Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini
di Roberto Curti

«Venti atroci giorni chiuso in un alberghetto a lavorare come un cane.» Pier Paolo Pasolini sintetizza così, in un amaro resoconto publicato su «Paese Sera», la prima stesura di La Nebbiosa, copione commissionato dal produttore Renzo Tresoldi e incentrato sulle vicende di un gruppo di teddy boys milanesi.
Pasolini si avvicina al cinema nei primi anni ‘50, collaborando con Giorgio Bassani alla sceneggiatura di La donna del fiume (1954) di Mario Soldati. Nella seconda metà del decennio le sue partecipazioni cinematografiche si fanno più frequenti: scrive il commento per il corto Manon – Finestra 2 (1956) di Olmi, collabora con Fellini per Le notti di Cabiria (1957; ma al maestro riminiese fornirà anche materiale, scartato, per La dolce vita) e con Mauro Bolognini, per Marisa la civetta (1957), Giovani mariti (1958) e soprattutto La notte brava (1959), suo primo copione nato autonomamente per il cinema e ispirato a Ragazzi di vita. Dello stesso anno è anche Morte di un amico, diretto da Franco Rossi.
Anche La Nebbiosa nasce in quel 1959 così ricco di impegni extraletterari. Tresoldi, industriale milanese «di famiglia ricca e onorata, da far conoscere a Gadda», prestato una tantum al cinema, gli chiede di sviluppare un soggetto – una notte di Capodanno, una gang di teppisti ne combina di cotte e di crude – abbozzato da Gian Rocco e Pino Serpi, semiesordienti registi con alle spalle solo l’esperienza di un documentario turistico, Carosello spagnolo.
Pasolini si era già occupato del fenomeno dei cosiddetti teddy boys – giovani ragazzi del Nord di buona famiglia, dediti a rapine e ad atti di vandalismo: declinazione italica della subcultura giovanile nata in Gran Bretagna negli anni ‘50 – sulle pagine di «Vie nuove» (in cui imputava l’esistenza di «una gioventù insofferente e incattivita» allo «sciocco paternali-smo», alla «superficiale visione dei valori», al «represso sadismo» di quei padri ideali, i cui figli «non possono che nutrire disprezzo per la morale vigente») e in occasione della sua (marginale e non accreditata) collaborazione a Le notti dei teddy boys di Leopoldo Savona. In generale, l’approccio dell’opinione pubblica italiana al fenomeno è imbastardito da svariati fattori: se il tema della delinquenza giovanile spaventa la classe dirigente (al punto che fa scalpore il via libera in sede di censura a un film «dedicato alla violenza e al vizio» come Il seme della violenza), la cultura popolare restituisce un’immagine annacquata dei teddy boys: si vedano la canzone Teddy Girl di Celentano (i cui versi PPP citerà in La Nebbiosa: «Oh Teddy Girl pupa in technicolor / Oh Teddy Girl c’è un juke box nel tuo cuor») o innocui musicarelli come I teddy boys della canzone di Domenico Paolella.

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