisti ed estemporanee (e non sempre eccelse, ndr) collaborazioni. Ma forse perché gli avevo chiesto di Kendra Smith.
Vedersi smentiti dopo un paio d’anni da un album di rientro spettacolare come “How Did I Find Myself Here” (in heavy rotation nel carstereo dall’epoca), uscito col brand originario che aveva fatto sognare una mezza generazione, e che, udite udite, aggregava la tastiera “ufficiale” del Paisley Chris Cacavas e la chitarra di Jason Victor (già con Wynn nei Miracle 3, ma anche Velvet Crush e Willard Grant Conspiracy) ai ben noti Dennis Duck e Mark Walton, è una cosa che ci piacque assai. Per tacere degli altri 3 splendidi album in studio che li hanno seguiti, diremo invece che proprio l’album del ritorno ha costituito con merito l’ossatura della prima parte dei concerti che la band californiana ha pensato per il 40° anniversario del proprio disco più classico, “Medicine Show”. Non essendo i primi e non certo nuovi a sfruttare il trend del tour celebrativo (nel 2022 era stato “The Days of Wine and Roses” a “subire” il medesimo trattamento), in questa tournée i Dream Syndicate hanno però certificato il loro ringiovanimento con energia, intesa e la voglia indomita di schitarrare alla grande. Qui non si tratta di cariatidi in aria di sbarcare il lunario, ma di gente che lungi dall’imbalsamare la propria storia per l’ennesimo raduno di reduci, intende trasmettere elettricità e gioia (sì, gioia) ad un pubblico che non ha nessuna intenzione di trattarlo come una reliquia.
E allora giù diretti e senza troppe lezioncine: i già citati Cacavas alle tastiere, Duck e Walton alla sezione ritmica e Wynn a dialogare con Victor chitarra in spalla, sguardo ironico e sorridente e quella voce che non è mai stata mai troppo educata, ma che proprio per questo funziona ancora maledettamente bene. Quindi i membri del sindacato, dopo aver esordito con Where I’ll Stand, saccheggiano in lungo e largo l’album di cui si diceva con diversi classici del nuovo millennio come Fliter Me Through You, 80 West, Like Mary, Out Of My Head, Glide e la lunga title track, facendo praticamente da backing band a se stessi.
La lunga pausa preannunciata ci permette di recuperare posizioni in barba a quanti non hanno nessuno che gli allunghi una birra e la band è di nuovo sul palco, cambio di fondale con la proiezione della indimenticata cover e “Medicine Show” diventa il totem della serata, smontato e rimontato liberamente da un loquace Steve Wynn, che lo suona come fosse un album appena uscito, non bada alla “sequenza fedelissima” e si concede però di indossare la stessa giacca del tour dell’84. I brani si allungano, sbavano, prendono deviazioni improvvise. Still Holding On to You parte come un vecchio amico e, come avrebbe scritto Lester Bangs, finisce come una scazzottata elegante; Burn è ruvida, sporca, volutamente eccessiva. Merrittville scorre come un blues psichedelico con le note profonde di Cacavas e il cuore che batte un po’ più forte del dovuto. La band suona compatta e si distende in una stupefacente rendition del brano che dà il titolo all’album. Dennis Duck picchia e danza allo stesso tempo, Mark Walton tiene tutto insieme con un basso elastico, mentre Jason Victor si prende il lusso di assoli lunghi e nervosi, di quelli che non cercano l’applauso facile ma ti portano da qualche parte – anche se non sai esattamente dove. Infine John Coltrane Stereo Blues è la one-chord wonder con cui il concerto rischia di deragliare, e proprio per questo funziona: Wynn presenta la band coi nomi dei musicisti di Trane, il caos è controllato ma il feedback non manca, l’inserto sussurrato di Morning Dew arriva improvvisamente dal nulla e infine il brano riprende e la tensione si scioglie pian piano. Il suono è volutamente poco pettinato, più garage che salotto buono, e va bene così.
