"Pangea"
"Pangea"
Valerio Mattioli

O del tramonto dell’Oriente: quando il ghigno panetnico sostituisce l’utopia world, da Miles all’Oingy Boingy.

[nella foto: Miles Davis]

“A BRERA INCONTRAI il batterista di un gruppo beat che allora andava per la maggiore, i Profeti. Era Raffaele Favero e si faceva chiamare Raffiullah Khan. Era già stato in Nepal (…) e andava in giro a raccontare una grande balla: che nel cuore dell’Islam esisteva un luogo paradisiaco abitato dalle urì, da splendidi angeli nudi. Io gli diedi retta e nel giro di qualche mese mi ritrovai con lui e con altri sulla strada verso l’India. La notte prima di partire per il nostro viaggio, come buon augurio, andammo in giro a dipingere per Milano la kalma, la professione di fede musulmana”.
L’aneddoto, raccontato dal fotografo Italo Bertolasi, risale al 1968 ed è contenuto nel classico Underground Italiana di Matteo Guarnaccia. È la storia di una generazione che, anche in Italia, spalancò le porte della percezione non solo agli effluvi mistici di un’Era dell’Acquario abbondantemente spruzzata di LSD, ma all’idea che una qualche insondabile, rivelatrice Verità risiedesse altrove: magari in Oriente. Un Oriente idealizzato dall’insofferenza della gioventù miracolata dal boom nei confronti dei riti e dei dogmi della società occidentale, quella stessa in cui tale gioventù era cresciuta e che aveva finito per mettere in discussione; ma anche un Oriente finalmente libero di sprigionare, con la sua influenza, le energie latenti di una cultura giovanile allora in rapida, incontrollata espansione – numerica, politica, economica, diciamo pure mentale.
La musica, che di quella cultura fu il linguaggio più o meno ufficioso, assecondò e in qualche caso anticipò la tendenza. Sul rapporto tra musica occidentale e tradizioni altre, esistono chiaramente dei precedenti storici importanti: il Claude Debussy innamorato del gamelan giavanese; il John Cage delle citazioni zen; gli esotismi immaginari della cocktail music anni 50; e la lista potrebbe continuare. Ma se c’è un decennio in cui l’altro geografico diventa concreta metafora di bisogni trascendenti, questo è i 60: gli anni della psichedelia a passo di sitar, del jazz spirituale, della trance minimalista, delle scale indiane in hit parade. È un orientalismo forse escapista ma perlomeno solare, sincero, tendente a un’idea di Assoluto evanescente ma inclusiva, col sorriso sulle labbra. Cinquant’anni dopo, cosa è rimasto?

PUR A FASI ALTERNE, il fascino per l’esotico non ha mai mancato di fare capolino tra i saliscendi della musica sia pop che non: il dubbio è se quel fascino stia ancora ad evocare la raggiante terra promessa di cui si nutrirono gli slanci dalla nazione hippie. Sarà una sensazione, ma alcuni casi mi sembrano nel loro piccolo indicativi, e danno bene l’idea della differenza che corre tra lo ieri e l’oggi.
Esempio: in pieno evo psichedelico, quel piccolo gioiello di proto-world music che fu la Incredible String Band proiettava infatuazioni etniche che andavano dal Marocco all’India su tele acquerellate dal piacevole tocco naif. Oggi gli “outer worlds” decantati da Monopoly Child Star Searchers sguazzano beati nell’apoteosi cheap della sottocultura a basso costo, roba da paccottiglia kitsch, ufologia egizia, Voyager per disgraziati e new age irrancidita.
Ancora: nel 1972, in un album classico del jazz al profumo d’India che già dal titolo – “Wisdom Through Music” – ribadiva l’equazione Oriente-saggezza, Pharoah Sanders ci avvertiva che Love is Everywhere. Nel 2012 quello stesso incenso brucia nella claustrofobia urbana di Double Helix, del collettivo LHF, e di una fila di producers che da tempo sublimano le tensioni della metropoli multietnica in un trionfo di incubi da notte fonda. […]

…segue per 8 pagine nel numero 176 di Blow Up, in edicola nel mese di Gennaio 2013 al costo di 6 euro.

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