ROMA ANNI 60 [pt.3]
ROMA ANNI 60 [pt.3]
di Valerio Mattioli

[nella foto di Claudio Abate: Pino Pascali, Vedova Blu]

NEL MARZO 1967 sul foglio underground Mondo Beat spunta un articolo non firmato dal titolo Cosa accade a piazza di Spagna?. Il testo, più che porre interrogativi, è una risposta alla campagna mediatica che da tempo individua nella scalinata che domina la piazza romana l'epicentro di quell'allarmante fenomeno che va sotto il nome di capelloni, appellativo nato un paio di anni prima quando proprio da quelle parti si erano verificati i primi incidenti tra soldati di leva, moralisti inferociti e alcuni incolpevoli proto-hippies in buona parte stranieri. Già all'epoca – il 1965, lo stesso anno della nascita di Piper e Beat 72 – il quotidiano Il Giorno si domandava perplesso a che categoria ascrivere tizi come tale Ringo, «un impiegato della società telefonica di Udine arrivato a Roma dai primi di agosto abbandonando casa, genitori, lavoro (…) i “capelloni”, come li hanno definiti i romani, non fanno nulla, quasi non parlano: vogliono vivere»; ma per ogni giornalista che insicuro tentenna dinanzi a questi «ribelli incruenti, miti e senza una lira, che protestano contro la società meccanica sedendosi su una gradinata» c'è pur sempre il Corriere della Sera che lancia appelli a «disinfestare Trinità dei Monti dai capelloni» e che in pieno slancio moralizzatore spiega: «dicono che non danno noia a nessuno e che stanno lì sulla gradinata di Piazza di Spagna perché è bello e gli piace. Non è una buona ragione: essi sono brutti e non piacciono a noi (…) Essi, dicono ancora, esprimono il tormento della generazione della bomba: e bisognerebbe buttargliela, possibilmente carica di insetticida». […]

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