RPM: Battiato "Fetus"
RPM: Battiato "Fetus"
di Valerio Mattioli

Nota: quando “Fetus” è uscito, ancora non ero nato; a dirla tutta, non è nemmeno il mio disco di Battiato preferito (per quello se la giocano “Sulle corde di Aries”, “Clic”, e ovviamente “La voce del padrone”). Non ho insomma motivi particolari – sentimentali, autobiografici o che so io – per sceglierlo come titolo-feticcio all’interno della più feticistica tra le rubriche di questo giornale. Ad affascinarmi di “Fetus” è semmai la vicenda che l’ha visto nascere, il tentativo pionieristico di applicare alla musica pop (italiana!) tecniche e tattiche che di lì a qualche anno sarebbero diventate la grammatica-base dapprima dei più concettuali tra i teorici punk, e più recentemente di qualsiasi creativo (inteso come «pubblicitario» ed esperto di marketing) decentemente aggiornato. In questo senso “Fetus” è il primo capolavoro, più che di Battiato, di un tipo come Gianni Sassi, che la storiografia nostrana ha imparato ad associare perlopiù alle successive imprese targate Area e Cramps. Infine, c’è la nascita di un personaggio – Battiato stesso – all’epoca diversissimo dal pensoso asceta che avremmo conosciuto poi: un tizio «violento, alieno e provocatore» protagonista di insostenibili concerti-guerriglia e dionisiaci happening oltre la soglia dell’intimidazione (psico)fisica. Tenetelo a mente, la prossima volta che alla radio daranno E ti vengo a cercare.

Prologo
Nel 1971 Franco Battiato era un ex cantante da balera emigrato a Milano dalla natia Sicilia. Aveva provato a sfondare nell’era del beat ma non ci era riuscito, si era dato alla canzone sentimentale per arenarsi ai piani bassi del melodismo tricolore, aveva scritto un paio di brani per Sanremo dal successo meno che modesto, e alla fine era rimasto vittima del proverbiale crollo nervoso. A sei anni dal suo esordio ufficiale, tutto quello che poteva vantare erano un paio di 45 giri in allegato a una rivista di enigmistica, più una manciata di singoli di cui probabilmente non si erano accorti nemmeno gli amici più cari. A ventisei anni, era fondamentalmente un cantante fallito.
Quello che sarebbe avvenuto di lì a qualche mese resta per molti versi una faccenda inspiegabile: a confrontare il giovane Battiato di È l’amore (il suo singolo del 1968) con quello del suo primo album vero e proprio, è come trovarsi di fronte a un emulo di quart’ordine di Neil Sedaka che ha ripudiato le ballad confidenziali di casa a Las Vegas per comportarsi da intellettuale punk e contemporaneamente darsi a Stockhausen. Ancora oggi Battiato ci tiene a ribadire che «quello che facevo all’epoca, in Italia non lo faceva nessuno, e forse nemmeno fuori», ma al di là del dato squisitamente musicale a colpire è un voltafaccia spiegabile solo in parte con le perentorie scelte di campo imposte dal clima surriscaldato dei primi Settanta italiani, e milanesi in particolare. […]

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