Quando arrivano i bis (che ormai tutti, dai promoter ai recensori chiamano in modo insopportabile encore), il messaggio è chiaro: “Medicine Show” non è un anniversario da celebrare, ma un pretesto per ricordare che certe band invece di invecchiare, si incattiviscono col sorriso sulle labbra perché non hanno più nulla da dimostrare. E invece del bis la band cala un tris e per la felicità del quasi migliaio di astanti (non solo attempati eh, e con consistente presenza femminile) arrivano prevedibilmente Tell me when it’s over e That’s what you always say , mentre chiude la festa Let it rain di Clapton, nel repertorio della band dagli anni ’80. Nessuna ombra di nostalgia patinata, nessuna ansia di sembrare “attuali”: i cinque musicisti sembrano semplicemente a proprio agio dentro un suono pieno e rumoroso, eppure classicamente californiano. A Roma, i Dream Syndicate non sono venuti per celebrare il passato. Lo hanno infilato dentro l’impianto del Largo Venue, hanno alzato il volume e ci hanno dato dentro come se non ci fosse un domani. Panfilo D’Ercole
Massimo Silverio
The Hub, Parma, 24 gennaio 2026
Primo appuntamento di sei, sino all’inizio di aprile, all’interno del Barezzi Off, negli spazi post-industriali di The Hub, per la rassegna curata dal Barezzi Festival, che tornerà per il ventennale a Parma e dintorni a dicembre 2026. “Hrudja”, il suo esordio, due anni fa, ci aveva fatto drizzare le orecchie; Massimo Silverio torna con “Surtùm” e conferma cifra personale, capacità di scrittura e ispirazione, ben sorrette dall’ottimo lavoro di produzione di Manuel Volpe, responsabile anche degli arrangiamenti assieme a Nicholas Remondino, che abbiamo già avuto modo di apprezzare in diverse produzioni in solo. I due accompagnano il cantautore sui generis anche dal vivo con synth, elettronica e batteria e un suono insinuante, notturno e molto ben calibrato, parte fondamentale della riuscita del concerto. Da qualche parte tra folk di una fine (canta in cjarnel, la lingua della sua Carnia), canzone avanguardistica e ruggini elettroniche, tra la stasi in pellicola dei Portishead e le languide elegie di David Sylvian, non lontano dal lavoro di Lucrecia Dalt, dall brume urbane e metafisiche di Burial o dallo spleen gotico di certi Massive Attack, Silverio mette in fila tracce sospese in una bruma metafisica in cui ogni elemento è al posto giusto; i timbri, il mood, il modo di porgere la voce, la costruzione del discorso, il rigore formale e la libertà nel parlare una lingua che è profondamente intima e per questo sa farsi comunitaria, cosmica. Se su disco la miscela funziona veramente bene, dal vivo forse si paga un po’ in termini di staticità, per quanto Remondino muova accenti e il suo lavoro percussivo sia veramente interessante e prezioso nel terremotare in senso buono questi prototipi di canzoni dilatate e iniettate di robuste dosi di apertura a altri orizzonti, altri mondi. Un amico pure lui veterano di concerti osserva che forse a tratti i pezzi pagano un eccesso di, mi si perdoni il neologismo d’accatto, sigur rósismo. Al netto di questa pur condivisibile riflessione il cronista annota di un concerto capace di creare un mood compatto, abitato da una poetica fragile e imponente al tempo stesso, capace di spaziare tra istanze che, pur nella diversità della postura e della pronuncia, rimandano al sentimento elegiaco, al mood boschivo di certo metal (Silverio indossa la t shirt di una band black metal friulana, Unviâr ), al trip-hop intriso di fumo di Bristol, alla scrittura ieratica di Michael Gira, agli inni a ciò che è destinato a perire di Mark Hollis o alle brume autunnali di Beth Gibbons. Riferimenti eterogenei che cercano di restituire la natura di un suono che su disco, nei due lavori sino ad oggi pubblicati, ci ha convinto in pieno. Dal vivo la sensazione è stata di qualcosa che va ancora a messo a fuoco, ma non sapremmo dire esattamente cosa: probabilmente un po’ più di movimento all’interno dei pezzi, maggior varietà negli accenti e un po’ più di sangue elettrico (ottimo il finale del live) avrebbero giovato. Silverio si conferma comunque musicista talentuoso, con una poetica già solida e matura, cosa non affatto scontata, vista la giovane età. Il Friuli è una terra che sforna sovente musicisti con grande personalità, da seguire sempre con attenzione. Nazim Comunale
David Grubbs
Istituto Polacco, Roma, 17 gennaio 2026
David Grubbs, come dice Giuseppe Armogida di Flaming Creatures, che ha curato l’evento, è stato ed è per molti di noi un punto di riferimento. Capace di attraversare mondi diversi, percorrendo distanze apparentemente incolmabili, tra squat e università, ferocia post-hardcore e composizione contemporanea, improvvisazione e songwriting, memorie folk e astrazioni, ruggini rock, bagliori noise e tempeste avant. Un musicista enciclopedico e talentuoso, che ha fatto dell’eclettismo una cifra personale, pur restando sempre riconoscibile nella pronuncia, nella postura, nella voce, strumentale e non. Arguto e appassionato, ascoltatore a 360°, didatta, pensatore della musica e nella musica, torna in Italia in solo a presentare l’ultimo, ottimo “A Whistle From Above”, pubblicato quasi un anno fa da Drag City. Inizialmente il live segue proprio la scaletta dell’album, con la title track, un haiku strumentale che mette in mostra il classico armamentario grubbsiano che tanto ce lo ha fatto amare nel tempo e poi The Snake On Its Tail: armonie insinuanti, sghembe, un approccio alla forma canzone enigmatico, costruzioni sguscianti, ripide eppure accoglienti, sospese in un limbo fertile dove si incontrano mille istanze diverse, capaci però di coagularsi in forme coerenti e uniche. Antiche memorie folk filtrate attraverso lenti sporcate da fanghi noise, nebbie drone, brezze minimaliste, un approccio in generale aperto alla scrittura, costantemente in grado di tenersi lontano dalle secche della retorica e dalle paludi