Neil Young & Crazy Horse
Neil Young & Crazy Horse
Roberto Curti

Con l’uscita di “Americana”, raccolta di classici del folklore statunitense rivisitati – anzi, reinventati – secondo il proprio geniale e imprevedibile estro, NEIL YOUNG torna a suonare assieme ai CRAZY HORSE, il “suo” gruppo per eccellenza. Ripercorriamo la storia di un sodalizio che dura da oltre quarant’anni

[…] UN NOME CHE EVOCA immagini di un passato insanguinato e mitico, un capo tribù guerriero disposto a condurre la propria gente in guerra, e al contempo un mistico dalle visioni metafisiche degne del platonismo. O, più semplicemente, un purosangue imbizzarrito, ingovernabile, che corre a perdifiato su praterie così vaste che l’occhio non può coprirle. Che muta passo e direzione, scalciando e sbuffando, imprevedibile e forse impossibile da domare. Ma libero. Tutto questo convive, in una precarietà cangiante e contraddittoria, sotto la sigla Crazy Horse.
Neil Young, il quale battezzò i suoi sodali out of the blue, imponendo loro la suddetta sigla sulla copertina di “Everybody Knows This Is Nowhere”, non si ricorda nemmeno più quando e perché avvenne il battesimo. Ma di certo pochi nomi nella storia del rock si sono rivelati tanto preveggenti e azzeccati. E su quelle selvagge praterie sonore forgiate negli anni da Billy Talbot, Ralph Molina, Danny Whitten e poi Frank “Poncho” Sampedro, che per oltre quarant’anni hanno ospitato le scorribande chitarristiche del Canadese, ci inoltriamo anche noi.

1. F*!#in' Up…
Ci sono due aneddoti speculari, raccontati dal produttore David Briggs al biografo di Neil Young, Jimmy McDonough, che forse più di ogni altro rendono l’idea della traballante perizia strumentistica dei Crazy Horse e insieme del loro apporto fondamentale alla musica di Young. Il primo pare uscito da This Is Spinal Tap: in studio, registrando un brano, Billy Talbot continua a sbagliare la sua linea di basso. Briggs dalla console glielo fa notare, e l’altro si spazientisce: «Ah sì? Visto che ne sai così tanto, perchè non vieni tu a suonarla?» Briggs, che è mancino, entra nello studio, sfila il basso di dosso a Billy, lo impugna sottosopra, e gli suona la sua parte sotto il naso, senza una sbavatura. «Ok, MOTHERFUCKER?».
Secondo aneddoto: «Su Lotta Love, Billy Talbot ha suonato due note che non sono nemmeno negli accordi del pezzo. Due note, tipo una qui e una lì. Terribili, ma le ho lasciate» racconta Briggs. «Quando si arriva a quella parte del brano, le ho solo abbassate un po’. Bene, quando Nicolette Larson ha fatto una cover di quel fottuto disco, ragazzo mio, hanno trascritto gli spartiti, e indovina un po’? I due errori di basso di Billy sono stati trascritti».
Insomma, Talbot, Molina e Sampedro non sono esattamente dei virtuosi dei loro strumenti. In un memorabile siparietto d’archivio del documentario Year of the Horse, uno Young tra il furibondo e il rassegnato se la prende nel backstage con il bassista che ha sbagliato completamente l’arrangiamento vocale di un pezzo («Ecco perchè lo proviamo tutto il fottuto giorno! Non mi dire che nessuno lo conosceva, ho anche registrato un nastro, mi stavo forse facendo una sega?»). L’altro fa orecchie da mercante e tenta lo scaricabarile; lì accanto, Sampedro assiste al battibecco con la faccia di uno che di simili cazziatoni ne ha visti a centinaia. [...]

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