RPM: Bob Dylan "Desire"
RPM: Bob Dylan "Desire"
di Giovanni Vacca

[nell’immagine: Bob Dylan e Rubin "Hurricane" Carter]

Sebbene sulla copertina del disco ci sia scritto 1975, “Desire” uscì all’inizio del 1976 e, prima che si concluda l’anno, voglio ricordare il quarantesimo anniversario di quello che fu uno degli album di maggior successo di Bob Dylan. “Desire”, composto in gran parte con l’aiuto del regista teatrale Jacques Levy (1935-2004), fu per me un disco epocale, la sua scoperta uno di quegli eventi che segnano il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, con tutto ciò che ne consegue. Avevo tredici anni, ma probabilmente acquistai il singolo Hurricane quando ne avevo quasi quattrodici, e frequentavo già il ginnasio, nel 1977: la prima traccia dell’album, infatti, la storia del pugile americano incarcerato ingiustamente, fu pubblicato in un 45 giri che sfumava il brano alla chiusura della prima facciata e lo riprendeva in ‘assolvenza’ in apertura della seconda, costringendo l’ascoltatore a interrompere il flusso del testo, stampato sul retro della copertina, per proseguire la lettura una volta girato il supporto. Già, ma chi conosceva l’inglese, allora? Ero riuscito a sapere che quella storia di ingiustizia razziale, consumata nell’ America profonda, era raccontata da un cantautore importante, a cui erano anche dedicate due pagine, con testo e musica di Blowing in the Wind e con foto e profilo, su un mio libro scolastico, A Song-Book of Folk and Pop Music, di Mario Papa e Giuliano Iantorno: un testo che la Zanichelli aveva proditoriamente proposto agli insegnanti di lingua con l’intento, immagino, di svecchiare un po’ i cataloghi e di cercare nuovi e più seduttivi mezzi per avvicinare gli studenti alla cultura anglosassone. Quel 45, oggi praticamente inascoltabile per il logorio dovuto al troppo uso, fu forse il mio primo disco ‘serio’, perché fino ad allora i miei idoli erano stati Demis Roussos e Barry White, con tutto il rispetto che si deve a questi due giganti della musica pop. Ma Dylan, e il suo “Desire” in particolare, fece da detonatore per molto, molto altro. Il fatto che ci fosse una musica così particolare rispetto a quella mainstream che si poteva sentire i giro, una canzone che denunciava un’ingiustizia sociale che appariva macroscopica, mi cambiò, ci cambiò, la percezione delle cose in un momento di forte tensione politica in Italia; un momento che sarebbe culminato, l’anno dopo, nel rapimento Moro e cioè la definitiva perdita dell’innocenza per la mia generazione (e parlo talvolta al plurale perché a quell’epoca la musica la si condivideva, la si ascoltava insieme agli amici più stretti, la si discuteva). Quel Dylan ‘impegnato’ ci fece guardare attorno, aprendoci non solo a una certa musica americana degli anni ’60 e ‘70, dai Jefferson Airplane ai Grateful Dead, ma riposizionando anche Edoardo Bennato ed Eugenio Finardi, i cantautori che stavamo scoprendo, e, successivamente, nel triennio del liceo, Claudio Lolli, Francesco Guccini, Fabrizio De André: ci faceva insomma intravedere, che la musica poteva essere una cosa seria, che la lotta per un mondo migliore era un fatto globale. […]

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