RPM: Bruce Springsteen "Nebraska"
RPM: Bruce Springsteen "Nebraska"
di Stefano I. Bianchi

METTIAMOLA COSÌ. Era l’ottobre del 1982, avevo compiuto da poco ventun anni e conoscevo già Springsteen per “The River”, che mi era piaciuto molto ma non mi aveva rapito. Quando sentii “Nebraska” per un attimo traballai; fino ad allora non avevo mai avvertito una voce così incerta e sofferente e un suono così barcollante e straccione, così estremamente dilatato nei pezzi lenti e così anfetaminico in quei pochi veloci che singhiozzava il cuore a cercare di stargli dietro. Nella confezione del vinile c’era anche un foglio con le traduzioni dei testi fatte da Bernardo Lanzetti, ancora oggi le migliori a disposizione. Iniziai a leggere seguendo le canzoni mentre suonavano e m’innamorai perdutamente.

ECCO, A ME che l’adolescenza me l’aveva già rovinata Ian Curtis, m’arrivò Bruce e mi salvò la vita. A quell’età, come molti, ero in bilico tra vivere e far finta; quel disco m’irruppe addosso e mi lacerò. La cosa buffa è che ci trovavo così tanti legami con quella new wave che amavo così tanto da farmelo sembrare una prosecuzione esatta di Suicide e Joy Division ben più che di quel blue collar rock di cui invece era carne e sangue. All’epoca non mi spiegavo perché accadesse; oggi che sono invecchiato ho capito tutto: la new wave mi faceva sognare ciò che avrei voluto essere, Bruce mi rassicurava che non ero solo nell’essere ciò che ero. Quel che distingueva lui dagli altri eroi della mia prolungata adolescenza era la speranza; quelli là vedevano solo buio e oscurità, lui portava addosso una luce. E io che amavo così tanto la mia terra e la mia gente da volerne fuggire lontanissimo restandoci invischiato mani e piedi per tutta la vita, trovai in entrambi i contrappesi che mi fecero continuare a vivere convinto che non stavo facendo finta.
Il vitalismo di Bruce è ancora oggi fonte d’infinite diatribe e fa dell’uomo l’oggetto parimenti di scherno e idolatria perché riassume perfettamente in sé l’eterna contraddizione del rock, musica adolescenziale per antonomasia: e quindi pulsante suicidio e annullamento esattamente quanto inarrestabile spinta a vivere e avventarsi. In quel disco unico e definitivo il magnifico musicista e l’uomo in crisi esistenziale fecero il miracoloso miracolo e raro di raccontare morte e comunicare vita, descrivere disastri e costruire sogni, dirti che questa esistenza è una fogna e darti i mezzi per non affogarci. […]

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