ROCKABILLY RULES!
ROCKABILLY RULES!
Stefano I. Bianchi

Fu rivoluzionario nello stile e nel suono, battezzò l’estetica del ‘ribelle senza causa’, fornì il modello-base a cui tutti si sarebbero ispirati per tornare alle radici più autentiche del rock. Fu un fenomeno che coinvolse pochi grandissimi nomi e una miriade di carneadi da un singolo e via. Durò lo spazio di tre o quattro anni ma la sua influenza è ancora oggi evidentissima, se non nel suono, nella way of life di chiunque abbia vent’anni, imbracci una chitarra e senta pulsare il ritmo nel sangue. Si chiamava ROCKABILLY.

“È qui che il punk rock iniziò. Selvaggio, pericoloso, fuori dagli schemi, stravolto, fradicio d’eco, saturo di rabbia adolescenziale e umido di brillantina. E certo, rifinito con alcuni dei migliori guitar breaks mai registrati. Ragazzi bianchi che parlano di sesso, ribellione e rock’n’roll”.
[James Austin, dalla intro del cofanetto “Rockin’ Bones”]

ERA UNA DOMENICA pomeriggio caldissima e senza un filo di vento ma almeno l’afa non ci opprimeva. Il parco era piccolo, pulito, ben tenuto. In quell’angolino i tre neri, tutti robusti e piuttosto attempati, suonavano con grinta un onesto blues mediamente ritmato e schitarrato. Il ragazzino, bianco e biondissimo, stava lì davanti a loro, primo della piccola folla, con una tromba più grande di lui tra le mani. Mi divertivo a guardarlo immaginando cosa stesse pensando quando d’un tratto, nel mezzo di una specie di jam, il massiccio cantante-chitarrista aprì un mezzo sorriso, lo guardò, fece segno con l’occhiolino e si spostò di lato facendogli spazio. Il ragazzino saltò come una molla, si posizionò al microfono, puntò in alto lo strumento e fece il suo assolo. Tre note in fila per una decina di secondi, non di più, poi tornò indietro dalla madre, l’abbracciò e si rimise a guardare con gli occhi sgranati e la gioia sulle labbra e le guance. Riuscii a fare una foto; è uno dei ricordi più belli che ho di Memphis, diciannove anni fa.
Elvis me l’immagino così, a osservare i neri che suonano, ogni piccola mossa e ogni gesto, a desiderare quasi fisicamente di farsi possedere da loro per impararne i segreti, e loro felici e paterni a concedersi con un sorriso. I neri, i bianchi, il caldo. Memphis. La Sun Records. La sede della Sun Records, un’altra foto a immortalare il ricordo doloroso di vederla ridotta a capannone semiabbandonato e non credere a quello che mi dicevano gli occhi. Il rockabilly. “We're gonna rock this town, rock it inside out / We're gonna rock this town, make ‘em scream and shout”. E Graceland, dove religiosamente mi recai il giorno seguente uscendone con la stessa espressione che avevo visto negli occhi di quel ragazzino.
Mi avvicinai al rockabilly qualche decennio fa per colpa dei Cramps, che amavo come poche altre band nella mia vita. Per me erano un gruppo new wave come tutti gli altri che mi avevano fulminato ma un giorno lessi – forse su Musica 80 – che facevano psychobilly, cioè una versione malata e dissonante di questo rockabilly che non avevo idea di cosa fosse. Allora comprai un paio di compilation a tema, cercai di informarmi meglio sulle riviste e indagai tra i dischi della radio in cui lavoravo. Senza però venire a capo di nulla: mi sembrava che quello che veniva definito in quel modo altro non fosse che rock’n’roll, e che i due termini tendessero spesso a essere confusi e sovrapposti; tanto Elvis che gli Stray Cats, che all’epoca andavano alla grande ed erano più vicini a me per età e sensibilità, mi sembravano ‘solo’ rock’n’roll. Una cosa però la capii subito: tutte le canzoni che venivano considerate rockabilly potevano essere definite anche rock’n’roll, ma non tutte quelle che erano rock’n’roll potevano essere considerate rockabilly. Quindi il rock’n’roll doveva essere una specie di ombrello sotto il quale stava anche il rockabilly, presumibilmente assieme a qualcos’altro (cosa?).
Ci volle un po’ d’esperienza e qualche ricerca in più per comprendere meglio come funzionava tutta la faccenda; peraltro, quando arrivai alla fine della corsa mi resi conto anche che i pezzi r’n’r che preferivo erano proprio quelli che rientravano nel ‘genere rockabilly’. Insomma, io sono sempre stato dalla parte dei billies, e lo sono tuttora. Non saprei dire perché, i sensi non hanno spiegazioni. Forse per la stringatezza del suono rispetto al grasso che talvolta trasuda dal r’n’r; forse per quel quid di agreste che resta tra le mani dei billies rispetto all’urbanità degli altri; forse per la sua marginalità, che ne fa qualcosa di più underground e istintivo rispetto a qualunque altra declinazione del r’n’r. […]


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