della didascalia, viaggiando da qualche parte tra ipnosi inquieta, sommessa elegia, lampi nitidi e quel senso di quieta remissione che era dna di certo post rock, di cui aveva detto il direttore anni fa. La peculiarità dei costrutti melodici, armonici, ritmici, sta nel loro essere articolati e complessi ma non complicati, felicemente cittadini di una terra di mezzo tra il narcolettico e il rivelatorio, abituati a poggiarsi sempre dove non te lo aspetteresti. John Fahey, Leo Brouwer, certe nevrosi che fanno intravedere nella penombra il profilo di Derek Bailey, arpeggi che potrebbero durare all’infinito, la chitarra come dispositivo d’ombre: c’è spazio anche per un momento che non è eccessivo definire commovente, quando intona The Season’s Reverse, dal capolavoro “Camoufleur” dei Gastr Del Sol. Una bella, bellissima canzone può reggere anche nuda, priva di arrangiamenti (su disco c’erano Rob Mazurek alla cornetta, Mark Popp, al secolo Oval, all’elettronica, John McEntire alla batteria, Steve Butters alla steel drum): ed è proprio il caso di questa specie di bossa nova psichica, indimenticata e indimenticabile. La seconda parte del set è più orientata verso la forma canzone classica, con molti frangenti cantati, a testimoniare i due principali poli di attrazione dell’arte del nostro, una sorta di compendio evoluto di Americana, tra fantasmi bluegrass che si mutano in drone in controluce, hillbilly raga, scorie di hardcore evoluto, echi di furia che persistono nelle aule di un’accademia libera e informale, il suono di una sveglia in un deserto noir, minime nevrosi ed epifanie urbane come un “Lost In Translation” per iniziati, sempre all’interno di un recinto di tensioni trattenute che non esplodono quasi mai, lasciando nelle orecchie il miele di una tensione perenne che cova come fuoco sottile sotto la cenere, e non accenna a spegnersi. Ed è anche per questo che su e con David Grubbs continueremo il discorso nel numero di febbraio della rivista. Nazim Comunale
Zu
Tpo, Bologna, 10 gennaio 2026
Prima uscita pubblica in continente per gli Zu, dopo un’anteprima sarda, a presentare il nuovo “Ferrum Sidereum”, uscito il 9 gennaio su House Of Mythology: il disco testimonia un’inattesa metamorfosi della band, che pare aver trovato una quadra all’interno di un perimetro in parte inedito. Mai Zu (con il nuovo Paolo Mongardi alla batteria in ottima evidenza e il massiccio e funzionale innesto di synth) avevano suonato così psichedelici e prog, né così armonicamente articolati. Preceduti dalla performance affilatissima, ansiogena e perfettamente consonante coi tempi “Il Terzo Reich” di Claudio Castellucci (con il quale la band ha collaborato in passato), Massimo Pupillo (basso elettrico), Luca T. Mai (sax baritono e synth) e Paolo Mongardi (decisamente il batterista definitivo, dopo i tentativi più o meno a fuoco con altri, a seguito dell’uscita di Jacopo Battaglia) attaccano proprio dove comincia l’album, con i colpi di machete nella selva di Charagma, un macigno post-metal venato di sfumature ritualistiche; i synth entrano prepotentemente nelle spirali di Golgotha, mentre Kether suona sorprendemente simile ai migliori Tool, con uno sviluppo molto ben congegnato e travolgente, in particolare dopo un inciso dalle fragranze dub. La band è tirata a lucido, il meccanismo è oliato alla perfezione, la sala è sold out, tutto procede nel migliore dei modi, peccato solo per qualche sparuto coglione che si arroga il diritto di fumare sigarette rendendo l’aria poco respirabile a chi vuole godersi il concerto in modalità immersiva, non rifugiandosi nelle retrovie. Se alcuni brani fanno pensare agli Zu più familiari, quelli con la mannaia in mano a macinare unisoni e scomposizioni ritmiche (A.I. Hive Mind), sono il mood complessivo e la pronuncia che paiono aver compiuto una virata verso accenti più spirituali, più cosmici, finendo per suonare, anche se musicalmente siamo altrove, come dei Gong che sono caduti in un pentolone Napalm Death o dei Pink Floyd in fissa col thrash metal evoluto. Nella mistura di questa pipa ci sono tabacchi che provengono da piantagioni lontane, la ruggine di questi suoni titanici, prometeici è figlia di nuvole che abitano cieli tra i più diversi: l’industrial, il folk apocalittico, la dark ambient, una psichedelia che tende all’epos, narrative prog, il metal, un certo gusto tribale accentuato dall’uso delle percussioni di Mongardi, caverne psichiche dove inseguire ombre drone, ritual, per una celebrazione massimalista di forze che trascendono ogni parola, al netto di qualche prolissità dovuta comunque a un’ispirazione intensa, palpabile, a un bisogno di dire che esonda. Quando ho avuto modo di parlare con la band a proposito dell’album nuovo m'hanno parlato di una visita dell’ispirazione in fase di ideazione, composizione e registrazione e questa verità e urgenza si avvertono anche dal vivo. Ammirevole da parte del trio la capacità di reinventarsi e dare nuova linfa a un suono che poteva essere giunto a un capolinea; del jazzcore che c’era in passato, ammesso e non concesso che ci fosse, è rimasto poco (niente se non l’andamento fast &furious che però a tratti assume anche bradicardiche movenze doom); la band ora suona, quanto meno come attitudine, simile a esperienze esplorative del metal contemporaneo quali Sumac o Blood Incantation, devota alle proprie ossessioni e fedele alle proprie ombre: lirica, tesa, feroce e chirurgica. Confermando che il live è uno dei suoi storici punti di forza e ribadendo una statura internazionale, che avrà modo di mostrarsi in tutto il suo abissale, torrido nitore nel corso dell'ennesimo tour europeo. Per quanto ci riguarda assieme alla band avremo modo di compiere un altro viaggetto: ne saprete di più nel prossimo numero della rivista. Nazim Comunale
Moult Festival
Foligno, 5 gennaio 2026
