Moor Mother
Moor Mother
di Emanuele Sacchi

Nonostante Obama, le frottole disneyane su Wakanda e un mucchio di promesse non mantenute, per gli afroamericani la situazione nelle strade o nei quartieri difficili delle metropoli è cambiata ben poco. Ma a livello di consapevolezza gli ultimi anni hanno portato in dote artisti che hanno saputo accompagnare l’evoluzione musicale all’impegno politico in forme nuove e sconvolgenti. Come Sault, Mourning [A] Blkstar, il redivivo e mai domo Saul Williams. E, più di ogni altro, Moor Mother, al secolo Camae Ayewa. Il risultato conseguito da “Jazz Codes” nelle playlist di fine anno – disco dell’anno per il nostro giornale – è un eccellente pretesto per tornare a parlare dell’artista in assoluto più interessante del decennio.

Origini
Compositrice, cantautrice, poeta, Ayewa è cresciuta a Aberdeen, Maryland e si è innamorata di rock e rap, ska e jazz, sconvolti e tritati alla maniera di Bad Brains e Death: per sei anni ha suonato il basso per band come Girls Dressed as Girls e The Mighty Paradocs in giro per l’America, iniettando la protesta black in nervose tracce punk. Sui Mighty Paradocs “Live at Grape Street” del 2007 aiuta a farsi un’idea della particolare mistura di liquido amniotico da cui sorgeranno le idee future di Ayewa. «Il Maryland era un postaccio. Non potevi ordinare una pizza né chiamare un taxi. Se perdevi l’autobus per arrivare a scuola la mamma ti diceva di chiamare Mr. Moody. Perché era lui il taxi. Ma era questa la genialità nella disperazione, reinventarsi per colmare la mancanza dei servizi basilari. Oggi siamo perennemente distratti da qualcosa, non so cosa sarei diventata se fossi cresciuta con uno smartphone in mano». […]

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