LIVE! VISTI E SENTITI
LIVE! VISTI E SENTITI
[nell'immafine: Neffa, foto di Andrae Amadasi]Neffa
Estragon, Bologna, 22 marzo 2026
Dall’Isola nel Kantiere come uno dei cani sciolti della ballotta al cane randagio dei tre sold out bolognesi dell’Universo Tour 2026, cosa sarebbe della storia di Neffa senza questo presente tornato improvvisamente a brillare? Osservando il pubblico presente alla prima delle tre serate all’Estragon si distinguono velocemente i reduci della carboneria da centro sociale, quelli che tiravano l’alba replicando la “rapadopa” a tempo indeterminato, così come non è difficile individuare un generico pubblico da Festivalbar che con Aspettando il sole, La mia signorina e poco altro si porta a casa l’amarcord sufficiente a giustificare il prezzo del biglietto. E poi si distingue la parte più giovane del pubblico, che non è chiaro se sia l’indotto dei primi piuttosto che del secondo o di altro ma dà l’impressione di assistere al concerto con convinzione di parte e tanto basta. Neffa dal canto suo fa il gigione assecondando tutti alla stessa maniera, la sua maniera, dall’alto di un repertorio ultratrentennale. Si toglie lo sfizio di suonare tutto “Chicopisco” (“…mi piace e non l’ho mai suonato fino ad ora…”, dice a un certo punto), che fa tanta fierezza (ri)prendere per il naso e le orecchie quelli che ancora non capiscono… Senza rancore né polemica per carità, che il rapper quasi sessantenne col capello pettinatissimo e la riga da una parte come l’impiegato del catasto è tornato pacificato dai suoi stessi travagli (Burnout) e poi, dettaglio non di meno importante, sempre lui – insieme alla sua “banda totale” che si compone di Paolo Muscovi alla batteria, Cesare Nolli e Christian Lavoro alternativamente basso e chitarre, Paolo Puddu Albano alla chitarra solista, Patrick Benifei alle tastiere e Micol Toudai, supportati e coadiuvati alla console da DJ Double S, per un combo davvero scintillante – è oggi troppo più maturo oltre che stiloso per fermarsi a ribadire a chicchessia come Stare al mondo (…) che noi siamo qui a fare festa mentre le bombe ci passano in testa (…) e la speranza non può che essere rivolta ai bambini di oggi (Cambierà). Poi a un certo punto sale sul palco Kaos One come ospite (Carcere a vita / Deidellolimpo) e per una frazione di concerto si ritorna ad una dimensione più verace e primordiale del rap di casa Italia e sullo sfondo pare di rivedere le pareti dell’Isola. Perché volenti o nolenti si torna lì, al binomio ganja & ballotta che sono il centro di gravità permanente su cui Neffa, spesso anche giocando col senso delle parole, ha impostato la sua carriera. E anche se oggi la storia è molto diversa, che il medley Cane randagio che diventa Cani sciolti che torna ad essere Cane randagio addolcisce solo un po’, è assodato che Neffa è tornato sulla traccia, e conta poco se con o senza porra a supporto, assai meno di ascoltare ancora e sempre come suona perché l’aria intorno a noi non è per niente buona. Andrea Amadasi
Masayoshi Fujita + Keiji Haino
OGR, Torino, 15 marzo 2026
Anticipo di Sol Levante primaverile a Torino, con il guru dell’avanguardia Keiji Haino – freschissimo di beatificazione grazie al Leone d’oro alla carriera assegnatogli dalla Biennale Musica di Venezia con la menzione “poeta del rumore” – e il vibrafonista e molto altro Masayoshi Fujita. Due set distinti, ospitati in due aree differenti delle OGR, imponenti edifici industriali un tempo sede di officine per la riparazione dei treni riconvertiti a polo culturale e tecnologico dal 2017. Esibizioni co-prodotte con il MAO (Museo d’Arte Orientale) alla presenza di un pubblico avvertito e partecipe, che aveva esaurito i posti disponibili già nei giorni precedenti. A presentarsi per primo Fujita, circondato da un armamentario tra l’acustico e l’elettronico, proponendo inizialmente lenti e misurati sfregamenti di archetto sulle barre del vibrafono, mano a mano più intensi e in seguito incrociati con loop e bordoni digitali dalle tonalità piuttosto oscure. Lo strumento principale non è stato mai suonato in maniera ortodossa, perché quando a percuoterlo sono giunti i battenti c’erano sempre oggetti metallici o un semplice foglio di alluminio tipo Cuki allungati sulla superficie a variarne timbricamente i suoni. A un certo punto Fujita, lanciata una base dronica, ha abbandonato la sua postazione per descrivere un semicerchio intorno al pubblico seduto in terra (ormai l’abbiamo capito: è un’encomiabile tendenza degli organizzatori di eventi a far sì che tutti, indipendentemente dall’età, si sentano giovani e atletici), scuotendo e colpendo di tanto in tanto campanellini e sonagli di cui si era armato. Un momento ritualistico dal discreto effetto, ad arricchire una performance dal taglio ambient quasi classico, ma non per questo scolastica, arricchita da intromissioni impreviste e contenente rare citazioni (Desonata, Valley) tratte dal “Migratory” del 2024.
Successivo, rapido trasferimento alla location denominata Binario 3, per comprendere se Keiji Haino avesse ancora l’agilità esecutiva e il magnetismo dei tempi belli. Qui i più lesti tra gli spettatori riuscivano ad accaparrarsi utili cuscinoni per rendere meno dura la sosta sulla fredda pavimentazione, ma occorre dire che la presenza scenica del man in black giapponese ha permesso a tutti, anche a chi era in piedi, di non soffrire traumi da postura errata. Il nucleo fondante della prova è consistito stavolta nel percuotere con martelletti la polygonola, una serie di sottili cerchi, rettangoli e poligoni metallici di varia dimensione, ciascuno dei quali poggiato su una basetta di legno a croce. L’approccio di Haino non ha avuto nulla di virtuosistico, limitandosi a colpi piuttosto elementari, ossessivi, generatori di suoni che si differenziavano l’un l’altro in base alla forma del metallo ma che allo stesso tempo si accrescevano di risonanze e armonici rimbalzanti all’infinito. A lato, piatti da banda e campane orientali e tamburi a cornice da agitare nell’aria, colpire, sbattere per terra e strusciare sui muri con gestualità teatrale talvolta accompagnata da urla gutturali. Atti estemporanei, improvvisati, urtanti, catartici a ribadire la necessità di non perdere il nostro senso del primordiale e l’importanza della relazione tra il suono e lo spazio circostante mediata dal corpo e dallo spirito dell’esecutore. Piercarlo Poggio
Los Sara Fontan
Giù dall’Arca, Bologna, 10 marzo 2026
Il Laboratorio Giù dall’Arca è un piccolo, delizioso teatro di quartiere in Bolognina, a due passi da dove una volta c’erano XM24 e Link. Se il centro della città oramai è divenuto un chiassoso mangimificio per turisti, la Dotta resta comunque una città dove è possibile, se si serba un briciolo di curiosità, frequentare posti dove si fa cultura dal basso con lo spirito che è sempre più raro trovare in giro: luoghi che, nella loro dimensione intima e raccolta, sono sempre più importanti e preziosi oggi, come fa notare Sara Fontan (violino ed elettronica) del duo catalano (a batteria e elettronica troviamo Edi Pou, noto anche per essere metà degli ottimi Za!) in chiusura di concerto. Se per diverso tempo il duo (che è anche in qualche modo un progetto di vita, di resistenza) non ha registrato nulla (se non dei live) per scelta, ora con “Consuelo” è giunto al terzo disco, autoprodotto. Sulla loro pagina bandcamp tra i generi troviamo post-rock strumentale, idm, contemporary classic, minimalismo: il cronista come riferimenti ha appuntato , nei rari momenti in cui non muoveva gambe e testa trascinato dal ritmo ipnotico che muove le loro composizioni, il catalogo della Recommended Records di Chris Cutler, gli Autechre, il duo di Iva Bittová e Pavel Fajt, un mood frastagliato, estatico, un panismo ipnotico tra rave e cielo, i Liturgy, estasi e frenesia: violino, un controller per gestire Ableton, un pad elettronico e