Randy Newman
Randy Newman
di Maurizio Bianchini

RANDY NEWMAN è un oggetto misterioso del rock. Ma del resto anche il rock è un oggetto misterioso, al netto dei miti, delle leggende e dell’industria della nostalgia. Per il numero esorbitante di spostati, monomaniaci, ebefrenici, schizofrenici e paranoici che ha prodotto nella sua storia, il rock rimane una forma di follia singolarmente poco diffusa, e in regressione, che dà a pochi un piacere retroattivo e ad ancor meno una ragione di vita, lasciando tutti gli altri in una beata (stavo per scrivere ‘incosciente’) indifferenza. Per di più, il dottor Newman e il signor Randall Stuart, detto Randy, sono due. Un musicista di formazione classica, a suo agio, come pochi, in ogni genere e sottogenere della musica popolare e un autore di canzoni sarcastico e feroce, una specie di Nathan West sotto acido che invece di condannarle si appassiona alle meschinità e atrocità e miserie umane che racconta. Il che si spiega forse, ma non è detto, col fatto di essere ebrei americani di un ceppo prodotto dall’incrocio fra quelli che ci hanno dato Lenny Bruce e Philip Roth.
Il dottor Newman e mister Randy (del quale non si hanno in realtà notizie certe fino all’uscita del primo album, nel 1968, a venticinque anni), provengono da una vera e propria dinastia di autori di colonne sonore il cui membro più influente, Alfred, è stato vincitore di nove premi Oscar e candidato praticamente a tutti gli altri. Sono cresciuti ascoltando Fats Domino e guardando telefilm d’azione di cui, va da sé, conoscevano già la colonna sonora, avendo assistito dal vivo all’incisione di molte. Luogo di nascita New Orleans, da dove proviene la madre, ma città di adozione Los Angeles, dove il padre, medico, esercita la sua professione a beneficio, prevalentemente, delle celebrità. La predisposizione a scrivere canzoni ha modo di svilupparsi presto, quando il compagno di infanzia e futuro produttore della galassia Warner, Lenny Waronker, trova lavoro al signor Randy come songwriter a 150 dollari al mese. L’entità che chiameremo, per non intricarci oltre nei giochi di parole, ‘Randy Newman’ scriverà da allora pezzi per artisti del calibro di Ray Charles, Alan Price, Judy Collins, Ella Fitzgerald, Harry Nilsson, Ry Cooder, Eric Burdon, Peggy Lee, i Three Dog Night, il suo idolo Fats Domino e, insomma, più o meno tutti quelli che hanno preso in mano un microfono per cantarci e non provare il brivido dell’elettrocuzione, con la sola possibile eccezione di Bruce Springsteen. […]

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