Photomatic
Photomatic
di Matteo Moca

Alla fine dell'Ottocento scienziati e inventori, figura umana straordinaria di cui si è oramai perso memoria, iniziano a sperimentare dei piccoli spazi in cui scattare delle foto immediatamente stampabili, gli antenati delle cabine per le fotografie che oggi troviamo, in realtà in misura sempre più rara, nelle città e nelle stazioni ma che allora erano, a tutti gli effetti, una vera e propria camera delle meraviglie, un numero di magia che prevedeva di posizionarsi davanti a un obiettivo e uscire sdoppiati, in carne e ossa e su pellicola (è anche interessante il fatto che l'occhio fisso della cabina, immobile e cronometrato, sembra un'anticipazione dei sistemi di intelligenza artificiale odierni come gli scanner per i passaporti, i software per il riconoscimento facciale o per l'identificazione biometrica). Sono i primi antenati delle cabine per fototessere, le macchine automatiche, photomatic (in inglese) o photomaton (in francese), spazi suggestivi che affascineranno non solo le persone comuni, ma anche una serie impressionante di scrittori, fotografi e artisti, tutti lanciati nel tentativo di valutare l'azione fotografica della macchina come un oggetto estetico o come uno strumento per comprendere il senso dell'immagine e dell'autoritratto. Le esposizione universali di Parigi di fine secolo cominciarono a offrire ai curiosi un assaggio di queste camere magiche, ma è con le prime apparizioni nelle principali città europee e americane che la fototessera diventa un feticcio contemporaneo, una strana camera che ha un che di mostruoso e un che di umano, un po' di magia e un po' di progresso tecnologico come scrive la rivista francese Le science et la vie a inizio Novecento parlando di uno dei primi prototipi: «questa macchina sembra viva, il cuore è il suo motore elettrico, le sue arterie dei fili, i suoi muscoli degli elettromagneti e il suo sangue è la corrente elettrica ed essa si nutre di monete». Negli Stati Uniti è nel 1926 che viene installata la prima cabina per fototessere (due anni dopo ne saranno installate cinque anche a Parigi), mentre è dell'anno prima l'invenzione vera e propria della cabina da parte del fotografo siberiano Anatol Josepho che immaginò le forme di questo spazio in cui chiunque, al prezzo di due pagnotte di pane dell'epoca poteva ottenere in pochi minuti alcuni suoi ritratti su pellicola, un'esperienza che venne così descritta da un periodico del tempo: «Non ti annoierai per molto a Boston se possiedi 25 cent e una faccia. Recati alla nuova Photomaton abbastanza presto e guarda quanto può essere romantico e avventuroso l'essere iniettato nel meccanismo, finora spietato, de farti fare un tuo ritratto».
Se questi sono solo i primi ragionamenti davanti alla camera magica, non c'è da sorprendersi se, praticamente sin da subito (si pensi per esempio a ciò che farà Magritte alla fine degli anni Venti dentro la cabina all'orto botanico di Parigi, da solo o con la moglie Georgette), la cabina photomatic stuzzichi la curiosità e l'estro di chi con l'immagine fotografica ha giocato o ne ha fatto una forma d'arte (oltre ovviamente al semplice passante). […]

…segue per 4 pagine nel numero 336 di Blow Up, maggio 2026

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