Seconda edizione del Moult Festival a cura di Young Jazz. Dopo tre sessions del “Countdown” dedicate alla scena italiana con, tra gli altri, il batterista extra-ordinario Stefano Costanzo, del quale abbiamo scritto in un paio di occasioni sulla rivista, arriva una giornata di musica non stop, con la consulenza alla direzione artistica di Dan Kinzelman. Al secondo piano di Palazzo Candiotti si comincia con “Ea: one-voice study on a wordless dictionary” della cantante Nina Baietta. Un solo che si attesta da qualche parte tra Meredith Monk e Diamanda Galás: risvegli animali, versi di uccelli, un’indagine sulle origini, le radici della voce. Stimolante nella sua fragile, naturale imperfezione: un buon punto di partenza. Poi tocca al trio Witchess: Andrea Giordano (voce, flauto, elettronica), Silvia Cignoli (chitarra, elettronica e voce) e Francesca Remigi (batteria, percussioni, composizioni, voce) tra dichiarazioni politiche, ruggini avant, fratture timberniane, articolazioni prog, dilatazioni free form, diversi spunti non sempre gestiti al meglio, tra ombre canterburiane, fughe nel buio come dei Gong virati apocalisse, ansie Storm & Stress e costruzioni in opposition. La carne al fuoco è davvero tanta (troppa?), i materiali potrebbero far drizzare le orecchie ai tipi della Cuneiform; il disco di debutto, su Hora Records, è buono, il live in parte da calibrare: mood complessivo tra il narcolettico, l’onirico e il nevrotico: eclettico dunque ma non sempre equilibrato. Letteralmente straordinari invece gli svizzeri Sc’ööf, novità assoluta e sorpresa travolgente: Christian Zemp (chitarra, elettronica), Elio Amberg (sax alto, elettronica) e Vincent Glanzmann (batteria, laptop) conquistano il pubblico con un set bomba che fa tornare in mente memorie di Sinistri, primi Goat (quelli giapponesi), Kukan Gendai, gli Horse Lords caduti da un precipizio e ridotti male (quindi benissimo) oppure i conterranei Schnellertollermeier virati funk-core. Un concerto che trabocca energia in ogni minuto secondo: puntillismi, fibrillazioni, groove imprendibili, galaverna glitch, gelo artico. Immaginatevi questo, immaginatevi quello, ma la musica di questi tre giovanotti non ammette repliche: attacchi (di panico) al fulmicotone, clamorosi bruciori di stomaco, miracolose e controllatissime abrasioni free, a metà strada tra ansie indicibili e illuminazioni minimaliste. I tre distillano un liquore ad altissima gradazione che brucia le labbra e inebria lo spirito: nitidi bagliori noise, una controllata, selvatica follia jazzcore, la perfezione di un meccanismo rotto in mille pezzi. Cercateli su Bandcamp e dal vivo, saranno (sono già) grandi. Poco da dire sull’ultimo nome in scaletta, Gli I, ovvero Marco Bernacchia (elettronica) Andrea Davì (percussioni ed elettronica) e Manuel Scano (voce ed effetti): un’apparecchiata di chincagliere assortite che gioca la carta weird senza colpire nel segno. Moult si propone comunque come un festival da seguire, speriamo di poter tornare l’anno prossimo, quest’anno ne è valsa la pena. Nazim Comunale
Stereolab
Royal Festival Hall, Londra, 6 dicembre 2025
L’anno che sta per concludersi ha riservato due inaspettate e gradite sorprese: a pochi giorni di distanza dal ritorno sul palco dei My Bloody Valentine ecco l’altro gruppo britannico seminale che ha indelebilmente segnato gli anni novanta, gli Stereolab.
Intro di sequencer alla Kraftwerk, un paio di funerei accordi d’organo e parte lo space age pop retro futuristico di Aerial Troubles, con irresistibile, solido ye-ye groove da sculettamento, solare armonia vocale e maestosi riff di tastiera e chitarra. All’innodica Motoroller Scalatron, classico che paga omaggio ai Faust di J’ai mal aux dents, segue l’elegante Transmuted Matter, che conferma l’abile capacità di sovrapporre diverse tessiture sonore, e poi un tuffo nel passato col trascinante jingle jangle del classico Peng 33, dall’album d’esordio del 1992, sorretto da energetica sezione ritmica e synth lancinante, quindi l’euforia nostalgica del carosello futuristico di Flower Called Nowhere, rassicurante ninna nanna avant pop dalla morbidezza eterea, leggera, ariosa e delicata, soffice come lo zucchero filato, e ancora la malinconia barocca di Melodie Is A Wound, edificata ritmicamente su un’intuizione presa a prestito, forse inconsciamente, da Matto, caldo, soldi, morto girotondo del maestro Morricone, con la deliziosa seconda parte strumentale da sogno febbrile perfetta rappresentazione del suono stereolabesque, neologismo consacrato alla luce delle innumerevoli scopiazzature sentite in giro, che con rapidi cambi di tonalità ed accelerazioni ipercinetiche approda in un inaspettato finale electro-improv kosmische. È un’autentica fiera: l'allegra If I remember I forgot to dream dal ritmo vagamente jazzato anni venti, ideale per avventurarsi in movenze Charleston con bell’assolo di trombone di Laetitia e seconda parte bella dilatata; il superclassico Miss Modular col suo perfetto mix di lounge music ed electro- psych con la voce calda di Laetitia: abbagliati da tanta magnificenza, gli occhi diventano lucidi soprattutto per il ricordo della mai troppo rimpianta Mary Hansen, prematuramente scomparsa in circostanze tragiche, che col suo contributo vocale ha relegato questa canzone nell’olimpo dei classici atemporali. Alla space age bossa di Household Names seguono Esemplatic Creeping Eruption, che parte alla Harmonia/Cluster per poi diventare stereolabica con l’ospite Marie Merlet (sodale di Laetitia nel progetto Monade), Percolator con la sua vertiginosa sezione ritmica su cui si inerpicano i divertenti effetti del sintetizzatore, per terminare col galoppante motorik di Electroified Tennybop! per gli arpeggi frenetici dell’arp synth vocoder. L’encore, con l’ospite Marie nuovamente in scena, spetta agli accordi cosmic jazz di Immortal Hand, che dopo un passaggio electro funk minimale esplode nel suo splendore sinfonico, perfetta introduzione per l’elegante e raffinata Cybele’s Reverie che chiude le danze.
