Richard Powers
Richard Powers
di Maurizio Bianchini

1.
Sono stato spinto alla lettura de Il sussurro del mondo di Richard Powers (l’originale The Overstory è intraducibile in italiano) dal Pulitzer assegnatogli quest’anno per la narrativa (forse il premio più affidabile di tutti) e dall’argomento trattato, apparentemente tra i meno promettenti per un romanzo: la battaglia per la salvaguardia delle ultime foreste originarie americane. Di buone cause è lastricata la strada che porta all’inferno dei romanzi. Ma quando le migliori intenzioni incontrano un talento vero, e non sono solo chiamate a supplire alla sua mancanza con l’engagement, il risultato finale non può che essere esaltante. In effetti, dopo aver sfogliato l’ultima pagina mi sento di dire che, come La ferrovia sotterrenea di Colson Whitehead nel 2017, avrebbe meritato anche il National Book Award. Raramente mi è capito tra le mani un libro in cui, come in questo caso, al piacere di leggere e alla compulsione a non uscire dalla sua prosa vertiginosa si uniscono il richiamo morale e la pena catartica di chi si è trovato a posare gli occhi nella scaturigine del riscaldamento ambientale con cui l’intero genere umano sta cominciando a fare i conti.
Ma consentitemi, per entrare con una certa gradualità in questa autentica fiery furnace, di partire da un altro romanzo dell’autore, Il tempo di una canzone ad esso collegato da più d’un filo.

2.
Richard Powers, uno dei più dotati e innovativi scrittori americani, è noto in Italia ad una cerchia piuttosto ristretta di lettori che neppure il Pulitzer è riuscito a far lievitare in maniera apprezzabile. Nato nel 1957, ha al suo attivo studi scientifici e letterari e dodici romanzi, neppure tutti tradotti nella nostra lingua. The Time of Our Singing, uscito nel 2003 e banalizzato, nella traduzione del 2007, con un insulso Il tempo di una canzone (ma facciamo finta di niente, il resto è pregevole), è l’ottavo. Un libro che sono tentato fortemente di associare ad altri quattro: Infinite Jest di D. F. Wallace, Pastorale americana di Philip Roth, Le correzioni di Jonathan Franzen e Underworld di Don De Lillo, che costituiscono il canone o, se si preferisce, il breviario del millennio nuovo, in cui la resa dei conti tra la Modernità e l’Innominabile Attuale si consuma fino in fondo, diciamo pure a futura memoria. (Quanto alle date: non fatevi ingannare, il Secolo Breve è cominciato tardi ma è finito presto. Ma l’età dell’Eterno Presente è stata precoce quanto poche.) […]

…segue per 6 pagine nel numero 256 di Blow Up, in edicola a settembre 2019

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