Massimo Ferretti
Massimo Ferretti
di Domenico Monetti

Ho giocato e forse ho perduto, ma non sono pentito; mi piace scegliere e non soffro a sbagliare: il mondo si scopre nel mondo: la vostra angoscia è la mia felicità. (Massimo Ferretti)

Il suo sperimentare non è altro che il suo attaccarsi alla vita: un solo gesto, cioè, che per valere deve essere sempre diverso. (Pier Paolo Pasolini)


Esordi allergici
La recente ripubblicazione della raccolta poetica Allergia (edizioni Giometti & Antonello, 2019) c’invita a riscoprire uno scrittore sommerso e fuori dal coro della letteratura italiana. L’irrequieto e crepuscolare autore è stato infatti al contempo originale intersezione ma anche punto di fuga tra l’esperienza gramsciana e filologica di «Officina» e il furore avanguardistico del Gruppo 63.
Pallido. Emaciato. Con uno sguardo serioso da seminarista triste e che fatica a trattenere una melanconia tutta infantile, Massimo Ferretti nasce a Chiaravalle il 13 febbraio 1935 e sin da bambino soffre di dolori nella zona del mediastino, poi diagnosticata come un’endocardite reumatica che lo segnerà per sempre, rendendo il corso dei suoi studi discontinuo. In età ginnasiale si trasferisce con la famiglia a Jesi. Ma i suoi esordi letterari sono precoci: dagli 8 ai 12 anni tiene un diario che poi distrugge in un impeto di rabbia. Dai 17 anni riprende a scrivere racconti e versi che poi brucerà e approda alla pubblicazione a proprie spese del poemetto Deoso (1954). Nel frattempo gli esiti scolastici sono a dir poco disastrosi: va bene solo in italiano e in seconda liceo viene bocciato. I rapporti si fanno kafkianamente sempre più difficili con il padre che sogna per lui una tranquilla professione borghese e non i vaneggiamenti eterei di un poeta in fieri. Frequenta lo scrittore Natale Anconetani che lo sostiene. Spedisce dei racconti a Elio Vittorini, con esito negativo. Pubblica, sempre a proprie spese, la prima silloge Allergia, spedendola poi a vari giornali e riviste. Pier Paolo Pasolini ne rimane entusiasta, tanto da pubblicarne alcuni componimenti sulla rivista «Officina» nel febbraio del 1956, non prima di aver elogiato anche Deoso, «un libriccino bellissimo, scatenato». Da questo momento in poi inizia un rapporto epistolare fittissimo con un Ferretti adorante e un Pasolini maestro, redattore, suggeritore, severo ma giusto. È Pasolini che gli suggerisce di rinunciare a un’edizione ampliata di Allergia per l’editore Schwarz di Milano, per poi pubblicarla, grazie al suo avvallo, nel febbraio del 1963 per Garzanti: la raccolta vincerà il Premio Viareggio. Ed è sempre Pasolini a presentarlo in tono commosso sulle pagine della rivista bolognese: «il caso di questo ragazzo ventenne, traumatizzato e quindi prematuramente rivelato a se stesso da un’endocardite reumatica, è veramente unico, preistorico meglio che pregrammaticale, malgrado la sua straordinaria maturità. […] A nessuno verrebbe in mente di avere dei sospetti sulla sua purezza. Semmai ci si potrebbe chiedere di Ferretti che cosa egli farà quando uscirà dalla malattia, dall’adolescenza, da Jesi, dal puro e conclamato Dasein di Deoso». La risposta al quesito pasoliniano risiede già nel titolo Allergia: «Questa allergia va intesa come immensità possibile e necessaria d’una malattia ben diagnosticata: la storia, insomma, d’una presenza delusa ma non sconfitta», come la descrive lo stesso Ferretti in una nota bibliografica, curiosamente poi tralasciata nell’edizione garzantiana. Il tema dell’allergia, ovvero di un rapporto di distanza, distonia e divaricazione dal mondo, sarà il fil rouge ricorrente in tutta la sua produzione letteraria: dal poemetto tardoadolescenziale con cornice mitologica Deoso che apre l’edizione garzantiana di Allergia, al primo “romanzo” Rodrigo, pubblicato, sempre da Garzanti, nel 1963, fino all’ultimo, lo sperimentale e fallimentare Il gazzarra, edito da Feltrinelli nel 1965. Se Rodrigo è «concepito sul calco autobiografico d’una short story da incubo» - nella felice accezione del critico Massimo Raffaelli che ha contribuito per primo a una rinascita letteraria postuma del nostro – dove i piani temporali si confondono senza però rendere l’intreccio lacunoso o manchevole, Il gazzarra è una sorta d’insignificazione della parola, datato e illeggibile come molte opere del Gruppo 63. Si salvano solamente la bella copertina di Alberto Rho, su una gouache originale di Mario Schifano, e certe frasi che anticiperanno slogan del ’77 e battute del primo Nanni Moretti. […]

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