Morphine
Morphine
di Stefano I. Bianchi

Iniziare dalla fine
Mark Sandman nacque il 24 settembre 1952 in una famiglia ebrea di Newton, Massachusetts, frequentò l’università di Boston senza laurearsi e fece diversi lavori (muratore, tassista, pescatore) prima di approdare alla musica, quando ormai aveva più di trent’anni. Dal quasi nulla che nel tempo è trapelato della sua vita privata – nelle poche interviste rilasciate rispondeva molto malvolentieri a domande di carattere personale – si sa che si dilettava in fotografia, che amava disegnare fumetti e che tre eventi avevano marchiato a fuoco la sua esistenza: una rapina in taxi che gli costò una pugnalata al petto e le morti in giovane età dei due fratelli Roger (per cause naturali) e Jon (per la caduta da una finestra). Chissà, forse erano stati proprio questi due tragici avvenimenti il motore della sua musica così notturna, forse per questo lui appariva quasi sempre pensieroso e malinconico anche quando sorrideva.
Per raccontare i Morphine bisogna iniziare dalla fine. Anzi da oltre la fine, dalla compilation “Sandbox”, che nel 2004 recuperava in due CD e un DVD alcuni dei tanti momenti rimasti inediti della produzione musicale e artistica del loro leader, tragicamente scomparso nel 1999 e da lì assurto a culto. La raccolta venne messa insieme dai suoi amici senza dare alle canzoni alcuna sequenza cronologica e senza attribuirne le responsabilità a nessuno dei molti e perlopiù effimeri gruppi di cui Mark aveva fatto parte prima di dedicarsi interamente ai Morphine, quasi per sottolineare come fosse inutile, a quel punto, distinguere quali erano stati i suoi compagni di viaggio in un momento e nell’altro. “Sandbox” divenne così il suo primo e unico disco solista, un album di ricordi claudicanti e imperfetti ma non un compromesso al ribasso: un brogliaccio da cui le diverse sfaccettature della sua musica emergevano come schizzi, scherzi, direzioni, indicazioni, lampi, illuminazioni: memorie tradizionali (Born Again, Doreen) e tentazioni mainstream (Patience, Devils Boots), architetture in via d’aggiustamento (Cocoon, Good Time Last Night) o già ben vestite per i Morphine (Imaginary Song, Goddess, Jealous Dream, The Phone), sciolti funk’n’blues’n’rap (Wig, Some Other Dog, Deep Six, Early Man) e stranezze che avrebbe potuto concepire solo uno come Tom Waits (Riley the Dog, Monas Sister). Letteralmente di tutto di più.
Ascoltate “Sandbox” per primo. Dopodiché la successiva, metodica immersione nella musica di Mark Sandman assumerà l’aspetto di un fiore multicolore che sboccia piano piano in mezzo alle erbe fino ad arrivare all’impagabile altezza che fu dei Morphine. […]

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