PEAKING LIGHTS
PEAKING LIGHTS
Antonio Ciarletta

Pareva dovessero diventare l’ennesimo culto dell’underground californiano, invece con il loro dream pop radioattivo dal retrogusto dub i PEAKING LIGHTS stanno solleticando il palato della platea indie. Suonano estatici e psichedelici, eppure anche negli ultimi (e più orecchiabili) dischi resta difficile delimitare il confine tra sogno e incubo.

LE CLASSIFICHE ANNUALI hanno un loro significato, quella di The Wire giunge puntualmente come una sentenza quasi inappellabile. La scelta di “Far Side Ritual” di James Ferraro come disco dell’anno 2011 ha destato sorpresa in tanti, tuttavia ha dato a chi vi scrive la sensazione di un incontrovertibile avvitamento. Ovvero di una scelta al ribasso da parte della rivista britannica che, fatta salva la buona qualità del disco, ha il sapore tanto della tardiva legittimazione di un fenomeno (l’hypnagogic pop e i suoi derivati), quanto della definitiva e forse involontaria presa d’atto circa il vicolo cieco verso cui si sta dirigendo il carrozzone variopinto delle musiche underground statunitensi, quelle d’impronta sommariamente weird. Ciò trova conferma nella sostanziale mancanza, in quell’ambito, di trend interessanti nel 2012, al punto che l’attenzione di chi si occupa(va) di quei suoni si è spostata verso le diramazioni e le contaminazioni delle musiche post dubstep, con i vari progetti Demdike Stare in grande evidenza. Con ogni probabilità è giunto il momento di tirare le somme sia in termini qualitativi che quantitativi, tenendo conto della sostanziale invariabilità dei meccanismi di legittimazione: nello sterminato mare magnum delle produzioni underground del primo decennio degli anni Zero alcuni soggetti hanno piazzato la zampata decisiva, ovvero sono riusciti a emergere dalle secche di visibilità dei circuiti carbonari DIY per accedere alle acque dolci del circuito indie; un nome per tutti? Facile: Animal Collective.
In quelle medesime acque stanno veleggiando i Peaking Lights. Aaron Coyes e Indra Dunis hanno trovato l’insenatura giusta per accedervi con “936” “aggiustando” il suono quel tanto che basta a renderlo appetibile a una platea più ampia, per giunta senza perdere punti in termini d’integrità artistica. Coppia nella vita come nella musica, i due hanno il physique du rôle per diventare i nuovi messia della psichedelia più soffice e sognante, una sorta di Beach House all’uranio dub, in realtà discretamente tossici pur se all’apparenza estatici. Barba incolta lui, viso scolpito nella roccia lei, entrambi possiedono quell’aspetto intellettuale e misuratamente selvaggio che tanto piace agli appassionati indie. Eppure le premesse sembravano diverse. Inizialmente i Peaking Lights pareva dovessero diventare l’ennesimo nome di ultraculto a circolare, senza possibilità di sbocco, all’interno del circuito delle tapes a tiratura limitata. Passare dalle mefitiche cantine lo-fi di San Francisco - dove i due danno vita al progetto prima di trasferirsi in Wisconsin - alle colonne del Guardian, lascia presupporre una lungimiranza strategica non comune, soprattutto negli ambiti del DIY degli anni Zero. Ma chi sono Aaron Coyes e Indra Dunis? Degli abili calcolatori, come farebbe pensare un percorso sonoro via via più addomesticato, per quanto inizialmente pregno dell’estetica deviata di casa Not Not Fun, o un fiore sbocciato spontaneamente in un deserto di rumoristi poco inclini al compromesso?...

…segue per 4 pagine nel numero 173 di Blow Up, in edicola nel mese di ottobre 2012 al costo di 6 euro.

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