dei microfoni a contatto su alcune parti della batteria, con effetti che entrano anche nel sistema di Sara e che lei stessa gestisce. Los Sara Fontan fanno una musica estremamente personale, difficilmente definibile, che sa pescare tra suggestioni folk virate avant (l’ottima, sin dal titolo Zapatos, Selfie, Genocidio, Make-Up), lanciandosi a rotta di collo in esplorazioni che giocano con scomposizioni ritmiche, sovrapposizioni e strati, ombre di flamenco e musiche arabe o comunque non europee, labirinti out-techno (Mecanismes d'Obediència ) e via delirando, in un pachinko in hd che sorprende e travolge per varietà di soluzioni, nitore dell’ispirazione e maturità nella scrittura, in ottimo equilibrio tra ansie sperimentali e melodie e groove a presa rapida. Se Creer Fuerte a me personalmente ha ricordato il miglior Four Tet, Megalodon 2 è una risposta credibilissima ai Battles; sarebbero mille altri i nomi da citare nella musica-mondo di questo duo, ma questo probabilmente vorrebbe anche dire non fare giustizia al loro scatenato e gioioso eclettismo, e non se lo meritano. Cercate i loro dischi su bandcamp, non perdeteveli dal vivo e seguite la programmazione del Giù dall’Arca, arriveranno altre cose belle e difficili da trovare altrove, in questo nostro derelitto paese. Serata bellissima. Nazim Comunale
Kid Congo & The Pink Monkey Birds
Oslo, London, 7 marzo 2026
Se il nome anagrafico del chicano Brian Tristan rasenta l’anonimato, quello d’arte Kid Congo Powers è sinonimo di immarcescibile culto, devoto e fervente perché indissolubilmente legato a due gruppi seminali quali Cramps e Gun Club (ma ricordiamo anche la militanza nei Bad Seeds di Nick Cave periodo “Tender Prey” / “The Good Son e negli Angels of Lights di Michael Gira degli Swans). Da una ventina d’anni Kid continua a predicare il verbo del rock’n’roll con i Pink Monkey Birds (omaggio al Bowie di Moonage Daydream) e a due anni di distanza rieccoli sul palco all’Oslo in versione trio con Ron Miller alla batteria e Mark Cisneros degli Hammered Hulls alla chitarra. Dall’ultimo lavoro del 2024 “That Delicious Vice” sono tratte la tambureggiante The Boy Had It All e Silver For My Sister, che ci porta indietro nel tempo nei territori western dell’unico club di armi di cui andare fiero di esser membro, quello del mai troppo compianto Jeffrey Lee Pierce il cui spirito aleggia nel trash rumble fuzzato di Psychic Future. Il psych beat groove di Sean DeLear illumina il palco di gioiosità da caleidoscopico flashback lisergico e ci introduce direttamente nell'esotica giungla psichedelica crampsiana della classica Goo Goo Muck con l’aneddoto introduttivo “suona questi due semplici accordi e per il resto della tua vita tutto andrà bene” suggerito in modo rassicurante da Lux ed Ivy a un giovane e timido Kid in sala di registrazione nei primi anni Ottanta. Dopo la nuova Aphrodite Expedite (disponibile solo in singolo acquistabile al concerto), dal taglio wave e dall’ipnotica chitarra funk che diviene esotica e con breve finale grattugiato no wave, tutta la genetica chicana di Kid esplode in forma virulenta nella cumbia virata garage di Ese Vicio Delicioso e nella successiva La Arana, con la distorta chitarra che emette feedback stratificato tra gli irresistibili ritmi latini e festosi canti del pubblico danzante che risponde calorosamente all’invito di unirsi per sbraitare il coro in spagnolo maccheronico. Seguono gli abbondanti 15 minuti della stratosferica He Walked In, dove tutta la capacità tecnica e grande inventiva del trio risalta in un epico viaggio psych noir che avrebbe fatto felice il buon David Lynch. Finale al cardiopalmo con doppietta Gun Club (Walking With The Beast e She’s Like Heroin To Me), due originali innodici anthem primordiali (Beast a Priest e Wicked World) e nientemeno che… Call of the Wighat dei Cramps! Alla luce di cotanta grazia sembrerebbe impossibile proporre quel bis richiesto a piena voce da tutti i presenti in sala senza perdere un briciolo di mordente, e invece veniamo miracolosamente smentiti grazie alla magnetica presenza scenica dell’inatteso ospite Jim Jones (ex Thee Hypnotics, JJ Revue ed attualmente in pista con gli All Stars) per una versione selvaggia alla MC5 del superclassico Sex Beat dei Gun Club che conclude la serata nel migliore, e forse unico, modo possibile. Ferruccio Guglia
Bee Bee Sea
Firenze, Ex-fila, 21 febbraio 2026
Il clima primaverile di questo sabato 21 febbraio lascia il posto a una certa sizza serale che rovina le voglie di bella stagione, specie dopo un inverno così piovoso. Considerazioni metereologiche a parte, la serata si preannuncia comunque promettente: l’Ex-fila è pronto ad accogliere una delle serate organizzate da Annibale, che equivale a garage-rock, psych, punk e affini. A questo giro sono attesi i Bee Bee Sea, che portano in tour l’ultimo “Stanzini Can Be Allright” (BU#331), e che del garage-rock sono fra i migliori esponenti in Italia, e quindi da non mancare quando passano vicino. Il circolo ARCI ci accoglie nella sua corte interna, dove la tentazione è quella di giocare a biliardino oppure a basket, tentazione che rende l’Ex-fila un locale ancora più ospitale, nonché uno dei migliori per offerta culturale di Firenze, ormai da anni. La sala è al piano di sopra e arriviamo appena in tempo per l’esordio dal vivo del gruppo spalla, i Rapa da Milano, che sfoggiano un buon hardcore punk in italiano, e che ottengono un’ovazione quando confessano candidamente “siamo tutti over quaranta…e questo è il nostro primo concerto”. Poco dopo lo scoccare della mezzanotte, fa la sua comparsa il trio di Castel Goffredo, capitanato da Damiano Negrisoli, in arte Wilson Wilson, risposta italiana a Pete Doherty, con un’aria stralunata e cappellino da coltivatore di granturco del Kentucky. Mentre ti chiedi se è quel cappello ad aver attirato le attenzioni di Iggy Pop nei confronti della band lombarda, i Bee Bee Sea partono a suon di garage-pop, con una scaletta incentrata soprattutto sull’ultimo disco. Un po’ ci vuole prima che l’atmosfera si scaldi (figurativamente, però, perché dentro la sala è già caldissimo e il pubblico è numeroso), ma appena a metà concerto la gente salta, canta, si sbraccia, qualcuno fa prove di crowdsurfing, partono le birre, volano i bicchieri e chissà che altro. Ormai sono rotti gli indugi, e anche i Bee Bee Sea prendono coraggio: prima intonano la celebre poesia del Pacciani, e dopo un po’ ci provano: “di là ci c’è il nostro ultimo disco in edizione limitata…vinile color viola, per voi amici fiorentini! Noi siamo milanisti, però…”. I tre ignorano che con molta probabilità la maggior parte della folla è composta proprio da milanisti e juventini, anche a Firenze (ahimé), ma non importa, vanno avanti con il loro garage-rock veloce e melodico, il pubblico poga sempre più partecipe; qualche buon pezzo si allunga in jam psych-pop, Negrisoli concede qualche azzardo chitarristico, e nel finale la band si lascia andare perfino a una fantastica Let There Be Rock, col batterista Andrea Onofrio a fare le veci di Bon Scott. Il concerto finisce, noi torniamo a respirare fuori, il tempo di una sigaretta, qualche saluto e siamo già in autostrada in direzione Bologna, con la sensazione di aver passato una serata fuori a fare gli scemi, di aver sentito un gruppo che meriterebbe molto di più, almeno in questo paese disastrato. La vita è fatta (anche) di gioie semplici e di belle speranze. Ruben Gavilli
Kula Shaker
Bürgerhaus Stollwerck, Colonia, 25 febbraio 2026
A due anni e mezzo di distanza i Kula Shaker ritornano al Bürgerhaus Stollwerck di Colonia. Allora presentarono in anteprima alcuni brani del disco che sarebbe uscito di lì a poco, l’ottimo “Natural Magick”. Questa volta Crispian Mills e compagni hanno un album nuovo di zecca da far ascoltare, “Wormslayer”. Il risultato non cambia: in entrambe le occasioni è sold out.
