Neptune int.
Neptune int.
di Stefano I. Bianchi

Ormai li davo per perduti. Quattordici anni senza pubblicare dischi fisici e caricando in rete (Bandcamp) vecchie registrazioni erano troppi per pensare che la band potesse avere una seconda vita. E invece Jason Sidney Sanford, chitarrista, cantante e creatore della prima entità Neptune, Mark William Pearson, bassista e dal 2004 fedelissimo collaboratore e alter ego dell’iniziatore, e Daniel Paul Boucher, batterista che collabora con gli altri due fin dai primi anni ‘00, sono appena riapparsi con “Play Some Music”, album con cui si rimettono in circolo suonando anche dal vivo (occhio: saranno in Italia a fine anno). L’occasione perfetta quindi per un’intervista a distanza di tre quinquenni da quella che gli facemmo nell’estate del 2012 (BU#170/171). Ah sì, forse è meglio se per prime leggete le risposte all’ultima domanda: è lì che sta il cuore del loro mondo; e del nostro.

La prima domanda non può essere che: come mai tutto questo tempo? Jason è ancora il chitarrista degli E di Thalia Zedek, quindi immaginavo che quella ormai fosse definitivamente la sua “nuova” band…
JASON: Per me la musica è sempre stata una maratona, non uno sprint. La domanda non è mai stata come fare arte ma come riuscire a continuare a farla. Arriva un tempo in cui non si può più vivere come quando avevamo venti anni; per me quel tempo è arrivato quando ne avevo quaranta. A quel punto hai bisogno di crearti uno spazio personale cercando di stabilizzare la tua vita. Formalmente i Neptune non si sono mai fermati, si sono solo presi un po’ di tempo. Poi, d’improvviso, forse perché le nostre vite si erano stabilizzate, abbiamo capito che era arrivato il momento di rimettersi in moto. Per quanto riguarda gli E, con Thalia Zedek ed Ernie Kim, il progetto continua. Per me si tratta di esperienze completamente diverse anche se uso in entrambe i miei strumenti autocostruiti. Negli E cerco di capire come posso suonarli in modo da espandere creativamente il vocabolario sonoro del rock, nei Neptune cerco di dimenticare di aver mai ascoltato musica rock e persino di aver visitato il pianeta Terra.
DAN: Come mai tutto questo tempo tra dischi/tour?... Ci sono molti motivi, uno dei più importanti è che nessuno di noi vive più nella stessa città. Siamo sparsi in luoghi molto distanti degli States. Per quanto mi riguarda mi sono preso una lunga pausa ma la band ha continuato a evolversi e ad esplorare nuove direzioni. Ho smesso completamente di suonare per quasi dieci anni perché non ne potevo più dei continui tour e di non avere mai un soldo in tasca. Ai tempi vivevo costantemente in posti diversi, non avevo soldi e facevo tanti, troppi lavori di merda per potermi tenere costantemente in giro. Ero esaurito. Avevo bisogno di un po’ di stabilità. Ognuno di noi iniziò una nuova fase della propria vita. Ci siamo tutti sposati, abbiamo comprato una casa, ci siamo concentrati nelle nostre carriere, le solite cose di quando s’inizia a invecchiare, ma ci siamo tenuti tutti attivi, anche se in modi diversi. Noi tre siamo una specie di strana famiglia, siamo sempre restati in contatto. Qualche anno fa abbiamo capito che avevamo voglia di fare di nuovo qualche concerto. Facemmo un breve tour nel 2023 e fu veramente grande, molto meglio di come ce lo saremmo aspettato. Di conseguenza iniziammo a pensare ad altri strumenti da costruire e a nuove canzoni da scrivere. E adesso eccoci qui. […]

…segue per 10 pagine nel numero 340 di Blow Up, settembre 2026

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