PHILIP ROTH
PHILIP ROTH
Stefano Lecchini, Giulio D’Antona, Fabio Donalisio e Roberto Curti

Autobiografie della maschera

Vite che (non) sono la mia
di Stefano Lecchini


NON HO NULLA contro Walter Siti, e - a differenza di Aldo Busi (è una delle tante gocce che ne han fatto traboccare il nome fuori dalla cinquina dello Strega) - non arriverei mai a definire i libri che scrive illeggibili; però, una cosa bisognerà pur rinfacciargliela: il suo scranno di teorico (e pratico) principe, almeno in Italia, di quella materia così up to date che è l'autofiction rischia di essere battuto in breccia, a non dire polverizzato, dalle 216 pagine di un aureo romanzo che Philip Roth pubblicò nel 1988, e che in Italia risultava introvabile praticamente da allora (la casa editrice che lo fece uscire, Leonardo, non esiste più da un bel pezzo). Questo romanzo si intitola I fatti, non è annoverato fra i capolavori indiscussi di Roth, ma l'Einaudi, che lo ha meritoriamente reimmesso sul nostro mercato, deve aver fatto due rapidi conti concludendo con un apodittico “Ora o mai più”. Beninteso, la qualità letteraria del testo è tale che l'opera reggerebbe benissimo anche in tempi meno propizi alle sirene dell'autofiction. Ma, visto il momento, la ristampa – che si fregia peraltro di una nuova traduzione firmata da quella garanzia assoluta che si chiama Vincenzo Mantovani - non si può dire non essere capitata a fagiolo.
Se tutti i romanzi di Roth sono, almeno in senso lato, autofiction, I fatti è qualcosa di più: non semplice autofiction, ma meta-autofiction, autofiction al quadrato: perché il cuore del libro si gioca e si interroga incessantemente sulle dinamiche che portano alla trasfigurazione letteraria della propria biografia. Una cosa balza all'occhio da subito: come poi avverrà soltanto un'altra volta, in quel passaggio decisivo che sarà, tre anni più tardi, Patrimonio, Roth scrive in prima persona, piantando sulla carta il proprio nome e cognome; e con un gesto di rinuncia suprema si strappa le maschere (Zuckerman, Kepesh, Tarnopol, Portnoy) con cui fino ad allora ha setacciato impunemente il proprio vissuto rimodellandone, ma senza l'imperdonabile disonestà di abbellirli, anche i recessi più scomodi e segreti – poiché l'inconfessabile poteva essere confessato solo grazie alla distanza dovuta al camuffamento nei panni dei diversi alter ego. […]

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