Matana Roberts & Darius Jones
Matana Roberts & Darius Jones
di Federico Savini

“THE FUTURE is never / Never comes tomorrow / Never is not”. Lo affermava Sun Ra una quarantina d’anni fa, a ribadire che nella cultura afroamericana - che sia quella di Saturno o dell’Alabama non fa grande differenza - concetti come “futuro” e “passato” hanno un peso relativo, oltre ad essere decisamente più sfumati rispetto a come li vediamo dall’Europa. L’idea della storia come un fluire temporale a più direzioni porta chi vive nel presente a farsi carico di un passato che va rielaborato di continuo, e così la tradizione, la mitologia e la memoria sono materia viva e pulsante, verrebbe da dire “orale”, dato che orale è stata la cultura nera per secoli. Introiettare un simile lascito è un processo che può occupare gran parte dell’esistenza, non è quindi raro che l’epica personale e quella collettiva nell’arte afroamericana finiscano per coincidere.
Ed è corretto parlare di artisti, prima ancora che di musicisti, a proposito di Darius Jones e Matana Roberts, che negli ultimi anni hanno dato vita ad autentiche saghe, nelle quali il vissuto personale (e familiare, nel caso di Matana) va a braccetto con una mitologia impregnata di storia e tratti utopico-soprannaturali (il caso di Darius, meno alieno di Sun Ra ma comunque simbolista e proiettato verso mondi altri). Parliamo d’arte a 360 gradi perché l’epopea autobiografica del “Man’ish boy” di Darius Jones non esisterebbe senza i disegni di Randal Wilcox, il coature di una saga che potrebbe un giorno diventare una graphic novel o un’opera d’animazione. Dall’altra parte, il progetto “Coin Coin” di Matana Roberts è un autentico zibaldone di stili e modalità compositive/esecutive, che vanno dalla musica concreta/elettronica alla big band, dal sassofono solista sovrinciso al canto gospel, dalle partiture grafiche alle ricerche storiche sul campo; un lavoro complesso nel quale le immagini non contano meno delle composizioni. […]

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