Rosalia
Rosalia
di Giuseppe Aiello

D – Si definirebbe una ragazza di classe media?
R – Non so, dove sta il confine? I miei genitori sono gente che lavora moltissimo. […]
D - Noi della classe media ci stiamo già appropriando della cultura marginale – ci viene bene, no?
R - Questa cosa dell'appropriazione culturale... Ormai tutto è così mescolato con Internet, nelle città... Posso ascoltare mille dischi di flamenco, posso scegliere di crescere nella cultura flamenca. Me ne sto appropriando? Non ne sono così sicura.[1]

1. Appropriazione culturale, ovvero: come trasformare gravi problemi storici in salottiere fatuità
Quello che chiamiamo colonialismo non consiste, contrariamente ad altre più consolidate categorie interpretative politico-culturali, in un minuto odioso flagello antropologico, ma rappresenta – per quanto di limitata estensione temporale, rispetto alla turbolenta vicenda umana sul pianeta – un fattore che ha implacabilmente condizionato gli ultimi secoli di faticosa convivenza di gruppi diversi della stessa ridicola e autocentrata specie di mammiferi. Specie forse destinata a rimodellare, tramite meticolosa desertificazione, l’avventura evolutiva degli eucarioti. Forse ho esagerato, diciamo dei cordati, va’.
Nel corso dei millenni è accaduto di frequente che, quando due entità sociali umane venivano in contatto, ove ve ne fosse una che per motivi demografici o tecnologici poteva esercitare violenza sull’altra, si mettesse in campo un massacro più o meno generalizzato. Questo in determinate situazioni portava al completo sterminio dei più deboli – con relativa occupazione dei territori precedentemente occupati dai perdenti – e altre volte a forme di utilizzo di manodopera coatta o altre modalità di gerarchizzazione, più o meno rigide. La dinamica guerra-conquista-schiavitù fu fondamentale per i successi dell’Impero romano quanto per quelli delle democrazie dell’Antica Grecia e della moderna America e di tutte le grandi strutture statali; a un certo punto cominciò a perdere di popolarità, fino a che anche la Mauritania si è decisa ad abolire la schiavitù, nel 1980.
Ciò ha posto tutta una serie di questioni intricatissime sviluppantesi sull’asse colonialismo – neocolonialismo – postcolonialismo, che sarebbe sublime affrontare qui ma ci condurrebbero a troppo lunga distanza. Schematizzando, si può osservare che si è passati dal giusto dominio sui popoli inferiori al desiderio di liberare le genti oppresse dal bestiale abbrutimento dell’inciviltà, imponendo ad interi continenti modelli culturali, religiosi e politici che nessuno aveva richiesto. Ma mentre atti brutali quali la Guerra dell’oppio, con la quale gli inglesi costrinsero la Cina a un commercio che ne devastava il tessuto sociale, sono di facile interpretazione, più complicato è decifrare interventi come quelli dei cubani in Angola (“solidarietà internazionalista”) o la spocchia con la quale i progressisti (in prima fila i marxisti) si rivolgevano agli arretrati, dentro e fuori dei confini nazionali. Solo a titolo di esempio, raccomando la lettura dei saggi finali de La terra del rimorso, per gustare con quale atteggiamento di superiorità l’antropologia psichiatrica del gruppo di De Martino si rivolgeva a quei poveri trogloditi salentini che per sanarsi – oibò – danzavano. […]

…segue per 12 pagine nel numero 333 di Blow Up, febbrao 2026

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