Michel Houellebecq at al.
Michel Houellebecq at al.
di Fabio Donalisio

Ci risiamo. L’orizzonte degli eventi della storia collassa ancora una volta, manda segnali, tanto più ignorati quanto sovra-amplificati dall’inesausto borbottio del linguaggio che passa dal rimbombo malmostoso e sordo allo strombazzamento pseudolirico sulle corde della passione emozionale sintetica. Ancora una volta, si confeziona il fondale dello scontro di civiltà. Una volta ancora, l’Occidente viene evocato come concetto assoluto, dogma astratto posto come a priori di ogni... ehm... ragionamento. L’accrocchio valoriale di un’identità tanto agognata quanto sfuggente, in bilico tra la retorica autocelebrativa del there’s no alternative e l’inquietudine tendente al paranoide che ripesca il terrore per la venuta dei barbari, nonché il sempiterno anelito all’apocalisse finale, con quella spezia atomica che fa tanto guerra fredda (il fantasma più esumato, il sepolcro più spalancato), più tutti gli ingredienti della tardo-contemporaneità: fremiti di complotti finanziari, olocausto ambientale, guerra rappresentata in tempo reale. Ah, non scordandosi il tic linguistico più pervasivo: lo spauracchio di un’idea così assolutizzata, incerta e inesprimibile di nazismo come male assoluto, condito con un patchwork di nozioni irrelate di un paio di millenni di storia russa di cui, come è ovvio, nessuno sa un beneamato cazzo.
Ma dunque, l’Occidente è davvero al tramonto, come si insinua da quasi due secoli? E, soprattutto, di cosa possiamo riempire lo scatolone concettuale con su scritto “Occidente” per sapere, per lo meno, di che morte dobbiamo morire (e con quale dosaggio di senso di colpa che, del mos maiorum occidentale è parte integrante)? Etimologicamente, lo situiamo nella zona del crepuscolo, inevitabilmente. Un immaginario, un sistema che porta nel nome il suo punto di rottura, la sua caduta. Ma, tempus docet, le profezie marxiste di implosione del capitalismo si sono rivelate fallaci e proprio il capitale sembra essere – insieme al successo sessuale, la democrazia (il popolo!), il diritto e il politically correct – il fondamento radicale dello spudorato successo occidentale, dall’imperialismo in poi. Sopravviverà il mercato a questa funesta ingiunzione di non-singolarità? Reggerà l’urto di nuovi, più ruvidi, sussulti imperiali? Prima di lanciarci in pronostici, abbiamo girato la domanda a dei veri esperti (categoria in disgrazia, da qualche tempo, si sa) che hanno vissuto in prima persona alcuni momenti critici: il periodo tra le due guerre mondiali, e i primi anni ‘90 dell’euforia post-comunista. Trattasi di Oswald Spengler, filosofo emerito della storia, e di Michel Houellebecq, scrittore e osservatore compiaciuto di uno specifico tipo di decadenza. A tratti, saranno possibili alcuni interventi di osservatori esterni, la cui esperienza pare essere più vicina all’oggi (ma, nel tempo sincopato dell’eterno presente, cosa mai può significare la parola oggi?). Ma diamo la parola ai nostri ospiti. […]

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