RPM: Bob Marley "Exodus"
RPM: Bob Marley "Exodus"
di Carlo Babando

Le palme di Viale della Regione a Caltanissetta come quelle di Kingston, lungo giorni di un inverno che pareva estate. In quinto ginnasio la professoressa ci aveva detto di scrivere delle frasi su dei cartoncini a forma di nuvoletta e poi appenderli per la classe. Beata innocenza, scrissi con un pennarello nero: “Stand Up For Your Right!”.
L’anno successivo mi bocciarono.
Ma c’è da dire che in primo liceo cambiano quasi tutti i professori, e magari fu anche colpa mia che riuscivo a prendere le distanze dall’intero corpo docente con il chiaro intento di renderglielo noto. Ma forse anche no. Anzi, togliamo il forse.

“Walking down the road
With your pistol in your waist,
Johnny you're too bad”



The Slickers – Johnny Too Bad
Manco quindici anni da quei tempi impressi inesorabilmente su quintalate di foto non ancora digitali e invece pare tutta una vita a starci in mezzo, dacché erano gli albori del nuovo secolo e se volevi evitare di svenarti e soprattutto stavi scoprendo tutto in quel momento – e tutto contemporaneamente! – in un qualsiasi negozio di dischi riuscivi ancora a portarti a casa le ultime audiocassette che il 95% della popolazione mondiale aveva ormai giustamente abbandonato in favore del CD. Già, perché eri appena entrato nel meraviglioso universo dell’adolescenza avendo da mantenere un mezzo di locomozione che stava su due ruote ma consumava come una Ferrari, nonché una vita sociale che iniziava a farsi fatalmente più dispendiosa dei pomeriggi a casa su equazioni a troppi gradi e – alla faccia di una qualità audio di cui ti importava poco o nulla – non rimaneva che imbottire il walkman di cassette come una mafalda con le panelle, piena zeppa di pepe e limone. Ecco quindi che varcavano le fauci del caro vecchio Sony color turchese nel seguente ordine: 1 – The Doors (“Strange Days”); Nirvana (“In Utero”); Bob Marley (“Legend”). Titoli pescati quasi a caso perché parevano le cose che bene o male dovevi ascoltare per forza; un ABC dell’entropia insomma. Non fosse chiaro erano ancora da venire i tempi del file sharing e della masterizzazione selvaggia: capire se quel gruppo ti smuoveva qualcosa dentro oppure no per un quindicenne era ancora un andare a tentoni… altro che Spotify. […]

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