PJ Harvey
PJ Harvey
di Beppe Recchia

[nell’immagine: PJ Harvey, foto di Seamus Murphy]

In Wyliczanka, installazione del 2005 di Jaroslaw Koslowski, quindici ciotole di vernice secca di diversi colori sono presentate una accanto all’altra, e per ciascuna è posto in alto ed in corrispondenza un panno col quale qualcuno si è pulito le mani sporche della vernice della ciotola; ad ogni combinazione di ciotola e panno è attribuito il sito di un genocidio, a simboleggiare come, anche provando a lavarsene le mani, rimuovendo anche la coscienza di questi eventi, la testimonianza materiale rimane, asciutta ed impietosa, davanti al nostro sguardo. Polly Jean Harvey vuole essere quel panno, la parola che scolpisce e fissa il racconto, l’obiettivo che non può distogliere lo sguardo. Un’esigenza di narrazione in fondo da sempre presente nei suoi dischi – come raccontava a Christian Zingales una decina d’anni fa in occasione dell’uscita di “Uh Huh Her” (“mi considero una scrittrice creativa e non una sorta di tipografa diaristica, perciò quello che scrivo nei miei testi non è propriamente materiale autobiografico”) – ma che ha trovato fuoco e realizzazione solo negli ultimi lavori di studio, in maniera inaspettata e sorprendente, proprio quando “White Chalk” nel 2007 portava a compimento, e a purissima rarefazione ascetica, la sua parabola di cantautrice di un amore posseduto da propri demoni ed altrui fantasmi. E tuttavia “White Chalk” conteneva già la spinta al cambiamento, essendo stato scritto interamente al pianoforte - strumento alla quale Polly non si era mai prima avvicinata, e funzionale pertanto a garantire la più libera immaginazione compositiva come contropartita dell’inesperienza tecnica - ed interpretato con intonazione inconsueta, più sottile ed alta, sinistramente fanciullesca; quanto più è conosciuto il fondale delle composizioni – l’album è idealmente dedicato ai paesaggi del nativo Dorset – tanto più esso viene rielaborato nell’immaginazione dell’autrice (ricorderà in seguito di averlo scritto interamente in cima ad un grattacielo di Los Angeles, tra vetro e linee squadrate). […]

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