Richard Wagner
Richard Wagner
Massimo Balducci

Wagner il Rottamatore: chi ha vinto le primarie del melodramma?

[nell’immagine: Richard Wagner]

"Noi discendenti di Palestrina, imitando Wagner, commettiamo un delitto musicale"
(Giuseppe Verdi)

"Se vince Renzi sarà guerra"
(Massimo D'Alema)

SUPPONENTE E MANIPOLATORE, presuntuoso e furbastro, malandrino con tendenze di estrema destra: gliene hanno dette di ogni, non sempre a ragione e non sempre a torto. Del resto, quando ti poni in una posizione di rottura rispetto a tutto ciò che ti ha preceduto - nonché all'attuale casta dirigente - è inevitabile attirarsi qualche antipatia: figuriamoci poi se la tua proposta finisce per incontrare consensi tali da costituire una minaccia per gli apparati.
Non è una questione soltanto generazionale, anzi, non lo è affatto. Richard Wagner nacque nel 1813 (il 22 maggio), lo stesso anno di Giuseppe Verdi (10 ottobre), e non sono stati certo i pochi mesi di età che li separavano a fare la differenza. Eppure i due dominatori del melodramma ottocentesco hanno sempre rappresentato le due polarità opposte del vecchio e del nuovo, della tradizione e dell'innovazione, del cambiamento rassicurante e dell'audacia rottamatrice, del leader storico e dell'outsider di successo.


Maestro Verdi, bocciato in storia
Il vecchio saggio è naturalmente l'italiano, che resterà sempre inchiodato alla frase conclusiva di una sua lettera del 1871 a Francesco Florimo: "Tornate all'antico e sarà un progresso". Slogan di sicuro effetto, che però è anche un comodo rifugio per ogni pigrizia retrograda: e come tale già bollata da Massimo Mila come autolesionistica, perché in questo modo, Verdi si poneva da solo nella posizione ingenua del rosicone che si sente scavalcato dal corso della storia e si arrocca in una posizione di orgoglio solitario.
Proprio in quel 1871 il virus wagneriano andava propagandosi in Europa, e perfino in Italia il nibelungo malefico mieteva apprezzamenti e cittadinanze onorarie; anche perché tutti coloro (e non eran pochi) che per un motivo o per l'altro avevano un conto aperto con Verdi, non esitavano a schierarsi con il rottamatore. Ma al di là di queste e altre possibili umane debolezze come l'invidia, l'ambizione e la fifa (che ci interessano fino a un certo punto), era inevitabile che i due entrassero in conflitto: essendo musicalmente del tutto incompatibili, portatori di matrice vocal-melodica l'uno, orchestral-armonica l'altro. "Tornare all'antico" significava per Verdi prendere a modello rassicurante i grandi numi della musica italiana, per contrapporli alla barbarie "sinfonizzatrice" che metteva a rischio l'esistenza stessa del melodramma così come lo si era conosciuto fin dalle origini seicentesche.
C'era poi, allora come oggi, un risvolto un po' più becero di tipo nazionalistico: da parte di chi, fregandosene della musica, non sopportava però che i nostri bei teatri fossero profanati da uno straniero. Certamente questo atteggiamento non fu estraneo neanche allo stesso Verdi, per quanto filtrasse la sua xenofobia attraverso l'orecchio barbuto del musicista che - come da luogo comune italico - contrapponeva la nostra gloriosa tradizione melodica allo stile strumentale mitteleuropeo; e commettendo in questo modo anche favolosi strafalcioni come l'annettere nella "propria" compagine i polifonisti rinascimentali e lo stesso Palestrina - che di melodico, effettivamente, avevano assai poco. Avallare questo stereotipo melodistico significava peraltro dare in qualche modo ragione ai tedeschi, per cui noi europei del sud a forza di cantare a squarciagola saremmo rimasti incapaci di suonare più di un mandolino alla volta - per non dire di orchestrare una partitura.
Ma poi Verdi, nella pratica musicale, è davvero così?... […]

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