Primal Scream Demodelica
Primal Scream Demodelica
di Christian Zingales

IL SEPPIATO pop psichedelico un po’ Byrds un po’ Love del primo album “Sonic Flower Groove” nell’87, il ruvido bianco e nero del secondo disco omonimo, tra MC5 rockers e ballate crepuscolari con filigrane soul, nell’89. Poi l’incidente fortunato di “Loaded”, ’90, una di quelle ballate, I’m Losing More Than I’ll Ever Have, che viene riscritta in uno dei remake-remodelling più liberi, giocosi e radicali di sempre, chiamatelo remix o reinvenzione, dal primissimo Andrew Weatherall, DJ allora emergente ma già carismatico e grande estimatore della classicità e autenticità rock, l’unico che aveva parlato bene del secondo album, in una recensione di un live a nome Audrey Witherspoon per il NME, a cui, dopo un primo tentativo timido e più fedele, era stata data direttiva precisa, “fucking destroy it!”. La ricerca della distruzione per trovare la vita vera, come nell’ideale punk del ’77, un’identità sonora a cui i Primal Scream stavano lavorando nel cantiere dei primi due album già densi di anima e personalità, e Bobby Gillespie dirà che Loaded era strutturalmente come gli esperimenti dei pionieri dub dei primi anni ’70. Da qui parte una svolta per elaborare il totale di quella felice premessa, l’influenza dell’acid-house sulla rock band di Glasgow che in quel periodo era ormai di stanza a Londra, con Gillespie che faceva la spola da Brighton alla capitale, ma poi di tutti gli altri suoni che avevano plasmato le loro teste, dal dub al soul alla psichedelia al jazz al balearic all’elettronica tout court. Qualcosa che soddisfacesse l’entusiasmo per la nuova ondata che dall’88 aveva stravolto la scena non in un trattamento alla moda tipo “funky beat sotto canzone indie”, piuttosto un cambio netto della scala cromatica, da quei fascinosi grigi marroni bianchi neri degli esordi a un glorioso technicolour. Con le possibilità aggiunte del campionatore. […]

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