Ad accompagnarli in tour questa volta sono i Floral Image, quintetto di Norwich del giro Fuzz Club. Alle nove in punto salgono sul palco e attaccano con una selezione di brani dal loro recente esordio “Gone Down Meadowland”, spaziando tra jam lisergiche, ripetizioni kraut e psichedelia punkizzata. Il pubblico gradisce. Quando un’ora dopo arrivano i Kula Shaker, l’atmosfera è già elettrica.
Nonostante siano passati esattamente trent’anni dall’esordio fulminante di “K” e quasi quaranta da quando i giovanissimi Crispian Mills e Alonza Bevan decisero di formare la band, i Kula Shaker non sono un gruppo con lo sguardo rivolto al passato, non si cullano sugli allori e non cedono alla facile tentazione di costruire una scaletta a uso e consumo del fan nostalgico. Sono qui e ora e lo mettono subito in chiaro con una setlist che non parte a razzo con gli anthem attesi dal pubblico, ma si concentra sui pezzi di “Wormslayer”, «il nostro ultimo album, nato appena un paio di settimane fa», dirà più avanti un sorridente Crispian.
L’attacco è con “Lucky Number”, la vorticosa opener del nuovo LP, cui seguono esattamente come nella tracklist, “Good Money” e l’iridescente “Charge Of The Love Brigade” che si muove sinuosa tra ritmi quasi dance e una melodia avvolgente. Così come avvolgente è il fantastico light show psichedelico firmato dall’artista californiano The Mad Alchemist che accompagnerà l’intero set immergendo band e pubblico in un’esplosione di colori e immagini cangianti.
Il primo picco di un concerto che si rivelerà magmatico arriva con un altro brano di “Wormslayer”, “Broke As Folk”, a metà strada tra Dylan e Doors, con le tastiere di Jay Darlington che strizzano l’occhio a quelle di Ray Manzarek.
Dal vivo i Kula Shaker sono quello che gli inglesi definirebbero “a very tight unit”, una macchina rodatissima in grado di passare da pezzi delicatissimi spesso arricchiti da influenze indianeggianti a esplosioni hard rock, da funky psichedelici – il medley “Natural Magick / Idontwannapaymytaxes” – a robusti 60’s rock infarciti di wah wah (“Grateful When You’re Dead”). Il cuore della prima parte del set è costituito dai brani di “Wormslayer”: la delicatissima ballata “Be Merciful”, la leggiadra “The Winged Boy” e l’esplosiva title-track. Mills e soci lasciano le “bombe” per i bis. Tutti si aspettano “Hey Dude”, che non ci sarà. Arrivano invece la coinvolgente “303” con quel suo mix di spigoli e dolcezze, il trip lisergico-spirituale di “Tattva” con il pubblico ondeggiante, la robusta cover di “Hush”. Poi Mills introduce “Isn’t It A Pity” di George Harrison come un omaggio “all’uomo senza il quale saremmo semplicemente un’altra rock band”, prima dell’inevitabile conclusione con la sinuosa “Govinda” sul cui coro parte il singalong. I Kula Shaker non deludono mai. Roberto Calabrò
Francesco De Gregori “Rimmel 2025”
Milano, Fabrique, 14 febbraio 2026
Le cose belle sono sfumate. Le brutte sono spesso semplici. Per il concerto di F. De Gregori al Fabrique di Milano, 14 febbraio 2026, ore 21:00, hanno probabilmente venduto troppi biglietti e comunque buona parte del pubblico (500? Di più? di meno? boh) non ha visto il concerto se non, forse, da due maxischermi piazzati ai lati del palco. Io, fossi F. De Gregori, mi vergognerei parecchio: il nome sul biglietto era il suo. Comunque. Io ero tra i 500 (o di più o di meno? boh) del corridoio e vorrei raccontarvi la mia serata.
Arrivo al locale tardi, 20:45: F. De Gregori visto tante volte, l’età, l’aperitivo. Fatti miei, comunque, sono pronto alla piccionaia e felice. Entriamo e, semplicemente, non si può accedere al locale (vedete? Facile). Cioè, si accede ma il muro umano ti blocca all’altezza del guardaroba, a destra, e della gradinata, a sinistra, ossia luoghi da cui il palco, salvo essere aironi o watussi, non si vede. E non è che si vede male, o piccolo: non si vede, punto. Sul maxischermo, F. De Gregori intona compiaciuto qualcosa. Ha il cappello. Musicisti, boh. Il maxischermo inquadra per lo più F. De Gregori che è tutto contento, lui; celebra il noto disco “Rimmel”.
Nella fossa dei non vedenti, a seconda delle attitudini personali, stupore, nervosismo, rabbia, rassegnazione: pochi applausi, in verità, anche dopo le hit giga-giganti, salvo due nazionali di basket alti 2 metri e fischio che qualcosa vedono, evidentemente, e giocano al gioco del concerto. Intorno, scene meravigliose, infurianti e commoventi a turno: chi vuole comunque andare avanti (perché è più uguale degli altri) e spinge o dice che deve andare al bagno ma poi non torna; un papà e un figlio, adulti e uguali ma divisi dalle rughe, 80 anni il primo e 55 il secondo (forse, non ho chiesto) che sono rassegnati poco dopo la finestra del guardaroba. Meravigliosi: il figlio tiene una mano sul braccio del papà, il papà cerca le canzoni su shazam e quando la app non le riconosce (perché non si sente manco niente), fa vedere lo schermo al figlio e sorride. Una ragazza alta 1:60 (forse, non ho chiesto) che si mette in punta di piedi per fotografare il maxischermo con cellulare. Da spezzare il cuore: non ha visto nulla, nulla, eppure ha fatto i filmini. Le tre donne accanto a me che non hanno visto nulla, nulla, eppure erano contente che ha fatto Pa(b)lo, come Fantozzi che esulta per la nazionale senza vedere la partita, e hanno cantato felici.
Ora, se andate dal fruttivendolo e chiedere: Sei banane, per cortesia. E quello vi dà sei bucce di banana e dice: Ecco, grazie, fanno 10 euro. Voi che fate? Pretendete le banane, direi. Ma facciamo che le banane le avete ordinate e pagate in anticipo, e vi arrivano le bucce a casa. Che fate, allora? Stasera è successa una cosa paragonabile, solo che si celebrava “Rimmel”.
Non faccio l’influencer. Sfiga, in generale: penso sarebbe una vita entusiasmante con un sacco di regali e soddisfazioni. Ma sfiga oggi più che mai. Oggi, scatenerei contro F. De Gregori e chi ha organizzato, venduto, gestito il suo concerto del Fabrique i miei millemilamilioni di follower. E allora vedremo chi la spunta. Invece, mi limito a scrivere una recensione per una rivista musicale. Che è come affrontare un drone Godzilla con una piuma di piccione sperando soffra il solletico. Però più ci penso e più dico che semplicemente non è giusto. Un concerto può anche essere una cosa importante, ha un bagaglio emotivo che si scioglie e cola dagli accordi e dal vedere i musicisti che suonano, là sopra. Trattare così la gente che ti viene a vedere è sbagliato e fine. È una cosa brutta e, come tale, spesso semplice. E allora a noi due, F. De Gregori: recensione sia. Vergona per il concerto di Milano. Cordialmente, uno del corridoio di sinistra (guardando dal palco).
