Robert Louis Stevenson
Robert Louis Stevenson
Ana Ciurans, Fabio Donalisio

ADOUBLE MASTER: la semplicità significante; E l'infinito inverno.

Ci sono cose che non passano. A volte può essere un problema. Non se parliamo di uno scrittore come Stevenson. Che ciclicamente torna a visitarci, multiforme. Scrittore altissimo eppure, in qualche modo, in qualche modo inglese, molto alla mano. Capace di stregare con il puro gusto dell'avventura, scovare il sogno adolescente sotto il nostro tappeto, regalarci un viaggio ai limiti del verosimile e, nello stesso tempo, scavare nel nero più nero dell'abisso umano, descrivere la più semplice e semplicemente cattiva delle distruzioni. È più o meno quello che capita in uno dei suoi scurissimi capolavori, Il master di Ballantrae, recentemente ritradotto, di cui si dice infra. Ma prima, uno sguardo, al solito arbitrario, sulla maestria (doppia) del maestro.


FAR AWAY FROM HOME
di Ana Ciurans

It’s ill to loose the bands that god decreed to bind;
still will we be the children of the heather and the wind
far away from home, o it’s for you and me
that the broom is blowing bonnie in the north countrie.

C’È IN QUESTO MONDO terra e mare a sufficienza per separare un uomo dalla sua ombra? dal frastuono della sua coscienza? L’altro è chi va o chi resta? Ma cosa resta di un uomo senza la sua ombra e la sua coscienza? C’è in questo mondo tempo a sufficienza per separare un uomo dal bambino che fu? Stevenson, che visse ossessionato dall’urgenza e dall’abominio, squartato tra andare o restare, qualche domanda del genere sicuramente se la fece. E, tra il figlio delle terre del nord quale era nato e il pescatore samoano che diventò, ci mise di mezzo il mondo intero. Ché all’epoca, tra Edimburgo a Samoa un mondo c’era, sul serio. Nonostante ciò, nell’enigmatica epigrafe di Dr. Jekill and Mr. Hyde, dedicato alla cugina Katherine, aleggia un'inequivocabile tristezza. Come se l’erica e il vento scozzesi, annidati negli occhi delle sue creature, fiorissero e soffiassero anche sotto il sole dell’arcipelago delle Samoa, inseguendoli ovunque. Come se Jekyll non potesse abbandonare Hyde. Forse è per questo che ancora oggi, dopo oltre cento anni, la coesistenza col proprio lato oscuro e l’impossibilità di sfuggire il passato, restino temi impellenti della natura umana. […]


MASTER OF PUPPETS
di Fabio Donalisio


THE MASTER OF BALLANTRAE è un libro mostruoso. Perché corre, senza freni inibitori verso il cuore di tenebra, verso il mistero del male. Lo fa con un rigore razionale furioso, e con umanissima fascinazione. Con cattiveria anzi perfidia, eppure l'unica cosa che riesce a dimostrare è la liquidità, l'inutilità del concetto stesso di colpa. Quando il nesso causa-effetto, così fondamentale e fatale nell'Occidente, mostra la corda e la realtà, la realtà del male tracima in un vortice di innocenza funerea e vertigine di morte totale. Stevenson, chissà quanto consapevolmente, porta questa storia oltre il limite, ne fa un'elegia della morte certa e, prima ancora, un trattato di fenomenologia della violenza, quella domestica, per giunta. Il tutto, pensate un po', confezionato come un libro d'avventura, che mischia Scozia ed esotico, residui di onore feudale e guerre già globali, interni desolati e sterminate foreste, implosione ed esplorazione. Non male per un libro che oggi sarebbe rubricato alla voce “entertainment”. Altri tempi.
D'altronde il Ballantrae è una storia d'inverno, come recita il suo sottotitolo, un inverno lungo parecchi anni (diciotto, se non sbaglio) dove l'estate è un'ellisse e non esiste luogo della terra e dell'anima che non sia nord. Poco dopo aver detto una parola definitiva sul doppio con il Jeckyll, Stevenson torna sul luogo del delitto ed esplode il conflitto, quel conflitto che lo rode da sempre, dall'intimo all'esterno. Raddoppia il sé e lo incarna in due fratelli, i due figli maschi della famiglia Durie, sovrana delle terre di Durrisdeer, con tanto di magione sovradimensionata e in procinto di decadere di fronte ai prodromi di un capitalismo che avrà poca pietà per gli sperperi di rappresentanza dei nobili. Sullo sfondo, la Jacobite Rising, la rivolta dei giacobiti sostenitori degli Stuart per la riconquista del trono di Scozia, a cavallo tra Seicento e Settecento, il cui nadir sarà il disastro campale di Culloden in cui il rampollo Stuart andrà a schiantarsi contro re George II degli Hannover, nel 1746. Tenete a mente quel nome, perché è proprio a Culloden che il male comincerà a germogliare tra i Durrisdeer. […]

…segue per 4 pagine nel numero 176 di Blow Up, in edicola nel mese di Gennaio 2013 al costo di 6 euro.

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