Ohio Wave 1: Cleveland
Ohio Wave 1: Cleveland
di Federico Guglielmi

[nell'immagine: Pere Ubu 1977]

Quando si parla degli USA, l’Ohio - noto come Buckeye State per via dei suoi ippocastani - non è certo il primo stato a venire in mente, benché sia parecchio popolato, abbia una storia interessante, abbia dato i natali a tante celebrità (ad esempio Neil Armstrong, sei presidenti e il serial killer Jeffrey Dahmer) e, per quanto concerne la musica, ospiti la Rock And Roll Hall Of Fame e abbia avuto un’importanza fondamentale per la diffusione del r’n’r grazie al DJ locale Alan Freed. La sua scarsa estensione fa sì che fuori dal Nordamerica ben pochi sappiano dove sia situato di preciso, cioè nel cosiddetto Midwest, zona dei Grandi Laghi, ma è molto più vicino alla Costa Est che a quella Ovest: circa seicentocinquanta chilometri da New York contro i tremila che lo separano da Los Angeles. Dall’800, nei suoi confini ha avuto luogo un processo di industrializzazione dovuto in primis alla presenza di grandi giacimenti di petrolio e gas. Di riflesso, mezzo secolo fa l’inquinamento aveva raggiunto livelli quasi insostenibili, specie nelle città limitrofe - le dividono appena sessanta chilometri - Cleveland e Akron, ambedue attraversate dal fiume Cuyahoga; sì, proprio quello dell’omonimo brano dei R.E.M. inserito nel 1986 in “Lifes Rich Pageant” ed eletto a simbolo del degrado ambientale. Non a caso nel 1979 il registratore del sottoscritto raccolse da Bob Mothersbaugh, chitarrista dei Devo, questa testimonianza: «In America l’inquinamento produce mutazioni, il DNA si altera. Ad Akron il cielo è grigio per lo smog e il fiume è talmente pieno di petrolio e sostanze chimiche che, ogni tanto, si infiamma in alcuni punti». Ugualmente illuminanti le parole di Jim Jones, al centro di vari progetti nei ’70 e in seguito nei Pere Ubu: «Cleveland era questa bella città morente che il 90% dei suoi abitanti dell’epoca pensava fosse orrenda, ripugnante. Il centro e i Flats, una zona industriale sulla riva del fiume, erano il nostro parco-giochi: tutta la gente normale si chiudeva in casa alle sei di pomeriggio e lasciava il posto a noi». Un quadro apocalittico? Sì, ma veritiero. Nonché esplicativo del perché nella seconda metà dei ’70 l’Ohio abbia generato così tanta musica che, allora così come oggi, suona originale e assolutamente pazzesca. […]

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