Un po’ di numeri, per finire: il Fabrique ha una capienza dichiarata di 3.100 persone. Una domanda: quanti biglietti sono stati venduti o regalati per il concerto di F. De Gregori di sabato 14 febbraio 2026? Il biglietto costava circa 59 euro, quanto fa per chi non ha visto nulla? È giusto che chi paga il biglietto di un concerto poi non possa vederlo anche se ci va? Tutto questo Alice lo sa? O non lo sa? Dovrebbe. Probabilmente se ne infischia. Poi fatti tuoi se vai a vedere F. De Gregori, potrebbe dire qualcuno. Fatti i fatti tuoi, risponderei. Ognuno ha i suoi gusti. Che tanto se avessero suonato i Mogwai o i Belle & Sebastian o Johnny Marr (per restare a concerti visti al Fabrique negli ultimi anni) ieri sera non avrei visto niente uguale. Marco Sideri
Messa, Horror Vacui, Entrøpia
Locomotiv, Bologna, 30 gennaio 2026
Per i Messa era la prima data del nuovo tour e il sold out ottenuto in prevendita, oltre che il miglior auspicio possibile, è anche l’effetto dell’onda lunga e rarefatta di “Live At Roadburn” del 2023, che ha contribuito ad “esportare” la loro musica fuori da quella nicchia doom che gli andava comunque già stretta da tempo, facendo loro acquisire una considerazione più ampia e trasversale che poi la pubblicazione di “The Spin” ha trasformato in apprezzamento vero e proprio. La parabola dei Messa appare dunque in crescita esponenziale, viaggiando in direzione ostinata e contraria se non altro perché l’immaginario estetico che si sono auto costruiti sfugge gli stereotipi di genere a partire da come si presentano sul palco, che Alberto Piccolo (chitarra), Marco Zanin (basso), Rocco Toaldo (batteria) e Sara Bianchin (voce) potrebbero tranquillamente essere scambiati per quattro individui finiti per caso o per errore ad un concerto degli Horror Vacui, gli Entrøpia e loro stessi, a vederli così ordinariamente fuori contesto. Eppure questa singolare ma spregiudicata bellezza, che è diversamente funzionale alla loro essenza, li rende ancora più credibili e, soprattutto, durante il concerto sposta tutta l’attenzione unicamente sulla musica, non essendoci elementi di distrazione oltre loro quattro, gli strumenti e un fondale nero con il logo come unico ornamento. Se gli Entrøpia, ad esempio, se la sono giocata velocemente a inizio serata cercando di fare breccia col loro esorbitante furore sludge, gli Horror Vacui hanno disseminato il palco di candele accese per poi abusare dei riverberi su voce e strumenti e così calarsi in maniera totale negli anni ottanta dei Sisters Of Mercy: ad entrambi non si può imputare nulla sul lato pratico ma sono stati due concerti così codificati che alla fine non rimane molto da ricordare. A penalizzare i Messa invece, almeno all’inizio del concerto, è stato soltanto il volume della voce di Sara Bianchin, decisamente troppo basso per farla emergere in tutta la sua catartica limpidezza. Dalla prima fila subito le si fa notare il disappunto e lei, col suo candore senza filtri, si rivolge al mixer esclamando un “el me ga dito che no se sente…”. Nonostante questo deficit il loro impatto è stato davvero impressionante, in alternanza tra il magnetismo liturgico dei momenti di quiete e poi nel calor bianco dei boati di tempesta in accelerazione, così carichi di energia fisica da allontanare qualsiasi dubbio sulla loro effettiva consistenza dal vivo. È su questo aspetto infatti che li attendevamo al varco dopo un disco così articolato e ambizioso come “The Spin”, e se durante il concerto lo stupore e la meraviglia si sono spesso confusi e sovrapposti, alla fine la rivelazione di avere in casa un gruppo con una tale padronanza dei propri (enormi) mezzi, così naturale quanto inconsueta a queste latitudini, è anche la soddisfazione più grande che si è potuta portare a casa. Andrea Amadasi
Big Sexy Noise
Corsica Studio, London, 02 febbraio 2026
Situato sotto l’arco ferroviario della stazione di Elephant & Castle, il Corsica Studio, ben noto per il travolgente impianto sonoro e la scarna ed essenziale estetica, a breve chiuderà i battenti dopo ben 23 anni di programmazione musicale gloriosa e avventurosa, con leggendarie serate tra cui quella segreta dei Sunn O))) del 2009, che col loro drone sound dal volume esagerato riuscirono ad alterare le percezioni sensoriali del pubblico mandandolo in stato di allucinazione (!), o le sei ore del DJ set del solitamente taciturno Jeff Mills del 2012, da lui stesso definito il suo migliore in assoluto. Posticipiamo comunque i necrologi di commiato e approfittiamo delle ultime settimane di vita delle due spartane salette che ci hanno deliziato per due decenni per assistere alla prima delle due serate dei Big Sexy Noise, nome che per i più distratti potrebbe suonare anonimo ma in realtà composto da artisti che tanto ci hanno affascinato in passato, ovvero il batterista Ian White e il chitarrista James Johnston, entrambi storici membri fondatori degli indimenticabili Gallon Drunk, unico gruppo inglese che poteva rivaleggiare con la furia dello swamp garage blues dei Thee Hypnotics, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, e addirittura nientemeno che l’indiscussa somma sacerdotessa della no wave (e tanto altro) Lydia Lunch! Approfittando delle date europee del “Lydia Lunch & Marc Hurtado plays Suicide & Alan Vega”, la nostra eroina ha colto l’occasione per fare una capatina nella perfida Albione per qualche serata con i vecchi compagni di viaggio d’oltremanica intrattenendoci con una scaletta che verte sugli unici due lavori realizzati a nome BSN (l’omonimo e “Trust the Witch”), pubblicati una quindicina di anni fa.