Certo, avessi stilato io la scaletta avrei inserito almeno John Cage Bubblegum e French Disko, ma con una discografia così ampia e di qualità sempre eccellente, la scelta è difficile e il tempo (sul palco) tiranno per cui nessuna lamentela, anzi. Bentornati Stereolab! Ferruccio Guglia
Darius Jones Trio
Jazz Club Ferrara, 6 dicembre
Occasione abbastanza rara, e dunque da non lasciarsi sfuggire, quella di veder Darius Jones in Italia, quindi dopo il live della settimana precedente di Ches Smith torniamo al Jazz Club di Ferrara, per il trio del sassofonista: delegazione blowuppiana formata dal sottoscritto e da Federico Savini, che intervistò il nostro dieci anni fa su Blow Up#202 in un articolo dove trovava spazio anche Matana Roberts. Se della musicista in altra sede ci è capitato di criticare in modo abbastanza netto la più recente esibizione live italiana, qui invece le iperboli si sprecano. Se la formazione, la medesima dell’ultimo, ottimo “Legend Of e’Boi” promette, con Jones all’alto, Chris Lightcap al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria, il concerto mantiene: composizioni che talvolta paiono non avere un centro di gravità ben definito e in parte trovano forza proprio in questa natura ambigua, seducente, imprendibile, ma che in realtà svelano la propria assoluta solidità, data da una scrittura ispirata e sempre fuoco e benedetta da una sezione ritmica perfetta e da un interplay eccellente. Un vagare enigmatico tra ombre di fire music, swing cubista e sbilenco, negritudine a profusione, soul, elegia, lotta, cantabilità talora un po’ malmostosa ma sempre lirica e pungente. Il dettato e la pronuncia del leader spiccano per personalità e carisma: capita di sentire tracce che non capisci dove si appoggino, capaci di restare sempre coi piedi staccati da terra, macinando al tempo stesso groove inesorabilmente. La ritualità della musica ancestrale catapultata in scenari astratti, forme che appena si coagulano prendono altre strade, capaci di evaporare e farsi altro. Il mood è sempre interrogativo, in sottrazione, per un suono che pone domande più che dare risposte: le frasi intrise di free, di gospel, di blues del sax fioriscono sui muri mobili eretti da contrabbasso e batteria, capaci di aggiungere punteggiatura e di suonare sempre lievissimi e cruciali. Capita che Jones indugi su sovratoni e fischi, che Lightcap sfruculi le corde e la nostra anima, che Cleaver scuota noi assieme a pelli e tamburi e che il trio accarezzi il silenzio, per poi esplodere, senza risultare letteralmente mai prevedibile ma sempre maledettamente nitido, teso, ispirato, misterioso e avvolgente. Recuperate il disco se non lo avete sentito, è stata una delle vette in ambito jazz dell’anno passato; il live è stato uno dei più belli a cui abbiamo assistito nel 2025 e Darius Jones è uno dei musicisti jazz più importanti degli ultimi (parecchi) anni. Nazim Comunale
Ches Smith Clone Row
Jazz Club, Ferrara, 29 novembre 2025
In quello che è uno dei più bei locali (se non in assoluto il migliore) per ascoltare il jazz in Italia, al Torrione San Giovanni, arriva il nuovo progetto di Ches Smith, già ascoltato nella stessa sede con Snakeoil di Tim Berne nel 2017 e poi, tra le varie volte, anche con il trio di Marc Ribot Ceramic Dog sia a Strade Blu che al Lupo. Stavolta è il turno di un progetto dove il batterista di Sacramento è leader: Clone Row sono un quartetto che lo vede a elettronica, vibrafono, oltre che a piatti e tamburi, con la complicità di Nick Dunston al contrabbasso e doppia chitarra elettrica: Mary Halvorson e Liberty Elllman. Il quartetto presenta il disco uscito per Otherly Love a giugno di quest’anno. Basi di hip-hop dispari sghembo e serrato, tali da far pensare ad Anti Pop Consortium o Clipping e che fungono da fondamenta su cui imbastire incalzanti numeri di colta nevrosi urbana sporca di ruggine rock. Smith armeggia con un tablet e piccole diavolerie elettroniche, la sua batteria ha un pad e si muove con disinvoltura tra gli strumenti dettando il ritmo, in dialogo con l’ottimo Dunston alle quattro corde, mentre le due chitarre, affilata, acida ma un po’ algida quella di Halvorson, più selvatica e ispida quella di Ellman, dialogano aggiungendo spine alla rosa. Da vulcaniche geometrie esatte, astratte esplodono lapilli free; il clima è torrido e gelido al tempo stesso, electro avant jazz denso, convulso: costruzioni sguscianti, ansiogene, massimaliste, che esondano di suoni, di idee, di roba, che erompe dagli argini e si coagula in forme imprendibili ma che non sembra mai perdere di vista lo spartito, quantomeno come postura e forma mentis. Un suono che pare spesso sul punto di rompersi in mille pezzi ma che sa mantenere (forse fin troppo) sempre il filo del ragionamento, per quanto iper cerebrale, abitato da febbri anfetaminiche. Un flipper di istanze e influenze diverse, mille scomposizioni, eruzioni, controtempi e contrattempi, come uno swing da gaming giapponese allucinato, plurifratturato. Capita che il clima si quieti e si spalanchino porte che danno su altri giardini. Fanno capolino anche echi