Lucio Dalla (con Roberto Roversi)
Lucio Dalla (con Roberto Roversi)
di Giovanni Vacca

«Autentico innovatore della linea melodica italiana»: così veniva definito Lucio Dalla in un opuscolo dei tardi anni ’70 quando la critica musicale rock italiana si muoveva ancora in una dimensione per lo più impressionistica, magari polemica e militante, ma non sempre con strumenti teorici adeguati. Ho a lungo cercato ma non sono riuscito a ritrovare quella pubblicazione e quindi non saprei dire chi ha scritto quelle parole. Trovo, però, che nella loro semplicità, esprimano davvero l’essenza del lavoro del ‘primo’ Lucio Dalla; o forse, meglio, del ‘secondo’ Lucio Dalla, delle almeno quattro fasi in cui si può suddividere la sua lunghissima carriera artistica: la fase degli esordi (1966-1971); la successiva, quando decide di collaborare con il poeta Roberto Roversi (1973-1976); la terza, in cui comincia a scrivere da sé i testi per le musiche che compone e inizia ad affermarsi pienamente (1977-1980); la quarta, quella del grande successo popolare e dell’inevitabile deriva commerciale (dal 1981 in poi). Parole indovinate, perché per “linea melodica italiana” possiamo intendere ‘cantabilità’, un aspetto della nostra canzone assolutamente centrale almeno fino agli anni ’60 del secolo scorso e che ha una notevole storia, radicata nella tradizione napoletana e, ancor prima, nella romanza da salotto. Per ‘cantabilità’ intendiamo, seguendo il Roland Barthes de L’ovvio e l’ottuso (Einaudi, 1985), quella tessitura vocale che è «lo spazio modesto dei suoni che ognuno di noi può produrre, e nei cui limiti può fantasmatizzare l’unità rassicurante del proprio corpo». «Perché – continua il celebre semiologo francese – cantare nel senso romantico, è questo: godere fantasmaticamente del mio corpo unificato». […]

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