Il malsano hard bluesy rock nero pece dell’iniziale Mahakali Calling introduce il tono della serata con una Lydia declamatoria, Ian martellante e James in versione guitar hero. Il viaggio negli inferi più oscuri dell’America continua con Cross the Line, che parte con iterazione riff Stooges per poi esplodere fragorosamente con la voce rauca e graffiante di Lydia ad accompagnarci in selvaggi territori da prima gioventù sonica. All’insalubre e malaticcio heavy blues dell’ossessiva Ballin’ the Jack segue Your Love Don’t Pay My Rent, con i suoi stop and start che offrono la possibilità a Lydia di interagire col pubblico per demolire qualsiasi traccia di ego maschile presente in sala con estemporanee battute dal linguaggio scurrile al limite della coprolalia. Comunque sia, fa piacere notare che la leggendaria ferocia confrontazionista del passato ha lasciato spazio a un approccio piacevolmente goliardico… Di seguito il viaggio psichedelico da blues desertico della maniacale Trust the Witch, l’enfasi di Collision Course, la vorticosa Gospel Singer, scritta a quattro mani con Kim Gordon ai tempi dell’effimero progetto Harry Crews, e la cover di Kill Your Sons di Lou Reed più cinica e spietata dell’originale! Peccato che manchino gli strilli e ululati del sax dell’altro ex Gallon Drunk Terry Edwards, presente nei lavori in studio, ma la sua assenza ci fa apprezzare ancor di più il gran lavoro di Ian ai tamburi che riesce nell’arduo compito di suonare con metronomica precisione pur offrendo la sensazione di pura libera improvvisazione, i viscerali, sporchi, melmosi primitivi riff intervallati da raffiche di rumore bianco di James e le incontrollabili e compulsive invettive declamate con voce corrosiva, abrasiva ed acida di Lydia. Big Sexy Noise: mai nome fu più appropriato. Ferruccio Guglia
Not Moving
Circolo Il Progresso, Firenze, 23 gennaio 2026
L’insegna luminosa che campeggia sopra l’ingresso dice “Casa del popolo” ed è di un rosso rigoroso che si abbina romanticamente al nome dei Not Moving, regalando suggestioni di un tempo lontanissimo, quarant’anni fa e oltre, di ideali che pure resistono e persistono nell’animo di molti nonostante le sconfitte inflitte dalla storia. All’interno del circolo la veracità fiorentina è palesata però più che altro dai contenuti calcistici esplicitamente sprezzanti appesi alle pareti, dedicati alla Juventus ovviamente – un altro dogma che invece non sarà mai dismesso e se vissuto lì, in quel contesto tra il nostalgico e il goliardico, ruba l’occhio ma anche il cuore. Poi appunto arrivano i Not Moving, che sono a casa loro ovunque vadano a suonare per l’affetto che li circonda sempre, ancor di più per la grande bellezza di una coerenza che hanno voluto e saputo mantenere nel rimettersi in gioco solo pochi anni fa: e ora che sappiamo che “That’s All Folks” sarà il loro ultimo disco, così come questi i loro ultimi concerti, ci si rende finalmente conto di quanta importanza abbiano avuto pur rimanendo fieramente sotto traccia per più di quarant’anni. Lilith-Rita, Antonio-Tony Face e Dome La Muerte la vivono esattamente come viene, macinando chilometri e rock’n’roll alla stessa maniera di sempre, con un calice di vino sempre a portata di mano e un abbraccio per ognuno degli amici di una vita, mentre a Marco Murtas, che ha preso il posto di Iride Volpi alla seconda chitarra all’indomani della pubblicazione di “That’s All Folks”, gli si legge negli occhi che non gli sembra vero di essere entrato in quest’ultima parte della lunga storia. Ma si è calato nella parte integrandosi perfettamente nei meccanismi umani e musicali che reggono le sorti del gruppo soprattutto sul palco, durante quell’ora e mezza scarsa di concerto in cui Lilith è sempre più istintiva, ironica e dominante mentre Antonio è il metronomo che ha imparato anche a sorridere più spesso e Dome, beh, andrebbe dichiarato patrimonio dell’Unesco. Dal vivo spiccano in modo importante i pezzi dell’ultimo disco, in particolare quella But It’s Not che se arriva all’orecchio di un qualche creativo di ampie vedute la fa diventare una nuova Bohemian Like You. E se dal loro passato pezzi come Lady Wine, Spider o I Just Wanna Make Love To You, anche se riarrangiati ci ricordano cos’erano i Not Moving già negli anni Ottanta, immancabile e imprescindibile è la loro versione di Venus In Furs in chiusura della prima parte del concerto. Suonata in una cianotica oscurità che lascia intravedere solo le sagome di chi sta sul palco, riesce così atmosfericamente vicina all’originale che sembra di stare in tempo reale al CBGB’s o in qualche altro scalcinato locale di quella New York, anche perché le nozioni dello spazio-tempo in larga parte le si erano smarrite già dall’inizio. Andrea Amadasi
The Dream Syndicate
Largo Venue, Roma, 23 gennaio 2026
Che passati i sessant’anni si abbia la tendenza a ringiovanire può essere una bella notizia per una gran fetta di appassionati convenuti al concerto romano dei Dream Syndicate, nonché (in prospettiva, sia ben chiaro) anche per chi scrive. Io non ho idea di cosa sia accaduto alle sinapsi di Steve Wynn, in quanto non più tardi di una decina d’anni fa mi confessava, davanti ad un piatto di tagliatelle fatte in casa e un arrosto misto, che di reunion dei Dream Syndicate non se ne parlava proprio, e che gli stava bene procedere a tentoni tra dischi solisti ed estemporanee (e non sempre eccelse, ndr) collaborazioni. Ma forse perché gli avevo chiesto di Kendra Smith.
Vedersi smentiti dopo un paio d’anni da un album di rientro spettacolare come “How Did I Find Myself Here” (in heavy rotation nel carstereo dall’epoca), uscito col brand originario che aveva fatto sognare una mezza generazione, e che, udite udite, aggregava la tastiera “ufficiale” del Paisley Chris Cacavas e la chitarra di Jason Victor (già con Wynn nei Miracle 3, ma anche Velvet Crush e Willard Grant Conspiracy) ai ben noti Dennis Duck e Mark Walton, è una cosa che ci piacque assai. Per tacere degli altri 3 splendidi album in studio che li hanno seguiti, diremo invece che proprio l’album del ritorno ha costituito con merito l’ossatura della prima parte dei concerti che la band californiana ha pensato per il 40° anniversario del proprio disco più classico, “Medicine Show”. Non essendo i primi e non certo nuovi a sfruttare il trend del tour celebrativo (nel 2022 era stato “The Days of Wine and Roses” a “subire” il medesimo trattamento), in questa tournée i Dream Syndicate hanno però certificato il loro ringiovanimento con energia, intesa e la voglia indomita di schitarrare alla grande. Qui non si tratta di cariatidi in aria di sbarcare il lunario, ma di gente che lungi dall’imbalsamare la propria storia per l’ennesimo raduno di reduci, intende trasmettere elettricità e gioia (sì, gioia) ad un pubblico che non ha nessuna intenzione di trattarlo come una reliquia.
E allora giù diretti e senza troppe lezioncine: i già citati Cacavas alle tastiere, Duck e Walton alla sezione ritmica e Wynn a dialogare con Victor chitarra in spalla, sguardo ironico e sorridente e quella voce che non è mai stata mai troppo educata, ma che proprio per questo funziona ancora maledettamente bene. Quindi i membri del sindacato, dopo aver esordito con Where I’ll Stand, saccheggiano in lungo e largo l’album di cui si diceva con diversi classici del nuovo millennio come Fliter Me Through You, 80 West, Like Mary, Out Of My Head, Glide e la lunga title track, facendo praticamente da backing band a se stessi.
La lunga pausa preannunciata ci permette di recuperare posizioni in barba a quanti non hanno nessuno che gli allunghi una birra e la band è di nuovo sul palco, cambio di fondale con la proiezione della indimenticata cover e “Medicine Show” diventa il totem della serata, smontato e rimontato liberamente da un loquace Steve Wynn, che lo suona come fosse un album appena uscito, non bada alla “sequenza fedelissima” e si concede però di indossare la stessa giacca del tour dell’84. I brani si allungano, sbavano, prendono deviazioni improvvise. Still Holding On to You parte come un vecchio amico e, come avrebbe scritto Lester Bangs, finisce come una scazzottata elegante; Burn è ruvida, sporca, volutamente eccessiva. Merrittville scorre come un blues psichedelico con le note profonde di Cacavas e il cuore che batte un po’ più forte del dovuto. La band suona compatta e si distende in una stupefacente rendition del brano che dà il titolo all’album. Dennis Duck picchia e danza allo stesso tempo, Mark Walton tiene tutto insieme con un basso elastico, mentre Jason Victor si prende il lusso di assoli lunghi e nervosi, di quelli che non cercano l’applauso facile ma ti portano da qualche parte – anche se non sai esattamente dove. Infine John Coltrane Stereo Blues è la one-chord wonder con cui il concerto rischia di deragliare, e proprio per questo funziona: Wynn presenta la band coi nomi dei musicisti di Trane, il caos è controllato ma il feedback non manca, l’inserto sussurrato di Morning Dew arriva improvvisamente dal nulla e infine il brano riprende e la tensione si scioglie pian piano. Il suono è volutamente poco pettinato, più garage che salotto buono, e va bene così.