tribali, labirinti post tutto, fughe verso l’altrove. Per lunghi tratti lontano dalla batteria, Smith ha sempre polso disinvolto e sicuro nel guidare la nave, che conduce l’equipaggio in mezzo agli oceani perigliosi con maestria, ma pagando talora lo scotto di un’eccessiva freddezza, tra sequenze di obbligati, idee ripide e articolate che nella scrittura ricordano le salite erte di certo Berne ma tradiscono anche la fascinazione per un suono urban che permea un po’ tutte le tracce. Il meccanismo è oliato alla perfezione e più di un groove carezza l’estasi (Clone Row o la catatonia mobilissima di Sustained Nightmare), ma qualcosa (la composizione? L’intenzione? La nostra voglia di turbamento, forse?) ci lascia parzialmente distanti, fermo restando che parliamo di gente dal talento cristallino, di musicisti tra i più significativi nel panorama delle musiche creative e di un concerto molto divertente, il che non è davvero cosa di poco conto. Il programma del Jazz Club di Ferrara promette altre scintille per il 2026: intanto già in dicembre, tra le altre cose, ci saranno Darius Jones in trio (il 6) e i Tell Kujira il 19. Nazim Comunale
My Bloody Valentine
Ovo Arena Wembley, Londra, 25 novembre 2025
Con l’immancabile cappellino a visiera, J Mascis si presenta in versione acustica e per una quarantina di minuti delizia i presenti con un set emozionante soprattutto per chi è cresciuto a pane e Dinosauro sciorinando Thumb, Out There, Alone, Ocean in the way, Not You Again e addirittura Little Fury Things e The Wagon! Trovano spazio anche Drifter e Heal the Star, entrambe tratte dal secondo lavoro solista del 2014 “Tied to a Star”. Sulle note della mini sinfonia elettrica Geradewohl di Hans-Joachim Roedelius (Cluster e Harmonia) arriva il cambio di luci che annuncia il ritorno sul palco dei MBV dopo sette anni di assenza, ovvero da quando Robert Smith dei Cure, in veste di curatore dell’annuale Meltdown Festival, li invitò ad esibirsi nel 2018 al Royal Festival Hall.
Le rarefatte ondate di feedback introducono la febbrile e onirica I Only Said e quando parte l’intensa euforia disorientante di When You Sleep l’emozione diviene incontrollabile e gli occhi si fanno lucidi, pura magia che continuerà per tutta la serata in forma cangiante, ora trasognante pop (New You) dai tratti danzerecci (Only Tomorrow) addobbata in vestigie jingle jangle saturi di mieloso fuzz (Honey Power and Off Your Face) angelicamente fragile e delicata nonostante i leggendari volumi esagerati (Cigarette in Bed, Come in Alone) e da iperaccelerazione tachicardica (You never should). Sullo sfondo scorrono dilatate e distorte immagini psichedeliche, incessanti onde di luci stroboscopiche di colorazione rosa e viola ci avvolgono come fitta nebbia e ci perdiamo nel flusso sonoro tra gli intrecci delle corde vocali di sensualità androgina di Belinda e Kevin e gli intrecci ipnotici e miracolosi delle corde delle chitarre (che in alcuni pezzi diventano ben tre con l’aggiunta della fida Jen Macro), il tutto governato dalla precisione metronomica e dalla forza tellurica della sezione ritmica sapientemente guidata dalla guerriera Debbie e dall'inarrestabile Colm alla batteria. Il delirio estatico arriva con Only Shallow e continua con Nothing Much to Lose con la sequela mitragliatrice di Colm che scuote la gabbia toracica e l’oceano di feedback finale che ci seppellisce. Quando parte To Here Knows When, con la voce sussurrata di Belinda e la chitarra vorticosa di Kevin, perdiamo ogni concetto di gravità e finiamo chiusi in una soffice ed eterea bolla che ci trasporta in celestiali paradisi extracorporei. Ci stanno pure le vecchie Thorn, che suona come una versione inglese dei Dinosaur JR, e Slow, dal testo sconcio e il ritmo indie psych-danzabile che riscalda i muscoli per l’arrivo del pattern di batteria loopata dell’immarcescibile pietra miliare Soon, che dopo quattro decenni suona (e suonerà sempre) fantastica e che fa letteralmente esplodere in area il palazzetto col fragoroso ritmo dance della sezione ritmica, voce ultraterrena e chitarra che squarcia il groove con l’abrasività di un riff iterato che potrebbe continuare per l’eternità. Difficile proseguire dopo tanta grazia, per cui i nostri si giocano le uniche carte rimaste a loro disposizione, e sono assi pesanti che alzano ancora il tiro, per cui ecco in tutta la loro esplosiva furia l’assalto supersonico del furibondo dittico Feed Me With Your Kiss e You Made Me Realise, questa in versione allungata a dodici minuti con intermezzo di sei di puro rumore bianco obliterante che congeda i dodicimila presenti lasciandoli sì con qualche decibel di udito in meno ma anche la certezza di aver assistito a due orette scarse di imponente oblio sonoro, possente e magnifico. Ferruccio Guglia
Lino Capra Vaccina & MAI MAI MAI + Sanam
Monk, Roma, 24 novembre 2025
