My Bloody Valentine
My Bloody Valentine
Christian Zingales

Tornano i MY BLOODY VALENTINE e KEVIN SHIELDS li porta dall’altra parte.


C’È UNA DICOTOMIA nella poetica di Kevin Shields, la famosa contrapposizione tra apollineo e dionisiaco, che connota tanto forma ed espressioni del gruppo formato con Bilinda Butcher, Debbie Googe, Colm O’Ciosoig, quanto i suoi tragitti personali. Naturale, viene da dire conoscendo lo stile della band, in equilibrio tra fasi sognanti e affondi abrasivi, ma la poetica dei Valentine sembra esprimersi al di fuori del suo stesso campo d’azione, con la dialettica tra le parti che trova, ora più che mai, compimento nel suo spostamento di senso. Cosa si può evincere, prima della pubblicazione del nuovo “mbv”, da una band che in trent’anni di attività ha pubblicato una manciata di connotanti singoli e due album? Qualche margine di indagine nelle eccezioni stilistiche che il gruppo ha misuratamente disseminato, e di cui invece il suo deus ex machina è stato prodigo. Una serie di détournement rispetto a un gioco che appare stagno, a un disegno fortemente connotato. Tutto succede nei limiti di un isolazionismo espressivo che quando violato trova conferma e diventa eversione linguistica. Così il MBV style diventa una sorta di specchio, per allodole o qualsivoglia corpo riflettente, che oscura il reale movimento della macchina. Se guardiamo al pre “mbv” dei MBV, tre sono i momenti che ci aiutano a spostare lo sguardo.
Instrumental N. 2 dell’88, un 7 pollici allegato in copie limitate di “Isn’t Anything”, feedback chitarristico catacombale su loop ritmico mutuato da Security Of The First World dei Public Enemy, la versione estesa di Glider, 12” del ’90, un tentacolare drone blues di 10 minuti, e Soon, singolo sempre ‘90 posto poi l’anno dopo in chiusura di “Loveless”, fusione tra chitarre e ritmica dance. In un catalogo di una cinquantina di pezzi, tre che aprono una porta laterale. Una porta varcata dal Kevin Shields post “Loveless”, attivo e prolifico più di quanto si pensi comunemente. Un musicista che, dopo le vette di un capolavoro dalla lavorazione titanica, concede qualche indizio supplementare, tranquillo del fatto che sfuggirà ai più. Ma per capire il rapporto che si instaura tra la macchina MBV e il musicista Shields bisogna focalizzare i tratti che connotano la prima. C’è, in quel contrasto tra una tormentata, quasi autodistruttiva vena estatica che rapisce improvvisamente il suono, e gli abbandoni che puntualmente lo riportano a una catatonia sotto la vita, a una narcosi ipnagogica, un’alternanza tra un elemento femmineo-apollineo che è tutt’uno con una sorta di eterna adolescenza ferita, qualcosa che fluttua in un accogliente limbo, e uno invece maschile-dionisiaco legato a una visione adulta del mondo, alla distruzione, alla rivolta. I testi dei Valentine, modulati da una distanza, sono un dialogo indifferente e indissolubile tra due voci, una femminile, la Butcher, e una maschile, Shields, espresso fino a “Loveless” in una serie di quadretti seriali in bilico tra autismo sentimentale e torbida sensualità, vignette dove la vita è sempre scortata da un alito mortale e l’estasi diventa quasi coazione, gara di un animale in trappola.
In “Isn’t Anything” c’è Soft As Snow (But Warm Inside) a fare da prototipo: “Soffice come neve / ma caldo dentro / penetra / non puoi scappare / sentirsi persi per sempre / ho veramente bisogno di te / mi sento giù e mi sento vero / questo è tutto quello che so / tocco la tua testa / e i capelli / ovunque soffice, più soffice / le dita bruciano / ti posso toccare qui / soffice come velluto / gli occhi possono vedere / portami vicino all’estasi / lontano, su in paradiso”. Un prototipo sviluppato in sfumatura e intensità in Cupid Come: “Torna giù / ti aspetto qui / e leccami col tuo fuoco / lingue d’argento connesse / vicino alle nostre labbra / ogni volta che ti guardo / la cosa mi atterrisce / rifletti in me i tuoi ricordi / e lasciami mandarti giù / ingoiami nel tuo letto / mentre intravedo le tue cosce / dimentica la vanità / vieni Cupido, vieni”. […]


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