Quando arrivano i bis (che ormai tutti, dai promoter ai recensori chiamano in modo insopportabile encore), il messaggio è chiaro: “Medicine Show” non è un anniversario da celebrare, ma un pretesto per ricordare che certe band invece di invecchiare, si incattiviscono col sorriso sulle labbra perché non hanno più nulla da dimostrare. E invece del bis la band cala un tris e per la felicità del quasi migliaio di astanti (non solo attempati eh, e con consistente presenza femminile) arrivano prevedibilmente Tell me when it’s over e That’s what you always say , mentre chiude la festa Let it rain di Clapton, nel repertorio della band dagli anni ’80. Nessuna ombra di nostalgia patinata, nessuna ansia di sembrare “attuali”: i cinque musicisti sembrano semplicemente a proprio agio dentro un suono pieno e rumoroso, eppure classicamente californiano. A Roma, i Dream Syndicate non sono venuti per celebrare il passato. Lo hanno infilato dentro l’impianto del Largo Venue, hanno alzato il volume e ci hanno dato dentro come se non ci fosse un domani. Panfilo D’Ercole
Massimo Silverio
The Hub, Parma, 24 gennaio 2026
Primo appuntamento di sei, sino all’inizio di aprile, all’interno del Barezzi Off, negli spazi post-industriali di The Hub, per la rassegna curata dal Barezzi Festival, che tornerà per il ventennale a Parma e dintorni a dicembre 2026. “Hrudja”, il suo esordio, due anni fa, ci aveva fatto drizzare le orecchie; Massimo Silverio torna con “Surtùm” e conferma cifra personale, capacità di scrittura e ispirazione, ben sorrette dall’ottimo lavoro di produzione di Manuel Volpe, responsabile anche degli arrangiamenti assieme a Nicholas Remondino, che abbiamo già avuto modo di apprezzare in diverse produzioni in solo. I due accompagnano il cantautore sui generis anche dal vivo con synth, elettronica e batteria e un suono insinuante, notturno e molto ben calibrato, parte fondamentale della riuscita del concerto. Da qualche parte tra folk di una fine (canta in cjarnel, la lingua della sua Carnia), canzone avanguardistica e ruggini elettroniche, tra la stasi in pellicola dei Portishead e le languide elegie di David Sylvian, non lontano dal lavoro di Lucrecia Dalt, dall brume urbane e metafisiche di Burial o dallo spleen gotico di certi Massive Attack, Silverio mette in fila tracce sospese in una bruma metafisica in cui ogni elemento è al posto giusto; i timbri, il mood, il modo di porgere la voce, la costruzione del discorso, il rigore formale e la libertà nel parlare una lingua che è profondamente intima e per questo sa farsi comunitaria, cosmica. Se su disco la miscela funziona veramente bene, dal vivo forse si paga un po’ in termini di staticità, per quanto Remondino muova accenti e il suo lavoro percussivo sia veramente interessante e prezioso nel terremotare in senso buono questi prototipi di canzoni dilatate e iniettate di robuste dosi di apertura a altri orizzonti, altri mondi. Un amico pure lui veterano di concerti osserva che forse a tratti i pezzi pagano un eccesso di, mi si perdoni il neologismo d’accatto, sigur rósismo. Al netto di questa pur condivisibile riflessione il cronista annota di un concerto capace di creare un mood compatto, abitato da una poetica fragile e imponente al tempo stesso, capace di spaziare tra istanze che, pur nella diversità della postura e della pronuncia, rimandano al sentimento elegiaco, al mood boschivo di certo metal (Silverio indossa la t shirt di una band black metal friulana, Unviâr ), al trip-hop intriso di fumo di Bristol, alla scrittura ieratica di Michael Gira, agli inni a ciò che è destinato a perire di Mark Hollis o alle brume autunnali di Beth Gibbons. Riferimenti eterogenei che cercano di restituire la natura di un suono che su disco, nei due lavori sino ad oggi pubblicati, ci ha convinto in pieno. Dal vivo la sensazione è stata di qualcosa che va ancora a messo a fuoco, ma non sapremmo dire esattamente cosa: probabilmente un po’ più di movimento all’interno dei pezzi, maggior varietà negli accenti e un po’ più di sangue elettrico (ottimo il finale del live) avrebbero giovato. Silverio si conferma comunque musicista talentuoso, con una poetica già solida e matura, cosa non affatto scontata, vista la giovane età. Il Friuli è una terra che sforna sovente musicisti con grande personalità, da seguire sempre con attenzione. Nazim Comunale
David Grubbs
Istituto Polacco, Roma, 17 gennaio 2026
David Grubbs, come dice Giuseppe Armogida di Flaming Creatures, che ha curato l’evento, è stato ed è per molti di noi un punto di riferimento. Capace di attraversare mondi diversi, percorrendo distanze apparentemente incolmabili, tra squat e università, ferocia post-hardcore e composizione contemporanea, improvvisazione e songwriting, memorie folk e astrazioni, ruggini rock, bagliori noise e tempeste avant. Un musicista enciclopedico e talentuoso, che ha fatto dell’eclettismo una cifra personale, pur restando sempre riconoscibile nella pronuncia, nella postura, nella voce, strumentale e non. Arguto e appassionato, ascoltatore a 360°, didatta, pensatore della musica e nella musica, torna in Italia in solo a presentare l’ultimo, ottimo “A Whistle From Above”, pubblicato quasi un anno fa da Drag City. Inizialmente il live segue proprio la scaletta dell’album, con la title track, un haiku strumentale che mette in mostra il classico armamentario grubbsiano che tanto ce lo ha fatto amare nel tempo e poi The Snake On Its Tail: armonie insinuanti, sghembe, un approccio alla forma canzone enigmatico, costruzioni sguscianti, ripide eppure accoglienti, sospese in un limbo fertile dove si incontrano mille istanze diverse, capaci però di coagularsi in forme coerenti e uniche. Antiche memorie folk filtrate attraverso lenti sporcate da fanghi noise, nebbie drone, brezze minimaliste, un approccio in generale aperto alla scrittura, costantemente in grado di tenersi lontano dalle secche della retorica e dalle paludi della didascalia, viaggiando da qualche parte tra ipnosi inquieta, sommessa elegia, lampi nitidi e quel senso di quieta remissione che era dna di certo post rock, di cui aveva detto il direttore anni fa. La peculiarità dei costrutti melodici, armonici, ritmici, sta nel loro essere articolati e complessi ma non complicati, felicemente cittadini di una terra di mezzo tra il narcolettico e il rivelatorio, abituati a poggiarsi sempre dove non te lo aspetteresti. John Fahey, Leo Brouwer, certe nevrosi che fanno intravedere nella penombra il profilo di Derek Bailey, arpeggi che potrebbero durare all’infinito, la chitarra come dispositivo d’ombre: c’è spazio anche per un momento che non è eccessivo definire commovente, quando intona The Season’s Reverse, dal capolavoro “Camoufleur” dei Gastr Del Sol. Una bella, bellissima canzone può reggere anche nuda, priva di arrangiamenti (su disco c’erano Rob Mazurek alla cornetta, Mark Popp, al secolo Oval, all’elettronica, John McEntire alla batteria, Steve Butters alla steel drum): ed è proprio il caso di questa specie di bossa nova psichica, indimenticata e indimenticabile. La seconda parte del set è più orientata verso la forma canzone classica, con molti frangenti cantati, a testimoniare i due principali poli di attrazione dell’arte del nostro, una sorta di compendio evoluto di Americana, tra fantasmi bluegrass che si mutano in drone in controluce, hillbilly raga, scorie di hardcore evoluto, echi di furia che persistono nelle aule di un’accademia libera e informale, il suono di una sveglia in un deserto noir, minime nevrosi ed epifanie urbane come un “Lost In Translation” per iniziati, sempre all’interno di un recinto di tensioni trattenute che non esplodono quasi mai, lasciando nelle orecchie il miele di una tensione perenne che cova come fuoco sottile sotto la cenere, e non accenna a spegnersi. Ed è anche per questo che su e con David Grubbs continueremo il discorso nel numero di febbraio della rivista. Nazim Comunale