Il lunedì molto piovoso della capitale non trattiene un folto ed eterogeneo pubblico dal raggiungere il Monk al Portonaccio per assistere a una serata di musica dalle sfumature illuministe proposte attraverso una mescolanza di culture e tradizioni assai più lontane geograficamente che non dal punto di vista umano e quindi antropologico. In divenire, il sentiero unico e allegorico tradotto in una suite dai confini appena percettibili dei quattro componimenti de “I racconti di Aretusa” – ovvero la prima pubblicazione a catalogo della Baccano Dischi, la costola discografica della Luiss University Press, che collabora alla serata – è quello per il quale il percussionista e compositore Lino Capra Vaccina e MAI MAI MAI (Antonio Tricoli) aspirano a un coinvolgimento in relazione alla genesi dell’opera stessa, giunta a compimento delle due settimane di residenza che gli artisti hanno condiviso a Siracusa tre anni or sono, durante l’Ortigia Sound System Festival. Se Aretusa infatti è una fonte d’acqua dolce che sgorga nell’isola siracusana a poca distanza dal mare, e che secondo la mitologia greca deve il suo nome alla ninfa trasformata in sorgente da Artemide perché stanca delle continue attenzioni di Alfeo, le musiche di Capra Vaccina e MAI MAI MAI assecondano quella stessa narrazione amplificandone l’emotività con note di piano che, ripetendosi ciclicamente lungo tutta la trama, sembrano evocare la sofferenza di uno stallo esistenziale in contrapposizione alla moltitudine delle sollecitazioni positive della vita, metaforicamente rappresentate dalle fonti percussive sul tappeto dei variegati suoni sintetici che amalgamano tutto. Il legame empirico tra la leggenda di Aretusa e i due artisti, e tra gli stessi due artisti così distanti per età ed esperienze vissute, si traduce in un concorso di idee così ricco di significati che ogni singolo dettaglio sonoro, voci di popolo comprese, ci racconta noi stessi nell’animo più di mille inutili parole. E condividere questa esperienza dal vivo, al netto di ogni distrazione posticcia dalla trama che ha originato il progetto, è stato salutare, quasi commovente. Poi per proprietà transitiva (ammessa e non concessa, va da sé) ci si attendeva la stessa efficacia anche dai Saman ma, per quanto tanta fosse la curiosità all’inizio, una certa delusione alla fine la si è dovuta constatare. Ché trasferire dal vivo la bellezza di un disco (il recente “Sametou Sawtan”) non è mai semplice per nessuno e questi sei ragazzi di Beirut, seppur con tutta la buona volontà e con le attenuanti del caso, sono sembrati veramente acerbi e soprattutto, a prescindere dalle peculiarità che su disco emergono in modo più funzionale e caratteristico come il cantato in arabo e l’uso sistematico di uno strumento come il bouzouki, hanno dato l’impressione di essere ancora lontani da una loro precisa identità, non tanto per poterli collocare all’interno di un contesto definito quale che sia, quanto piuttosto che li possa rendere immuni da certi fastidiosi cliché quali ad esempio l’uso (seppur misurato) dell’autotune, di cui francamente non si sentiva il bisogno e non si sono avvertiti i benefici. Andrea Amadasi
Jethro Tull
Roma, Auditorium Parco della Musica, 24 novembre 2025
Onestamente credevo saremmo stati relativamente pochi al concerto dei Jethro Tull e, invece, sorpresa: sala piena e tanti giovani a dispetto di chi crede che questo sia un gruppo di culto per persone di una certa età. Il chitarrista Martin Barre, per decenni al fianco di Ian Anderson, è fuori da tempo, con grande strascico di polemiche, ma il leader ha messo su da qualche anno una nuova e stabile formazione (basso, batteria, tastiere e chitarra) e continua dritto per la sua strada, sebbene la voce e l’incredibile presenza scenica di una volta non possano più essere le stesse, avendo ormai quasi ottanta anni…
Concerto bellissimo, bisogna dirlo subito, grazie all’intelligenza di Anderson che sfugge alla trappola di presentare soprattutto i brani degli ultimi album e propone una sorta di “storia” dei Jethro Tull, a cominciare dal blues delle origini per arrivare alle ibridazioni con l’hard rock, il folk inglese, le suggestioni classicheggianti e rinascimentali che hanno creato l’unicità del sound della sua premiata ditta. Resta fuori solo il periodo “elettronico” quando, negli anni ’80, si incaponì a misurarsi con una dimensione che non era la sua, producendo scarsi risultati, fatto salvo quel capolavoro che è The Broadsword and the Beast (1982) dal quale, purtroppo, non è stato estratto alcun brano. Dopo un serioso avviso dagli altoparlanti (“il signor Anderson chiede gentilmente di non fotografare e registrare perché la sua musica è molto complessa da eseguire e i musicisti potrebbero distrarsi con i flash. Lascerà, però, che lo si possa fare durante il bis”), si parte dunque con Some Day the Sun Won’t Shine for You, dal primo album, This Was del 1968, dove colui che è passato alla storia soltanto come flautista si cimenta con l’armonica a bocca, suonata in maniera notevolissima (prego, cercare questo brano su YouTube in versione dal vivo, per verificare) e si prosegue con A Song for Jeffrey, introdotta dal vecchio amico e storico bassista della band, Jeffrey Hammond (sugli album sempre annotato come “Jefrrey Hammond-Hammond”), che si dichiara grato di esserne il dedicatario.
