Martin Amis
Martin Amis
di Maurizio Bianchini

1.
Ho considerato a lungo Martin Amis nello stesso modo in cui Harold Bloom considerava John Updike (peraltro uno degli autori da lui – Amis – prediletti, insieme a Nabokov e Bellow): un gradino al di sotto del vertice del canone occidentale. A negare il riconoscimento pieno in entrambi i casi era qualcosa in eccesso, non in difetto: un surplus di stile che si fa lungaggine e autocompiacimento, rallentando il passo della lettura e abbassando la tensione emotiva della storia – il famoso ‘brivido lungo la spina dorsale’ che per Nabokov, ancora lui, rappresenta il fine ultimo del romanzo – a meno di non volerne fare, come ultimamente è tornato di gran richiamo – la Succursale delle Buone Cause da cui si tuona contro le ingiustizie, e si incita all’azione contro le storture del mondo, impegni commendevoli ma che competono ad altre manifestazioni del pensiero. E poi in ogni romanzo ben scritto si trova già, a ben leggerlo, un giudizio sul mondo, e non c’è quasi parola che un bravo autore scriva che non contempli una presa di posizione su ciò che gli sta intorno e non inspiri anche in chi legge una presa di posizione e una risposta morale e civile, magari perfino in senso opposto a quello sperato: si può apprezzare la pétite musique di Céline almeno quanto si aborrono le sue idee. È qualcosa che matura in interiore homine, dove, come vuole Sant’Agostino, habitat veritas, e cioè il giudizio intimo e definitivo che ciascuno di noi dà sul mondo. Un processo lungo, composito, inquieto e frastagliato, cui non giovano né l’impegno spurio né l’autismo estetizzante e la masturbazione stilistica con cui lo scrittore dà, a volte, l’idea di voler piacere solo a sé stesso. Cosa che in Amis accade, col rischio di inficiare quel patto di equo ‘dare e avere’ che chi scrive contrae ogni volta con chi legge.
Ne ho avuto esperienza diretta tornando a rileggere, in occasione della sua morte, un modo diverso di portare fiori sulla tomba, la “Trilogia di Londra” e soprattutto London Fields (in prima traduzione italiana Territori londinesi), romanzo considerato quasi unanimemente il suo migliore ma nel quale il pezzo di bravura, ‘l’esercizio di stile’ gratuito, si nota più che altrove, una dichiarazione di intenti quasi, agli sgoccioli di un trentennio (dagli anni Sessanta agli Ottanta) che dell’edonismo ha fatto una bandiera, e che Amis mette in scena, con occhio critico e smagato, ci mancherebbe, ma al tempo stesso cercando (e non riuscendovi sempre) di redimerlo con la scorciatoia tutta formale della vertigine dello stile. E.g.: “Lei [Nicola Six, la ‘malafemmina’, ndr.] accoglieva di buon grado la morte, applaudiva la morte delle cose. Le faceva compagnia. Significava che non era del tutto sola. Un fiore morto, la torbida sconvenienza dell’acqua morta, restia nel lasciare la brocca. Un’automobile morta semismontata al margine della strada, sventrata, depredata, annullata, derelitta. Una nuvola morta. La Morte del Romanzo, la Morte dell’Animismo, la Morte del Realismo Naïf, la Morte del Design e (soprattutto) la Morte del Principio del Minor Stupore. La morte del Pianeta, la Morte di Dio. La Morte dell’Amore. Le faceva compagnia.” […]

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