Zu
Tpo, Bologna, 10 gennaio 2026
Prima uscita pubblica in continente per gli Zu, dopo un’anteprima sarda, a presentare il nuovo “Ferrum Sidereum”, uscito il 9 gennaio su House Of Mythology: il disco testimonia un’inattesa metamorfosi della band, che pare aver trovato una quadra all’interno di un perimetro in parte inedito. Mai Zu (con il nuovo Paolo Mongardi alla batteria in ottima evidenza e il massiccio e funzionale innesto di synth) avevano suonato così psichedelici e prog, né così armonicamente articolati. Preceduti dalla performance affilatissima, ansiogena e perfettamente consonante coi tempi “Il Terzo Reich” di Claudio Castellucci (con il quale la band ha collaborato in passato), Massimo Pupillo (basso elettrico), Luca T. Mai (sax baritono e synth) e Paolo Mongardi (decisamente il batterista definitivo, dopo i tentativi più o meno a fuoco con altri, a seguito dell’uscita di Jacopo Battaglia) attaccano proprio dove comincia l’album, con i colpi di machete nella selva di Charagma, un macigno post-metal venato di sfumature ritualistiche; i synth entrano prepotentemente nelle spirali di Golgotha, mentre Kether suona sorprendemente simile ai migliori Tool, con uno sviluppo molto ben congegnato e travolgente, in particolare dopo un inciso dalle fragranze dub. La band è tirata a lucido, il meccanismo è oliato alla perfezione, la sala è sold out, tutto procede nel migliore dei modi, peccato solo per qualche sparuto coglione che si arroga il diritto di fumare sigarette rendendo l’aria poco respirabile a chi vuole godersi il concerto in modalità immersiva, non rifugiandosi nelle retrovie. Se alcuni brani fanno pensare agli Zu più familiari, quelli con la mannaia in mano a macinare unisoni e scomposizioni ritmiche (A.I. Hive Mind), sono il mood complessivo e la pronuncia che paiono aver compiuto una virata verso accenti più spirituali, più cosmici, finendo per suonare, anche se musicalmente siamo altrove, come dei Gong che sono caduti in un pentolone Napalm Death o dei Pink Floyd in fissa col thrash metal evoluto. Nella mistura di questa pipa ci sono tabacchi che provengono da piantagioni lontane, la ruggine di questi suoni titanici, prometeici è figlia di nuvole che abitano cieli tra i più diversi: l’industrial, il folk apocalittico, la dark ambient, una psichedelia che tende all’epos, narrative prog, il metal, un certo gusto tribale accentuato dall’uso delle percussioni di Mongardi, caverne psichiche dove inseguire ombre drone, ritual, per una celebrazione massimalista di forze che trascendono ogni parola, al netto di qualche prolissità dovuta comunque a un’ispirazione intensa, palpabile, a un bisogno di dire che esonda. Quando ho avuto modo di parlare con la band a proposito dell’album nuovo m'hanno parlato di una visita dell’ispirazione in fase di ideazione, composizione e registrazione e questa verità e urgenza si avvertono anche dal vivo. Ammirevole da parte del trio la capacità di reinventarsi e dare nuova linfa a un suono che poteva essere giunto a un capolinea; del jazzcore che c’era in passato, ammesso e non concesso che ci fosse, è rimasto poco (niente se non l’andamento fast &furious che però a tratti assume anche bradicardiche movenze doom); la band ora suona, quanto meno come attitudine, simile a esperienze esplorative del metal contemporaneo quali Sumac o Blood Incantation, devota alle proprie ossessioni e fedele alle proprie ombre: lirica, tesa, feroce e chirurgica. Confermando che il live è uno dei suoi storici punti di forza e ribadendo una statura internazionale, che avrà modo di mostrarsi in tutto il suo abissale, torrido nitore nel corso dell'ennesimo tour europeo. Per quanto ci riguarda assieme alla band avremo modo di compiere un altro viaggetto: ne saprete di più nel prossimo numero della rivista. Nazim Comunale
Moult Festival
Foligno, 5 gennaio 2026
Seconda edizione del Moult Festival a cura di Young Jazz. Dopo tre sessions del “Countdown” dedicate alla scena italiana con, tra gli altri, il batterista extra-ordinario Stefano Costanzo, del quale abbiamo scritto in un paio di occasioni sulla rivista, arriva una giornata di musica non stop, con la consulenza alla direzione artistica di Dan Kinzelman. Al secondo piano di Palazzo Candiotti si comincia con “Ea: one-voice study on a wordless dictionary” della cantante Nina Baietta. Un solo che si attesta da qualche parte tra Meredith Monk e Diamanda Galás: risvegli animali, versi di uccelli, un’indagine sulle origini, le radici della voce. Stimolante nella sua fragile, naturale imperfezione: un buon punto di partenza. Poi tocca al trio Witchess: Andrea Giordano (voce, flauto, elettronica), Silvia Cignoli (chitarra, elettronica e voce) e Francesca Remigi (batteria, percussioni, composizioni, voce) tra dichiarazioni politiche, ruggini avant, fratture timberniane, articolazioni prog, dilatazioni free form, diversi spunti non sempre gestiti al meglio, tra ombre canterburiane, fughe nel buio come dei Gong virati apocalisse, ansie Storm & Stress e costruzioni in opposition. La carne al fuoco è davvero tanta (troppa?), i materiali potrebbero far drizzare le orecchie ai tipi della Cuneiform; il disco di debutto, su Hora Records, è buono, il live in parte da calibrare: mood complessivo tra il narcolettico, l’onirico e il nevrotico: eclettico dunque ma non sempre equilibrato. Letteralmente straordinari invece gli svizzeri Sc’ööf, novità assoluta e sorpresa travolgente: Christian Zemp (chitarra, elettronica), Elio Amberg (sax alto, elettronica) e Vincent Glanzmann (batteria, laptop) conquistano il pubblico con un set bomba che fa tornare in mente memorie di Sinistri, primi Goat (quelli giapponesi), Kukan Gendai, gli Horse Lords caduti da un precipizio e ridotti male (quindi benissimo) oppure i conterranei Schnellertollermeier virati funk-core. Un concerto che trabocca energia in ogni minuto secondo: puntillismi, fibrillazioni, groove imprendibili, galaverna glitch, gelo artico. Immaginatevi questo, immaginatevi quello, ma la musica di questi tre giovanotti non ammette repliche: attacchi (di panico) al fulmicotone, clamorosi bruciori di stomaco, miracolose e controllatissime abrasioni free, a metà strada tra ansie indicibili e illuminazioni minimaliste. I tre distillano un liquore ad altissima gradazione che brucia le labbra e inebria lo spirito: nitidi bagliori noise, una controllata, selvatica follia jazzcore, la perfezione di un meccanismo rotto in mille pezzi. Cercateli su Bandcamp e dal vivo, saranno (sono già) grandi. Poco da dire sull’ultimo nome in scaletta, Gli I, ovvero Marco Bernacchia (elettronica) Andrea Davì (percussioni ed elettronica) e Manuel Scano (voce ed effetti): un’apparecchiata di chincagliere assortite che gioca la carta weird senza colpire nel segno. Moult si propone comunque come un festival da seguire, speriamo di poter tornare l’anno prossimo, quest’anno ne è valsa la pena. Nazim Comunale
Stereolab
Royal Festival Hall, Londra, 6 dicembre 2025
L’anno che sta per concludersi ha riservato due inaspettate e gradite sorprese: a pochi giorni di distanza dal ritorno sul palco dei My Bloody Valentine ecco l’altro gruppo britannico seminale che ha indelebilmente segnato gli anni novanta, gli Stereolab.
