Prosa russa primi 900
Prosa russa primi 900
di Maurizio Bianchini

[nell'immagine: Lily Brik]

1.
Ci sono libri e libri. Libri disponibili che leggi, chiudi e dimentichi, dopo il piacere effimero della lettura. E libri ruvidi invece come la carta vetrata, in cui devi tornare indietro ad ogni passo per forzare la mente ad aprirsi e capirli. Li lasceresti volentieri al loro destino, di primo acchito, non ti venisse più del sospetto che potrebbero riservare scoperte alla cui luce il mondo apparirebbe diverso da come è apparso fino ad allora (la verità arriva di notte, insospettata come i ladri e Nostro Signore). Ma non sono molti i libri che offrono, in cambio della fatica di leggerli, la ‘rivelazione letteraria’ – lo spettacolo della vita visto da un Everest al cui sguardo nulla sfugge – le cose come sono e perché sono, in quel modo e in nessun altro. Il solo sapere a noi consentito. Ho passato questa estate folle, in cui gli scienziati pazzi di cui parlava Calasso nell’Innominabile attuale (poco tempo fa: una vita fa) sono tornati ad accapigliarsi nel loro gabinetto di esperimenti folli per riprendere il filo dell’autoannientamento della specie lasciato in sospeso dopo la fine della II guerra mondiale, in una vecchia casa, metafora perfetta del mondo impegnato a disfarsi, ma non con la grazia e il silenzio di antiche mura, leggendo e rileggendo due testi dannatamente complicati, pieni di rimandi oscuri, come usciti da una Pizia esulcerata, dimenticando perfino, nelle ore in cui ero impegnato a farlo, di liquefarmi nella caligine degna dai romanzi apocalittici del primo Ballard, uno il cui sguardo ha oltrepassato il proprio tempo e immaginato le diverse apocalissi in attesa oltre le Colonne d’Ercole.
Rispetto allo scenario catastrofico immaginato da Calasso ci sono novità che dovrebbero farci perdere il sonno, non fosse che l’entropia informatica in cui viviamo immersi, e nella quale tutto viene detto e predetto, tutto è rimosso, cancellato e sepolto sotto il cemento dell’attualità. La prima è che abbiamo introiettato, come genere, la fine collettiva, nella maniera in cui, da singoli, introiettiamo il buco nero della morte: rimuovendola. L’apocalisse è sterilizzata dal cinema. Lo spettacolo è l’anestetico più antico. Si fa pace con l’orrore rappresentandolo, come nella tragedia greca. O, come oggi, con la commedia, il chiacchiericcio, il rumore di fondo. Le prediche per mettersi l’anima in pace. La seconda novità è che non siamo più i soli a lavorare al nostro auto annientamento. Spinti da noi su questa strada, la natura e il clima, si stanno rivelando concorrenti sempre più temibili, potendo contare sulla nostra collaborazione (è immaginabile una green economy di Xi Jinping, Putin e Trump?). La terza novità è che i tiranni, gli scienziati pazzi di oggi, sono di levatura ancor più mediocre rispetto a quelli di ieri. Dietro Hitler c’era il sogno millenaristico dell’impero tedesco; dietro Stalin il comunismo. Dietro i nuovi, chi c’è? Hobbes? Il re della foresta? […]

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