Rosa Balistreri
Rosa Balistreri
di Carlo Babando

“Capire la Sicilia per un Siciliano significa capire se stesso, assolversi, o condannarsi. Ma significa, insieme, definire il dissidio fondamentale che ci travaglia, l’oscillazione tra claustrofobia e claustrofilia, fra odio e amore di clausura, secondo che ci tenti l’espatrio o ci lusinghi l’intimità della tana, la seduzione di vivere come un vizio solitario.”
Gesualdo Bufalino

NEANCHE PER chi c’è nato in Sicilia è così semplice arrivare a Rosa Balistreri. Perché quella Licata, provincia di Agrigento, che l’ha vista muoversi ragazzina per poi scordarsela senza versare troppe lacrime non è Palermo o Catania. Non ci vanno i turisti a Licata, e non ci vanno granché manco i siciliani. O forse no, il problema non è neanche quello. Ci sarebbe voluto un altro Alan Lomax – che pure, non tutti lo sanno, passò da quelle parti a metà degli anni cinquanta – con la stessa voglia di andare fino in fondo e magari portarsi dietro qualche nastro dall’altra parte dell’oceano; o più semplicemente le spine di Rosa erano davvero troppo appuntite perché lasciassero che tutto quel profumo si aggrappasse all’aria senza mettere paura. Le rare volte che si tira in ballo il suo nome solitamente esce fuori non a torto anche quello di Amalia Rodrigues, quando in realtà il paragone risulterebbe assai più calzante con una Chavela Vargas: ferinità e non bellezza, laddove uomo e donna diventano cosa unica e fortissima a prescindere dalla sessualità e limitandosi all’istinto, al grattare della voce sulla chitarra con parole sporche di carbone e fumo in faccia. La grandezza di Rosa Balistreri non è soltanto una questione di timbro o di interpretazione, di intensità legata al repertorio tradizionale siciliano – di per sé intimamente tragico anche quando punta a smuovere un sorriso sdentato – ma è invece un’importanza per certi versi più “complessa” perché legata a doppio filo con la ricerca del passato, con un’idea di arte che non può essere confinata alla sola musica ma che in qualche modo si appropria dell’esistenza stessa, scrollandoti di dosso la polvere e mai la stada. E probabilmente questo è il punto: se si vuole parlare dell’opera di Rosa Balistreri bisogna per forza cominciare dalla più grande, e cioè una vita vissuta affondando le unghie dove fa più male e tirando avanti secondo un proprio personalissimo codice d’onore. E che fosse giusto o sbagliato, quel codice, a Rosa probabilmente non è mai interessato granché. Quando, negli ultimi anni, parlava della sua infanzia lo faceva sempre con le parole di una donna che non vuole convincere nessuno di avere avuto un passato infelice né di averne tratto qualche tipo di insegnamento da tramandare. Fare la vecchia saggia non era nelle sue ossa, sapeva già che l’idea di disperazione di chi era nato dove era nata lei sul finire degli anni venti era profondamente diversa da chiunque la stesse ascoltando in quel momento. Un uditorio sparuto il più delle volte ma composto anche da giovani, e ciò rappresentava già una mezza vittoria per chi giovane non lo era stata mai e nondimeno una qualche idea di adolescenza se la stava portando dietro pure con i capelli bianchi. A chiedere in giro certuni ancora se la ricordano suonare a qualche festa dell’Unità: “Vanniava che parìva ‘na mula” (urlava come fosse un mulo). E non è chiaro se lo abbiano mai ascoltato davvero quell’urlo. […]

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