Intro di sequencer alla Kraftwerk, un paio di funerei accordi d’organo e parte lo space age pop retro futuristico di Aerial Troubles, con irresistibile, solido ye-ye groove da sculettamento, solare armonia vocale e maestosi riff di tastiera e chitarra. All’innodica Motoroller Scalatron, classico che paga omaggio ai Faust di J’ai mal aux dents, segue l’elegante Transmuted Matter, che conferma l’abile capacità di sovrapporre diverse tessiture sonore, e poi un tuffo nel passato col trascinante jingle jangle del classico Peng 33, dall’album d’esordio del 1992, sorretto da energetica sezione ritmica e synth lancinante, quindi l’euforia nostalgica del carosello futuristico di Flower Called Nowhere, rassicurante ninna nanna avant pop dalla morbidezza eterea, leggera, ariosa e delicata, soffice come lo zucchero filato, e ancora la malinconia barocca di Melodie Is A Wound, edificata ritmicamente su un’intuizione presa a prestito, forse inconsciamente, da Matto, caldo, soldi, morto girotondo del maestro Morricone, con la deliziosa seconda parte strumentale da sogno febbrile perfetta rappresentazione del suono stereolabesque, neologismo consacrato alla luce delle innumerevoli scopiazzature sentite in giro, che con rapidi cambi di tonalità ed accelerazioni ipercinetiche approda in un inaspettato finale electro-improv kosmische. È un’autentica fiera: l'allegra If I remember I forgot to dream dal ritmo vagamente jazzato anni venti, ideale per avventurarsi in movenze Charleston con bell’assolo di trombone di Laetitia e seconda parte bella dilatata; il superclassico Miss Modular col suo perfetto mix di lounge music ed electro- psych con la voce calda di Laetitia: abbagliati da tanta magnificenza, gli occhi diventano lucidi soprattutto per il ricordo della mai troppo rimpianta Mary Hansen, prematuramente scomparsa in circostanze tragiche, che col suo contributo vocale ha relegato questa canzone nell’olimpo dei classici atemporali. Alla space age bossa di Household Names seguono Esemplatic Creeping Eruption, che parte alla Harmonia/Cluster per poi diventare stereolabica con l’ospite Marie Merlet (sodale di Laetitia nel progetto Monade), Percolator con la sua vertiginosa sezione ritmica su cui si inerpicano i divertenti effetti del sintetizzatore, per terminare col galoppante motorik di Electroified Tennybop! per gli arpeggi frenetici dell’arp synth vocoder. L’encore, con l’ospite Marie nuovamente in scena, spetta agli accordi cosmic jazz di Immortal Hand, che dopo un passaggio electro funk minimale esplode nel suo splendore sinfonico, perfetta introduzione per l’elegante e raffinata Cybele’s Reverie che chiude le danze.
Certo, avessi stilato io la scaletta avrei inserito almeno John Cage Bubblegum e French Disko, ma con una discografia così ampia e di qualità sempre eccellente, la scelta è difficile e il tempo (sul palco) tiranno per cui nessuna lamentela, anzi. Bentornati Stereolab! Ferruccio Guglia
Darius Jones Trio
Jazz Club Ferrara, 6 dicembre
Occasione abbastanza rara, e dunque da non lasciarsi sfuggire, quella di veder Darius Jones in Italia, quindi dopo il live della settimana precedente di Ches Smith torniamo al Jazz Club di Ferrara, per il trio del sassofonista: delegazione blowuppiana formata dal sottoscritto e da Federico Savini, che intervistò il nostro dieci anni fa su Blow Up#202 in un articolo dove trovava spazio anche Matana Roberts. Se della musicista in altra sede ci è capitato di criticare in modo abbastanza netto la più recente esibizione live italiana, qui invece le iperboli si sprecano. Se la formazione, la medesima dell’ultimo, ottimo “Legend Of e’Boi” promette, con Jones all’alto, Chris Lightcap al contrabbasso e Gerald Cleaver alla batteria, il concerto mantiene: composizioni che talvolta paiono non avere un centro di gravità ben definito e in parte trovano forza proprio in questa natura ambigua, seducente, imprendibile, ma che in realtà svelano la propria assoluta solidità, data da una scrittura ispirata e sempre fuoco e benedetta da una sezione ritmica perfetta e da un interplay eccellente. Un vagare enigmatico tra ombre di fire music, swing cubista e sbilenco, negritudine a profusione, soul, elegia, lotta, cantabilità talora un po’ malmostosa ma sempre lirica e pungente. Il dettato e la pronuncia del leader spiccano per personalità e carisma: capita di sentire tracce che non capisci dove si appoggino, capaci di restare sempre coi piedi staccati da terra, macinando al tempo stesso groove inesorabilmente. La ritualità della musica ancestrale catapultata in scenari astratti, forme che appena si coagulano prendono altre strade, capaci di evaporare e farsi altro. Il mood è sempre interrogativo, in sottrazione, per un suono che pone domande più che dare risposte: le frasi intrise di free, di gospel, di blues del sax fioriscono sui muri mobili eretti da contrabbasso e batteria, capaci di aggiungere punteggiatura e di suonare sempre lievissimi e cruciali. Capita che Jones indugi su sovratoni e fischi, che Lightcap sfruculi le corde e la nostra anima, che Cleaver scuota noi assieme a pelli e tamburi e che il trio accarezzi il silenzio, per poi esplodere, senza risultare letteralmente mai prevedibile ma sempre maledettamente nitido, teso, ispirato, misterioso e avvolgente. Recuperate il disco se non lo avete sentito, è stata una delle vette in ambito jazz dell’anno passato; il live è stato uno dei più belli a cui abbiamo assistito nel 2025 e Darius Jones è uno dei musicisti jazz più importanti degli ultimi (parecchi) anni. Nazim Comunale
Ches Smith Clone Row
Jazz Club, Ferrara, 29 novembre 2025
In quello che è uno dei più bei locali (se non in assoluto il migliore) per ascoltare il jazz in Italia, al Torrione San Giovanni, arriva il nuovo progetto di Ches Smith, già ascoltato nella stessa sede con Snakeoil di Tim Berne nel 2017 e poi, tra le varie volte, anche con il trio di Marc Ribot Ceramic Dog sia a Strade Blu che al Lupo. Stavolta è il turno di un progetto dove il batterista di Sacramento è leader: Clone Row sono un quartetto che lo vede a elettronica, vibrafono, oltre che a piatti e tamburi, con la complicità di Nick Dunston al contrabbasso e doppia chitarra elettrica: Mary Halvorson e Liberty Elllman. Il quartetto presenta il disco uscito per Otherly Love a giugno di quest’anno. Basi di hip-hop dispari sghembo e serrato, tali da far pensare ad Anti Pop Consortium o Clipping e che fungono da fondamenta su cui imbastire incalzanti numeri di colta nevrosi urbana sporca di ruggine rock. Smith armeggia con un tablet e piccole diavolerie elettroniche, la sua batteria ha un pad e si muove con disinvoltura tra gli strumenti dettando il ritmo, in dialogo con l’ottimo Dunston alle quattro corde, mentre le due chitarre, affilata, acida ma un po’ algida quella di Halvorson, più selvatica e ispida quella di Ellman, dialogano aggiungendo spine alla rosa. Da vulcaniche geometrie esatte, astratte esplodono lapilli free; il clima è torrido e gelido al tempo stesso, electro avant jazz denso, convulso: costruzioni sguscianti, ansiogene, massimaliste, che esondano di suoni, di idee, di roba, che erompe dagli argini e si coagula in forme imprendibili ma che non sembra mai perdere di vista lo spartito, quantomeno come postura e forma mentis. Un suono che pare spesso sul punto di rompersi in mille pezzi ma che sa mantenere (forse fin troppo) sempre il filo del ragionamento, per quanto iper cerebrale, abitato da febbri anfetaminiche. Un flipper di istanze e influenze diverse, mille scomposizioni, eruzioni, controt
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