NEUROSIS
NEUROSIS
Fabio Polvani

La brutale arte dei NEUROSIS album dopo album, tumulto interiore dopo tumulto interiore, impalcatura sonora dopo impalcatura sonora. Un mese dopo l’uscita di “Honor Found In Decay”, ultimo tassello di un modello musicale rimasto insuperabile a quasi tre decenni di distanza dalla sua costituzione. Scagli il primo riff chi volesse dimostrare il contrario.

[foto di Brendan Tobin]

I NEUROSIS SUONANO una delle musiche più intense mai partorite in ambito rock. Difficile definire altrimenti qualcosa simile a una commistione di metallo ultrapesante, massimalismo noise ed esoterismo dark/industriale (a cui negli anni si sono aggiunti sempre più massicciamente elementi di ambient psichedelica e folk noir). A rendere questa musica così intensa non basta tuttavia un semplice elenco di stili o generi: è più una questione di dinamiche, di costruzioni, di architetture sonore e testuali. Associata all’apparato visuale, quasi da sempre parte integrante dei live-show, diventa poi un’esperienza sensoriale totalizzante.
La cosa non ha necessariamente solo valenza positiva. Generalmente, le musiche dai contenuti eccessivi (come quelle di stampo metal, progressive o gothic, che spesso saranno qui chiamate in causa) dal punto di vista comunicativo rischiano molto: esse vivono in un bilico, un sottile equilibrio tra effetto desiderato ed effetto percepito/provocato che può anche essere opposto alle intenzioni di partenza (si può prendere l’esempio di chi vuol essere epico e invece risulta pomposo, massiccio e invece risulta esasperante, tremebondo e invece risulta solo ridicolo, e così via). La seriosità più assoluta qui espressa tuttavia non lascia spazio a sfumature interpretative, né aiuta ad assorbire il colpo. Le strutture pachidermiche d’altro canto amplificano le sensazioni, siano esse di ammirazione che di repulsione.
Diamo comunque per scontata la raggiunta connessione tra ascoltatore e componimenti neurosisiani: il forte impatto emotivo da questi suscitato contribuisce ad alimentare un’ambiguità del messaggio, soprattutto nelle personalità più facilmente impressionabili. A questo punto entrerebbe in ballo una serie di teorie sul rapporto tra metal e potere (ma anche tra dark/industrial e potere se volessimo) da cui potrebbe scaturire una lettura in chiave superomistica o misantropica da non sottovalutare. Per come la vedo tuttavia, i Neurosis hanno impiantato il seme dell’esistenzialismo nelle musiche heavy: dove prima il malessere era mascherato dalla rappresentazione della potenza (con l’occultismo spesso a giocare un ruolo fondamentale nell’avvalorare tale rappresentazione), adesso il malessere viene messo a nudo, riconosciuto e sviscerato, quindi elevato a rango di cataclisma naturale, di pessimismo metafisico, di estrema pratica spirituale, di spaventosa profezia sul futuro dell’umanità.
Per i Neurosis la musica è un’esperienza religiosa-filosofica affrontata con stoicismo e nel perseguimento di una sorta di mistica del dolore, mentre la simbologia esoterica e i testi evocativi fanno da richiamo a rituali pagani e a una solennità cerimoniale. Mettiamoci dentro pure uno spirito wagneriano e si fa presto ad agitare fantasmi di spettacolari esperienze di massa. Ma non è proprio così: quello che abbiamo di fronte è soprattutto una tortuosa, tormentata esperienza individuale che si trasfigura in fenomeno universale. L’effetto potrebbe essere quello di una gigantesca, estenuante psicoterapia, dalle conseguenze ben poco rassicuranti. [...]


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