Roberta Flack
Roberta Flack
di Eddy Cilža

Colpa di Killing Me Softly With His Song. Musica di Charles Ira Fox, compositore quasi esclusivamente per il cinema (oltre un centinaio le colonne sonore firmate), e testo di Norman Gimbel, un altro che ha lavorato principalmente per piccolo e grande schermo, scritto a quattro mani con la cantautrice Lori Lieberman che non veniva però accreditata (quanti milioni di dollari le sarà costato lo scherzetto?), veniva registrata per prima da costei che la sistemava nel 1972 in apertura dell’omonimo debutto a 33 giri. Disco passato inosservato nonostante a darlo alle stampe fosse un’etichetta di peso quale la Capitol. A 45 giri la versione della Lieberman (decisamente folk, chitarra acustica, una bava d’archi e voce da qualche parte fra Joan Baez e Judy Collins) usciva l’anno dopo, quando già quella di Roberta Flack stava facendo furore, e non se la filava nessuno. Qualcuno fra chi legge l’ha mai ascoltata (magari sì: su YouTube conta settecentomila visualizzazioni)? Ancora in attività (ha pubblicato a oggi sedici album, l’ultimo nel 2019), Lori Lieberman esce mestamente da questa storia. Quanto sarebbe stata diversa la sua parabola se al numero uno negli Stati Uniti ci fosse andata lei e non Roberta Flack? La cui lettura di Killing Me Softly peraltro non è la più venduta fra le cento incise, giacché la cover dei Fugees cantata da Lauryn Hill e inclusa nel 1996 in “The Score” conquisterà la prima posizione in venti mercati, quello USA compreso. Sei ulteriori anni dopo il brano giocava un ruolo chiave nel film, tratto da un romanzo di Nick Hornby, About A Boy e lo stigma di totale uncoolness che gli è appiccicato ne veniva se possibile accentuato. Si pensa al soul più melenso, quello che si fa persino fatica a chiamare “soul” mancando proprio l’anima alla genia delle Alicia Keys che da lì discende, e la prima canzone che viene in mente è immancabilmente quella. Colpa molto più dello spartito che dei versi che gli si accompagnano, ma tant’è. […]

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