Ecco, una delle novità dei Tull 2.0 è l’uso intensivo dei video, impensabile nei concerti del periodo d’oro del gruppo, fatti solo di corpi, acrobazie e sudore. Un grande schermo alle spalle dei musicisti propone, infatti, immagini complementari ai brani eseguiti: frammenti di vecchi concerti (con Anderson capellone e magro), immagini della campagna e della vita operaia inglese per The Donkey and the Drum (i Tull sono stati uno dei gruppi più profondamente “British” della storia del rock), di barboni (per Aqualung) o semplicemente evocative, a commento del testo delle canzoni (fanno capolino anche le sagome di Freud e Jung, in relazione a Curious Ruminant, dall’ultimo album del 2025). Evitando la prevedibile scaletta cronologica, il gruppo salta direttamente a Thick As A Brick (1972), la lunga suite dalla quale viene proposto un breve estratto, e da allora si va avanti e indietro, percorrendo e ripercorrendo la lunga vicenda artistica dei Tull con Mother Goose e My God, da Aqualung del 1971 (precisissimo Anderson negli arpeggi, come già in Thick As A Brick, perché, ricordiamolo, è stato, ed è, anche un ottimo chitarrista acustico…), The Weathercock e i cori di Songs from the Wood (1977), entrambe dall’omonimo album del 1977 che aprì la cosiddetta “trilogia folk” (che comprende anche Heavy Horses del 1978 e Stormwatch del 1981), Aqualung, ovviamente, completamente rifatta in un arrangiamento che non è molto convincente, e Budapest, dall’album Crest of a Knave, del 1987, una canzone non particolarmente memorabile, molto influenzata dal sound dei Dire Straits (come tutto Crest, del resto), ma che, chissà perché, Anderson ritiene una delle sue migliori composizioni.
Resta da dire di Ian Anderson flautista, certamente ciò che più ha caratterizzato la sua attività musicale (ricordiamo che è stato anche un imprenditore, avendo gestito per anni un allevamento di salmoni in Scozia). Ebbene, la sua tecnica è decisamente più precisa e pulita, la diteggiatura accurata (alle origini se l’era completamente inventata lui, si mise a studiarla bene negli anni ’90, quando la figlia, che studiava il flauto a scuola, gli disse che era tutta sbagliata) ma certamente la potenza espressiva giovanile non c’è più, forse non può più esserci: quel l’uomo che ringhiava, sbuffava, eruttava in quello strumento, consegnandolo al linguaggio del rock dopo aver fatta propria la lezione jazzistica di Roland Kirk, è ormai un’altra persona e anche le oscenità che un tempo di divertiva a fare con lo strumento, e che divertivano le folle (compreso il sottoscritto) sono ormai consegnate alla storia e soltanto evocate qui e lì: resta un grande musicista che legge ormai il suo repertorio come un corpus unitario, divertendosi a ricombinarne le parti ogni volta in modo diverso. Non bisogna, però dimenticare, per finire, che anche i testi scritti da quest’uomo sono sempre stati di singolare originalità, talvolta autenticamente poetici, passando da piccoli spaccati della vita inglese di provincia, alla critica della religione istituzionalizzata, dalla satira dei tabloid popolari del Regno Unito alla celebrazione della vita rurale, fino alle riflessioni esistenziali di Minstrel in the Gallery, del 1976, agli appelli contro l’inquinamento e agli attacchi a Margareth Thatcher (proprio in Crest of a Knave). E, ancora oggi, Anderson è in grado di scrivere dei versi meditati, spesso linguisticamente molto ricchi, che purtroppo sono destinati a passare in secondo piano in un concerto rock come quello di ieri. Inevitabile il bis con il classico Locomotive Breath, preceduto da un video in cui, sempre lui, ci guarda da un binocolo (come sulla copertina di Stormwatch) e sulle lenti compare il via libera a usare i cellulari, per portarsi a casa un meritato ricordo. Giovanni Vacca
“Barezzi Festival”
Busseto, Parma, Fidenza, 13-16 novembre 2025
Passa in archivio anche la diciannovesima edizione del Barezzi Festival, sempre più itinerante per vocazione e ancor più versatile ed inclusivo nello spirito, poiché se la musica è il centro di gravità della tre giorni parmense è pur vero che intorno ad essa si fa largo l’idea di un mecenatismo romanticamente fuori dalla consuetudine, che si dilata in più direzioni con potenzialità tutte da esplorare. Con la rassegna parallela “Fuori rotta”, ad esempio, si è inteso proporre un percorso letterario alternativo attraverso incontri con docenti accademici, critici e storici dell’arte allo scopo di approfondire il rapporto tra arte e mecenatismo, con particolare attenzione alle contraddizioni che in esso possono celarsi, con l’esperienza vissuta e le figure di Giuseppe Verdi e Antonio Barezzi sullo sfondo a illuminare il pensiero critico. Ma poi anche arte figurativa con l’esposizione “Quadreria”, dipinti e illustrazioni che interpretano la musica in chiave contemporanea ad opera di artisti locali e non, quindi il contest Barezzi Lab, che ogni anno coinvolge decine di giovani musicisti che provano a definire il proprio
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