Micachu & The Shapes
Micachu & The Shapes
di Stefano I. Bianchi intervista di Beppe Recchia

ATTIVITÀ FRENETICHE in mille ambiti diversi, capacità di saltare tra piani e contesti alti e bassi della musica e delle arti, faccetta dispettosa, estrosità e simpatia sparse a piene mani: Micachu è una delle migliori piccole grandi sensazioni dell’underground inglese recente, forse l’unica ad aver ereditato in pieno lo spirito di quell’agit-prop gioiosamente anarcoide che data ai tempi della new wave inglese con nomi come Slits, Raincoats e X-Ray Spex.
Innanzi tutto Michaela ‘Mica’ Levi si fa notare nel 2007 per una versione del brano Backchatter inclusa nell’EP Do U Know di Toddla T, miscuglio reggae-dub/step-hip hop di quelli che escono a getto continuo nella ribollente scena inglese dei mix e mixtape creando e disfacendo generi e stili in un turbinio di cui chi non vive direttamente lì non ha che pallide e spesso fuorvianti impressioni. Non è però quella la linea su cui si muoverà più spesso Mica. Armata di microfono, tastiere, chitarra e utensileria elettronica, nel 2008 forma gli Shapes assieme a Marc Pell (batteria) e Raisa Kahn (tastiere); il primo album del terzetto esce a marzo 2009 con titolo “Jewellery” e produzione eccellente di Matthew Herbert. Disco eccentrico e spiazzante rispetto a qualunque canone della sua attualità, dove si mescolano e scontrano pulsioni da electronica lo-fi (Ship, Floor, Guts), mutazioni anti-folk à la Devo più primitivi (Eat Your Heart), balzelli art-rock (Lips, Sweetheart, Just In Case, Wrong), punkettose canzoncine da giardino d’infanzia (Vulture, Golden Phone, Calculator) e spasmi di beakbeat senza hip hop (Curly Teeth, Turn Me Well). Il senso di libertà espressiva è assoluto e ricorda quello delle prime movers femmino-wave poc’anzi ricordate ma anche lo stile e la sorridente nonchalance di un’eroina dell’era no(w) wave chicagoana anni ’90 come Zeek Sheck: strumenti esplicitamente scordati e discordanti, voce annoiata e distratta e ritmi spastici che reggono idee e ipotesi di canzoni trattenendo sempre uno spiccato gusto pop dispettoso e camuffato, senza alcuna acredine o eccessi noise. I pezzi sono tutti mediamente brevi e, a onor del vero, alla fine non ne ricordi manco mezzo; ma in realtà non è questo che importa veramente: è il mood che s’instaura il leit motif del disco, l’umore che ti resta appiccicato addosso e ti fa pensare che si tratti di un suono addirittura nuovo e originale. […]

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